Novecento nonnine
di Giorgio Placereani
Dice: racconti. Ma si fa presto a usare questa parola così piattamente classificativa, quando nel dominio dei fantastico esiste la stessa diversità che in zoologia. Ellison scrive tempestose discese nell'autocoscienza; Leiber rigorosi esercizi di una tedesca e dialettica Vernunft; Ballard simboli di dolorosi grumi' esistenziali; e Lafferty è diverso ancora. Un personaggio di un suo splendido racconto, Le tre ombre del lupo, faceva "di professione il bugiardo e nei ritagli di tempo il contadino". Eccolo, ecco Lafferty. Scrive bugie.
Raphael Aloysius discende naturalmente dai pescatori che esagerano ogni oltre pudore la loro preda, o dai marinai che raccontano di draghi e sirene; ricorda di certi personaggi boccacceschi, non solo fra Cipolla ma specialmente ser Ciappeletto, se però ne togliamo la ricerca del lucro.
Come la virtù è premio a se stessa, così per Lafferty la bugia è premio a se stessa. La felicità dell'invenzione? Diciamo piuttosto la gioia della sfacciataggine. E chi vede la sua fotografia non ha difficoltà a riconoscere in quella faccia grinzosa l'eterno, pestifero vecchietto del West che sparava incredibili balle al tavolo del saloon.
Avreste mai pensato che la gente avrebbe dimenticato Chicago, in seguito a un disastro, e si sarebbe messa a correggere i dizionari allungando la voce precedente per tappare il buco? Ma quando salta fuori la verità nessuno ci crede. Come può esser esistita una città con un nome cosi ridicolo?
Il segreto delle storie di Lafferty è la nonchalance. Non crede a quello che racconta, e perché dovrebbe? sarebbe d'accordo con me se affermo che c'è più verità in una buona bugia che in una deposizione giurata da tutto l'Esercito della Salvezza.
Riccardo Valla - che è riuscito a concentrare il miglior ritratto di Lafferty nelle due facciate dell'introduzione a Maestro del Passato - lo ha paragonato giustamente a Cordwainer Smith. Ma i racconti di Smith sono apologhi mitici e morali (in senso orientale: non si pensi a Diego Fabbri). Smith è colto, gelido, a volte plumbeo. Lafferty, che non è incolto di sicuro, non si dispiace di sembrarlo.
In effetti, perché i racconti di Lafferty assomigliano a dei folk songs? Perché in essi il meraviglioso si concentra nel linguaggio, prima che nell'invenzione. Lafferty non potrebbe mai diventare uno scrittore realista scegliendo un argomento realistico: mettiamo la, zuffa di due contadini sull'aia. Dovrebbe dilatarla a proporzioni omeriche. Nei suoi racconti il linguaggio opera uno straniamento: e il fatto che il meraviglioso non sia assolutamente caricato sulle spalle, a volte fragili, del "fatto strano" (astronave, mutazione o vampiro) - che sia autonomo - conferisce ai racconti stessi quella impareggiabile levità.
Sarebbe molto interessante ricercare le radici di Lafferty nella letteratura americana come espressione di una civiltà dell'esagerazione (il motto degli americani è more!) e del folklore rurale, che insieme produssero leggende gigantesche coma quelle dei Paul Bunyan e dei Pecos Bill.
Ma se dobbiamo andare a caccia di riferimenti letterari per questo formidabile meraviglioso, il nome che salta in mente è naturalmente quello di Rabelais.
Se i romanzi di Lafferty sono meno felici dei racconti, è appunto perché il diabolico vecchietto vuole dilatarvi la formula dei racconti; e questo si vede in particolare ne Il Diavolo è morto dove il concatenarsi di episodi mitici abbastanza indipendenti crea una catena che potrebbe continuare ad infinitum: il che implica naturalmente la conclusione rigorosamente aperta del libro (confermando la scelta del nome del protagonista nel ricreare la circolarità del Finnegans Wake).
L'assoluto straniamento di Lafferty lascia via libera alla sua programmatica cattiveria. Non è difficile osservare che Lafferty massacra pianeti e bambini con più crudeltà dei fratelli Grimm, anzi, con una sorta di pagano disinteresse per le convenzioni ancora presenti nella "paraletteratura'" (o "letteratura popolare" che dir ai voglia) in fatto di crudeltà.
Nei gialli di Patrick Quentin la crudeltà è l'emergere acuto di un’angoscia generale che si stende sulla vita, e lo scioglimento è un momentaneo sollievo, il ristabilirsi di uno stato che verrà turbato ancora (come dimostra l’ossessivo tornare nei suoi romanzi migliori degli stessi personaggi, Peter Duluth e Iris, che sono insieme investigatori e vittime), Nella fantascienza di Harlan Ellison la crudeltà è parte di una storia che chiede di essere pagata, con a stessa rigidità delle leggi del karma: così in Croatoan il protagonista dovrà scendere nelle fogne a ritrovare tutti i feti e tutti i piccoli alligatori importati dalla Florida, che la civiltà americana ha rifiutato nel momento in cui erano divenuti un fastidio. O in Alla deriva al largo delle Isolette di. Lagerhans… Larry Talbot, l'Uomo Lupo, assumerà sorprendenti risonanze cristiane nel liberarsi facendosi carico di un dolore universale (forse è interessante ricordare che l’operazione esattamente inversa compiuta da Michael Moorcock con INRI).
In una parola, la storia stessa della "paraletteratura" (che conserva uno stretto rapporto col committente) ha finora imposto regole per cui l'uso della crudeltà deve assumere un valore simbolico per apparire "tollerabile". In Lafferty invece l'uso della crudeltà assume un valore ludico.
Un pò come nei cartoni animati della Warner Bros., che proprio per questo sono più sadicamente liberatori del moralismo disneyano.
Non voglio qui dire che Lafferty intenda scrivere dei “racconti immorali" (che poi sono sempre i più morali di tutti). Ma la morale che troviamo nei suoi racconti è la stessa che troviamo dalla vita: una morale ambigua come quella degli oracoli. Noi decodifichiamo il confuso turbinare delle cose della vita imponendo loro un nostro codice. Lo stesso facciamo per il confuso turbinare delle storie di Lafferty; laddove decodificare tanti altri autori significa semplicemente scoprire il codice che loro hanno diligentemente nascosto sotto le belle invenzioni e le ornate frasi.
Ed ecco allora che questo autore dalla biografia così "illuminante" per gli sciocchi - conservatore, cattolico - appare molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe immaginare.
Da che parte sta il diabolico vecchietto? Quando morirà Lafferty gli angeli piangeranno e i diavoli rideranno per cinque minuti. Ma poi cambieranno idea e gli angeli cominceranno a ridere e i diavoli a piangere; e infine tutti cercheranno di fare le due cose contemporaneamente. Quando si cerca di ridere e piangere insieme, ci si fa male.
da "Famzine" n. 8, maggio ‘81
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