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Nove domande a Brian Aldiss


N. d. R. - L' intervista che segue è stata concessa da Brian Aldiss a Fabio Dall'Ara nell'ottobre 1989; originariamente destinata ad un progetto editoriale a cura di Ketty De Chirico che avrebbe dovuto concretizzarsi presso l'editore Armenia, è poi rimasta inutilizzata. A distanza di quattro anni risulterà evidente al lettore che in alcuni punti (i riferimenti ad Asimov, allora vivente, gli accenni al film di Roger Corman 'Frankenstein Unbound', nel 1989 in corso di lavorazione) le dichiarazioni dello scrittore inglese risultano ormai datate, ma di fronte al motivo di attualità rappresentato dalla prossima presenza di Aldiss all'Italcon 1994 si è ritenuto che la pubblicazione in questa sede possa consentire il doveroso recupero di un documento che altrimenti andrebbe perduto.


Fabio Dall’Ara - Quale futuro per la SF, sempre più messa a dura prova dal crescente interesse per la Fantasy, come indicato dai dati di vendita del mercato statunitense (il più importante del mondo), in cui la Fantasy lo scorso anno ha superato per la prima volta la SF? Questo potrebbe essere un incentivo a spingere nuovi autori verso la Fantasy piuttosto che verso la SF?

Brian W. Aldiss - L'homo sapiens va fiero della sua grande mente. Lo stesso termine 'homo sapiens' è una superba memoria di quanto i nostri grandi cervelli ci rendono saggi. Benchè l'orrenda storia di questo secolo suggerisca che noi pensiamo assai poco in una qualche maniera costruttiva, e rimaniamo preda - almeno collettivamente - delle nostre più basse emozioni. Quello in cui le nostre menti sono brave non è pensare ma fantasticare. Gran parte della nostra giornata è spesa in fantasie di vario genere, immaginando questo o quello, o semplicemente sognando ad occhi aperti. Questo il cervello fa bene. Tutta la narrativa è una forma di fantasia. Naturalmente, c'è anche una categoria editoriale che usa la stessa parola, Fantasy. Nondimeno io ho a lungo sostenuto che la cosiddetta "hard SF" in questo senso è Fantasy, quando, ad esempio, utilizza questa o quella cosa impossibile, viaggio più veloce della luce, telepatia. O viaggio nel tempo. O androidi che sembrano umani. Forse un lento riconoscimento di queste cose, ed una più grande comprensione della mente umana, mentre ci lasciamo alle spalle con la Guerra Fredda le società puramente tecnocratiche, hanno condotto più apertamente gli scrittori ad abbracciare la Fantasy. Comunque, dobbiamo credere che le società tecnologiche produrranno ancora SF. Più sono i rami vitali di SF/Fantasy meglio è.

Fabio Dall’Ara - Come vede il movimento dei Neuromantici, ora che ha acquisito maturità e una propria fisionomia, all' interno della produzione attuale di SF?

Brian W. Aldiss - Di nuovo: più sono i rami nella SF/Fantasy meglio è. Possa la narrativa Neuromantica sopravvivere a lungo, e preferibilmente maturare; e sviluppare un po’ più umanesimo.

Fabio Dall'Ara - Pensa che queste nuove tendenze siano positive o negative per la SF?

Brian W. Aldiss - Qui ci sono troppi concetti generici: "nuove tendenze", "positive o negative", "SF". Una nuova tendenza è l'abitudine di pagare anticipi esorbitanti per materiale che non è molto fresco: la rielaborazione di vecchio materiale di Asimov, ad esempio, di Asimov o di altri. Se Asimov ingrassa, allora qualcun altro deve dimagrire. Ci sono soltanto un dato numero di fette in una torta. Questa è una tendenza negativa. Ma io suppongo che essa agisca non contro una astratta "SF" ma contro persone reali, autori reali. Per quanto innovativo e sentito il mio romanzo possa essere, se esso appare nello stesso catalogo di un editore in cui appare una di quelle megarenovelliations gonfiate, io verrò pagato meno: meno denaro, meno attenzione. (E naturalmente, i lettori preferiranno, per una qualsiasi ragione, la megarenovelliation al mio romanzo.

Sturgeon disse che il 90% di ogni cosa è sterco. Lo ha applicato alla SF. Il guaio con la SF è che nessuno sa quale 90% egli intendesse!). Detto questo: la situazione con la SF per noi è buona abbastanza da non preoccuparci – benchè ovviamente X può stare passando tempi duri mentre Y sta facendo fortuna.

Fabio Dall'Ara - La SF cinematografica ha prodotto pochi film tratti da grandi capolavori della SF. Qual è secondo lei il motivo che spinge i produttori cinematografici a cercare nuovi soggetti, piuttosto che adattare uno dei molti romanzi meritevoli di una versione cinematografica?

Brian W. Aldiss - Mi piacerebbe vedere i cineasti impiegare per i loro film romanzi di SF comunemente accettati. Sfortunatamente, questo non accade sovente. (Succedeva un tempo: grandi classici quali Metropolis e Things to Come vennero ricavati da romanzi, e di fatto furono abbastanza più interessanti di quei romanzi). Quando questo avviene al giorno d'oggi, non è garantito che i risultati siano soddisfacenti. Il brioso romanzo di Philip K. Dick, Do Androids Dream of Electric Ship?, è diventato un torbido, oscuro, sadico film (almeno, quella era la mia opinione su Blade Runner). I romanzi di Dune di Frank Herbert sono diventati un terribile, chiassoso e ancora sadico film.

Alcuni dei migliori cineasti, come Alfred Hitchcock e Stanley Kubrick, hanno notato come sia più facile ricavare un film da un racconto breve che da un romanzo. Tagliare è difficile. Aggiungere è più facile. Ciò che succede quando un romanzo di SF viene trasformato in film è che pregi figurativi e di azione prendono il sopravvento e idee o dibattiti escono dalla finestra. É diventato troppo difficile far spiegare teorie scientifiche a un attore sullo schermo. Nel complesso, per un regista è più facile assumere uno sceneggiatore che prepari un copione basato su un tema. Spesso, ciò può risolversi in un film eccellente - come pensavo fosse Back to the Future. E naturalmente vediamo tutti come i cineasti abbiano arraffato temi utilizzati nelle storie di SF durante lo scorso mezzo secolo.

Per anni ed anni Hollywood ha pensato di portare sullo schermo il romanzo di Arthur Clarke Childhood's End. Stanley Kubrick acquistò il mio racconto breve Supertoys Las All Summer Lomg e dal 1976 circa ha cercato di trovare un modo di filmarlo. Arriveranno mai sui nostri schermi tali progetti? Ovviamente io spero di si. E credo di si. Essi potrebbero dare inizio ad un tipo di cinema di SF più meditato dei film che colpiscono l'occhio come Robocop ed Aliens 2.

Fabio Dall'Ara - Pensa che potrà esserci, in un prossimo futuro, un avvicinamento dei temi tra la letteratura di SF dei paesi dell'Est e dei paesi occidentali, anglosassoni in primo luogo?

Brian W. Aldiss - Non capisco questa domanda. Ma qualsiasi cosa significhi, la risposta è probabilmente no. Stai parlando di co-produzioni? Io posso ammirare la scrittura di Mr. Sakyo Komatsu, di Tokyo, ma non collaborerei mai con lui ad un romanzo. O con nessun altro. Credo sia inevitabile e forse desiderabile che la SF porti le sue caratteristiche nazionali; l'alternativa è una sorta di Americanismo imbastardito, non è cosi?

Fabio Dall'Ara - Tra gli autori che ha inserito nelle antologie da lei curate, quale ritiene più rappresentativo di questi anni '80?

Brian W. Aldiss - Greg Bear.

Fabio Dall'Ara - Tra i suoi lavori, qual è quello che più ritiene rappresentativo della sua produzione?

Brian W. Aldiss - Come Stanley Kubrick nel mondo del cinema o Anthony Burgess nel mondo della letteratura, io vado fiero della mia versatilità. Ma naturalmente tutti i temi che io sento più profondamente possono essere trovati nei tre volumi, del romanzo Helliconia.

Fabio Dall'Ara - A cosa sta lavorando attualmente?

Brian W. Aldiss - Quest'anno sono stato in Italia due volte, la prima per visitare Urbino, e quindi per recarmi ai raduni World SF ed Eurocon di San Marino, e la seconda per osservare la lavorazione cinematografica del mio romanzo Frankenstein Unboud. Le riprese hanno luogo a Bergamo (che fa le veci della Ginevra del 1818) e Bellagio sul Lago di Como e negli Studi Panda di Milano. Le ambientazioni erano meravigliose. Questo è il primo film che Roger Corman ha diretto da 19 anni. È intitolato Roger Corman's Frankenstein Unbound, ed ha come protagonisti John Hurt, Raul Julia, Bridget Fonda, ed altri. La sua prima sarà il prossimo maggio al festival cinematografico di Cannes. Corman ed io siamo molto amici, ed attualmente sto scrivendo un sequel, Dracula Unbound.

Sto anche terminando il libro della 'Mia Vita di Scrittore', Bury my Heart, at W.H. Smith's, e scrivendo qualche racconto breve. Per essere un pigrone, sono sempre attivo.

Fabio Dall'Ara - Come ha trovato il mondo del fandom italiano?

Brian W. Aldiss - La tua ultima domanda è sul fandom italiano. Il fandom è assai simile in tutto il mondo. Mia moglie ed io siamo appena tornati da una deliziosa convention a Banff, nelle Montagne Rocciose canadesi. Là abbiamo ricevuto la stessa amichevole accoglienza di qualsiasi altro luogo.

Ho visitato l'Italia molte volte e mi vergogno veramente di non parlare la vostra lingua. Chiedo scusa a voi tutti. Sto ancora cercando di apprendere la lingua inglese.

La prima volta che venni in Italia fu nel 1963, quando fui un ospite al Festival del Cinema di SF di Trieste. Gli scrittori inglesi che parteciparono ebbero un'accoglienza ostile da parte degli scrittori e dei fans italiani. Il loro ragionamento era questo: perché un'organizzazione italiana dovrebbe pensare più agli stranieri e ignorare gli scrittori italiani? Andarono oltre: perché la SF inglese e americana veniva tradotta e pubblicata quando per gli scrittori italiani era dura essere accettati (e in effetti mentre qualcuno di loro per guadagnare consenso era obbligato ad adottare nomi anglo-americani)?

Sono buone e dolenti domande. Ma in realtà ad esse si risponde non sulle tribune letterarie ma sul mercato. Da buoni europei, tutti noi crediamo nel libero commercio, e questo comprende il libero commercio in letteratura.

Una possibile obiezione a tale affermazione liberale è che di fatto c'è poco libero commercio tra, diciamo, Italia e Gran Bretagna. Voi traducete qualcuno - solo pochi- dei nostri romanzi, mentre noi non ne traduciamo nessuno dei vostri.

È vero, ci deve alla accidentale predominanza della lingua inglese dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma c'è un ordine gerarchico. Sarebbe facile per gli scrittoti inglesi provare verso quelli americani ciò che quei fans del 1963 provavano per i britannici. Perché noi troviamo un predominio di scrittori americani in tutti i nostri cataloghi di SF. E se Asimov o Fred Pohl o persino William Gibson vengono in Inghilterra, hanno interviste e servizi sui media come nessun autore locale di SF può ambire di avere. Adesso puoi aggiungere a quella lista la canadese Margaret Atwood.

E voi avete un vantaggio su di noi che noi non abbiamo sugli americani. Gli americani possono scivolare attraverso le nostre frontiere letterarie senza il bisogno di traduzione ... Se qualche fans oggi la pensa ancora come i fans la pensavano nel 1963, rifletta solo in questo: è un autentico prodigio che la SF inglese esista...


(Traduzione dall'inglese di Bruno Valle)


da "Fandom nwsletter" n. 28, febbraio ‘94 e "Fanzine" n. 6, febbraio '94






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