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Sotto un sole artificiale, tra onde virtuali: così Aldiss ha ispirato Kubrick


di Sandro Modeo


Nei prossimi giorni, a Venezia, sarà proiettato A.I. (Artificial Intelligence), il film progettato da Stanley Kubrick e realizzato da Steven Spielberg su volontà testamentaria dello stesso Kubrick. Se immaginarsi l'A.I. kubrickiano è indebito e quasi ridicolo, è forse possibile indagarne i nessi coi tre racconti di Brian W. Aldiss alla base della sceneggiatura; anche se il regista ha letto solo il primo (Supertoys che durano tutta l'estate), mentre gli altri due sono stati affidati a Jan Harlan, cognato di Kubrick, e poi passati a Spielberg. Con un'avvertenza: oltre alla versione Oscar Mondadori in uscita (pp. 219, £. l3.000), c'è quella nell'Urania di giugno, stesso titolo: A.I., meno elegante ma più ricca, dato che aggiunge ai diciannove racconti – i tre del trittico più altri sedici - una lunga introduzione in cui Aldiss descrive il suo rapporto con Kubrick e una pluripostfazione con vari contributi sul film.

Intorno ai protagonisti umani e artificiali del trittico (i coniugi Swinton, il loro androide adottivo David e l'orsetto Teddy), Aldiss erige un universo altoborghese sognante e concentrazionario: le stagioni (luci estive interminabili o inverni dai rami nevosi) sono solo proiezioni ologrammatiche, così come le pareti, le vetrate, il giardino e la piscina di casa Swinton; nuove tecnologie hanno reso obsolete le vecchie e patetici i residui antropologici (l'"anacronistico quartetto di musicisti vivi" al ristorante) o ideologico-filosofici (Dio è una vecchia protesi cognitiva spazzata via dalle neuroscienze); e la farmacologia ha risolto ogni problema fisiologico, come nei casi del Cresswell (nanoparassita intestinale che permette all'élite di umanità benestante abitudini bulimiche e look anoressico) o del Preservatex (che permette ai vecchi di «scopare» anche se «con movimenti rachitici».

In realtà - lo sì vede già da questi pochi tratti - il concentrazionario prevale sul sognante. Al punto che forse proprio questo attirava Kubrick su tutto: questa dimensione di dissolvenza prolungata tra realtà e allucinazione, tra orrore oggettivo e proiezione psicotica. Ma tutti gli elementi del miniciclo sono a ben vedere kubrickiani. Lo è, ovviamente, l'interrogazione sul disseminarsi della coscienza lungo tutti gli stati-strati della materia, dai neuroni al silicio. Lo è, di conseguenza, proprio l'incrocio-inversione tra l'umanizzazione dell'inumano (le - lachrymae rerums - virgiliane) e la disumanizzazione dell'umano: cosa sono infatti lo struggente amore larvale di David per la mamma (simile a quello di Pinocchio per Geppetto, tenuto da Kubrick a modello) o lo choc che prova davanti ai suoi mille cloni (e che gli rivela di essere «un prodotto») se non prolungamenti dello strazio emotivo-cognitivo di Hal 9000? E cos'è, a rovescio, la «mancanza di espressione della mamma» che terrorizza il bambino se non l’ennesima icona di un umano-marionetta, come quella, tra le tante, del Reverendo Runt in Barry Lyndon, film in cui guarda caso le zoomate retrograde svelano spesso paesaggi «naturali» alieni, estranei non solo al Settecento ma alla Storia tutta?

E lo è, ancora, l'accentuazione politica di una simile tirannia deterministica (genetica) sui destini e i comportamenti della specie: tanto che è impossibile non vedere la contiguità tra la logica potere-denaro-alienazione in Aldiss (con il lavoro-produzione che devitalizza umani e artefatti) e in Kubrick (il sabba elisabettiano-ecclesiastico dell'orgia in Eyes Wide Shut).

Su quest'ultimo punto, decisivo, la cerniera visiva è data dalle maschere, segni del potere come principio che consuma i potenti stessi: in Aldiss sono quelle dei manager delle corporations durante le riunioni (tagliate da «occhi freddi, calcolatori», più artificiali delle maschere stesse); in Eyes Wide Shut sono quelle - veneziane, picassiane, ensoriane - dalle fisionomie oscene e intercambiabili, che sintetizzano tutti insieme i (non)volti dei colonnelli delle dittature, dei burocrati sovietici, dei piduisti e dei democristiani descritti da Pasolini.






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