Opposizioni su Il mondo alla rovescia"
di Mario Fabiani
Qualcuno potrebbe pensare che io sia un nostalgico della SF degli anni 70: in effetti, dopo "Female Man" della Russ (1975) e "Crash" di Ballard (1973), questo "Inverted world" del 1973 non farebbe che confermare questa strana tendenza del recensore.
Il fatto è che, come già ho cercato di evidenziare altre volte, l'attuale mercato italiano della narrativa fantascientifica non offre grandi alternative. Le cose migliori che escono oltreoceano spesso non vengono prese in considerazione da noi, magari perché considerate troppo trasgressive nei confronti del canone della commerciabilità (magari sarebbe il caso di rivederlo un attimo, questo canone ... ). Non resta quindi che rivolgersi alle ristampe, che a volte danno l'occasione di apprezzare opere che rientrano in quel ristretto campo che comprende la fantascienza cosìdetta intelligente, il cui passato successo commerciale permette all'editore di tranquillizzarsi circa gli esiti dell'operazione. Giacchè si sa che il revival" tira sempre...
Cristopher Priest è uno di quegli scrittori che rimangono ai margini del cosiddetto gotha degli scrittori di fantascienza più celebri. Spesso è da questa fascia di autori magari solo occasionalmente legati al genere (e proprio per questo meno consapevoli dei suoi luoghi comuni) che vengono testi non del tutto convenzionali, portatori di stimoli che fanno parte sì delle potenzialità del genere stesso, ma che sovente non vengono sviluppati dagli specialisti. Un altro valido rappresentante di questa categoria è David G. Compton, autore di opere tanto innovative quanto poco conosciute e studiate.
Priest non ha l'abilità tecnica di Compton, tuttavia la brillantezza delle sue intuizioni speculative, almeno nel testo in esame, è tale da compensare la relativa convenzionalità dell'apparato formale.
Ciò che appare subito evidente in "Inverted world" è l'importanza che assume la strutturazione spaziale dell'universo narrativo. È necessario a questo proposito inquadrare "Inverted world" nell'ambito del testo-fantascienza al quale appartiene. L'esperienza critica applicata alla SF ha evidenziato in numerose analisi un rapporto di opposizione che si può quasi considerare un modello statutario del genere. Si tratta di quella ricorrente opposizione che vede contrapposti i due termini:
INTERNO vs. ESTERNO
un rapporto che racchiude in sé una serie infinita di valenze simboliche e culturali e che si attualizza perciò in altre sovrastrutture, ad esempio del tipo CULTURA - NATURA (città vs campagna), o INFERNO - PARADISO (terra-cielo/spazio), ecc.
Ciò che questa opposizione (così come qualsiasi altra) implica, è lo svilupparsi di un qualche tipo di dialettica che da luogo e motivo di esistere. alla dinamica narrativa. Fulcro dell'agire dinamico-dialettico è in genere il personaggio centrale; il protagonista che si assume il compito di mediare tra i due poli spaziali compiendo un viaggio rituale, iniziatico nella prima parte (esterno → interno, o viceversa: esistono numerosi esempi per entrambe le tendenze dinamiche), attivo nella seconda, quella del ritorno in senso inverso. L'azione dell'eroe è spesso sovversiva, nel senso che egli tende a sconvolgere con la sua azione l'equilibrio spaziale del testo per stabilirne un altro, diverso, corrispondente alla propria visione del mondo, arricchita e modificata dall'esperienza del viaggio.
Anche nel testo in esame è possibile individuare un modello di questo genere. A lettura completata infatti (e vedremo in seguito il perché di questa precisazione), è possibile rappresentare questa struttura con uno schema di tipo concentrico, in cui ogni elemento più esterno contiene gli altri:
Esterno
↓
Interno
Cerchio esterno: mondo sferico
Cerchio intermedio: mondo iperbolico
Cerchio interno: città
Il bordo più spesso definisce il confine dato dalle differenze percettive dei diversi gruppi attanziali. Differenze percettive che, grazie all'uso della prima persona e del punto di vista non onnisciente da parte del narratore, coinvolgono anche il lettore. Quest'ultimo nella prima parte ha esperienza solamente del microcosmo città-mondo esterno iperbolico, e nella seconda, con la traslazione del punto di vista soggettivo, acquista consapevolezza dell'esistenza del mondo sferico. Le due linee di demarcazione sono quindi di origine diversa. La prima, la più interna, rappresenta un confine fisico, la seconda solamente un confine percettivo legato al soggetto narrante. Di qui la necessità di seguire un ordine, procedendo, come durante una normale lettura, in maniera sequenziale.
È interessante infatti notare che la prima parte dell'opera costituisce un vero testo nel testo, all'interno del quale, grazie agli accorgimenti narrativi già evidenziati, e alla conseguente assenza di onnicomprensione da parte del lettore, la vicenda appare come sviluppata secondo i canoni classici, precedentemente individuati, del passaggio. Helward Maan, protagonista di "Inverted world", compie infatti un viaggio iniziatico, e il suo spostamento spaziale corrisponde ad un'evoluzione apportatrice di una miglior comprensione del mondo.
L'esperienza di Helward si svolge nel passaggio dalla città fino ai confini del mondo iperbolico, in un universo extraterrestre regolato da una struttura geometrica paradossale. (l'iperbole appunto). E il procedimento di scoperta dei meccanismi di questo mondo, che Helward sperimenta sulla propria pelle, è veramente sconvolgente nel suo mettere in dubbio le cognizioni spazio-temporali convenzionali. Malgrado gli evidenti limiti di descrizione provenienti dalla difficoltà di parlare tramite mezzi strutturalmente inadatti di esperienze completamente altre circa il rapporto uomo-mondo, Priest riesce comunque a rendere assai efficacemente l'angoscia del protagonista nel momento in cui deve mettere in discussione i propri modelli percettivi interni per adattarli a ciò che i sensi gli comunicano quando giunge ai limiti del mondo.
Così come vuole il modello tradizionale, Helward compie il viaggio e poi ritorna al punto di partenza con un consistente bagaglio di esperienze che ne hanno cambiato la fisionomia psico-culturale. Ma (e qui si evidenzia una parziale deviazione dallo standard) ciò non lo mette in uno stato di conflitto nei confronti della città, in quanto nell'ordinamento sociale di questa il viaggio è previsto e funzionale alla maturazione dell'individuo destinato a entrare nelle corporazioni che si occupano della manutenzione della città stessa.
Helward non compie una fuga (atto trasgressivo per eccellenza) ma un'esperienza che lo mette in grado di integrarsi senza problemi in quella che è la sua funzione predestinata nel meccanismo di preservazione della sopravvivenza dell'ordine costituito.
Una volta passato da un'infanzia istintiva e inconsapevole a un’età adulta razionale e matura, egli è in grado di dare il proprio contributo al perpetuarsi dello status delle cose. È infatti dopo aver compreso la natura del mondo che egli capisce la necessità delle corporazioni e il senso del proprio ruolo. L'equilibrio spaziale della narrazione è perfettamente costruito, e l'opera è assimilabile ad altre che si sono occupate del "confronto con l'ambiente alieno" dando spesso luogo ad interessanti conflitti auto-riflessivi sulle sovrastrutture culturali e psicologiche del meccanismo percettivo. L'esercizio speculativo che il lettore è costretto a compiere rende la fruizione un processo più attivo e coinvolgente, almeno a livello intellettuale.
Naturalmente in questa fase occorre tenere conto del fatto che ci troviamo comunque di fronte ad un microcosmo esterno-interno, in cui la città (interno), come diretta espressione del mondo terrestre, presenta una serie di punti di riferimento abbastanza comuni al lettore implicito.
L'identificazione con il flusso psichico del protagonista è comunque agevole, anche se naturalmente la particolare natura del mondo esterno si riflette in alcune modificazioni culturali che investono la sfera dei rapporti spazio-temporali (la misura dell'età in miglia è l'esempio più eclatante).
Ciò che in realtà si mette più in evidenza è lo stretto rapporto del tempo con lo spazio, il continuum evidenziato dal pensiero scientifico ma niente affatto evidente culturalmente nell'universo del lettore implicito. La legge matematica che rende possibile la visione del mondo iperbolico non è altra rispetto a quella che informa la nostra visione; ma proviene dalla stessa radice. Così come Helward misura la propria età in unità spaziali, lo stesso potremmo fare noi riferendoci, ad esempio, alla distanza percorsa dalla Terra sulla propria orbita dal momento della nostra nascita.
Vivendo in un mondo che intendiamo come governato dalla dinamica spazio-temporale, la questione di come misurare l'una o l'altra grandezza è solo un problema di convenzioni.
Convenzioni che diventano poi parte delle sovrastrutture psichiche mediate dalla cultura, che a sua volta dipende dall'esperienza percettiva. Per questo certi aspetti del mondo di Helward Mann ci appaiono inizialmente strani. In realtà un semplice procedimento speculativo logico, che non mette in discussione le basi della nostra cultura scientifica, ma semplicemente ne esplora conseguenze inusuali, permette al lettore di convivere tranquillamente con l'universo di "Inverted world". Un procedimento speculativo che anche Helward compie: dopo aver sperimentato percettivamente la realtà del mondo, egli ha la possibilità di inquadrarla culturalmente tramite le istruzioni di Destaine, che rappresentano la summa del pensiero di interpretazione del mondo.
L'opposizione interno-esterno, si attualizza quindi anche in normalità-anormalità. La normalità è l'ambiente chiuso della città in cui il continuum spazio-tempo assume connotati che sono anche quelli della Terra (e del mondo del lettore implicito), l'anormalità è il mondo esterno, alieno per definizione e per essenza, comprensibile razionalmente ma non vivibile in maniera naturale se non a costo di radicali rivolgimenti dei propri modelli di rappresentazione della realtà. Rivolgimenti che vengono affrontati in parte dagli appartenenti alle corporazioni, i quali vivono prevalentemente all'esterno e finiscono per assumere atteggiamenti diversi rispetto ai cittadini normali. Si creano così due gruppi attanziali contrapposti, i cui rappresentanti principali a livello narrativo sono rispettivamente lo stesso Helward Mann e la moglie; gruppi che rispecchiano la dicotomia spaziale dell'universo. La struttura profonda di questa dicotomia si può così schematizzare:
.......................................Interno.....................................Esterno
...............Cittadini (moglie di Hellward)............Corporazioni (Helward Mann)
....................................Non conoscenza...................................Conoscenza
Lo status sociale dei due gruppi è strettamente legato alla cognizione del mondo e alla conoscenza più o meno profonda delle regole che ne stanno alla base. Una conoscenza, che per gli appartenenti alle corporazioni è basata, così come quella scientifica moderna che informa pesantemente il nostro mondo, sull'approccio empirico alla realtà, e che comporta l'inquadramento delle esperienze percettive in leggi che ne spieghino e ne giustifichino la natura nell'ambito di un meccanismo globale.
L'intera impalcatura culturale del testo è così perfettamente assimilabile a quella del pensiero occidentale che ci permette di interagire con il mondo tramite una visione che ha assunto con il tempo i connotati di visione naturale.
È tuttavia la nozione di mondo alieno che modifica lo status della conoscenza all'interno dei vari soggetti percettivi fino a creare la gerarchia sociale del mondo iperbolico. Gli abitanti del microcosmo, siano essi cittadini o appartenenti alle corporazioni, hanno come attributo principale quello di essere alieni al mondo in cui vivono. Essi, così come ci viene rivelato nella prima parte del romanzo, vengono dalla Terra, quindi da un altro assetto spazio-temporale, quell'assetto che definisce il grado di normalità. Da qui l'esigenza per i cittadini di mantenere una simulazione di ambiente terrestre che riproduca, in condizioni diverse da quelle naturali, gli aspetti percettivi del mondo di origine.
Come in un testo dickiano, dunque, i cittadini vivono in un sistema chiuso, che riproduce in scala le sembianze della Terra; e che è solo una parte di un universo esterno in gran parte inconoscibile le cui leggi sono forse intuibili razionalmente ma con il quale l'interazione percettiva è pericolosa, a causa dello sconvolgimento delle proporzioni spazio-temporali.
Il sapere scientifico (le istruzioni di Destaine) è qui l'unico intermediario possibile tra un mondo percettivamente alieno e incomprensibile e la mente razionale degli individui che vi si trovano. Per questo solo alcuni elementi, particolarmente adatti e istruiti al procedimento razionale, sono in grado di affrontare la prova iniziatica dello sconvolgimento sensoriale e di inquadrarlo in una serie di regole atte a preservare il dominio del mondo, il controllo delle proprie condizioni di sopravvivenza. Gli altri, i cittadini, esclusi dalla selezione delle corporazioni, continuano a vivere in una dorata illusione, un mondo simulato che solo grazie all'opera dei consapevoli riesce a mantenere le proprie sembianze simil-terrestri, ed è continuamente minacciato da una tendenza alla deformazione dovuta alla natura iperbolica dell'universo circostante.
Il passaggio dalla categoria inferiore a quella superiore nella gerarchia sociale della città avviene in coincidenza con il passaggio alla maggiore età dei cittadini selezionati, facendo così corrispondere all'elevamento sociale un valore di maturazione psichica che conferisce agli appartenenti alle corporazioni un superiore status intellettuale e spirituale. La maggiore consapevolezza del mondo esterno, acquistata poi tramite il viaggio iniziatico, assume la connotazione più ampia di una condizione adulta che si contrappone a quella infantile degli altri cittadini.
I depositari del vero sono destinati, in una concezione paternalistica della società, a vivere pienamente il proprio mondo assumendosi le responsabilità delle proprie azioni. Azioni che, secondo un codice morale del tutto utilitaristico, sono volte a perpetuare la propria sopravvivenza e quella dei concittadini inesperti. In questo contesto, gli avvenimenti imprevisti che mettono in crisi le difese della città e rendono disponibile alla maggior parte dei cittadini un più alto grado di consapevolezza del mondo esterno, provocano una pericolosa e incontrollata redistribuzione della conoscenza. I fattori di conflittualità, già presenti a causa della netta discriminazione nella distribuzione del potere tra le due categorie di cittadini, provocano incrinature nello status costituito. Incrinature già magistralmente simboleggiate, alla fine della seconda parte dell'opera, dalla separazione dei due personaggi-simbolo, Helward e la moglie. La struttura gerarchica traballa di fronte alla pressione di una massa che pare voglia sovvertire l'ordine costituito e fermare l'incessante marcia della città, appaiono così come diretta conseguenza di una non completa comprensione delle regole che fanno muovere il mondo, un'esplosione di irrazionale volontà di potere che rischia di minacciare la sopravvivenza della città.
Una sorta di mini-laboratorio speculativo sociologico-culturale, quindi, è quello che Priest ci propone in questa mini-utopia. L'oggetto è il possibile predominio illuminato del pensiero scientifico, accessibile in maniera completa solo ad un elite di esperti predestinati, che grazie alla propria competenza specialistica sono in grado di decidere le sorti del mondo.
Un governo della scienza, o meglio degli scienziati, che pare essere oltremodo di attualità e auspicato da alcuni difensori della verità scientifica. È infatti diffusa convinzione che solo la scienza sia in grado di comprendere e risolvere i problemi del mondo, e che solo la miopia di taluni condizionamenti economici e politici impedisca agli illuminati di accorrere in aiuto della sopravvivenza delle masse ignoranti e condizionate.
Un certo tipo di SF (per lo più scritta da scienziati, è bene ricordarlo) ha per anni proposto, in maniera più o meno camuffata, questo tipo di utopia non troppo elaborata e facilmente assimilabile dal lettore implicito medio, infarcito di pseudo-cultura scientifica e alquanto a digiuno di pensiero filosofico.
Priest dimostra qui di conoscere bene questo tipo di istanza culturale della SF. La sua versione di utopia aliena è ben ricalcata dai più classici esempi del genere, con in più la straordinaria intuizione del mondo iperbolico; un'intuizione che piacerebbe ad A.K. Dewdney (l'autore di "(ri)creazioni al calcolatore", la celebre rubrica di "Scientific American" - "Le scienze" in Italia - che si dedica alle ipotesi e alla simulazione computerizzata di mondi alternativi resi possibili dalle evoluzioni più ardite della teoria matematica).
Così come i risultati delle equazioni frattali più complesse sembrano avvicinarsi in modo inquietante a quello che fino a ieri appariva come il caos naturale, rivendicando alla scienza una sempre maggior comprensione del reale, così la teoria del mondo iperbolico sembra spiegare in modo perfetto qualcosa che all'istintiva percezione sensoriale appare come un reale deforme e privo di un ordine qualunque.
Ma naturalmente una costruzione così straordinariamente raffinata non poteva essere semplicemente funzionale ad un esercizio, per quanto geniale, di speculazione scientifica. Ne tanto meno si poteva pensare ad un'istanza di tipo sociologico, vista la povertà dei presupposti (peraltro purtroppo comuni a tanta SF).
Priest in realtà costruisce un universo narrativo così strutturato solo per poterne discutere in maniera critica nell'ultima parte del libro.
Significativamente il testo si scompone in quattro parti che a loro volta sono raggruppabili in due sezioni principali. La prima, già esaminata, e dedicata al microcosmo del mondo iperbolico, comprende le tre fasi dell'evoluzione spaziale e quindi della maturazione psichica e culturale del protagonista Helward Mann.
La seconda sezione costituisce invece il metatesto che ci fa prendere coscienza della completa strutturazione spaziale dell'opera, e comprende la parte quarta, nella quale fa la sua apparizione la seconda entità narrante: Elizabeth.
Qui assistiamo dunque ad una completa ridefinizione del punto di vista. Il passaggio dal personaggio di Helward a quello di Elizabeth è abbastanza traumatico, almeno all'inizio, per il lettore, in quanto non esiste alcun tipo di istanza narrativa onnisciente che renda conto di una visione del mondo univoca. Semplicemente, così come il narratore-Helward dava per scontata la propria realtà, il narratore-Elizabeth legittima una visione completamente diversa dello stesso universo. È inevitabile per il lettore una revisione dei codici di lettura fino a questo punto adottati. Attraverso la vicenda di Elizabeth, che vive anch'ella un'esperienza di viaggio passando attraverso tutti gli spazi concentrici del testo, è possibile ricostruire un'ulteriore ordine del mondo che è quello evidenziato nel primo schema.
La scoperta del fatto che la città non si trova su un pianeta alieno ma sulla Terra, immersa in un campo che produce energia e induce modificazioni permanenti delle percezioni di coloro che vi si trovano, naturalmente induce alla ridiscussione di tutto il sistema sociale e culturale del microcosmo iperbolico. Il tutto si rivela essere solamente la folle creazione di un mad scientist, una struttura costruita sulla base di una beffarda illusione percettiva. Già questo implica una corrosiva azione critica nei confronti del potere illuminante del pensiero scientifico, soprattutto di quel pensiero che rinuncia ad un continuo confronto col reale e quindi alla propria redefinizione; un pensiero assolutista e cristallizzato che ha in realtà poco a che fare con la vera natura della scienza, ma che ne rappresenta sicuramente una deformazione nella direzione del trascendente. Fondamentale ed efficace in questo senso l'episodio della costruzione del ponte sul mare, estremo e folle tentativo di perpetuare una concezione del mondo inevitabilmente minata alle fondamenta dalla crisi venuta dall'esterno.
È quindi Elizabeth, e non Helward, l'elemento perturbatore, il personaggio che compie anch'ella un viaggio esplorativo-iniziatico (ma stavolta in forma di fuga) e provoca la ridefinizione della struttura spaziale-sociale-culturale dell'universo narrativo. Helward si configura in realtà come simbolo della crisi del pensiero razionale inteso come fede, dell'esperienza percettiva come fonte primaria da cui trarre un codice di interpretazione del mondo. L'acquisizione del mondo sferico gli è impossibile in quanto genera un conflitto psicologico insanabile, dal quale non può che uscire sconfitto.
Ed è proprio questo, alla fine, l'asse interpretativo che percorre tutto il testo: il ruolo della percezione nel definire il rapporto, razionale o no, tra l'uomo e il mondo che lo circonda.
Helward vive solo un'esperienza illusoria, ma le sue percezioni lo condizionano a tal punto da portarlo al limite della sopravvivenza fisica, nel suo viaggio ai confini del mondo iperbolico. Dal suo punto di vista, come l'autore ce lo propone, senza filtri di alcun genere, questo mondo è reale, e né lui né il lettore sono in grado di vedere oltre, ciò che è dopo e allo stesso tempo sotto il tessuto di quanto è dato dalla percezione. Allo stesso modo, Elizaheth non è in grado di avere esperienza del mondo iperbolico, anche se può forse capirne i presupposti teorici. Secondo i metri percettivi, che sono quelli normalmente accettati come base delle nostre attuali comuni visioni del mondo, non esiste una gerarchia degli spazi così come evidenziata dallo schema, dato che entrambi gli universi assumono la stessa consistenza nell'esperienza di coloro che li osservano e li vivono.
Solo l'autore, nella sua dimensione demiurgica di arbitro unico dell'alternarsi dei punti di vista narrativi, può stabilire una gerarchia, e sistemare le cose in maniera almeno apparentemente tranquillizzante. Ma nel lettore, drammaticamente coinvolto nell'esperienza di Helward, rimane un legittimo e del tutto consapevolmente provocato dubbio: Ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, potrebbe essere solo un inganno che ci nasconde una serie infinita di mondi possibili. E non pare un dubbio da poco…
..................................luogo..................................status
parte prima...................città...............................infanzia
parte seconda...........mondo esterno (il viaggio).................passaggio
parte terza...................città................................maturità
da "Intercom" n. 120/121, dicembre ’91
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