Ballard e la fantatecnica
di Rolando Mora
Ad un'umanità la quale, come attualmente la nostra, teme con ragione una prossima saturazione su d un pianeta che diventa sempre più accessibile (e di conseguenza più piccolo) ed a cui le speranze di espansione nello spazio universale si sono spente nel momento che vide astronauti mettere piede sulla luna, non rimane che il sogno od occhi aperti.
Come in definitiva è il genere fantascientifico, che occupa giustamente un posto di rilievo, destinato ad espandersi ed a fiorire ancoro più a lungo nella narrativa contemporanea.
Così verso quel genere continuano a convergere le varie facce della narrativa, da quella di avventure a quella introspettiva, dal fumetto per bambini alle divagazioni sociologiche e filosofiche di Aldous Huxley.
Ed è con curiosità che notiamo, nel libro in questione, come il genere cosidetto fantascientifico abbia conglobato la narrativa decadente fiorita o cavallo dei secoli XIX e XX, da Lautréamont, apparso in una parte del libro, a Huysmans citato nella bella introduzione di de Turris e Fusco, a Wilde, a d'Annunzio, fino o Maurice Dekobra e Guido da Verona, dei quali ultimi il Ballard appare un interessante continuatore.
Le stesse donne fatali, carnalmente mature e moralmente disfatte, cascami di un mondo appassito dove la rovina morale ha superato quella materiale, vi agiscono con elaborate stramberie, e continuano ad immanervi, mediante congegni di fantatecnica, anche quando il mondo arido e barocco, del tutto posticcio e artificiale, delle sabbie vermiglie è abbondonato e calato in rapida rovina.
Appunto più che alla fantascienza il libro di Ballard è da classificarsi appartenente ad una, diciamo, "fantatecnica" nel caso in questione di tipo decadenziale, con alcuni sprazzi di indovinata ironia, come ad esempio in "Studio 5" la descrizione della sindrome da spioggia.
Non è da escludersi che qualche congegno del tipo di quelli ideati dall'autore possa essere introdotto nella gestione delle vacanze da parte di grandi aziende internazionali del tipo "Club mediterranée", perché alcuni di questi, come le statue sonore (i cui prototipi, i famosi colossi di Mennone, sensibili ai raggi solari in certe ore del giorno, furono creati nell'antico Egitto) appaiono di possibile attuazione.
Tutto in "Vermillon Sands" è dissoluzione, echi ripetuti di casi della recente cronaca, vissuti dalle sue donne sceme e tenebrose, mostri di ricercatezza pacchiana, ostentazioni di banale kitsch.
J.G.B. estrae dal vecchio armadio del casi letterari gli scheletri del più consunto romanticismo, li rimpolpa con plastilina di stampo liberty, li ridipinge con una vernice vagamente mondana, e li rimette in circolazione attingendo spunti ed idee dall'archivio letterario, come ne "Il gioco degli schermi" dove l'eroina Emerelda Garland ci si mostra immersa in scenari di cartapesta i quali tengono il posto del mare e dei palazzi di Venezia nei quali d'Annunzio fece agire la sua Foscarina, personificazione, come ben si sa, della diva Eleonora Duse, famosissima attrice da lui amata.
Nella vendetta della scultrice ("Venus Smile") l'idea della statua che cresce, cresce, occupa, rompe irresistibilmente sembra attinta da una commedia di Jonesco dove è messo in scena un cadavere il quale, nella casa dove è morto da poco cresce, cresce, cresce anch'esso, e anche esso occupa, rompe, invade.
Nel mondo fatiscente di "Vermillon Sands" le cose si muovono da sole, gli abiti acquistano vita inquietante e possono uccidere, come la mitica camicia di Nesso della quale fu vittima Ercole, chi li indossa, le case continuano ad essere occupate dai fantasmi dei precedenti abitatori che vi si sovrappongono con animazione talvolta violenta, ivi precedentemente fissati mediante fantascientifici congegni.
Nel complesso, fatte le debite osservazioni sulla sua relativa originalità, il libro si legge bene, non annoia, ed >è piaciuto, a noi che ci occupiamo precipuamente di poesia, il racconto "Studio 5", interessante allegoria sulla poesia e sul sentimento, difesi da una vecchia poetessa prolifica (di versi), petulante, invadente, presentata con appropriata ironia.
da "Oltre" n. 2, luglio ’79
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