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Tre suggestioni epistemologiche-nanotecnologia, teoria del caos e realtà virtuale nella "Nuova fantascienza"


di Franco Ricciardiello


Il terzo romanzo di cui voglio occuparmi, anch'esso facilmente reperibile in libreria, è La spiaggia d'acciaio del texano John Varley. Il pianeta Terra è stato invaso da una invincibile razza extraterrestre allo stato gassoso, gli esseri umani superstiti si sono rifugiati sulla Luna, al di sotto della superficie, dove hanno creato un mondo artificiale tecnologicamente molto avanzato. Un sofisticato computer è in grado di risolvere qualunque problema individuale o bisogno collettivo, la medicina e la nanotecnologia possono curare ogni malattia, ricostruire organi e tessuti, permettendo addirittura a chiunque di cambiare sesso a piacere. Ma in questa condizione virtualmente paradisiaca i suicidi sono in aumento, e la situazione si fa tragica quando persino il Computer Centrale prova tendenze autolesioniste, tanto che la protagonista si rende conto del precario stato dell'umanità, sempre più simile a un pesce in agonia sulla spiaggia d'acciaio della tecnologia.

Ecco un dettaglio dell'operazione per il cambiamento di sesso di Hildebrandt alias Hildegard Johnson, il/la protagonista:

"Iniettati nel flusso sanguigno, reagivano alle condizioni che vi trovavano, gravitavano intorno ai posti di lavoro assegnatigli mediante gli stessi processi con cui gli ormoni e gli enzimi trovavano la strada nel corpus, localizzavano i punti giusti sfruttando a mo' di tessere di mosaico frammenti di quegli stessi regola tori corporei sia come mappe che come appigli, ci si aggrappavano e cominciavano a muovere le chiappe. I più piccoli penetravano tra le pareti delle singole cellule ed entravano nello stesso DNA, leggendo gli amminoacidi come grani di un rosario, effettuando tagli e giunture accuratamente pianificati. I più grandi, dotati di veri e propri motori, manipolatori, transistor, viti, raschietti, memorie, bracci [ ... ] insomma questi si raggruppavano in siti specifici ed eseguivano i lavori più pesanti. A ogni microbot sarebbero stati affidati un frammento del mio codice genetico e un altro sintetizzato da Bobbie, con funzioni di camme eccentriche che avrebbero fatto svolgere ai minuscoli dispositivi il loro particolare compito. Per esempio, alcuni mi sarebbero finiti nel naso, e avrebbero cominciato a trinciare qui, erigere là, servendosi del mio stesso corpo e di sostanze nutrienti trasportate da microbots da carico. Il materiale di scarto veniva raccolto allo stesso modo e traghettato via dal corpo. In questo caso si poteva aumentare o calare di peso piuttosto in fretta. Nel mio caso, avevo stabilito di venir fuori dal Cambiamento con 75 kg in meno.

I nanobot lavorarono con diligenza per adeguare il terreno alla mappa. Quando fu così, quando il mio naso fu della forma che voleva Bobbie, smontarono dal lavoro e furono fatti scorrere via, deprogrammati e imbottigliati in attesa del cliente successivo.

Non c'era niente di nuovo e spaventoso in tutto ciò. Era lo stesso principio delle pillole che si possono acquistare senza ricetta per cambiarsi nel sonno il colore degli occhi o la fantasia dei capelli. L'unica differenza era che i nanobot delle pillole erano troppo scadenti per essere ricuperati; una volta terminato il lavoro, si limitavano a disattivarsi e finire nei reni, e lì si pisciavano via. Per lo più, si trattava di tecnologia già vecchia di cent'anni, e in parte anche più antiquata." (Pag. 159}.

E questo è tutto per quanto riguarda la nanotecnologia nella fantascienza. Almeno per ora.






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