Tramonto e catastrofi secondo Richard Cowper
di Bruno Baccelli
L’imminente uscita di Il tramonto di Briareo (SF Narrativa di Anticipazione, Ed. Nord) di Richard Cowper feliciterà i tenui palpiti di generazioni scioltesi in lacrime dietro le coreografie dei soliti Martin, Bradbury e Sturgeon. E ci sarà ben poco di cui godere.
Di questo britannicissimo scrittore, che preferisce pubblicare i suoi lavori negli States, si conoscevano due narrazioni brevi, sobrie quanto poco spumeggianti, e che, a lato di simpatie passatiste, convogliavano le attenzioni sul titanico soggetto del Tempo, la cui predeterminazione avvince l'autore non meno delle nebulosità vittoriane.
La minuzia (ma sarebbe il caso di prenderla per "pittoresco") di Il manoscritto Hertford stimolava Laura Serra ad una pagina e mezza di scritture sui presupposti filosofici di un racconto che, fatti i debiti richiami a Wells, resta un bizzarro tributo, al pari di La macchina dello spazio di Priest, a icone che nessuna. new wave ha mai intaccato.
Da parte sua, questo The twilight of Briareus non può non richiamare nelle prime battute degli antecedenti classici, e ben diversamente modulati, quali Il giorno dei trifidi di Wyndham e L’inverno senza fine di Christopher ma, ahinoi, finiti gli omaggi, finita la festa.
Dopo due vivaci capitoli iniziali ed un terzo accettabile alla lettura ma già evidenziante una corda tutt'altro che funzionale, Cowper precipita in una scrittura degna del peggiore Fred Hoyle, dove il guazzabuglio ha regole da cartone animato. La catastrofe parziale qui descritta non serve certo da catarsi, laddove ancora Christopher ma particolarmente Ballard insegnavano, bensì da sfilacciamento dal quale ricavare pagine a dozzine di nessun rilievo, come di nessun rilievo sono i personaggi e le loro vicende.
Dopo che Delta Briareus si è trasformata in supernova provocando flagelli sulla vecchia Terra, sterilità umana, mutazioni cerebrali, risciacquatura di pogrom suscettibile di essere oltraggiosa perfino agli occhi del più ottuso dei liceali, il nostro Cowper (che ha il malvezzo di titolare capitoli come "Apoteosi di un trascendentalista" e "Diplomutante itinerante"), se ne esce fuori con una nascita miracolosa allo sbocciare del terzo millennio e martirio/sacrificio del fresco genitore la cui onorevole professione, nella vita di "tutti i giorni", era d'insegnare l'inglese, come lo stesso Cowper, incidentalmente.
Ora, il guaio non sta nel fatto che questo sia molto meno di un romanzo e meno ancora d'un mediocre romanzo di fantascienza, ma piuttosto nella rovinosità di un tizio che sa pure scrivere con qualche cognizione ridotto (rotto!) ai più bassi compromessi con platee che evidentemente ricercano questo genere di cose. Il mezzo migliore per salvare la faccia non è certo quello prescelto da Cowper allorchè farcisce il testo con citazioni del misticismo galoppante, da Matthew Arnold a Wordswoth a Shakespeare.
Che Cowper abbia inteso, in un certo senso, riscrivere questo romanzo a distanza di quattro anni, secondo schemi se non di espressione artistica perlomeno di buona tolleranza con l’immaginario, dovrebbe quantomeno evidenziare il disagio -per usare termine morbido- del precedente Briareo.
The road to Corlay nasce come seguito al racconto The piper at the gates of dawn del 1976 e raccoglie elementi già contenuti in I custodi, l'altro suo scritto noto in Italia. The piper… narrava il martirio di un miracolante pifferaio tredicenne ad opera della chiesa di stato nell'Inghilterra dell'anno 3000, mentre il romanzo successivo, sempre fiorente di ibridi tra il biblico e il millennaristico, già si occupa della persecuzione dei seguaci del pifferaio raccolti imprecisamente in una sorta di confraternita. La frequenza dei corsi e ricorsi para-religiosi non deve tuttavia indurre nell'errore di considerare queste opere per ciò che non sono.
Quello che invece sono è palesato ampiamente dalle strutture adottate, tutte di marca avventurosa e ortodossamente SF (sigla da intendersi qui senza alcuna tensione alla speculative fiction) nel pieno rispetto di una regola che vuole la preponderanza dell'immagine/immaginario sul reale/realistico.
Il moto macchinico è nè più nè meno lo stesso che fa da spina dorsale nei telefilm della serie "Kronos", dove uno o più temponauti, a prescindere da ogni logica. Vengono osservati e ascoltati nelle loro peripezie su e giù per il continuum televisivo.
In questo senso The road to Corlay, con le sue cadute romantiche men che anacronistiche, con i suoi vincoli di trama annunciati quanto mai enunciati, risolve pienamente i sistemi e le meccaniche che fanno della fantascienza un ricettacolo di ogni passatismo -questo si - genuinamente popolare ed intransigente a qualsiasi sviluppo (intendendo per tale il prendere piede in forma autonoma di elementi creativi che davvero non sarebbero all'ordine del giorno in quel mostruoso edificio dell’arte di scrivere SF, ma che proprio per questo, e per ignoranza sistematicizzata i commentatori del regime-settore vanno a definire come sperimentali, e avanguardistici), inoltre, grazie ad una messe di aggettivi ad uso scolastico, il romanzo trova una sua collocazione tra le opere "poetiche" dell’ambiente. E viene ad essere se non altro della buona evasione.
Opere citate di Richard Cowper:
LE CREPUSCULE DE BRIAREUS (THE TWILIGIIT OF BRIAREUS, 1974), Présence du Futur, Denoël, 214, 1976
LA ROUTE DE CORLAY (THE ROAD TO CORLAY, 1978), Présence du Futur, Denoël, 278, 1979
Le chant aux portes de l'aurore (The piper at the gates of dawn, 1976), in LES GARDIENS (THE CUSTODIANS, 1976), Présence du Futur, Denoël, 259, 1978
I custodi (The custodians, 1975), in Robot speciale 3, Armenia, 1977
Il manoscritto Hertford (The Hertford manuscript, 1976), in Robot 30, Armenia, 1978
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