Caligari, il piacere della paura
di Paolo Mereghetti
Nel 1919, a Berlino, c'era chi si lamentava che l'espressionismo «lusinga ed edifica figlie di ecclesiastici e mogli di industriali» per sottolineare come il movimento che aveva cambiato le carte dell'arte, del teatro e del cinema fosse diventato una specie di divertimento alla moda, buono al massimo per dare una rinfrescata alle scenografie del Luna Park della capitale tedesca, ridipinte in stile espressionista proprio in quegli anni. Eppure, quando il 26 febbraio 1920, sugli schermi del cinema Marmorhaus, sulla centralissima Kurfüstendamm berlinese, arrivò Das Cabinet des Dr. Caligari l'effetto fu sconvolgente: quattro settimane di programmazione esclusiva testimoniano un successo di pubblico che non smise neppure quando il film arrivò in altri cinema della città. «Täglich ausverkauft» si leggeva sui giornali: esaurito tutti i giorni, mentre la città era tappezzata dai manifesti con il misterioso slogan «Du muss Caligari werden!», devi diventare Caligari!
Cos'aveva di tanto insolito quel film, scritto da due giovani «immigrati» - Hans Janowitz era cecoslovacco, Carl Mayer austriaco - e diretto da un regista di «seconda scelta», visto che prima di arrivare nelle mani di Robert Wiene doveva essere diretto da Fritz Lang? Molto semplicemente, per usare le parole di Siegfrid Krakauer, il fatto che Caligari fa vedere «l'anima al lavoro», un'anima però che oscilla tra tirannia e caos, da cui non sembra esistere alternativa possibile, perché dopo una prima parte di incubi e paure, dove un ipnotizzatore dà l'impressione di comandare sulla vita delle persone, ecco che la tanto agognata e rassicurante normalità inseguita e cercata si rivela peggio delle paure iniziali: la «normalità» è un manicomio dove la follia regna sovrana.
Per Krakauer, il film di Wiene era una lucida e premonitrice anticipazione della minaccia nazista che stava per incombere sulla Germania e che di lì a qualche anno avrebbe sprofondato il Paese dentro un'agghiacciante atmosfera d'orrore. Proprio come quella che affascinò e terrorizzò insieme il pubblico tedesco, accorso in massa a decretare il successo del film.
Per questo è benemerita l'iniziativa del «Cinema ritrovato» di Bologna che ha deciso non solo di rieditare in un nuovo dvd l'edizione appena restaurata del film ma anche di distribuirlo nei cinema di tutta Italia. L'ha fatto assieme al Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau, il film che due anni dopo il Caligari dava vita sullo schermo al mito di Dracula e che offriva nuova materia di riflessione su quella «sinfonia dell’orrore» che stava impadronendosi della Germania, raccontando come una città e i suoi abitanti si stavano accasciando e ripiegando di fronte all'avanzata del Male e del suo rappresentante adunco e ossuto.
Oggi siamo abituati a considerare quei due film dei capolavori della storia del cinema di cui notiamo soprattutto le qualità artistiche. Ma la possibilità di tornare ad ammirarli in copie perfette, proiettate su grande schermo con un impeccabile accompagnamento musicale, potrebbe essere l’occasione per ritrovare quella sensazione primaria di paura e di orrore che al di là di ogni caratteristica estetica ne hanno decretato il successo e favorito la popolarità.
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