Vampirobot
Roger Zelazny
Questo posto li terrorizza letteralmente. Durante il giorno vanno in giro sferragliando tra le pietre tombali, se viene loro ordinato, ma nemmeno il Controllo Centrale può costringerli a farlo durante la notte, malgrado siano provvisti di raggi ultravioletti ed infrarossi; e poi non entrerebbero mai nel Mausoleo. Il che rende la vita molto facile per me.
Sono superstiziosi: è un istinto innato che fa parte dei loro circuiti. Furono progettati per servire l'Uomo, e, durante la sua breve avventura su questa terra, sono stati condizionati al rispetto e alla devozione, come pure alla paura. Persino l'ultimo degli uomini, Kennington, fu ubbidito da ogni robot esistente finché visse. La sua persona era addirittura oggetto di venerazione, ed ogni suo ordine veniva prontamente eseguito.
Perché un uomo è sempre un uomo, vivo o morto che sia, ed è per questo che i cimiteri sono un insieme d'Inferno, Paradiso e di strane sensazioni, e resteranno separati e lontani dalle città fintantoché la Terra durerà.
Eppure, mentre io mi prendo gioco di loro, guardano dietro le pietre tombali, e sbirciano dentro le fosse.
Io, il Disinserito, sono una leggenda. Solo una volta su un milione un montaggio difettoso come il mio sarebbe potuto passare inosservato, eppure accadde, e dopo fu troppo tardi. Potevo isolare il circuito che mi collegava al Controllo Centrale a mio piacimento, ed essere un robot libero, completamente padrone dei mie movimenti. Mi piaceva visitare i cimiteri, perché erano tranquilli e diversi dal pazzesco rimbombo delle fabbriche e dallo sferragliare della folla. Mi piaceva guardare quelle cose verdi, rosse, gialle e blu che crescevano vicino alle tombe. E non avevo nessuna paura di certi posti, perché anche il mio circuito della paura era difettoso. Perciò, quando mi scoprirono, mi tolsero i centri vitali e mi gettarono tra i rottami.
Ma il giorno dopo io ero scomparso, e la loro paura fu grande. Ora, non ho più una batteria incorporata, ma le stravaganti bobine contenute nel mio torace funzionano da accumulatori. Tuttavia hanno bisogno di frequente alimentazione, e c’è un solo modo per ottenerla.
Quella del Vampirobot è la più spaventosa tra le leggende che vengono raccontate, sottovoce, tra le lucenti torri d'acciaio, quando il vento notturno sospira, con il suo carico di paure antiche, dei tempi in cui esseri non metallici camminavano sulla Terra. I semivivi, i predoni su ordinazione, gridano ancora nel buio dei centri vitali di ogni robot.
Io, il Disinserito, l'insoddisfatto, vivo qui in Rosewood Park, in mezzo ai cespugli di mirto, alle pietre tombali e alle statue di angeli spezzate, insieme a Fritz - un'altra leggenda -, nel nostro Mausoleo profondo e tranquillo.
Fritz è un Vampiro, e questa è una terribile tragedia. È così malnutrito che non si può muovere, però non può nemmeno morire, per cui si limita a giacere nella sua bara, e a sognare dei bei tempi antichi. Un giorno o l'altro, mi chiederà di portarlo fuori alla luce del sole, e allora io resterò lì a guardarlo avvizzire e piano piano scomparire nel nulla, finché si ridurrà in polvere. Spero solo che non me lo chieda troppo presto.
Parliamo. La notte, quando c'è la luna piena e si sente abbastanza forte, mi racconta dei suoi tempi felici, di luoghi chiamati Austria e Ungheria, dove egli era temuto e cacciato.
«Ma solo un Vampiro d'acciaio può succhiare sangue da una pietra ... o da un robot» mi ha detto ieri notte. «È una cosa eccezionale e c'è di che essere orgogliosi: essere un Vampiro di acciaio: probabilmente tu sei l'unico esistente della tua specie.
Fai valere la tua reputazione! Dai loro la caccia! Dissanguali! Lascia il tuo segno sulle loro gole d'acciaio!».
E aveva ragione. Fritz ha sempre ragione. E ne sa molto più di me su queste cose.
«Kennington!» le sue labbra esangui sorrisero. «Ah, che battaglie abbiamo combattuto! Era l'ultimo uomo rimasto sulla Terra, e io l'ultimo Vampiro. Per dieci anni ho tentato di succhiare il suo sangue. Ci andai vicino due volte, ma lui, proveniva dal Vecchio Paese e sapeva quali precauzioni prendere. Appena seppe della mia esistenza, distribuì paletti di frassino a tutti i robot, ma a quel tempo io avevo quarantadue tombe in cui nascondermi, e quindi non mi trovarono mai. Ma ci andarono molto vicini... Ma la notte, la notte» ridacchiò.
«Allora le parti s'invertivano! Io ero il cacciatore, e lui la preda! Ricordò le sue affannose ricerche delle ultime provviste di aglio e di aconito esistenti sulla Terra; le catene di montaggio di crocifissi che faceva lavorare giorno e notte: e non era religioso! Mi sentii veramente dispiaciuto quando morì, in pace. Non tanto perché non ero riuscito a bere il suo sangue, ma perché era un degno avversario ed un antagonista degno di me. Che duelli abbiamo fatto!».
La sua voce rauca si affievolì:
«Ora riposa a cento passi da qui, sbiancandosi e disseccandosi. La sua tomba è quella grande, di marmo, vicino al cancello... Per favore, cogli delle rose domani, e portale lì».
Gli promisi che l'avrei fatto, perché c'era più affinità tra noi due, di quanta ve ne sia tra me ed un altro robot, malgrado le differenze nel nostro aspetto. E dovrò mantenere la promessa prima che il giorno finisca e si faccia sera, e malgrado vi siano cacciatori in superficie, perché questo per me è legge.
«Dannazione a loro! (È Fritz che mi ha insegnato questa espressione) "Dannazione a loro" dico sto arrivando. Attenti a voi, graziosi robot! Io camminerò tra di voi, e voi non mi riconoscerete. Mi unirò alla vostra caccia, e voi mi crederete uno dei vostri. Coglierò i fiori rossi per il defunto Kennington, e starò spalla a spalla con voi, e Fritz sorriderà all'ironia della situazione!».
Salgo i gradini rotti ed infossati, mentre da est già avanza il crepuscolo, ed il sole è già quasi scomparso ad ovest. Emergo. Le rose crescono sul muro aldilà della strada. Attaccate a grossi tubi contorti di rampicante, spiccano, coi loro boccioli lucidi malgrado la ruggine, come rosse luci di pericolo in un quadro di comando.
Una, due, tre rose per Kennington. Quattro, cinque ...
«Cosa stai facendo, robot?»
«Colgo delle rose».
«Dovresti partecipare alle ricerche del Vampirobot. Forse qualcosa ti ha danneggiato?».
«No, sto benissimo» rispondo, e lo blocco dove si trova colpendolo alla spalla. Stabilito il circuito, prosciugo i suoi centri vitali finché non sono sazio.
«Sei tu il Vampirobot!» mormora debolmente, e cade a terra con un tonfo.
Sei, sette, otto rose per Kennington, il caro estinto Kennington, morto come il robot ai miei piedi, anzi più morto, perché un tempo ha vissuto una vita organica completa, più simile a quella di Fritz e alla mia, che non alla loro.
«Cosa è successo qui, robot?».
«Lui si è bloccato, ed io sto cogliendo delle rose» rispondo.
Ci sono quattro robot e un Capo.
«È ora che abbandoniate questo luogo» dico loro «fra poco farà notte e il Vampirobot uscirà. Andatevene o vi finirà».
«Sei stato tu a bloccarlo!» risponde il Capo «Tu sei il Vampirobot».
Tengo i fiori contro il petto con un braccio, e mi giro per affrontare i robot. Il Capo, un grosso robot con funzioni speciali, avanza verso di me. Altri si avvicinano da ogni direzione. Evidentemente ha trasmesso un richiamo.
«Tu sei una cosa anormale ed orribile» dice «e devi essere reinserito per il bene della comunità».
Mi afferra ed io lascio cadere i fiori. Ma non riesco a prosciugarlo: le mie bobine sono sovraccariche, e lui porta uno speciale isolante. Mi circondano a dozzine adesso, pieni di paura e di odio. Mi distruggeranno, e quindi giacerò vicino a Kennington.
«Arrugginisca in pace» diranno loro ... Mi dispiace solo di non poter mantenere la promessa fatta a Fritz.
«Lasciatelo» La figura di Fritz, avvolta in un sudario e in via di decomposizione, compare sulla porta del Mausoleo, barcollando ed appoggiandosi alla roccia. Lui sa sempre ...
«Lasciatelo. Io, Uomo, ve lo comando!».
È cinereo ed ansima, e la luce del sole ha un effetto devastante su di lui... Un ticchettio di vecchi circuiti, e sono di nuovo libero.
«Sì, Padrone» risponde il Capo «Noi non sapevamo... ».
Prendete quel robot!» continua Fritz, puntando un dito tremante ed emaciato verso il Capo robot «È lui il Vampirobot» dice affannosamente «Distruggetelo. Quello che raccoglieva i fiori stava eseguendo i miei ordini. Lasciatelo qui con me».
Cade in ginocchio, ed i raggi del sole attraversano la sua carne come frecce.
«Andatevene via! Tutti quanti! Presto! Ed è mio preciso ordine che nessun robot entri mai più in un cimitero».
Poi crolla, ed io capisco che ora, sulla soglia della nostra casa, vi sono solo ossa e frammenti cadenti di lenzuolo funebre.
Fritz ha giocato il suo ultimo scherzo: una burla umana.
Porto le rose alla tomba di Kennington, mentre i robot escono in fila dal cancello, in silenzio, per non tornare mai più, e portano con loro il Capo robot che adesso tace. Depongo le rose ai piedi del monumento, il monumento a Kennington e a Fritz, gli ultimi esseri umani.
Ora io sono l'unico Disinserito, l'unico emarginato.
Nella piena luce del sole, vedo i robot conficcare un paletto nei centri vitali del Capo robot, e poi seppellirlo presso l'incrocio delle strade. Poi si dirigono in fretta verso le loro torri d’acciaio, di plastica. Io raccolgo i poveri resti di Fritz, e vado a deporli nella sua bara. Le sue ossa sono fragili e minute.
C'è proprio di che essere orgogliosi ad essere un Vampirobot, ma ci si sente anche molto soli.
da "Sf...ere" n. 11, aprile ’80
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