I sogni sulla Croisette
di Valerio Cappelli
Dopo alcuni film «seri», il maestro dell'immaginazione a 70 anni torna a svegliare il bambino che è in noi. «In realtà - dice Steven Spielberg - non è stato un riandare al passato, ho rivisitato qualcosa che ho sempre amato, con lo stesso spirito di quando ero giovane».
Nel paese dei giganti, Spielberg perde la misura. Il GGG è alto solo 7 metri, mentre i suoi concittadini oscillano tra i 12 e i 16 metri, e gli danno del «microbo». Il GGG - Il Grande Gigante Gentile, è il titolo del film che il maestro dello stupore ha portato fuori concorso a Cannes (applausi alla proiezione). «Nel 1982 venni al festival per E. T.: è lo stesso anno in cui Roald Dahl pubblicò il libro per ragazzi che abbiamo adattato per lo schermo. È una storia ottimista e piena di speranza».
Spielberg ha allestito una fiaba in carne e ossa. La protagonista è Sophie una bambina (Ruby Bamhill, al suo esordio), che sgattaiola via dall'orfanotrofio di Londra dove vive, inforca gli occhiali, si sporge dalla finestra e vede una mano enorme che la porta via, in una terra lontana, nel cielo in cui sembra di rivedere la bicicletta volante di E. T. La sceneggiatura di GGG si deve a Melissa Mathison, scomparsa meno di un anno fa, che per Spielberg aveva scritto proprio la storia dell'extraterrestre. «Questo film è stato un lungo viaggio, il libro di Dahl (l'autore di La fabbrica di cioccolato, anche lui col suo metro e 98 centimetri una specie di gigante, è scomparso nel 1990, ndr) è stato opzionato nel 1993». La paura, l'incanto, il male come presenza misteriosa, il riscatto, la storia edificante: c'è tutto lo Spielberg pensiero. «Più il mondo peggiora, più abbiamo bisogno di magia». A parte il pacifico «nanerottolo» - vegetariano di sette metri, ingenuo e innocente come la bambina, ma «vecchio come la Terra», dalle orecchie sproporzionate e dagli arruffati capelli grigi all'indietro, quel pianeta bizzarro è abitato da giganteschi umanoidi, sporchi, laceri, sdentati, malvagi, cannibali, il cui olfatto prodigioso porta sulle tracce della ragazzina, che vorrebbero ingoiare come una polpetta. GGG la porta a casa sua, una grotta piena di cianfrusaglie. Diventerà il suo migliore amico. «Che mestiere fai?», gli chiede l'orfanella. E lui: "Afferro sogni". Lui, con i dovuti trucchi di tecnologia e effetti digitali, è il celebre attore di teatro Mark Rylance, già impiegato da Spielberg ne Il ponte delle spie.
C'è una scena a Buckingham Palace, il gigante e la bambina incontrano la regina Elisabetta per avvertirla del rischio dei «fratelli» ostili. Sua maestà è interpretata da Penelope Wilton (già avvezza al mondo aristocratico inglese come Isobel Crawley nella serie tv Downton Abbey), la sua assistente è Rebecca Hall.
«La regina ha un grande senso dell'humour, vedremo cosa penserà del nostro film quando sarà il momento», dice Spielberg. L'attrice ha avuto guanti e borsetta fatti appositamente dai sarti della regina.
C'è una metafora in questa storia? «Sì, due anime solitarie che, pur appartenendo a mondi diversi, sono unite da un solo grande cuore». Anche il suo prossimo film avrà al centro un bambino: l'ebreo bolognese Edgardo Mortara che nel 1858 le autorità clericali strapparono alla famiglia per essere educato alla fede cattolica. C'è l'American dream, c'è la sua Dream Work Pictures, ci sono i sogni dei suoi film: ma lei, Spielberg, che cosa sogna?
«Ne ho uno ricorrente, ed è il mio processo creativo».
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