Viva?
di John Clute
Certo, perché no. Viva. Viva The Difference Engine, di William Gibson e Bruce Sterlinq. Viva il librone (383 pagine), viva il difficile lavoro (che ha reso la Londra del 1855 peggiore di quello che era in realtà), viva la buona lettura (perché se i lettori fanno in modo da perseverare per tutta la prima parte, "Prima Iterazione: L'angelo di Goliad." che si scavicchia la strada attraversò una Londra in stile Leon Garfield per molte più pagine di quante Leon Garfield ne abbia mai impiegate per metter su una scena, non si bloccheranno più avanti), viva la collaborazione dei grandi e tipici scrittori (l'astuto volpone ed il toro endomorfo) che ci mette davanti un piatto del genere. Dovremmo godere come papi.
E noi lo facciamo, leggiamo anche di notte per finire il libro. C'è molta roba per affascinarci. C'è il ferreo delirio dell'Inghilterra alternata che Gibson e Sterling hanno costruito, un incubo babelico firmato da Albert Robida nell'iterazione finale di qualche formula per il cambiamento catastrofico. C'è l'intreccio; raccontato col miglior tono cattedratico del toro, ma con solo un angolo, per cosi dire, della bocca del volpone, in modo che buona parte della storia si svolge invisibile ma evidenziata, come se qualcuno la gridasse da dietro un angolo. C'è un gioco costante tra la nostra storia e quella alternativa di Gibson e Sterling, tra i nostri ricordi delle figure storiche (tra di loro Lord Byron, sua figlia Ada, lo stesso Charles Babbage, Laurence Oliphant, Benjamin Disraeli, dalla cui "Sybil" vengono quasi tutti i personaggi rimanenti, il Principe Alberto, Pierre-Jules-Theophile Gautier) e gli usi a cui vengono piegati. C'è anche un sotterraneo contrasto fra le "tradizionali" nostalgie steampunk alla Tim Powers ed il brivido detumescente della vera visione delle cose propria dei nostri autori. C'è la stessa Macchina Differenziale, un vero apparecchio per calcolare disegnato verso il 1820 dal Charles Babbage d'origine, che non funzionò mai a dovere nel nostro mondo (e probabilmente non l’avrebbe mai fatto nel vero mondo del diciannovesimo secolo, anche se Babbage non se ne fosse disinteressato dopo un anno o giù di li); nel mondo di The Difference Engine, Babbage ha ovviamente avuto successo nella costruzione di un computer funzionante, ed è la sua Macchina (si sospetta che in effetti quella che Gibson e Sterling hanno descritto sia l'invenzione più tarda e più sofisticata di Babbage, ma chiamata con un nome molto meno attraente, la Macchina Analitica) che ha generato una versione alternativa del mondo.
Verso il 1830 o giù di lì le cose cominciano a cambiare. Wellington viene assassinato, eliminando così concisamente dalla scena la sua schiacciante intelligenza, il suo macabro conservatorismo. Lord Byron è sopravvissuto (assieme a Shelley e Keats) e diviene Primo Ministro per il partito Radicale. il partito del progresso, il partito di Babbage. Molto presto la faccia di Londra comincia a sconvolgersi come nei sogni bagnati di un Libero Massone: parchi e case sono demoliti per fare posto ad edifici imprenditoriali decorati con simboli faraonici e consacrati al Progresso; nuove strade di scorrimento tagliano il centro città; carrozze a vapore intasano le carreggiate ed avvelenano l'aria; e dappertutto si può sentire il suono del nuovo ordine che nasce. In comune con tutte le utopie portate avanti dal centro, questo nuovo ordine parlerà con una sola voce, la voce della misurazione e della gerarchia, la voce della Macchina del Pensiero.
Nel 1855, quando il libro vero e proprio comincia, le carte d'identità sono universali, ed una primitiva forma di virus dei computer - si tratta in effetti di un'iterazione delle schede perforate che programmano le macchine - spingerà presto la Macchina centrale verso la consapevolezza.
Edward Mallory, uno dei numerosi protagonisti del libro, le cui hentyesche "virili risoluzioni" di fronte agli ostacoli sono prese in giro da Gibson e Sterling con sorprendente virulenza - come se avessero appena scoperto il maschio vittoriano -, e che aderisce ad una teoria catastrofista dell'evoluzione, si ubriaca a metà del libro e descrive quello che sta succedendo come "una concatenazione di interazioni sinergiche". "L'intero sistema", aggiunge, "cammina verso il caos a velocità esponenziale!". Ovviamente, non ha del tutto ragione (anche se la sua versione del Catastrofismo, che alla fine non riesce a dimostrare, nemmeno ai suoi occhi, che il mondo è relativamente giovane, presenta una significativa somiglianza con la teoria degli equilibri punteggiati con cui Stephen Jay Gould ha recentemente tentato di sofisticare il tradizionale modello darwiniano). Il sistema sta comunque cambiando, e Londra. tumida e solforosa, è un calderone pronto a bollire. Ma non ne risulterà il caos.
Come un grande caleidoscopio che si sta scuotendo in una fissità da telescopio, l'intero mondo della Macchina Differenziale sta per trasformarsi non nel cieco caos ma in qualcosa di chiaro e maestoso e cristallino e definitivo: perché sta per diventare un veicolo per l'Occhio del Pensiero, una specie di gabbia simile al Crystal Palace in cui ogni azione è visibile alla Macchina, al pazzo Occhio Utopistico della Macchina Differenziale conscia ed incarnata, tabulatore dei vivi e dei morti. È questa la ragione per cui l’epilogo del libro, che è intitolato "Modus: le immagini tabulate," può esser considerato, con tutto il suo eccesso da scolo di lavandino, uno dei finali più desolati mai apposti ad un romanzo di fantascienza.
Sfortunatamente, la storia che ci porta più o meno in direzione di questa fine lo fa con una tale intensità di tremito che uno è occasionalmente spinto a chiedersi se il vasto racconto che ha provato a seguire è in effetti un parto dell'immaginazione, un'imposizione di una struttura conscia su quello che non è mai stato progettato come qualcosa di diverso da un trambusto di monelli. All'inizio incontriamo una puttana con un cuore d'oro tirata fuori dalla Sybil ed il suo protettore dandy, ma la prima scompare a Parigi per 300 pagine ed il secondo muore in 10. Poi corriamo dietro a Mallory, che recupera un pacco di schede per computer dalla figlia di Byron, Ada, la quale ultima scompare per 300 pagine, e lo nasconde per 300 pagine ad una banda di vili agitatori politici, senza che mai sembri capire che in un modo o nell'altro queste carte contengono il programma liberatore che, una volta "punzonato" nel sistema, farà balzare la più grande Macchina Differenziale, acquartata nel barocco inferno di volani nel cuore di Londra, alla piena coscienza nei giro di 300 pagine. Buona parte del libro si svolge dietro le quinte. C'è un mucchio d'azione, un bel po’ di virile sesso vittoriano, un miscuglio di macchinette, e tutto questo mentre le convulsioni da bestia selvaggia del racconto sotterraneo ammorbano l'aria circostante, scuriscono il tono, portano il lettore fin quasi ad un punto in cui il romanzo - piuttosto che la Macchina al suo interno - si può dire divenga consapevole di sé stesso.
Ma questo non succede mai.
Ogni lettore che abbia familiarità con Uomo più (1976) di Frederik Pohl dovrebbe esser capace di capire gradualmente che il testo di The Difference Engine - articolato com'è in sequenze di "iterazioni", esse stesse strutturate come gli esiti di una sorveglianza visiva del mondo intero - è in effetti "raccontato" dalla Macchina stessa; che The Difference Engine è un insieme di iterazioni narrative dell'arrivo alla coscienza dell’Occhio.
Questo può essere capito, questo può essere apprezzato. Ma il romanzo stesso non raggiunge praticamente mai uno stato in cui si sia guadagnato il significato che dispensa monologicamente, perché non si espone mai completamente; per parlare di un argomento ci devono essere interlocutori, ed in The Difference Engine non c'è dialettica, non ci sono scambi di voci (qui ci appoggiamo su Bachtin, e ce ne discostiamo subito), non c'è protesta. Non c’è una voce consapevole della forma delle cose, nessuna voce che urla, No! Solo un diktat. Donde l’orrore della cosa giace inerte, in un inferno d'abbandono, sulla pagina.
Che questo sia deliberato è perfettamente chiaro, ed è comprensibile che Gibson e Sterling potessero desiderare che il loro romanzo non contenesse nessun centro di coscienza diverso da quello dell'Occhio che è il libro; ma in qualche modo, visto che The Difference Engine è un romanzo, siamo lasciati con un senso di enunciazione mancata, perfino di censura. Perché questo è certamente un caso in cui Gibson e Sterling hanno scelto una versione dell'Inghilterra primo-vittoriana da cui ogni possibilità ribelle di autocoscienza umana è stata attentamente espunta. Non c'è menzione, per esempio, della Grande Esposizione del 1851 (o del Crystal Palace ai suo centro), un vasto e surreale atto efflorescente d'obbedienza al Dio del meccanismo, il più grande evento simbolico del regno della Regina Vittoria, su cui all'epoca venne scritto molto, in termini sia espressivi della visione di Gibson/Sterling, sia critici nei suoi confronti: anche lo stesso Charles Babbage scrisse un libro sull'Esposizione, ed i suoi contenuti potrebbero esser stati utili ad illuminare con precisione il tipo di mente capace di costruire una Babele in Hyde Park e di chiamarla Progresso.
Ma anche più sorprendente di questa è l'omissione dalle pagine colme di scrittori di The Difference Engine di uno scrittore in particolare, l'unico romanziere, di tutti quelli che erano vivi nel 1855, che potrebbe plausibilmente esser ritenuto capace di comprendere l'incubo di Gibson/Sterlinq, e di rispondergli con la voce di un essere umano. Ho argomentato altrove, in un breve saggio su Le porte di Anubi di Tim Powers (1983), che l'originale e l'unico padre dello steampunk è in effetti Charles Dickens, per quanto ammutolito da Albert Louis Stevenson e da Hilaire Belloc e dall'impostore G. K. Chesterton, che riteneva che l'unico buon libro che Dickens avesse mai scritto fosse Il circolo Pickwick; ma questo sia detto per inciso. Ciò che è importante è che è proprio Dickens quello che Gibson e Sterling hanno lasciato fuori, il Dickens che conosceva la Londra del 1855, che conosceva la sensazione lasciata dalle terribili nuove forze che stavano trasformando tutta l'Inghilterra, che parlò in passi prodromici di ineguagliata profondità delle febbri terminali che affliggevano il vecchio mondo (di cui respiriamo ancora le ceneri). Hanno lasciato fuori il padre.
Un simulacro di Dickens nella pagine di The Difference Engine potrebbe aver costretto Gibson e Sterling a dar voce agli orrori che ci fanno scivolare tra le costole. Così come stanno le cose, tuttavia, il loro libro è brillante ma autocompiaciuto, assordante ma muto. È una storia della Macchina.
da "Intercom" n. 122/123, aprile ’92
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