Sterling-Globalizzazione, guerre e rock'n'roll
di Carlo Formenti
«L'impero non ha mai cessato di esistere»: ossessionato da questa idea, negli ultimi anni di vita Philip Dick scrisse romanzi nei quali immaginava che il tempo si fosse fermato nel primo secolo dell'era cristiana, congelando l'umanità in una sorta di eterno presente. L'incubo del visionario autore di Blade Runner è tornato nei discorsi di chi, dopo il crollo del Muro di Berlino, profetizzava la riduzione del mondo a provincia americana. In effetti, l'ingresso nel terzo millennio è avvenuto sotto il segno della «globalizzazione», ma lo spettro di un nuovo «impero» che aleggia oggi somiglia a un caos geopolitico senza centro né periferia, più che a un onnipresente Grande Fratello.
A ulteriore conferma di questa confusione fra centro e periferia, arriva il «colpo» dell'editore Fanucci che, in barba alla dimensione "lillipuziana" del mercato italiano della fantascienza, si appresta a pubblicare (fra tre giorni) in anteprima mondiale Zeitgeist, l'ultimo romanzo del «mostro sacro» del cyberpunk Bruce Sterling, «bruciando» sul tempo l'edizione Usa che sarà in libreria solo ai primi di novembre.
Una sfida rischiosa, per l’onerosità dei diritti e della traduzione «in tempo reale» e per la difficoltà di prevedere se la risposta del mercato sarà all'altezza dell'investimento, ma giustificata dal progetto culturale d'un editore che ha capito che non ha più senso aspettare che «il momento» della fantascienza arrivi anche in Italia. Soprattutto perché, in quanto genere «puro», la fantascienza ha praticamente cessato d'esistere in tutto il mondo, trasformandosi in un ibrido letterario che, dopo aver praticato la contaminazione con giallo e noir, tenta ora di sfidare la distinzione fra generi e mainstream.
È pur vero che Sterling, rispondendo a una nostra domanda sulla crisi del genere, replica: «Non penso in alcun modo di abbandonare la fantascienza. La fantascienza è molto leale e fedele, e io sono sicuro che non mi abbandonerà mai, da qualsiasi parte io vada». Ma se la battuta esprime il riconoscimento del debito nei confronti del passato, resta il fatto che Zeitgeist costituisce un vero e proprio «manifesto politico» di quella "trasmutazione" della fantascienza alla quale abbiamo appena accennato. Come del resto già suggerisce quel titolo -Lo spirito dei tempi - da saggio filosofico piuttosto che da romanzo di fantascienza. E la lettura conferma che siamo di fronte a un testo che si discosta sia dai canoni della fantascienza tradizionale sia da quelli del cyberpunk, di cui Sterling, assieme a Gibson, è stato il guru.
In primo luogo perché il romanzo non è ambientato nel futuro, bensì in un passato recente. Per l'esattezza, siamo nel 1999, a pochi mesi dal fatidico capodanno di fine millennio, e l'intera vicenda si svolge in una sorta di «tempo sospeso», quasi il Novecento faticasse a finire e i personaggi fossero condannati ad aggirarsi eternamente fra i suoi detriti, del tutto incapaci di estrarne qualsiasi senso. Ma anche l'intreccio ha ben poco di fantascientifico. I lettori vengono invitati a seguire le tracce di un certo Starlitz - figlio d'una infermiera polacca e d'un indiano Navajo vaporizzato durante uno dei primi esperimenti atomici mentre costui tesse la trama d'un geniale quanto truffaldino «show business». Starlitz è infatti il manager del gruppo rock femminile G7 (la cui composizione rispecchia fedelmente, e ironicamente, quella dell'organizzazione dei sette grandi), sette poveracce prive di talento artistico che si ritrovano coinvolte in un bluff costruito scientificamente per spacciare cd, bamboline, videogiochi e gadgets di ogni sorta.
La base logistica dell' organizzazione è situata nella parte turca di Cipro, e il mercato da conquistare è quello dei Paesi islamici, in particolare la fascia meridionale dell'ex impero sovietico. Territori a elevato rischio politico-militare, come si vede, e infatti i traffici di Starlitz si intrecciano progressivamente - e incongruentemente - con gli intrighi della guerra nei Balcani, con i complotti terroristici dei Lupi Grigi e con le avventure di un reduce russo della guerra afghana. A incrementare il caos, irrompe sulla scena la figlia adolescente del protagonista - Starlitz non aveva mai potuto conoscerla in quanto la ragazzina era finora vissuta in una comune, omosessuale assieme alla madre e alla di lei amante. Dopo aver inserito nel romanzo questa variabile impazzita, Sterling lo fa esplodere in un vortice di eventi, mentre proliferano enunciati metanarrativi (con personaggi che discutono se certe azioni siano compatibili con il "piano" del racconto) e oggetti tecnologici più a atti a suscitare il senso del grottesco che il «sense of wonder» fantascientifico (vedi l'aereo gonfiabile estratto a sorpresa dal portabagagli di un'automobile).
Se la narrazione conserva tensione e coerenza in barba al patchwork di situazioni e personaggi, lo si deve, da un lato, alla radicalità politica dei temi; dall'altro, allo stile.
Partendo dal primo aspetto, chiediamo a Sterling se il romanzo segni un'ulteriore «svolta a sinistra» rispetto al precedente Caos Usa (che descriveva un sistema politico americano tanto corrotto da provocare una rivoluzione), e se tale svolta abbia una qualche relazione con la cultura dei movimenti contro la globalizzazione.
«Credo che la corruzione - risponde - sia un fenomeno politico di grande importanza, perché quando riesce a penetrare nella società civile diventa molto difficile combatterla. Sotto molti aspetti, la corruzione è qualcosa di molto più potente e duraturo di qualsiasi forma di socialismo. Quanto ai movimenti: sì, presto molta attenzione ai movimenti antiglobalizzazione. Forse un giorno saranno meglio organizzati e finanziati e potranno agire in modo più efficace dei gruppuscoli di Seattle e di Praga. Credo comunque che vada loro riconosciuto un credito: il fatto che, per quanto piccoli, siano così diffusi, significa che la resistenza è divenuta transnazionale, come il capitale».
Infine invitiamo Sterling a spiegarci i motivi che lo hanno indotto a cambiare stile rispetto ai romanzi precedenti, ricorrendo a dialoghi più secchi, eliminando le lunghe descrizioni e accelerando il ritmo narrativo.
«Le storie ambientate nel futuro - risponde - richiedono lunghe descrizioni in quanto si presume che il contesto sociale sia mutato. Gli scenari di un romanzo ambientato nel 1999 possono invece essere dati per scontati, il che consente di usare una prosa più rapida. Certo, in Zeitgeist ci sono ben poche estrapolazioni di scenari futuribili, ma sotto molti aspetti credo che questo sia il libro più "fantastico" che io abbia mai scritto, nel senso che il paradosso e l'ironia possono disorientare il lettore ancor più del meraviglioso tecnologico». Insomma: la fantascienza è morta, viva la fantascienza.
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