Blade runner II, la vendetta
di Carlo Formenti
Si dice che Philip Dick abbia finito per riconoscere che «Blade Runner» era un buon film, malgrado fosse deluso del fatto che Ridley Scott non l'avesse ingaggiato per collaborare alla versione cinematografica del suo romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep?
Come sarebbe andata se fosse stato lui a stendere la sceneggiatura? Forse avremmo avuto un film di culto, certamente non il colossal che ha entusiasmato milioni di spettatori.
Per averne conferma, basta leggere Mutazioni, l'antologia di testi critici e autobiografici del più grande autore americano di fantascienza, appena uscito nella collana "Interzone" di Feltrinelli. Un appunto del 1968 (scritto in vista di un'eventuale sceneggiatura) rivela che Dick era consapevole dell'impossibilità di realizzare un film «fedele» al romanzo, ma non sembrava disposto a rinunciare agli aspetti più «bizzarri, curiosi e inquietanti» - come «i finti animali vivi» e i «venditori di animali che hanno sostituito i concessionari di automobili» - né alle suggestioni onirico-mediatiche del culto di Mercer (una sorta di «religione virtuale» ante litteram). Temi «difficili» che Scott si guardò bene dall'affrontare, preferendo puntare su atmosfere da «detective story», e affidare l'aspetto inquietante della caccia ai replicanti nello scenario di una spettrale Los Angeles del futuro all'impatto evocativo degli effetti speciali.
Del suo fastidio per questo tipo di scelte, Dick parla in un articolo dell'81 nel quale, oltre a «Blade Runner», cita «2001», «Alien» e altri colossal, scrivendo: «L'impatto visivo, grafico, ha rimpiazzato la narrazione […] La storia non ci viene narrata, e ci limitiamo a vederla». Da queste critiche emerge una convinzione: per quanto sofisticata, l'«immagine» cinematografica è strutturalmente incapace di tradurre la «visionarietà letteraria. Ma quanto regge un simile giudizio nel caso di un genere «popolare» come la fantascienza? Prima di rispondere, vale la pena spendere due parole su un'operazione narrativa che si propone implicitamente di smentire tale assunto: l'editore Fanucci ha appena pubblicato Blade Runner. La notte dei replicanti, un romanzo di K.W. Jeter che vuole essere, al tempo stesso, il "sequel" letterario del film di Scott e la «continuazione» del romanzo di Dick.
Quasi a sottolineare questa ambizione metanarrativa, Jeter fa iniziare il racconto in una st azione orbitale che ospita degli studios cinematografici, dove ritroviamo Deckard impegnato sul set di un film dedicato alle sue avventure di ex cacciatore di androidi. Il protagonista viene poi coinvolto in una congiura del partito «pro replicanti» e, fra i molti che cercheranno di fargli la pelle, c'è anche Rachael (non l'androide, che ha già bruciato la sua breve vita, bensì 1'«originale» umano: la nipote dello spietato manager della multinazionale che produce i replicanti).
Jeter tenta di «nobilitare» la storia di Scott contaminandola con stilemi genuinamente dickiani: la proliferazione di livelli di realtà che impedisce ai protagonisti di distinguere verità e menzogna, valigette che contengono personalità registrate di personaggi defunti, una squallida colonia marziana che ricorda quella descritta nelle Tre stimmate di Palmer Eldritch (forse il più bel romanzo di Dick). Ma il «restauro» convince a metà; l’ambiguità del romanzo di Jeter ha poco da spartire con l'ambiguità «metafisica» di Dick: si fonda su complicati intrecci da spy story più che sulla messa in questione del rapporto realtà-apparenza.
Insomma, il film vince sul romanzo (e infatti la Warner ha già un'opzione sulla storia). Eppure, è evidente che una fantascienza sempre più «compromessa» con il giallo, il noir, il fumetto dovrebbe ringraziare cinema e tv, che l'hanno «sdoganata» dal ghetto degli appassionati di genere.
Da questo punto di vista, il "sequel" di Jeter e solo l'ennesima conferma della facilità con cui storie e personaggi si autonomizzano dagli autori e dai «media» narrativi, trasformandosi in «maschere» dell'unica narrazione mitica all'altezza della modernità. E proprio in Mutazioni, lo stesso Dick ribadisce più volte che, nella fantascienza, stile letterario e «caratteri» (la psicologia dei personaggi) contano meno della loro potenza di archetipi, e rivendica l'umile statuto di «artigiano» al servizio del mito. Ma allora perché tanta puzza sotto il naso nei confronti del cinema?
Ribellione ideologica d'uno scrittore povero contro l'industria culturale che s'è arricchita sfruttando le sue idee? Anche. Ma c'è dell'altro.
Per capire di cosa si tratti, occorre riflettere sulla natura del materiale mitico di cui stiamo parlando. Oggi non è più sufficiente affermare che tale materiale coincide con l'immaginario tecnologico: occorre anche specificare, scrive Dick in Mutazioni, che la fantascienza può trattarlo solo da un punto di vista «distopico». In altre parole, la fantascienza contemporanea racconta gli incubi di un'umanità che ha perso ogni ingenua fiducia nel progresso scientifico e tecnologico. Tingendosi di nero, il mito allude a una relazione necessaria fra tecnica e male assoluto, relazione che lo scrittore evidenzia chiaramente nell'ultima parte dell'antologia feltrinelliana, costituita da brani tratti dall'"Esegesi" (il «diario filosofico» che Dick iniziò a stilare dal '75). In queste pagine Dick tradusse le sue cosmologie letterarie nel credo di una "gnosi" personale che potremmo così riassumere: il mondo in cui viviamo è la creazione illusoria di un Demiurgo-macchina, è, in senso letterale, una mostruosa «macchinazione», che solo soggetti dotati di particolari facoltà intuitive possono smascherare.
Ben pochi autori di fantascienza sarebbero disposti ad avallare queste speculazioni mistiche, ma ancora meno sarebbero quelli disposti a liquidarle come «deliranti»: troppo della lucida «follia» di Dick circola anche nelle loro storie. Da questo punto di vista, non è difficile capire perché la fantascienza cinematografica è costretta a «tradire» le sue fonti letterarie: per quanta angoscia, violenza e terrore metta in scena, l'immagine tecnica finirà per ridurli a spettacolo.
Per onestà, occorre tuttavia ammettere che, almeno in alcuni casi, non si tratta d'una neutralizzazione senza residui: se «Blade Runner» ha convinto la critica, oltre a incassare milioni di dollari, è perché qualcosa delle atmosfere dickiane è comunque passato sullo schermo.
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