Vonnegut: "La mia guerra di eterno soldato ribelle"
di Livia Manera
È quasi mezzo secolo che Kurt Vonnegut racconta il mondo col disincanto del suo «So it goes», così va la vita, come recitava il ritornello di Mattatoio N. 5. Mezzo secolo in cui la critica ha cercato di dare un nome all'originalità di questo scrittore che ha da poco compiuto ottant'anni, chiamandolo di volta in volta un visionario, un'amabile Cassandra, un autentico disobbediente e un umanista. «Scriva piuttosto che sono un socialista» dice, concedendo una rara intervista nell'ufficio del suo agente a New York. «Ho scoperto che un umanista è una persona che ha un grande interesse per gli esseri umani. Il mio cane è un umanista».
Rallegrato dalla notizia che Feltrinelli ha deciso di rilanciare i suoi 13 romanzi, a cominciare da Mattatoio N. 5 e
Ghiaccio-nove, ma anche arrabbiato e disilluso, alla domanda: Che cosa scrive, oggi? - vale a dire che cosa scrive, oggi, uno dei più grandi autori americani, uno che ha legato il suo nome alle proteste per il Vietnam e alla rivoluzione culturale degli anni '60, ed è da sempre vicino al cuore dei più giovani - risponde: «Niente. Sono letteralmente paralizzato dallo stato del mio Paese. La televisione non ha nemmeno trasmesso le proteste dei pacifisti. Il New York Times si è rifiutato di pubblicare un discorso che ho tenuto a un raduno per la pace. È come vivere sotto un esercito di occupazione che ha preso possesso dei mezzi di comunicazione». E poi butta battagliero sul tavolo un fascicoletto di poche pagine fotocopiate. «Eccolo qui il mio ultimo libro. Ho dovuto pubblicarmelo da solo».
Che cos'è?
«Una raccolta di commenti che ho scritto per un giornale di Chicago sul colpo di stato delle ultime elezioni».
Parla della vittoria di George W. Bush.
«Parlo di come il potere è finito nelle mani di gente terribile, malvagia, ignorante e priva di coscienza, che non ha alcun rispetto per il sistema americano. In altri tempi su un argomento del genere si sarebbe potuto scrivere un'opera teatrale che avrebbe provocato una reazione. Ma non ora che il nostro governo formale è rappresentato dalla televisione. Una televisione che ci dice sempre e solo che va tutto bene. Devo guardare la Bbc se voglio sapere quanti civili abbiamo ucciso in Afghanistan e in Iraq. Eppure dovrebbe fare notizia come abbiamo ridotto quei paesi e come fosse idiota fare tutto questo!»
In effetti parecchi sono rimasti sorpresi dalla mancanza di piani degli americani per la gestione del dopo Saddam.
«E lo sa perché? Perché questa gente non ha coscienza. Perché sono le persone più decisioniste al mondo e se ne fregano di quello che accadrà dopo, persino a loro stessi. Sono degli psicopatici e sono i padroni del pianeta! Sa cosa dicono del disastro che hanno fatto in Iraq? "Ok, è successa questa cosa, ma non è colpa nostra, è colpa degli iracheni..."Vonnegut scoppia in una risata sarcastica. " ... Non dovrebbero sparare ai nostri ragazzi laggiù... "».
Lei crede che sarebbe stato molto diverso se avesse vinto Al Gore?
«No, perché i nostri rappresentanti al Congresso sono comunque finanziati da gente che ha tonnellate di soldi. Certo, al posto di Bush e dei suoi avremmo potuto avere persone che hanno rispetto per il sistema americano e rappresentano i cittadini e non le corporations. Invece è tutto così stupido. L'intelligenza in America non conta più nulla».
Clinton era un uomo intelligente.
«Sì, ma guardi che cosa terribile ha fatto!» ..
Cosa?
«Si è approfittato di quella giovane donna. Io con lei, per esempio, non sto mica facendo lo stupido», e ride.
No, ma come dite voi americani, bisogna essere in due per ballare il tango. La ragazza avrà fatto la sua parte.
«Oh, certo. Ma quello che ha fatto Clinton per i Repubblicani era imperdonabile. Una cosa terribile. Ammazzare invece no, quello va bene. Sa cosa vuol dire Shock and awe? Vuol dire assassinare».
E lei Vonnegut? Ha combattuto nel secondo conflitto mondiale. Ha mai ucciso qualcuno in guerra?
«No perché ero un particolare tipo di soldato, non un codardo ma uno "scout". Il nostro compito era passare le linee nemiche senza farei notare, scoprire cosa stava dietro e tornare a riferirlo all'artiglieria. Mi considero fortunato a non avere ammazzato nessuno, Ma se fosse stato necessario l'avrei fatto, ero un buon soldato».
In Mattatoio N. 5 ha raccontato la follia del bombardamento di Dresda: 135 mila morti, due volte le vittime di Hiroshima. Lei era lì da prigioniero di guerra. Come è stato catturato?
«Il nostro battaglione è stato sopraffatto da una divisione di tedeschi nelle Ardenne. Ci hanno fatto abbandonare i nostri mezzi e ci hanno fatto marciare dritti dentro un incubo. Non avevamo la più pallida idea di dove stessimo andando. Avevano catturato il nostro comandante e questo aveva dato l'ordine di arrendersi. Un ordine illegale: è come dire a un soldato di suicidarsi! Ma questo è successo almeno cinquant'anni prima che lei nascesse».
Facciamo tredici. Comunque le ci sono voluti ventiquattro anni per elaborare quella storia in Mattatoio N. 5.
«Più che per elaborarla, per scriverla come andava scritta. Avevo una famiglia da mantenere (Vonnegut ha sette figli, di cui tre adottati da una sorella morta n.d.r.) e mi sono detto ok, non ho mai scritto un romanzo di guerra. Così sono andato a trovare lo scout con cui all'epoca avevo fatto coppia - nel frattempo era diventato procuratore - e gli ho detto, aiutami a ricordare cosa accadde allora. Ricordo che entrò sua moglie e disse: ma se eravate degli infanti! E quella è diventata la chiave del libro. Eravamo tutti dei bambini».
Lo ha mai riletto?
«Mai. Non ho nemmeno potuto toccare le bozze».
Allora le farà piacere sapere che dopo 34 anni è ancora uno dei romanzi più forti e più originali della narrativa americana, non solo sulla guerra. E non è invecchiato.
«Certo che mi fa piacere. È la nave ammiraglia della mia piccola flotta. Anche se il libro più vicino al mio cuore è Ghiaccio-nove>».
Come mai?
«Non lo so. Si è mai innamorata?».
Crede che sarebbe diventato lo stesso uno scrittore, se non avesse combattuto nella seconda guerra mondiale?
«Beh, il mio amico Joe Heller che ha scritto Comma 22, diceva che se non fosse stato per la seconda guerra mondiale sarebbe finito nel ramo lavanderie a secco. Quanto a me, non lo so: certamente altre cose mi hanno dato da scrivere: i cambiamenti tecnologici che hanno distrutto così tante culture, per esempio. Io sono un antropologo di formazione. Una delle ragioni per cui noi americani siamo odiati è perché abbiamo introdotto in altri paesi nuove tecnologie e piani economici che hanno distrutto il rispetto di sé e la cultura di molta gente».
Già in Ghiaccio-nove, nel '63, lei scriveva che «gli americani non riescono a immaginare cosa significhi essere qualcosa di diverso da loro ed esserne fieri». E che «la politica estera americana dovrebbe imparare a riconoscere l'odio anziché immaginare l'amore». È rimasto sorpreso dall'11 settembre?
«No. Mi ha sorpreso più che altro l'ottimo lavoro che hanno fatto. Accidenti se erano preparati! Naturalmente sono le stesse persone che hanno inventato i numeri, lo zero, e l'algebra, quindi non c'è da stupirsi».
Vonnegut, lei ha sempre detto che la letteratura è per definizione portatrice di opinioni. Qual è la letteratura che conta oggi?
«Il problema è che non conta, ed è per questo che non posso più scrivere. Contava, una volta, moltissimo. Era il luogo in cui durante la Grande Depressione si dibattevano i temi dell'economia e della politica. E nel Dopoguerra ci si interrogava sul tipo di Paese che sarebbe potuto diventare l'America. Poi è arrivata la televisione ed è tutto finito».
Allampanato e scarruffato, Kurt Vonnegut si alza per tornare a casa. Ma proprio mentre fa per uscire all'ultimo momento si gira: «Dev'essere per quel fatto dell'algebra che Bush li odia». E un'ultima risata rimbomba battagliera dietro la porta.
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