In Emilia spuntano gli "zombi"
di Maurizio Porro
Nero emiliano. Pupi Avati, ad alcuni anni di distanza dall’armonioso e affascinante La casa dalle finestre che ridono, ritenta il colpo del gotico alla padana. Ma in questo Zeder, che pure ha le carte emotive in regola per interessarci, l'assalto al terreno del fantastico perde alcuni colpi nell'incastrarsi di troppi elementi nella vicenda , parte dei quali rimangono senza spiegazione.
Come sempre, il regista del bellissimo Le strelle nel fosso e dell'accattivante Aiutami a sognare (raro tentativo di musical all'italiana), sa ricreare atmosfere e capovolgere in incubo la ridente campagna dell'Emilia e proprio su questa contrapposizione punta per accendere la tensione.
Peccato che manchi, più nella sceneggiatura dei fratelli Avati e di Costanzo che nella realizzazione visiva, quella ferrea logica dell'assurdo che ci fa credere a qualunque insensatezza, purché d’autore. Dove viene meno il carattere troppo freddo del protagonista (non per colpa di Gabriele Lavia, che è quello straordinario attore di teatro che sappiamo, ma che forse col cinema ha ancora dei rapporti un po’ così così), Avati ci dà dentro con trovate e effetti, alcuni dei quali sono francamente originali, mentre altri sembrano a prestito da alcuni capostipiti dell'horror.
La situazione base, che si conosce alla perfezione, è che un certo Paolo Zeder ha scoperto tanto tempo fa un terreno, in Emilia, col fattore "k" capace cioè di sconvolgere le leggi della mortalità: chi è sepolto fra quelle zolle potrà rinascere. In parole povere, trattasi di zombi. La scoperta solletica scienziati ma soprattutto mette in seri guai un giovanotto di nome Stefano che, entrato per caso in contatto con l'affare (e qui la trovata è eccellente, non la riveliamo), ne passa di tutti i colori prima di entrare anch'egli nella schiera dei morti viventi.
Insieme con la sua ragazza (Anne Canovas, attrice espressiva e non uguale alle altre) egli parte sulle tracce di un ambiguo ex religioso morto in odor di follia, trovando la di lui altrettanto ambigua sorella. Naturalmente è oggetto di continue minacce e, come insegna sir Hitchcock, il problema è di vedere come se la caverà.
Prima del terrificante finale conosciamo anche una maxi impresa scientifica che mette sonde e telecamere nelle bare, il che dà già l'idea della temperatura del racconto.
La seconda parte è senz’altro più spigliata della prima, perché Avati è sempre un cineasta che ama il cinema in ogni inquadratura, e la fotografia di Franco Delli Colli e la colonna sonora di Riz Ortolani lo assecondano nella costruzione della paura. Caratteristi in forma contribuiscono a alleggerire ogni tanto la tensione: il guaio è che siamo abituati all'America, e se questa storia incredibilmente gonfia di irrealtà fosse stata ambientata in California, magari chissà…
[ Indietro ]
Articoli per film Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (327 letture) |