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The Man in the High Castle visto come una cerimonia giapponese del tè


di Terence M. Green


The men in the high castle è un libro sobrio, contenuto, così severamente controllato, lavorato in modo abile, da lasciare incerti sul sentirsi rilassati o tesi durante la lettura.

Quando finalmente lo si conclude, si è tanto vicini al "Satori" giapponese (o al "Wu" cinese) quanto è possibile raggiungerli attraverso un brano letterario.

Poiché il romanzo è un'espressione di Buddismo Zen, per tono, metodo e conclusione.

È tanta impresa il tentativo di semplificare il libro, ridurlo a prodotto di facile comprensione?

Quasi. Come libro è troppo complesso per una simile semplicistica riduzione. The man in the high castle sconfigge gli sforzi di scoprire una maniera di leggerlo; in questo è pari alle più grandi opere. Una volta introdotti in esso, immersi in quel labirinto che è il romanzo (dato che un paragone con l'Ulisse è legittimo), la quantità di immagini che può risultare è prova della ricchezza dell’opera.

Tuttavia, mi ha sempre meravigliato che un libro, apparso sulla scena così drammaticamente e in modo inaspettato nel 1962, vincitore del premio Hugo come miglior romanzo dell'anno, allora tanto lodato, sia sparito dei cataloghi editoriali per più di un decennio. Stranger in a strange land è stato in continua ristampa dopo l'Hugo del 1961; lo stesso per A canticle for Leibowitz, che vinse l'anno prima. Ancora, fino a quando Victor Gollancz ripubblico il libro nel 1975, copie di The man in the high castle in Inghilterra risultavano virtualmente irreperibili.

Perché questo libro non era commerciabile come gli altri "classici", anche in edizione economica?

Forse una regione della strana mancanza di interesse e richiesta da parte del pubblico stava nella singolarità dell'opera stessa. Proprio non sembrava simile agli altri "classici" fantascientifici, specialmente agli acquirenti qualsiasi. Forse era troppo sobrio e contenuto, non travolgeva nuove idee. Solo questo.

Forse, anche, il tema del mondo alternativo cessò di apparire fantascienza a molti lettori. Dick stesso sembra consapevole di questa possibilità, e persino offre una "spiegazione" attraverso uno dei suoi personaggi. Nel romanzo, Paul Kasoura parla di The grasshopper lies heavy, racconto su un mondo alternativo all'interno dell'analogo romanzo dello stesso Dick:

"Non un mistero", disse Paul. "Al contrario, un'interessante forma di fiction dentro il genere fantascientifico".

"Oh no", si dissociò Betty. "Non c’è scienza in esso. Nemmeno collocata nel futuro. La fantascienza si occupa del futuro, in particolare di un futuro in cui la scienza sia più avanzata di adesso. Il libro non si accorda con alcuna premessa".

"Ma", disse Paul, "tratta un presente alternativo. Ci sono molti romanzi di fantascienza di questa specie ben conosciuti". A Robert spiego, "Perdona la mia insistenza, ma come mia moglie sa, per molto tempo sono stato entusiasta della Science Fiction".

Perché includere tutto questo nel romanzo? Spiegazione? Apologia?

Per niente, la "chiave" del romanzo è nel rapporto tenuto con la "sobrietà" e la "misura" Zen. Persino il buffo senso dell’humour di Dick - che egli libera nelle sue opere successive - rimane sotto rigido controllo in questo romanzo; c’è, ma contenuto.

The man in the high castle segna il momento critico di Dick come scrittore.

William Berrett, nella sua introduzione agli scritti di D. T. Suzuki (forse il principale esponente dello Zen in Inghilterra) - e a Suzuki si riferisce Dick nel "Acknowledgements", prefazione al suo romanzo - afferma:

"Il Buddismo Zen presenta un aspetto così bizzarro e irrazionale, eppure tanto pittoresco e singolare, che alcuni occidentali che lo avvicinano per la prima volta non riescono a trovarvi senso, mentre altri, attratti dalle sue apparenze, lo affrontano con uno spirito puramente frivolo e superficiale.

Entrambe le reazioni sarebbero infelici. Lo Zen... è un'impresa che noi occidentali non abbiamo ancora del tutto portato a termine". (Selected writings of D. T. Suzuki - Zen Buddhism; a cura di William Barrett; Doubleday Anchor Book, Garden City, NY, 1956, page vii).

In precedenza ho affermato che The man in the high castle è "solo questo"; e che un possibile raffronto con l’Ulisse di Joyce è in parte pertinente.

D'altronde Barrett parla di:

"… un ultimo esempio letterario che non implica prediche o tesi qualsiasi: la più importante opera inglese di prosa di questo secolo è probabilmente l'Ulisse di Joyce, un libro tanto profondamente orientale che lo psicologo C.G. Jung lo raccomandò come una necessaria bibbia per le genti di pelle bianca. Joyce distrusse quell’estetica che isolava la realtà nella categoria della Bellezza, per sempre separata della categoria antitetica del Brutto o del Sordido, l'Ulisse, come lo spirito orientale, coglie insieme gli opposti: luce e buio, bellezza e turpitudine, sublime e banale. La premessa spirituale di quest’opera è l’accettazione della vita che nessun dualismo - puritano o estetico – potrà forse mai abbracciare". (Barrett; pag. xiii).

Che Philip K. Dick conosca bene il Buddismo Zen è evidente sia ne l’"Acknowledgements" a prefazione di The man in the high castle, sia nella lettura del romanzo stesso. Il suo apprezzamento per Carl Jung è dichiarato nell’inserto "Meet the author" nell'edizione Popular Library del volume. E in un precedente romanzo di Dick, The man who japed, alcuni personaggi discutono di Ulisse (Ulisse ed altri libri non precisati, vengono esaminati:

Sugarmann riflettè. "Questi, a differenza degli altri sono libri reali".

"Che significa?"

"Difficile dirlo. Sono pressapoco qualche cosa".

Questi libri, sostiene un altro personaggio, "affermano il vero".

Ci sembrerebbe, allora, di essere sulla giusta via nella nostra analisi del romanzo di Dick e dei suoi scopi "artistici". L'essenza del Buddismo Zen consiste:

"… nell'acquisire un nuovo punto di vista sulla vita e sulle cose in generale. Con questo intendo che se vogliamo penetrare la vita interiore dello Zen, dobbiamo rinunciare a tutte le nostre consuete abitudini di pensiero che determinano la nostra vita quotidiana, dobbiamo provare a vedere se esiste qualche altro modo per giudicare le cose, o piuttosto se la nostra abituale maniera è sempre sufficiente a darci la fondamentale soddisfazione dei bisogni spirituali". (Barrett; pag. 83).

Questo può applicarsi a The man in the high castle.

Perché in questo romanzo, Dick ci chiede di "vedere se ci sono altri modi di giudicare le cose". Le prospettive sono alterate, sia per il lettore che per i personaggi, per tutti coloro che si avvedono di diversi mondi alternativi.

Nessuna di queste "visioni" è risultato di logica o pensiero razionale: le immagini emanano da improvvisi lampi di intuizione, improvvise rivelazioni.

Non si tratta della propria via alla verità nel romanzo di Dick, più di quanto si parli della propria via al "Satori" nel Buddismo Zen (essendo il "Satori" "quello stato di coscienza in cui il pendolo degli opposti sia pervenuto alla stasi, dove entrambi i lati della medaglia siano ugualmente valutati e immediatamente percepiti" - Christmas Humphreys, Buddhism, Penguin Books, Middlesex, 1971, pag. 185).

Proprio come il "Vero" può essere l'oggetto dello scrittore, il "Satori" è il fine dello Zen.

I personaggi hanno esperienze del loro Satori (Mr Tagomi intravvede il nostro mondo; ad Hawthorne Abendsen e Juliana appare la verità del racconto di Abendsen) proprio come il lettore prova il suo Satori personale sperimentando la totalità del romanzo di Dick.

Il lettore diventa tutt'uno con i personaggi – tutti noi proviamo simultaneamente l’"intuito" e la liberazione delle nostre illusioni -, tuttavia, l'esperienza è virtualmente "incomunicabile"; ancora, la "sobrietà" del romanzo.

Forse si potrebbe comprendere la follia di tentare di comunicare l'"incomunicabile" ed evitare di provare a trasmettere il proprio Satori, anche umilmente.

Comunque, un paio di "visioni" suggerite possono essere tentate, con modestia e concisione.

Nel romanzo di Dick, Giappone e Germania hanno vinto la seconda guerra mondiale; nell'opera di Abendsen gli Stati Uniti ed i loro alleati sono riusciti vincitori. Il Satori che deriva dall'aver considerato tutte le immagini del romanzo è la nostra soggettiva esperienza della Realtà - è: chi ha realmente vinto la guerra mondiale? Noi? E se è così, in quale senso siamo veramente vincitori? Perché Giappone e Germania si trovano in posizione di vantaggio sulla Gran Bretagna oggi? Chi vince realmente in qualche maniera?

Sono tutte illusioni le vittorie militari? Tutte vittorie di Pirro?

E noi potremmo considerare le pregnanti implicazioni che il tema Apparenza vs Realtà ha sulla persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Se cambiate la vostra apparenza, siete ancora ebrei?

Che cos’è un ebreo? La vera natura del tema di Dick porta a un implicito esame la persecuzione di tutte le minoranze.

Se la funzione dell'Arte è di rispecchiare la Realtà, allora cos’è la Realtà? Nella sua "sobrietà" e "misura", Dick non pare pretendere di saperlo. Quindi, per lui, l'Arte sembrerebbe condurre la totalità verso lo scopo Zen dell'Arte: la cattura. del Wu o la liberazione del Satori.

Se leggiamo il dialogo riguardante l'Arte tra Paul Kascura e Robert Childan in The man in the high castle possiamo ricavarne qualche idea sulla stessa Arte di Dick. Kascura commenta:

"Poiché è un fatto che il Wu si trovi abitualmente nei luoghi meno imponenti, come nell'aforisma cristiano 'le pietre rifiutate dal costruttore'.

Si acquista consapevolezza del Wu (o del Satori) in rifiuti quali un vecchio bastone o una lattina arrugginita sull'orlo della strada. Comunque, in quei casi, il Wu è all'interno di chi li osserva.

È un'esperienza religiosa. Qui un artefice ha posto il Wu nell’oggetto, invece che mostrare semplicemente il Wu inerente ad esso..."

"In altre parole, un intero nuovo mondo è indicato, da questo (l'oggetto esaminato)... Che cos' è?

Ho meditato senza sosta questo punto, ancora non lo ho compreso a fondo. Evidentemente siamo privi delle parole per un oggetto come questo. Così, hai ragione, Robert. È realmente qualcosa di nuovo sulla faccia del pianeta".

Come Ulisse era una "nuova cosa sulla superficie della terra", un labirinto, un enigma nella sua epoca, così, io sostengo, è The man in the high castle, nel suo tempo. Lasciate che lo meditiamo cercando di capirlo, nello spirito dello Zen. Il prodotto artistico dello Zen non è l'arte come noi occidentali la conosciamo.

E il libro di Dick non è Science Fiction come in Occidente la si conosce…

… il senso è prodotto dal ragionamento e dalla logica, dalle leggi del pensiero; lo Zen li irride tutti. Lo Zen è una beffa dentro lo scherzo, e non può, come lo scherzo, essere "spiegato". È la vita senza forma; ciò che il ragionamento si sforza di comprendere e spesso soffoca.

È The man in the high castle di Philp K. Dick.






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