Home
Account
  Autori· Saggistica· Narrativa· Comics· Speciali· Cinema· Interviste· Musica CERCA   
     
Menu Principale

News precedenti

Venerdì, 05 febbraio
· Il Gondoliere
Venerdì, 15 gennaio
· Cinema d'animazione: tre esempi francesi
Mercoledì, 16 dicembre
· Fumetti Digitali
· VITA IN LETTERE (Novembre)
· VITA IN LETTERE - Ottobre 2009
Venerdì, 04 dicembre
· Il quinto principio di Vittorio Catani su Urania
Venerdì, 06 novembre
· Dalla fantascienza alla guerriglia mediatica
Martedì, 03 novembre
· De ''Gli Inganni di Locke Lamora'' e di altre stronzate...
Venerdì, 30 ottobre
· La narrativa di Ted Chiang
· VITA IN LETTERE - Settembre 2009
Martedì, 27 ottobre
· CORRADO MASTANTUONO - Tra Tex e Paperino: il disegnatore dei due mondi
Domenica, 11 ottobre
· Fissione
Domenica, 04 ottobre
· Yupanqui
Giovedì, 24 settembre
· VITA IN LETTERE - Agosto 2009
Martedì, 22 settembre
· VITA IN LETTERE (Agosto)
Martedì, 15 settembre
· Le lezioni sempre ignorate della Storia
Lunedì, 14 settembre
· Isole
Giovedì, 03 settembre
· I 10 libri da riscoprire
· VITA IN LETTERE (Luglio)
· VITA IN LETTERE - Luglio 2009
Sabato, 11 luglio
· L'ermetismo nei lavori di Alexey Andreev
Giovedì, 09 luglio
· VITA IN LETTERE (Giugno)
Domenica, 05 luglio
· I ciccioni esplosivi
Mercoledì, 01 luglio
· VITA IN LETTERE - Giugno 2009
· Futurama
Domenica, 21 giugno
· Venature
Domenica, 31 maggio
· VITA IN LETTERE (maggio)
Sabato, 16 maggio
· Il bacio della Valchiria
Giovedì, 14 maggio
· VITA IN LETTERE - Maggio 2009
Giovedì, 07 maggio
·

City of steel, city of air

Martedì, 28 aprile
· VITA IN LETTERE (aprile)
Lunedì, 27 aprile
· Ritratto di gruppo con signora
Martedì, 21 aprile
· L'ultima possibilità
Lunedì, 20 aprile
· J. G. Ballard
Giovedì, 16 aprile
· La voce nella notte
Giovedì, 02 aprile
· I primi dopo gli antichi persiani
Mercoledì, 01 aprile
· VITA IN LETTERE - Marzo 2009
Martedì, 31 marzo
· ''Il giudice di tutta la terra (The judge of all the earth)
Domenica, 29 marzo
· ''Amici assenti (Absent friends)''
Sabato, 28 marzo
· Considera le sue vie (Consider her ways - 1956) di John Wyndham (1903-1969)
Venerdì, 20 marzo
· ''A mezzanotte, tutti gli agenti…
(At Midnight, All the Agents...)''
Mercoledì, 11 marzo
· Vito Benicio Zingales e il Truccatore dei morti: intervista all’autore
· Vito Benicio Zingales: il Capolavoro noir è “Il truccatore dei morti”
Martedì, 10 marzo
· Timestealer
· Specchi irriflessi (The Tain - 2002) di China Miéville
Lunedì, 02 marzo
· La Rocca dei Celti
Domenica, 01 marzo
· Violazione di Codice
· QUANDO C'ERA IL MARE…
Domenica, 22 febbraio
· Rumspringa
Lunedì, 01 dicembre
· Il sogno delle 72 vergini

Articoli Vecchi

Area Riservata
Il noir italiano 2ª parte


Due tributi

In tutto questo bailamme di informazioni, permettetemi due tributi a due autori che, per classe, per capacità narrativa, per onestà intellettuale, per tempismo generazionale, sono una spanna al di sopra di tutti: Pino Cacucci e Marcello Fois.

Decisamente più conosciuto il primo, meno pubblico il secondo, ma non certo inferiore.

Su Pino Cacucci è già stato scritto abbastanza. Ha avuto un merito soprattutto, quello di coniugare autobiografismo e romanzo d'azione.

Spesso l'introspezione e il mestiere di vivere non si sposano con l'audacia e gli sconfinamenti avventurosi. Non si sposano con la fiction più collaudata.

Pino Cacucci è riuscito a costruire una sorta di diario dell'anima e delle gambe. Dove il perenne movimento verso geografie inusuali, non è soltanto necessità scenografica, ma necessità del cuore.

Le metropoli e le periferie italiane degli inizi (mi riferisco a Outland Rock, raccolta di racconti, come dicevamo nella prima parte del nostro studio, un tantino sopravvalutata), le strade polverose del Messico (Puerto Escondido e San Isidro futbol), le inaccessibilità boliviane (alcuni racconti dell'antologia Forfora) appartengono ad un'unica mappa, che non ha la circolarità di un mappamondo, ma quella irregolare, aspra, di un cuore appunto.

La prosa di Cacucci è anche un perenne girovagare di sentimenti e di disagi, che spesso sono la stessa cosa. La prosa di Cacucci è un palcoscenico dove si agitano scompostamente personaggi in cerca non di un’identità (magari!), ma di una semplice nozione del vivere quotidiano.

I suoi protagonisti sono dei perdenti, ma a differenza della maggior parte della prosa contemporanea, non appartengono elitariamente ad una generazione, ma attraversano tutte le generazioni. Il poliziotto che perseguita il ragazzo ne Il passaporto (Outland Rock) sembra possedere la stessa capacità autolesionista e nichilista della vittima e, per esempio, del commissario Schiassi di Puerto Escondido. Sono perdenti non perché coltivano amori sbagliati, non perché coltivano sentimenti sbagliati, non perché coltivano ideologie estreme, ma perché il mondo sembra non contenerli a sufficienza.

I racconti di Cacucci sono i disperati resoconti esistenziali di uomini soli, insofferenti alle gerarchie, ai potentati, alle imposizioni (anche quando essi stessi. sono parte del sistema). Ribelli, ancor più che per principio, per attitudine, per intuito. Cos'era Julius Bonnot (protagonista del bel romanzo In ogni caso nessun rimorso) ex operaio in un altoforno di Lione, poi capo di una banda di rapinatori politici nella Francia della Bella Epoque, se non il precursore di tutta una serie di sfigati anarcoidi che segnano le pagine di tutta l'opera dello scrittore bolognese?

A volte però, la necessità di rendere tutto esistenzialmente nebbioso, porta Cacucci a calcare la mano e il risultato è una sostanza un po' appiattita ed istituzionalizzata. Così è successo per Forfora. Il libro è diviso sostanzialmente in due parti. La prima piuttosto ironica e dissacrante (in Natiche bolognesi l'unico indizio di un delitto è un bel culo emiliano), a metà strada tra le rocambolesche avventure di un Taibo II (di cui Cacucci è peraltro estremo ammiratore e traduttore) e gli smorfieschi disimpegni di un Didier Daeninckx. La seconda, che vuole essere più noir, pecca di presunzione. La mappa geografica dei suoi polizieschi, proprio perché così vasta, finisce col perdersi ed arenarsi tra i soliti deserti sudamericani. Questa spazialità che allarga di molto la visione della realtà poi alla fine restringe sensibilmente le potenzialità di denuncia. E allora le problematiche sociali si perdono spesso in un balletto di rimandi a volte blochiani (Sorelle) a volte hollywoodiani (Insurgentes) senza lasciare tracce. Anche se poi Forfora, il racconto che dà il titolo alla antologia, è un bell'atto di accusa contro la pena di morte.

Proprio questa ossessiva, metaforica, fuga verso il nulla ha prodotto, purtroppo, degli epigoni: Le zanzare di Zanzibar di Giancarlo Narciso. Narciso è figlio di Cacucci. Ne eredita le stesse passioni, la stessa voglia di volare, ma i mezzi a disposizione spesso non gli consentono altro che un disperato tentativo di decollo. Le zanzare di Zanzibar assomiglia a Fino alla fine del mondo, il film visionario di Wenders, dove le immagini corrono insieme ai protagonisti, sempre in preda ad emozioni viscerali (prodotte sia dal cuore che dall'uso di droghe: coca, mescal, peyote) e ad inadattabilità geografiche. E anche il substrato politico di un Sudamerica ostaggio di delinquenti, parassiti, spacciatori e dittatori di transizione appoggiati dalle potenze occidentali è la solita solfa, condita con eleganza india.

L'altro tributo è rivolto a Marcello Fois. Lo scrittore nuorese esordisce nel 1992 con un libro fuori dagli ambienti noir: Picta. Una sorta di vademecum, piuttosto curioso, dell'arte vista da mille punti di vista e con mille diversi intenti.

Racconti che sono ritratti di pittori alle prese col lavoro, i sogni, i pensieri e via dicendo. L'antologia vinse, in quell'anno, il Premio Calvino.

Ma è con i due romanzi successivi che Fois si colloca, e a buon diritto, in cima ad un'ipotetica classifica dei migliori noiristi di casa nostra. Sempre nel 1992 pubblica, per Metro Libri, Ferro recente. Tutto inizia con un orrendo, inspiegabile, delitto commesso lungo una strada della Sardegna. Da qui un complicato intreccio di vicende che sembra legare le esistenze di uomini e donne apparentemente lontani fra loro.

Storia che possiede la nostalgia politica degli anni roventi, ma nello stesso tempo la forza lucida perché da questa si possa ripartire verso lidi diversi.

Storia che mescola terrorismo, (anni '80 e '90), secessionismo (Sardegna libera) ed elementi di puro contorno, ma assolutamente necessari per un noir contemporaneo: prostituzione, ricatti, omosessualità ed altro. Una vicenda strutturata in modo da consumare i dubbi per strada, costruendo alla fine un mosaico che lascia solo il tempo di trattenere un poco il respiro. Lucida ambientazione regionale e in più l'avvertibile dramma di una generazione che sopravvive solo quando è imbottita di cinismo.

Meglio morti (Granata Press) del 1994 abbandona il setting terroristico per raccontarci invece una vicenda di violenze quotidiane. Durante una battuta di caccia viene ritrovato il corpo senza vita di una bambina. Altre bambine mancano all' appello. C'è qualcosa di macabro e ancestrale che lega queste scomparse?

Il romanzo è una presa di coscienza della condizione femminile. L'orrore e la violenza fisica non sta in una bambina di dodici anni che perde la verginità (anzi, lì il corpo dato è, evento davvero inusuale, un gesto d'amore), ma nel fatto che la stessa subisca un aborto procurato da una mammana che è simbolo di una sessualità marcia. L'orrore e la violenza non stanno nelle percosse quotidiane, ma nella tipologia culturale che vuole la donna sottomessa psicologicamente, per l'eternità, al maschio (bella la figura di Lina Piredda che, per amore, sconta da innocente una pena di trent'anni).

E così in Meglio morti l'elemento che sembra più politico (i soliti intrallazzi per ottenere appalti in Comune) è paradossalmente il meno socialmente coinvolgente. Ci sono ben altre tragedie in questo romanzo. Ben altre tangentopoli. Le tangentopoli del cuore e dei sentimenti, quando non basta nemmeno pagare per restituirsi innocenti.

Anche Fois ha fatto proseliti. Cesare Battisti pubblica nel 1993 Travestito da uomo. Romanzo su un terrorista italiano che dopo anni passati in esilio volontario in Messico, torna in Francia, a Parigi. Qui è arrestato per una soffiata e poi improvvisamente scarcerato.

Tra calvari giudiziari e sentimentali la trama s'insabbia su sentieri stanchi e consunti. Se per Fois il terrorismo era un momento storico da cui ripartire e ricostituirsi, per Battisti è un citarsi addosso tra dilemmi e considerazioni un po' muffe e storicamente sviscerate fino alla nausea.

Il sasso dentro di Ivan della Mea (InternoGiallo, 1990) è antecedente agli esordi di Fois, ma in qualche modo è riconducibile alle tematiche dello scrittore sardo. Romanzo pre-manipulite, sufficientemente ideologico nella prima fase, ingloriosamente buonista nella seconda. Romanzo di una Milano bella e disperata (... Milano è una città che di notte muore. Ogni notte muore un po' di più. Muore senza silenzio... muore senza silenzio e senza ombra... Milano si raggriccia nelle proprie miserie, sui propri dolori, sui propri peccati e, come Cristo nell'orto di Getsemani, trasuda tutta la sua pena, libera il suo maligno e non c'è Graal né sacro né profano che possa raccoglierne gli umori).

Romanzo di una Milano che produce cadaveri orrendamente mutilati e abbandonati nelle discariche e uomini con un profondo senso della giustizia. Romanzo di una Milano come vera e propria dark lady. Ma il finale smaccatamente ed ingenuamente hitchcockiano più che turbare, tuba. Almeno, tenta di tubare coi sentimenti troppo smaliziati dei lettori.

Quelli che hanno troppa puzza sotto il naso e non si fanno confondere dal tatticismo e dal mestiere di chi usa bene la penna; ma non sempre brillantemente la testa.


I furbi

È uno spazio curioso questo. Ma l'ho voluto inserire perché se da una parte le trame dei romanzi esaminati s'allontanano dai canovacci noir, dall'altro appartengono di diritto a strutture gialle che sono le progenitrici di tutto il poliziesco letterario.

Insomma, se il noir non può prescindere da tematiche sociali e politiche, gli autori di questa breve carrellata prescindono con dovizia, ma richiedono un'attenzione per una ricostruzione globale di tutto il movimento.

E perché furbi? Perché approfittano di un trend, per esempio, ricalcare gli schemi di un grosso successo commerciale, perché proseguono un filone che è ormai un classico di genere (i manoscritti segreti di uno Sherlock Holmes fanno sempre gola a tutti!), perché sagacemente sfruttano collocazioni storiche che stuzzicano l'interesse (vedi l'antica Roma).

Piero Meldini con L'avvocata delle vertigini appartiene al primo gruppo e compie un volo per niente vertiginoso. Noir apocalittico e vicenda di crittografie e profezie, manoscritti tarlati e vendette, dubbi teologici e certezze criminali, ma in fondo un tentativo piuttosto mal riuscito di scrivere un giallo alla stregua di un esercizio di stile. Il nome della rosa (perché Meldini ha il romanziere Eco nel cuore) è ben lontano sia per capacità affabulatorie che per capacità strutturali. Non bastano le dotte citazioni, sparse come riso, né le omeriche similitudini di cui l'autore ci omaggia come dolce companatico, per farne una lettura appassionata e appassionante.

L'avvocata delle vertigini (che non è colei che s'è indottorata in legge, ma colei che spinta dalla vocazione e da un accidente capitatole in cima ad un campanile è diventata santa e protettrice di coloro che soffrono di vertigini) è, lo confessiamo, un'occasione perduta. Tra le mani di un autore meno appesantito da balbettii intellettuali e da infiniti revivals il romanzo avrebbe lasciato tracce più marcate per future cavalcate a metà strada tra storia, mitologia, teologia e mistery.

Anche Dall'Angelo e Sorlini, vincitori del premio Tedeschi 1994 con Il libro di Baruc, hanno Eco nel cuore. Quattro giovani seminaristi, chiamati a confrontarsi dentro le mura di un monastero geloso custode dell'ortodossia, fanno una scoperta straordinaria che segnerà per sempre i loro destini. Un segreto che porterà la morte.

Morte che un prete e una giornalista, vent'anni dopo, decidono di chiarire proprio sulla base del libro di Baruc seppellito nel silenzio dei secoli.

Romanzetto tutto sommato piacevole. Dall'Angelo e Sorlini tagliano la strada all'eterogeneità dell'investigazione (Eco appunto, il giallo claustrofobico alla Ellery Queen, il giallo classico con finale a sorpresa di tutta la scuola inglese) offrendo un quadro totale convincente, ma fine a sé stesso. Un gioco letterario (al contrario di Meldini meno intellettuale, per questo più divertente) costruito come un gioco di società alla stregua di un Cluedo medievale.

Potremmo eleggere miss furba del decennio, Danila Comastri Montanari. La scrittrice bolognese s'è inventata un filone peplum (il termine ha il duplice significato di qualificare la sostanza e riallacciare le fila del discorso con un genere che soprattutto in Italia e soprattutto nel mondo del cinema aveva dato frutti insperati dal punto di vista del botteghino) sfruttando abilmente le nostalgie liceali e imperiali di una buona fetta del pubblico italiano che legge gialli. Nel 1990 vince il premio Alberto Tedeschi con un romanzo, Mors tua, ambientato nel primo secolo avanti Cristo. I personaggi sono essenzialmente due: Aurelio senatore romano acuto, colto, umanissimo ed ironico, e Castore, liberto greco, fantasioso, scansafatiche e malandrino.

Il leitmotiv di queste operazioni, sia che si tratti d'indagare su un caso d'aborto (!), sia che si tratti d'indagare sull'assassinio di una bellissima ragazza, è essenzialmente quello di condurre per mano il lettore attraverso un continente sconosciuto, un’antica Roma molto moderna, che rispecchia, in maniera piuttosto pacchiana, i problemi e i vizi dei nostri giorni.

Parlavamo di filone. Infatti dopo Mors tua è arrivato In corpore sano, Cave canem e dulcis in fundo (tanto per essere in tema) Morituri te salutant.

Siamo di fronte anche qui ad una sorta di gioco letterario sfizioso che ricorda i tentativi più esotici di Agatha Christie (citerei C'era una volta, storia ambientata nell'antico Egitto). Nient'altro, perché la materia nera, e questo è ovvio, non passa attraverso ricostruzioni storiche seppur brillanti ammantate di una sospetta similitudine coi tempi nostri.

Più solido ci pare invece il tentativo di Enrico Solito (gioco di parole voluto) di rielaborare le avventure di Sherlock Holmes. In Italia pare che esista un'associazione, detta Uno studio in Holmes, che si interessa di tutto quello che riguarda la celebre figura.

Enrico Solito, pediatra e neuropsichiatra infantile, fa parte di questo gruppo e l'amore per il personaggio di Conan Doyle l'ha portato a scrivere i tre racconti che fanno parte di Uno studio in Holmes (La biblioteca del Vascello - 1995).

Libriccino inconsueto e furbo. Si parte con una trovata letteraria di per sé poco originale: una lontana paziente del dottor Watson ha lasciato in eredità ad un dottore di Firenze, lo stesso Solito, una serie di carte contenenti alcune avventure mai pubblicate di Sherlock Holmes.

Trovata letteraria che, se vogliamo, è la cosa più debole dell'operazione, perché Uno studio in Holmes è in realtà una riuscitissima ricostruzione d'epoca, un sottilissimo gioco e la dimostrazione della validità universale di certi modelli fiction.

Solito ci trasporta di nuovo in quell'angolo di Londra che ha visto esercitare uno dei cervelli più fini della storia dell'umanità (e in cui noi avremmo voluto, almeno per un momento, mettere tutti il naso) con la stessa grazia, lo stesso fascino, la stessa positivistica visione della Storia del vero Conan Doyle. E a volte facciamo davvero fatica a credere che questo libriccino sia la solita invenzione letteraria di rimando. I tre raccontini poi finiscono con un'altra trovata: l'incontro tra lo stesso Sherlock Holmes e il suo creatore, in un finale che mischia anche Einstein (personaggio che indubbiamente affascina le platee più disparate) l'era atomica ed un ecologismo ante-litteram.

Insomma, per una volta tanto, una furbizia letteraria godibile. E ci si augura che ad un primo tentativo ne segua un altro altrettanto affascinante.

Bruno Ventavoli con Pornokiller (E/O - 1995) è a metà strada tra il noir contemporaneo ed una boutade frivola ed evanescente. A tratti addirittura irritante.

Un produttore di film a luci rosse bussa alla porta di un investigatore. Chiede che venga fatta luce su una serie di misteriosi delitti che hanno come vittime i suoi pornodivi.

"I maschi sono preziosi - spiega con chiarezza cartesiana - sono il fulcro del cinema porno. Di ragazze ne trovi quante ne vuoi, disposte a tutto, dopo che hanno fatto crollare il Muro dei comunisti. Mentre gli uomini con la vocazione sono pochi."

Romanzo insopportabile, soprattutto quando il Ventavoli si lascia andare ad un linguaggio a metà strada tra un Busi ubriaco e eterosessuale e una sit-comedy curata dai Vanzina.

Giallo in cui non c'è geografia (Torino aleggia diafana ed inconsistente), non c'è pathos (il finale è quanto di più banale ed insignificante si possa scrivere) e l'ironia, di cui apparentemente si dovrebbe far forza, sembra appartenere ad una scuola di scrittura creativa tenuta da Giobbe Covatta.

Ad essere sinceri il Ventavoli non è nemmeno tanto furbo (nello sfruttare la tendenza dell'omicida seriale): il pornokiller, colui che uccide a raffica i pornodivi, protagonista assoluto della vicenda, non sfrutta nemmeno la tentazione di una razionalizzazione della serialità. Uccide sì a ripetizione, ma fuori da ogni schema clinico. E questo, per un lettore che si vuole rispettare, è un tradimento bello e buono.


Cani sciolti

Chi sono i cani sciolti? Sono quelli che col movimento noir italiano non c'entrano un bel niente, ma che si sono lasciati attrarre dalla materia poliziesca perché, tutto sommato, è lo specchio fedele di questa nostra società un po' troppo sopra le righe.

Sono autori con formazione e cultura molto eterogenee e che di conseguenza affrontano il genere dai punti di vista più disparati.

Non vorrei essere tacciato di perfezionismo (o nel peggiore dei casi, di mania di catalogazione), ma all'interno di questo gruppo ho proceduto ad un'ulteriore suddivisione.

I cani sciolti strappasorriso.

Si può scherzare anche con il delitto, o meglio ancora, si può ironizzare lasciando le efferatezze e la macelleria priva di qualsiasi forma evolutiva al mercato d'oltreoceano.

Purtroppo i risultati non sono convincenti. C'è qualche sprazzo di ingegno italico, ma il più delle volte le vicende sono mortificate e abbrutite da un eccesso di situazioni farsesche e leggere che ne stravolgono l'essenza stessa.

Giampiero Rugarli è uno che bazzica spesso il genere noir. Lo ricordo, con simpatia, con una storia di spionaggio e lapsus freudiani (La troga - Adelphi 1988) che m'aveva lasciato il sorriso sulle labbra.

Nel 1995 è tornato con L'infinto, forse (Piemme). Daniele Pensa, medico legale, viene coinvolto in una catena di omicidi rischiando di essere ritenuto il colpevole. Come se non bastasse, un ignoto dinamitardo si accanisce contro le più belle opere d'arte del medioevo mettendo a repentaglio la riuscita del Progetto Italia inteso a valorizzare il patrimonio monumentale italiano.

Romanzo in definitiva inutile, con l'unico merito, forse, di non prendersi troppo sul serio (... Gli editori pretendono letteratura, e io detesto la letteratura. Un racconto è un racconto, non le pare? A me piace il gioco. E scrivo per gioco, perché vorrei che si leggesse per gioco. Non conosco altro modo di intendere il romanzo - pag. 155), che tenta di mischiare le carte di un Eco (anche qui!) con quelle terroristico-avventurose di un Riotta (vedere più avanti). L'insieme è scipito e falso con l'unica eccezione del finale in cui un falò di televisori restituisce alla terra i falsi dei e con essi i denti di Ambra (sic!).

Di ben altra fattura è Lune storte, romanzo d'esordio di un ribaldo faentino trentaduenne, Giancarlo Lèucadi. Qui siamo al plagio letterario, ma non per questo detestabile divertissement poliziesco. La traccia, la spina dorsale, il midollo osseo, il punto di riferimento della struttura è Quel pasticciaccio brutto de Via Merulana del grande Gadda. (... Insomma, come facciamo a sapere se l'idea irreversibile che la morte di Mannaro fosse un pasticciaccio ingrovigliato di Accademia venne al dottor Lunardo motu proprio o fosse piuttosto sospinta dall'acuta disamina degli elementi fornitigli da Camilla?}.

A volte addirittura ossequioso (nei confronti dell'ingegnere più importante d'Italia) il Lèucadi ci racconta la storia di un tal Mannaro (professore universitario, che sta per assurgere all'empireo degli ordinari) che viene ucciso in modo inopinato presso una fantasiosa città universitaria. Toccherà al magistrato dottor Lunardo sciogliere l'intricata vicenda e restituire tranquillità agli ambienti.

Al di là dei facili giochi di parola (Lune storte, Mannaro, Lunardo... quasi un carosello per una storia d'ambientazione fantastica, o addirittura il riferimento al Plauto di Homo homini lupus, cioè... l'uomo è un lupo per l'altro uomo) il Lèucadi è debitore di molte altre referenze. Prima di tutto la novellistica italiana: Bembo, Bandello, Poliziano, Machiavelli. Poi lo stesso giallo classico (in fondo è di questo che stiamo parlando!). L'invito al lettore rivolto ad ogni fine capitolo la dice lunga sulle frequentazioni elleryqueeniane dell'autore.

Insomma Lune storte ha la dirittura morale e letteraria di uno sforzo verbale. E diverte... e solo per questo, forse, dovrebbe essere consigliato.

Nico Orengo con La guerra del basilico compie un'operazione intelligente e divertente. Non si può non amare Sandra, biologa italiana in missione a Montecarlo per collaborare col Museo Oceanografico e alla ricerca dei responsabili della comparsa della Caulerpia Taxifolia, comunemente detta alga assassina, nel mar Mediterraneo.

Non si può non amare Oscar, pensionato stravagante che va alla ricerca di una sedia a sdraio, la stessa usata da Grace Kelly nel film di Alfred Hithcock Caccia al Ladro e che s'imbatte in una misteriosa avventura che l'attrice ha vissuto durante la lavorazione.

Non si può non amare Adriano, eccentrico maitre di un hotel a pochi chilometri dal confine italo-francese, alle prese con una storia infantile indelebile, tra passione e feticismo, rimpianto e dolore.

Non si può non amare l'avvocato Alfio che, pur nella sua visione berlusconiana della vita, pur nella sua spregevole filosofia di sopravvivenza, in definitiva è carico di umanità e di senso civile.

La guerra del basilico, metafora di un'Italia governata imprudentemente, è crocevia di storie e personaggi alla ricerca di certezze.

E letterariamente una miscellanea di generi: dal giallo internazionale (la presenza dell'alga assassina deriva da un esperimento in laboratorio), al sentimentale (gli amori di Sandra, Oscar e Adriano s'assomigliano brutalmente nella loro grigia impotenza) alla commedia brillante (e tutto un ironizzare sul desiderio del possesso), al mistero (qual'è il vero significato della mostruosa. pianta di basilico il cui odore aleggia persistentemente in un tratto della costa ligure?).

Con La guerra del basilico Orengo avrebbe fatto la felicità di Calvino. Storia leggera e buffa, credibile ed incerta, superflua e convincente.

Dunque cuore, sentimenti, inganni, feticci, gonne gialle, alghe, sesso, cinema, Grace Kelly, sole, pesce, costa ligure, costa francese, Montecarlo e basilico. Ecco gli ingredienti di una vicenda misteriosa, ma soprattutto una vicenda di fallimenti. Terribili e, paradossalmente, bellissimi.


Cani sciolti impegnati.

Qualcuno di voi avrebbe scommesso sulla presenza di Dacia Maraini in un articolo come questo?

Anche l'affascinante, brillante, impegnata, ma sì anche mondana, autrice di Isolina e La lunga vita di Marianna Ucrì (tanto per citare alcuni titoli) s'è lasciata avvincere dall'attrazione che esercita il romanzo giallo.

Ne ha scritto uno, Voci (Rizzoli - 1994) e naturalmente a modo suo. Michela Canova, giornalista di una radio privata, dopo una breve assenza dalla sua casa romana, torna e si trova davanti il corpo senza vita di una sua vicina, Angela Bari.

Pochi giorni dopo viene incaricata dal suo direttore di condurre un'inchiesta sulla violenza urbana e, in particolare, sulle sevizie, spesso impunite, contro le donne,

Comincia così un lungo viaggio nella dimensione dell'orrore quotidiano. Viaggio impervio e civile.

Il romanzo però potrebbe essere la cronaca del delitto Montesi, tanto il tempo ed il costume sembrano immutati. E in un mondo brutale e percussivo, Michela beve il latte, viaggia in cinquecento (quella vecchia, non quella nuova!), scioglie dieci gocce di valeriana in un bicchiere d'acqua prima di dormire e si muove al rallentatore come se la Storia la toccasse appena.


da "Il paradiso degli orchi" n. 13, primavera ‘96


3ª parte






[ Indietro ]

Articoli per bibliografie e saggi sulla sf italiana

Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (176 letture)



Questo portale è realizzato con l'ausilio del CMS PhpNuke
Tutti i loghi e i marchi registrati appartengono ai rispettivi proprietari. I commenti sono di proprietà dei rispettivi autori.
Tutto il resto è ©2003-2006 di IntercoM Science Fiction Station. È Possibile usare il materiale di questo sito citandone la fonte.
Potete sindacare le news del portale di IntercoM usando il file backend.php