Scrittori italiani di fantascienza per ragazzi, parte 1
di Antonio Scacco
Il «boom» dei romanzi di fantascienza per ragazzi di autori italiani è un fenomeno piuttosto recente. Non è che in passato siano mancate del tutto opere appartenenti a questo genere narrativo: chi da un pezzo ha varcato la soglia dell'adolescenza, annovera certamente tra le sue giovanili, appassionanti letture Gli esploratori dell'infinito di Enrico Novelli" (Yambo) e Il raggio naufragatore di Luigi Motta. Ma si trattò in genere di esempi isolati, destinati a non avere molto seguito a causa soprattutto della limitata diffusione, in quel tempo, della cultura tecnico-scientifica. E lo sviluppo della narrativa di science fiction, si sa, è in rapporto direttamente proporzionale al livello di sapere tecnologico e scientifico raggiunto da una nazione. Per quanto riguarda l'Italia, bisogna poi tener conto di una preconcetta ostilità nei confronti della letteratura fantastica in generale (1), tanto che si è arrivato a affermare autolesionisticamente che gli italiani sono «un popolo di santi, di navigatori, di poeti, di precursori, di geni incompresi, ma non, enfaticamente non, di scrittori di fantascienza" (2).
L'uso degli pseudonimi
In effetti, agli inizi degli anni '50 che segnano, con le riviste «Scienza Fantastica» e «Urania», la nascita ufficiale della science fiction in Italia, le prime prove in campo fantascientifico degli autori nostrani non sono un modello esaltante di originalità. Si imitano pedissequamente gli scrittori anglo-americani non soltanto nella scelta dei temi e nell'uso di chiamare Fred o John i personaggi, ma anche nell'assumere pseudonimi anglofoni per firmare le proprie opere. Bisogna attendere il periodo a cavallo degli anni '50 e '60 per trovare, con la fondazione delle riviste «Oltre il Cielo» e «Futuro», i primi segni di una «via italiana» alla fantascienza. I tratti salienti di questa «via» sono stati messi in luce così da Lino Aldani: "... gli elementi che possono di per sé diversificare la narrativa italiana da quella d'oltre oceano, non sono pochi. Anzi tutto, la maggiore chiarezza d'espressione, poi la forma quasi sempre più curata, l'equilibrio, la semplicità o la complessità, ma sempre argomentata, là dove quella offerta dagli americani si presenta spesso tortuosa e gratuita. Infine, (...) una rappresentazione della condizione umana più concreta, più vera, più convincente" (4).
Occorre però chiarire che il tema dell'introspezione psicologica, a cui si deve aggiungere quello non certo secondario della critica sociale, fu portato avanti esclusivamente da «Futuro», mentre «Oltre il Cielo» preferì continuare nel solco tracciato dalla prima fantascienza degli anni '50, pubblico cioè racconti di tipo verniano e avventuroso. Con questa differenza: se nelle riviste degli esordi «Scienza Fantastica», «Urania», «Fantascienza» ...) era dato spazio prevalentemente alla narrativa importata dai paesi anglosassoni ed era respinta ai margini quella indigena o, quando veniva concesso l'onore della pubblicazione, l'autore doveva ricorrere a un nom de plume anglofono, con «Oltre il Cielo» è finalmente concesso spazio senza riserve agli scrittori italiani, tant'è vero che molti di essi abbandonano l'uso dello pseudonimo.
Questo schema che indica, in modo molto sintetico, le linee di sviluppo della fantascienza per adulti in Italia, è applicabile in larga misura alla fantascienza per ragazzi.
In questo settore infatti ritroviamo l'uso, successivamente abbandonato, dello pseudonimo: Gianfranco Briatore ricorre a quello di Johnni Bree in S.o.s. Galassia e Giancarlo Ottani si firma John Ott in Attacco dal Sole. Anche la tematica segue la stessa parabola che abbiamo visto nella fantascienza per adulti, cioè da una fase in cui prevale l'elemento avventuroso si passa ad un'altra in cui l'attenzione è rivolta «alla ricerca dei veri motivi per cui l'uomo cosmico rischia di perdersi e di estraniarsi, alla ricerca di quelli che possono essere i rimedi, sia pure indiretti, per un affrancamento totale dell'angoscia e dei dubbi che la conquista dello spazio e la proiezione nel futuro alimentano" (5).
Certamente, tale polarizzazione attorno ai problemi umani è in perfetta sintonia con quelli che sono gli scopi e la natura della letteratura giovanile, che Tullio Bressan così sintetizza: «La struttura teorica della letteratura giovanile, a livello estetico, etico, psicologico, linguistico e sociale, apre nuovi orizzonti alla stessa e la rende impegnata nella creatività e nella formazione della gioventù, conferendole dignità primaria di cultura e di civiltà, (...) la nostra letteratura si richiama alle radici dell'umanità, ha la facoltà e le finalità di infondere nei giovani quel dovere di crescere in armonia con l'umanità e di lottare per il trionfo della ragione universale" (6).
Sembrerebbe, dunque, naturale e legittimo far rientrare la fantascienza tra i filoni o categorie o generi narrativi che, come la fiaba, la favola, l'avventuroso, il romanzo storico, ecc., costituiscono il mondo della letteratura giovanile. Sennonché a tale omologazione si oppongono due obiezioni di carattere teorico.
La prima è quella formulata nel 1907 da Benedetto Croce, allorché, condannando il Verismo, affermava: «La scienza e l'arte sono inconciliabili, non perché avverse, ma perché diverse (7)". Tale assioma sembrerebbe calzare a pennello alla narrativa di fantascienza, sia perché essa si basa sul canone fondamentale della plausibilità scientifica, sia perché molti suoi romanzi sono incentrati più sul contenuto o idea, che sulla forma. La seconda obiezione è che molti autori di fantascienza non sono propriamente scrittori per ragazzi, né le loro opere, tranne qualche eccezione, sono intenzionalmente a loro dirette. Sarebbe, perciò, netto il contrasto con la definizione di letteratura giovanile, formulata da Maria Goretti, secondo cui essa è "soltanto quella che viene espressamente pensata per il mondo dell'infanzia e a questa diretta" (8).
La soluzione a questi problemi, secondo noi, è quella offerta da Angelo Nobile, per il quale "l'aggettivo "giovanile" ingloba più propriamente anche quelle opere narrative non espressamente e intenzionalmente destinate all'età evolutiva, ma oggetto di appropriazione da parte dell’infanzia, in quanto contenenti elementi - di ordine stilistico e contenutistico - rispondenti ai gusti, agli interessi, alle aspettative e alle esigenze profonde dei ragazzi e che ne costituiscono un repertorio abituale e gradito di lettura» (9).
Il filone catastrofico
Esaminiamo adesso alcuni romanzi che ci sembra documentino in modo esemplare le linee di tendenza della fantascienza italiana per ragazzi, raggruppandoli per comodità espositiva secondo le tematiche che trattano.
La fine del nostro pianeta per cause naturali o per colpa della follia dell'uomo è un argomento che da sempre ha attirato l'attenzione degli scrittori di fantascienza, tra cui basterà ricordare Olaf Stapledon con Le infinite possibilità della specie (Last and First Men, 1930) e John Wyndham con L'orrenda invasione (The Day of the Triffids, 1951).
Anche nel settore della fantascienza per ragazzi, il tema della catastrofe è ampiamente trattato, ne potrebbe essere diversamente date le minacce nucleari, demografiche, ecologiche, ecc. che ci sovrastano. Al filone catastrofico appartiene il romanzo di Giara Rubbi, Glaciazione anno 2079, in cui una nevicata eccezionale investe il mondo: la Torre Eiffel, la Torre di Londra, il Partenone... scompaiono sotto una coltre di ghiaccio, alta centinaia di metri. La maggior parte dell'umanità perisce nel disastro e i pochi superstiti si rifugiano, a bordo di astronavi, nello spazio, nell'attesa che il manto di neve si sciolga e la Terra possa tomare ad essere abitata.
In questo romanzo, il background tecnologico non è costruito secondo criteri di plausibilità, L'autrice è incerta tra l'esaltazione del progresso tecnico-scientifico e la sua condanna. La sua simpatia va al personaggio di Sara Rivelli, una scienziata esperta di parapsicologia, mentre è decisamente messa in cattiva luce la figura di Sigmund Cophis, lo scienziato che crede solo nei fenomeni quantitativamente misurabili e verificabili. I due personaggi, nell'intenzione della Rubbi, vogliono essere l'esemplificazione della teoria dicotomica secondo cui l'universo «può essere concepito in due modi fondamentali, come una grande macchina o come un grande pensiero. Per molti, moltissimi scienziati è solo una grande macchina di cui credono di aver scoperto già molti congegni» (10).
Ben altro spessore morale e psicologico ha il romanzo di Luciana Martini, Non deve accadere, anch’esso imperniato sul tema della catastrofe (questa volta è un conflitto nucleare). Contrariamente a quanto avviene nei romanzi di questo sottogenere, il nucleo narrativo non è costituito dal solito quadro agghiacciante della decadenza fisica e morale dell'umanità. O meglio, tale drammatica realtà fa da sfondo, mentre hanno la preminenza i sentimenti di angoscia e di paura che attanagliano l'animo dei due bambini protagonisti, Vasili e Theo, rimasti separati dai rispettivi genitori nel girovagare affannoso da una «Città» sotterranea all'altra alla ricerca di un'impossibile via di salvezza.
Con altri bambini, salgono su un aereo che li dovrà portare in un luogo sicuro, ma un guasto li costringe ad un atterraggio di fortuna. In attesa dei soccorsi, Theo, Vasili e un altro loro amichetto, Thomas, si mettono a girovagare per la campagna circostante e, insperatamente, scoprono un'astronave con a bordo un gruppo di uomini, donne e bambini, in procinto di avventurarsi nel cosmo alla ricerca di un pianeta abitabile dove fondare una società migliore. Poiché non c'è spazio per tutti, un adulto si sacrificherà cedendo il proprio posto ai tre ragazzi.
Come sempre nei romanzi catastrofistici, la fine è il principio di un nuovo inizio, è l'alba di una nuova umanità, è la fiducia in un Dio provvido e misericordioso: «Ora voi sapete la verità, ma non dovete avere paura. Quello che accadrà è tutto quello che accadrà agli uomini, ma gli uomini non sono Dio. Noi sappiamo che il mondo morirà, va bene, morirà, e nel mondo non c'è più posto per noi, va bene, spariremo. Ma non significa che tutto sarà finito. Non dovete pensare "per sempre" e "da ogni parte", come ha detto Vasili. Questo, se non ci fosse Dio. Allora, si, tutto e per sempre. Allora si, bisognerebbe avere paura" (12).
Il tema della sopravvivenza
Un altro tema che compare frequentemente nella narrativa di fantascienza è quello della sopravvivenza. Per migliaia d'anni l'uomo è> vissuto abbarbicato alla superficie del suo pianeta che, con la sua atmosfera, i suoi oceani, le sue foreste, lo ha nutrito e protetto come un utero materno. La conquista dello spazio implica, perciò, il trauma di una seconda nascita, tanto più drammatica in quanto biologicamente l'uomo non è adatto a vivere nel vuoto cosmico, e rischi e pericoli attenderanno dietro l'angolo i «padri pellegrini» delle stelle non soltanto nella fase del viaggio, ma anche all'arrivo a destinazione. Un esempio classico di questo sottofilone della fantascienza è rappresentato dal romanzo di Robert A. Heinlein, La via delle stelle (Tunnel in the Sky, 1955), dove si immagina che gli studenti della scuola del futuro debbono affrontare l'esame di sopravvivenza e a tale scopo vengono abbandonati, per alcuni giorni, su un pianeta vergine a lottare, senza più l'ausilio della tecnologia, contro difficolta e insidie anche mortali.
Tra i romanzi italiani di fantascienza per ragazzi che hanno affrontato il tema della sopravvivenza, ricordiamo quello di Danilo Forina, I cavalieri dello spazio, dove facciamo la conoscenza di tre simpatici ragazzi: Marjorie, Larry e Kris, i cui papà astronauti sono impegnati nel «Progetto Beta», un progetto che prevede lo sbarco dei primi uomini su Marte. Effettuato il lancio, l'astronave, quando è ormai a più della metà del percorso Terra-Luna, viene irreparabilmente danneggiata da un meteorite. Purtroppo, gli americani, per recuperare i naufraghi, non hanno pronto un razzo abbastanza potente, come invece lo hanno i russi. Però, le solite beghe di politica internazionale impediscono la collaborazione tra i due blocchi. Allora, Marjorie, Larry e Kris lanciano per televisione un appello a tutti gli uomini della Terra, perché facciano qualcosa per salvare i loro papà. Un ragazzo sovietico, Nikita, ascolta il messaggio e fa in modo che al proprio padre, valente astronauta, venga affidata dal Cremlino la missione di riportare sulla Terra i tre naufraghi dello spazio.
Il romanzo è un messaggio di speranza, un invito a tutti i popoli perché prevalga lo spirito di fratellanza e di collaborazione. Gli astronauti King, Brown e Jeffrey si accingono alla loro impresa senza vano orgoglio, ma con umiltà, augurandosi che «ogni passo in avanti compiuto dalla scienza, ogni scoperta, ogni conquista abbiano come unico scopo il bene dell'umanità» (13). All'arroganza del potere politico che da un summit all'altro vanifica, ormai da decenni, le speranze dei popoli in una pacificazione mondiale, l'autore contrappone la volontà dei singoli di annullare le barriere ideologiche e di far valere, in ogni questione di carattere economico, burocratico e tecnocratico, l'insopprimibilità delle libertà personali, la sacralità dei legami affettivi, il peso della propria umanità.
Lo stesso tema della sopravvivenza è affrontato anche da Gianni Padoan in Robinson dello spazio in un taglio più "tecnologico" che tuttavia non trascura gli aspetti umani della vicenda. Ne diamo la trama.
La missione che si appresta a compiere l'Apollo X-3, mandato in orbita attorno alla Luna con a bordo gli astronauti George Wayne, Robinson Miller e Jim Silverton, non ha nulla di eccezionale: deve far posare sulla faccia nascosta del nostro satellite un LEM-Ricovero contenente le attrezzature per una lunga esplorazione successiva. Ma una volta sganciato il «modulo lunare», per una fatalità che ha una probabilità su un miliardo di verificarsi, l'impatto con una pioggia di meteoriti, i tre astronauti che si consideravano solo dei «portatori d'acqua per i campionissimi di domani» (14), diventano i protagonisti di una cosmica tragedia: l'Apollo X-3 non riesce ad immettersi nella traiettoria di ritorno sulla Terra e si schianta sul suolo lunare. L'unico superstite è Robinson Miller, per il quale inizia una estenuante, disperata lotta per la sopravvivenza, ben più difficile di quella condotta dall'omonimo personaggio immaginario di Defoe. Riceve un primo soccorso da un cosmonauta sovietico, Andrej Kljucev. Ma, poiché la "Vostok" non può staccarsi dal suolo lunare, i due si rifugiano nel LEM-Ricovero, in attesa della spedizione di soccorso americana. Quando questa arriva, poiché c'è un solo posto disponibile sui LEM e l'ordine è di salvare unicamente l'astronauta americano e di abbandonare al suo destino quello sovietico, Robinson Miller rifiuta il cinismo ideologico implicito nella scelta e, in un drammatico finale, riesce a portare in salvo anche Kljucev.
Per apprezzare adeguatamente l'accuratezza dei dettagli tecnico-scientifici del romanzo, bisogna tenere presente che esso - come ebbe a dichiarare lo stesso Padoan in un'intervista (15) - fu scritto prima che l'«Apollo 11» conquistasse la Luna. Ma la validità del romanzo ovviamente non si fonda su un aspetto così facilmente destinato all'obsolescenza a causa del progresso della scienza. A renderne ancora interessante e attuale la lettura sono i risvolti umani della vicenda, la fede nella capacità dell'intelligenza umana a superare gli ostacoli. Nella solitudine del deserto lunare, così Robinson rincuora sé stesso: «La vera presunzione, Robinson, la superbia più nera, è pensare che gli strumenti fabbricati dagli uomini siano superiori alla tua mente, che è stata creata da Dio! Va, Robinson, senza paura! Hai già risolto i problemi più gravi; risolverai anche tutti gli altri che ti si presenteranno» (16). Indubbiamente il profilo psicologico dell'astronauta americano è delineato con tratti abbastanza marcati, e ciò coerentemente con l'eccezionalità della situazione. Ma non ne viene fuori un Superman, bensì un essere umano con i suoi momenti di debolezza, di smarrimento e di paura. Risulta così smentito ancora una volta il luogo comune secondo cui la science fiction poco si presterebbe allo scavo psicologico del personaggio.
Quali altri sogni oltre al consumismo?
Ma l'attenzione dello scrittore di fantascienza non è rivolta alla sopravvivenza soltanto del singolo individuo, ma anche dell'intera razza umana. Oggi, la logica consumistica, la continua produzione di merci, l'accumulo di rifiuti che non si sa come smaltire, stanno portando la Terra alla morte ecologica. La soluzione - avverte Giorgio Nebbia - può venire solo «dalla revisione critica del nostro sogno e del nostro ideale di sviluppo illimitato e fine a sé stesso, e dalla ricerca e scoperta di altri sogni e di altri ideali che concilino una vita dignitosa per l'uomo, partecipe della grande armonia della natura, con l'uso razionale di un patrimonio di risorse assolutamente limitato» (17). In quest'ottica si pone la politica della creazione di Parchi naturali, per salvare dallo sterminio molte specie di animali in via di estinzione. È questo il tema de L'Arma invisibile di Gilda Musa.
In un futuro molto prossimo, in una località non Ben precisa degli Stati Uniti Europei, è in fase di realizzazione un grande Parco naturale, il «Wald Park», per la conservazione e la protezione degli animali in via di estinzione. Sofisticate apparecchiature elettroniche e un folto gruppo di androidi programmati secondo le tre Leggi della robotica di asimoviana memoria, provvedono a distribuire il cibo agli animali e a curare e proteggere dagli incendi la vegetazione. Ma alcuni loschi individui decidono di impedire la realizzazione del progetto. Approfittando del caldo torrido, fanno scoppiare degli incendi e provocano la decimazione degli animali con un letargo artificiale. Quando la sconfitta per i difensori del «Wald Park» sembra inevitabile, ecco che tra uomini e animali si realizza una stupefacente simbiosi mentale che permette di neutralizzare l'arma invisibile che causa la malattia del sonno, di smascherare il responsabile della catena di sabotaggi.
Costruito secondo la tecnica del «realismo fantastico» tipica di Gilda Musa (18), questo romanzo non utilizza toni sensazionalistici o trovate mirabolanti per catturare l'attenzione del lettore. Come nelle altre opere della scrittrice, il futuro, qui, non è «delineato nei suoi aspetti generali, ma solamente illuminato di scorcio, per quel tanto che basta a giustificare la storia in atto» (19). Quello che invece preme alla Musa è mettere in risalto la psicologia dei quattro ragazzi protagonisti, tessere la delicata trama dei sentimenti di solidarietà e di bontà che li legano, delineare le tappe della loro maturazione interiore. Un romanzo dunque che è un chiaro esempio dello psicologismo di questa autrice, per cui, com'è stato osservato, «la sua fantascienza non è che, in fondo, l'ambientazione in luoghi (spaziali o temporali) fantastici dei problemi dell'individuo» (20).
Alla fine di questa prima parte del nostro articolo, una riflessione ci sembra utile di dover sottoporre all'attenzione non solo di quanti si occupano di problemi etici, pedagogici e psicologici, ma anche e soprattutto di quanti, con ostinazione degna di miglior causa, continuano ad osteggiare e a discriminare la fantascienza, arrivando all'assurdo di avanzare "consistenti riserve (…) anche a livello criminologico" (21). Da studi di filosofi della scienza e di sociologi (22), risulta la verità lapalissiana che, nel mondo d'oggi, si è compiuta una svolta antropologica o mutazione storica, mai verificatasi nella storia dell'umanità. La causa? L'avvento della scienza moderna, che ha modificato radicalmente il rapporto dell'uomo con la realtà. L'uomo pre-scientifico la subiva (ricordate il sistema tolemaico"); l'uomo scientifico la domina! I romanzi che abbiamo citato, testimoniano, in modo ineccepibile ed esemplare, questo nuovo rapporto dell'uomo con il mondo.
NOTE
(1) A parte l'Ariosto e pochissimi altri, si deve arrivare ai nostri giorni per incontrare autori che, come Buzzati e Calvino, dimostrino un genuino interesse letterario per il fantastico (cfr. Massimo Del Pizzo, Sulle tracce di una fantascienza italiana, in «Future Shock», n. 3, dicembre 1987, p. 3).
(2) Il direttore dell'edizione italiana di «Galaxy», Riccardo Valente, citato in Lino Aldani, La fantascienza, La Tribuna, Piacenza, 1962, p. 127.
(3) Cfr. Vittorio Curtoni, Le frontiere dell'ignoto. Vent'anni di fantascienza italiana, Ed. Nord, Milano, 1977, p. 53.
(4) L. Aldani, op. cit., p. 141. Il corsivo è nostro.
(5) Ibidem, p. 142.
(6) Tullio Bressan, Sentieri di luce. Teoria della letteratura giovanile, L'Ora del Racconto, Trieste, 1984, p. 82.
(7) La citazione è in Andrea Battistini (a cura di), Letteratura e scienza, Zanichelli, Bologna, 1977, p. 1.
(8) Cfr. Angelo Nobile, Letteratura giovanile, Editrice La Scuola, Brescia, 1990, p. 55.
(9) Ibidem.
(10) Clara Rubbi, Glaciazione anno 2097, SEI, Torino, 1979, p. l08.
(11) Il romanzo è stato pubblicato, nel 1973, dalla Bompiani col titolo: Addio al pianeta Terra.
(12) Luciana Martini, Non deve accadere, SEI, Torino, 1979, p. 91.
(13) Danilo Forina, I cavalieri dello spazio, La Scuola, Brescia, 19762, p. 54.
(14) Gianni Padoan, Robinson dello spazio, AMZ, Milano 19702, p. 18.
(15) Cfr. M. Bartolazzi Guaspari (a cura di), Incontri con Fautore: Gianni Padoan, in «Schedario», n. 109, gennaio-febbraio 1971, pp. 10-13. Il libro di Padoan uscì il 20 luglio 1969, lo stesso giorno cioè in cui Armstrong e Aldrin, a bordo del modulo “Eagle”, si posarono sul suolo lunare. Confrontando il resoconto del viaggio fatto dai mass-media e quello immaginato da Padoan, non si può non ammirare la stupefacente verosimiglianza di quest'ultimo.
(16) G. Padoan, op. cit., p. 112.
(17) Giorgio Nebbia, Presentazione a E. Goldsmith-R. Alien, La morte ecologica, Laterza, Bari, 19732, p. X.
(18) Così l'autrice ha definito la sua «vocazione al fantastico» in un su articolo, Esperienza personale, apparso su «La Collina» (Ed. Nord, Milano 1982, n. 2, pp. 90-96).
Tra gli scrittori di fantascienza per ragazzi fin qui citati, Gilda Musa è l'unica che abbia al suo attivo anche romanzi di fantascienza per adulti, tra cui ricordiamo: Festa sull'asteroide, Esperimento Donna, Giungla domestica, Fondazione Id.
(19) Vittorio Curtoni, op. cit., p. 204.
(20) Gian Filippo Pizzo, Le italiane e la Sf, in «Sf...ere», A.N.A.S.F, Roma, 1982, n. 23, p. 12.
(21) Angelo Nobile, op. cit., p. 93.
(22) Cfr. Enrico Cantore, L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, Ediz. Dehoniane, Bologna, 1988, e AA.VV., Il problema della società industriale: progetti di sviluppo e crescita dell'uomo. Atti del XLVIII corso di aggiornamento culturale dell'Università Cattolica, Vita e Pensiero, Milano, 1979.
da "Future shock" n. 62, febbraio 2013
2ª parte
[ Indietro ]
Articoli per bibliografie e saggi sulla sf italiana Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (178 letture) |