Vonnegut non assolve l'America
di Matteo Persivale
Quando facevano notare a Joseph Heller, negli anni della vecchiaia, che non era più riuscito a scrivere un romanzo bello come Comma 22, quel grande rispondeva semplicemente: «E chi altro c'è riuscito?». Perché ci sono scrittori che riescono a dire tutto in un libro solo, che diventa una pietra miliare; e non hanno bisogno di aggiungere altro (l'esempio classico e Il buio oltre la siepe di Harper Lee, al di là delle spregiudicate pubblicazioni postume di inediti di incerta origine volute dagli eredi). Altri, come Heller, realizzano un'opera assoluta ma continuano a lavorare, a raccontare, a immaginare nuove storie che sarebbe scorretto, oltre che inutile, paragonare sempre al loro capolavoro.
Kurt Vonnegut appartiene alla categoria di Heller: autore si d'un capolavoro assoluto - Mattatoio n. 5, uno di quei libri che definiscono un'epoca - ma attraverso il resto della sua opera continua il percorso di narratore radicale che applica le regole e i metodi della pop-art, e del mash-up di generi, a una letteratura americana postbellica nel pieno del suo rinnovamento.
Mattatoio n. 5 non è semplicemente un libro che si studia all'università, come dice Jerry Stahl in riferimento a Ultima fermata Brooklyn del suo mentore Hubert Selby jr. No, è uno di quei libri che ti cambiano la vita.
C'è tutto Vonnegut, in quel romanzo sul bombardamento a tappeto di Dresda durante la Seconda guerra mondiale: l'incapacità di non farsi beffe delle istituzioni, il coraggio da «cattivo americano» di raccontare un crimine di guerra alleato invece d'una storia d'eroismo della guerra alla quale ha preso parte come ragazzo del '22. Progressista senza illusioni, compassionevole senza melassa, antirazzista quando non era ancora di moda e si rischiava davvero (le botte o peggio), anarchico per principio, ateo mistico, libero pensatore che visse nel mirino dei benpensanti. Tutte le sue opere sono meritoriamente in corso di ripubblicazione per Bompiani a cura di quel fuoriclasse assoluto di Vincenzo Mantovani (è forse una delle iniziative editoriali italiane più belle degli ultimi anni): Galápagos, Stringere la mano a Dio (con Lee Stringer), La colazione dei campioni, Le sirene di Titano, Un uomo senza patria, Piano meccanico, Madre Notte, Hocus Pocus, Un avanzo di galera. Poi Tutti i racconti, e le lettere: Tieniti stretto il cappello. Potremmo arrivare molto lontano.
Tutto Vonnegut minuto per minuto, tributo a un maestro scomparso nel 2007 e con il quale l'America ha avuto un rapporto complicato: ebbe la fama, le vendite lusinghiere, l'amore del pubblico, la straordinaria popolarità nei campus ai tempi del Vietnam e di Nixon che lo vedevano (giustamente, ma era riduttivo) come eroe pacifista. I premi del salotto buono delle Lettere americane gli sfuggirono: niente Pulitzer, niente National Book Award, niente Pen, onorato da «Hugo» e «Nebula» perché le giurie di «genere» a volte hanno più buon gusto degli accademici. Ebbe vita difficile nelle scuole e nelle biblioteche della provincia, i suoi libri banditi per disfattismo, un giudice del Midwest che a processo lo definisce «depravato». Cose non belle che lui accolse con un sorriso. "Il capitalismo non è fatto per i mansueti, e neanche l'America".
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