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Il mondo di oggi ha perso la morale


Ryusuke Yoshii è un giovane rivenditore di prodotti online di Tokyo. Il suo nickname su internet Ratel, il suo obiettivo è dominare l'offerta e amplificare la domanda degli anonimi clienti che comprano i suoi beni «esclusivi». Yoshii alterna il controllo ossessivo dei livelli di vendita alla compagnia di Akiko, una coetanea in cerca di un'esistenza privilegiata. Ma sono in molti a non vedere Ratel di buon occhio: un collega che voleva trasferire gli affari del rivenditore sulla sua piattaforma; un capoufficio che avrebbe voluto assumerlo come dirigente della sua fabbrica; e una serie di clienti che hanno incassato da lui sonore fregature.

Questi individui, che non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro, si catalizzeranno con l'aiuto di uno «smanettone» in grado di galvanizzare il loro scontento attraverso internet, e daranno la caccia a Yoshii/Ratel. «Cloud è un film d'azione», dice a «la Lettura» il regista giapponese Kiyoshi Kurosawa, ma sarebbe più corretto definirlo un potente mix di osservazione sociologica, horror e farsa granguignolesca. Soprattutto, Cloud (nelle sale italiane dal 17 aprile per Minerva Pictures) è una fotografia impietosa di un Giappone contemporaneo, e un mondo, in cui «l'idea che tutto possa esserci portato via si è rafforzata dopo il lockdown».

Come è nata questa storia?

«Avevo letto un articolo in cui si parlava di cinque individui che si erano coalizzati per commettere un omicidio senza conoscersi fra loro: si erano incontrati solo tramite internet con il comune obiettivo di far fuori lo stesso individuo.

Inoltre ho un conoscente che fa proprio il rivenditore online, accumula oggetti di ogni tipo e li piazza all'asta a prezzi gonfiati, approfittando della zona grigia che si è creata in Rete, dove niente è mai del tutto lecito o del tutto illecito».

Anche i suoi personaggi, più che immorali, paiono privi di senso morale.

«È così, e questo si può dire di molte figure contemporanee della politica o del commercio, che non sembrano nemmeno avere consapevolezza dell'esistenza di un Bene o un Male. C'è un personaggio del film, il giovane assistente di Yoshii, che rappresenta alla perfezione questa mancanza assoluta di un codice etico, e che per questo cambia continuamente atteggiamento verso il suo capo, solo in funzione dei propri interessi».

I protagonisti del film sono soprattutto giovani dotati di un cinismo assoluto non solitamente associato con la loro età. Come mai questa scelta?

«Credo che i giovani oggi, quantomeno in Giappone ma forse anche nel resto del mondo, siano totalmente privi di speranza, e dominati da un'insicurezza che li rende preda di ambizioni esclusivamente materialistiche. Internet offre la possibilità di arricchirsi con facilità senza acquisire altro talento che la velocità nel riciclare e commercializzare - il che significa anche mettere in vendita la propria anima al miglior offerente. Sento grande tenerezza per questa generazione così priva di ideali, perché capisco che dietro c'è la convinzione che il mondo non abbia lasciato loro nulla, e non offra altro che la possibilità di accumulare soldi e beni materiali in modo furtivo e predatorio, nel terrore costante che tutto ciò che hanno racimolato possa scomparire da un momento all'altro. Quel che mi colpisce è come questi giovani appaiano opachi, quasi imperscrutabili, come se fossero creature di pura superficie».

Forse il personaggio più negativo è Akiko, la fidanzata di Yoshii.

«Lo penso anch'io, perché almeno in Yoshii c'è qualcosa di disperatamente romantico: accumula denari soprattutto per sentirsi all'altezza di Akiko, e non rischiare di perderla. Per la ragazza invece un compagno vale l'altro, a patto che sappia soddisfare la sua esigenza di possesso materiale. Ma anche lei è vittima di una società capitalistica amplificata dallo strapotere dell'high tech, per cui ha perso di vista le proprie priorità umane».

«Cloud» mostra anche come persone di provenienze e generazioni diverse possano coalizzarsi online fino ad arrivare a compiere atti di violenza,

«È una metafora di come la frustrazione collettiva possa essere incanalata attraverso i social e autoalimentarsi, creando alleanze posticce fra persone che non hanno nulla in comune se non un generico desiderio di rivalsa che, grazie alla Rete, trova i suoi capri espiatori. Si tratta di gente normale, non di gangster, che però rischiano di trasformarsi in criminali per dare sfogo alla sensazione di impotenza che lo stesso web veicola e potenzia, costringendoci a fare continui paragoni e dando spazio agli sfoghi più incontrollati. Internet però è solo un grande megafono, la frustrazione non nasce da lì».

Da dove, allora?

«Dall'isolamento, dall'immersione totale in un sistema economico brutale che non fa prigionieri, e da un individualismo che impedisce qualunque contatto umano significativo».

Più che nel Giappone contemporaneo infatti i suoi personaggi sembrano abitare sulla Luna...

(Ride) «Si, sembra che ognuno sia sigillato nella sua tuta da astronauta, con la testa dentro un casco che è una specie di bolla isolante: soprattutto quando stanno ore davanti a uno schermo, sia per accumulare profitti che per montare una campagna d'odio verso un nemico sconosciuto. Del resto il titolo stesso del film, Cloud, fa riferimento tanto a quello spazio web immateriale in cui sono custodite migliaia di informazioni e dati sensibili, quanto alle nuvole che stanno sospese nello spazio celeste».

Il finale di «Cloud» resta aperto.

«Come quasi tutti quelli dei miei film.

È il pubblico che deve decidere come andrà a finire questa storia. Ed è il pubblico che dovrà cercare la sua via di salvezza».






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