Vittoria Puccini si fa cattiva.
di Renato Franco
Prima volta da streghissima. Una dimensione nuova, un capolavoro di perfidia. «Ce l'ho fatta pensando alle favole della mia infanzia, a Crudelia De Mon e alla matrigna di Cenerentola». La metamorfosi dark di Vittoria Puccini è il tratto spiazzante di Incanto, produzione italo-belga diretta da Pier Paolo Paganelli nei cinema da ieri con Adler Entertainment. Un colpo di piccone all'immagine dell'eroina gentile, passata dalle battaglie di Elisa di Rivombrosa (2003) alle emozioni di FolleMente. Ammette: «Sentivo la necessità di una svolta.
In oltre vent'anni di carriera ho interpretato diverse sfumature di femminilità. Donne romantiche sì, ma anche sofferenti, disilluse, arrabbiate. Mai invece una malvagia integrale, al cento per cento, senza redenzione.
Poteva avvenire solo in una fiaba come Incanto, classica nell'impostazione ma con uno spiccato versante buffogrottesco che, essendo toscana, mi appartiene».
Nel film è Felicia, governante infedele del ricco Cosmo che, in agonia, le affida la figlia Margot (Mia McGovern Zaini). Felicia vuole impossessarsi del patrimonio della ragazzina. Così la segrega e trasforma la dimora di famiglia in un orfanotrofio gestito come un lager con il compagno Max (Claudio Gregori di Lillo & Greg). Passano gli anni e in zona arriva un circo disneyan-felliniano che sembra piovuto dal cielo, guidato dal clown Charlie (Giorgio Panariello) e dalla funambola Stella (Mia Benedetta). Dunque, un racconto di formazione dedicato ai ragazzi prigionieri del disagio di essere soli al mondo. Margot supera il portone della fantasia e diventa una piccola donna consapevole
Dice Puccini: «Le favole fanno parte di me. Quando ero bambina, a Firenze, i miei genitori mi leggevano Pinocchio, che un po' mi appassionava e un po' mi spaventava. Penso di essere stata scelta proprio per il mio aspetto angelico, in contrasto con i comportamenti di quell'anima nera di Felicia. Sul set abbiamo giocato (e osato) molto per dare originalità al personaggio».
Precedenti? Uno solo, il film tv di Raiuno Mentre ero via (2019), diretto da Michele Soavi, «in cui una donna senza memoria scopre il lato oscuro del suo passato».
Viene dal successo di FolleMente, campione d'incassi, e dai buoni risultati della fiction Belcanto. Ha tre progetti in cantiere, tutti top secret. Pensa al futuro come a una continua sfida fatta di «idee nuove, sperimentazioni, esplorazioni umane». Come presidente di Unita, il sindacato degli attori nato nel 2020, nell'infuriare del Covid, si occupa dei diritti della categoria, spesso calpestati: «Non ci sono solo le star. Esiste anche una parte fragile del settore che si barcamena, non ha potere contrattuale, deve affrontare il cortocircuito dei molti no e del telefono che non squilla».
Fa parte dell'associazione Una Nessuna Centomila per i diritti delle donne: «Il cammino verso la parità è ancora lungo. Ma molti passi avanti sono stati compiuti.
Lo dimostra l'ultima edizione del David di Donatello dove la presenza femminile è stata importante e per la prima volta una donna, Maura Delpero con Vermiglio, è stata premiata per la miglior regia».
Allarga il discorso: «Il muro del patriarcato è stato solo scalfito. Ma oggi il punto di vista femminile conta di più. Facciamo leva sulle nuove generazioni, promuovendo l'insegnamento dell'affettività, la gestione delle emozioni, il coraggio di essere responsabili».
Ma lei, Vittoria, si ritiene una donna fortunata? «Sono contenta di aver raccolto per quanto ho seminato e di non avere rimpianti. Felice di quello che ho costruito, nella professione e negli affetti. Del resto, se sei troppo preoccupata ti fai del male da sola».
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