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Apocalisse e gioia di vivere nel mondo di Stephen King


di Paolo Mereghetti


Con uno dei suoi tipici colpi di genio, Stephen King, autore del racconto La vita di Chuck (contenuto nella raccolta Se scorre il sangue) e che il film di Mike Flanagan porta sullo schermo con molta fedeltà - anche se il distributore italiano ha voluto mantenere il titolo originale, The Life of Chuck - racconta una storia dalla fine. E ce lo dice subito, visto che il titolo della prima parte (il film, come il racconto, è diviso in tre) è «Atto III: Grazie, Chuck!», durante il quale scopriamo che praticamente il mondo sta finendo.

Lo scopriamo con gli occhi di Marty Anderson (Chiwetel Ejiofor), insegnante di letteratura in una cittadina americana, costretto a fare i conti - come tutti gli altri abitanti della Terra più o meno - col fatto che il mondo sta collassando: parti del pianeta finiscono sott'acqua (anche Livorno, dice il Tg), altre bruciano, altre ancora sono distrutte dalla furia degli umani che hanno perso la ragione, mentre pian piano spariscono tutti quei servizi ormai indispensabili: internet, la televisione, le reti telefoniche ...

In questa progressiva desolazione, spicca però uno strano cartello pubblicitario, posizionato sopra la banca di cui Anderson è cliente: «39 splendidi anni! Grazie Chuck!» si legge sotto la foto di un quarantenne sorridente.

Un augurio che poi si moltiplica anche sui muri della città, ma a cui le persone non prestano molta attenzione, maggiormente preoccupati da quello che sta succedendo intorno a loro. Ma di cui Marty si trova a parlare con l'ex moglie Felicia (Karen Gillan), infermiera all'ospedale dove deve occuparsi più dei suicidi che dei malati. Una situazione sempre più drammatica che però le persone sembrano vivere con rassegnato fatalismo, come se ognuno dentro di sé fosse ormai certo che la vita del mondo si stia spegnendo. Proprio come iniziano a fare anche le stelle in cielo, di fronte alle quali Marty, che ha raggiunto Felicia per un ultimo saluto, può solo dirle «ti amo».

Tornando indietro nel tempo, come suggerisce anche il nuovo cartello («Atto II: Artisti di strada») la tragedia collettiva cui abbiamo assistito sembra inimmaginabile, sotto un cielo azzurro che rasserena ogni cosa. E mentre si sta avviando al lavoro, incontriamo finalmente il Chuck che prima avevamo visto sui cartelloni: è Charles «Chuck» Krantz (Tom Hiddleston) che mentre va al lavoro è colpito da una ragazza che suona la batteria all'angolo di una strada. E quasi senza accorgersi inizia a ballare, guidato dal ritmo sempre crescente della musica, rivelando per altro un'abilita inaspettata.

Per scoprire il perché di questo suo talento, bisognerà aspettare l'ultimo capitolo del film («Atto I: Contengo moltitudini») dove King tira le fila della storia. È forse la parte meno sorprendente del film (cinematograficamente parlando) perché il regista finisce per fare grande ricorso al testo del racconto, affidato a una voce fuori campo che spiega cosa è successo a Chuck da quando aveva più o meno sei anni e, rimasto orfano, è stato cresciuto dai nonni, la sorprendente Sarah (Mia Sara) e il dolente Albie (Mark «Luke Skywalker» Hamill, quasi irriconoscibile sotto baffoni e barba).

Resta ben presente però il mondo dolente di King dove le famiglie devono fare i conti con una mestizia che la vita non saprà mai cancellare del tutto e che si espande lungo tutto il film, rendendo comprensibile il perché di quella prima parte stranamente apocalittica (strana perché accettata con rassegnazione) dove la disperazione per la fine si trasforma in una presa di coscienza della umana finitezza.

La stessa con cui dovrà fare i conti anche Chuck, come ogni essere mano d'altronde, e che Mike Flanagan (già regista di un altro, ottimo adattamento da Stephen King, Il gioco di Gerald) racconta con una malinconia contagiosa, cullata da quella voce onnisciente che, come quella di un narratore ottocentesco, svela piano piano l'inesorabile destino con cui tutti devono fare i conti. E che Chuck saprà accettare perché come insegna Walt Whitman, ha saputo approfittare delle «moltitudini» che ha incontrato.






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