L'anarchico - prima parte
di M. Corridi
Nghu era un uomo di Neanderthal, ma non lo sapeva. Erano anzi moltissime le cose che Nghu non sapeva sul proprio conto e su quello dei suoi simili e che sarebbe stato sommamente meravigliato di apprendere se qualcuno dei suoi discendenti si fosse preso la pena di spiegargliele.
Ma, purtroppo, non c'era nessuno in grado di far ciò e quindi Nghu restava nella propria profonda ignoranza.
Tutto quello che egli sapeva si riduceva a poche elementari cognizioni: sapeva, ad esempio, di essere un animale di grandezza media, perennemente affamato, tal quale come tutti gli altri che popolavano, come lui, la foresta, e sapeva che dentro una grotta fa meno freddo che fuori, specie se si riesce ad accendere un fuoco. Sapeva mangiare, bere e dormire, distinguere - e come! - un maschio da una femmina ed un orso da un mammut.
Ed i suoi problemi erano altrettanto semplici: mangiare, e non essere mangiato e sopravvivere il più a lungo possibile per il bene suo e della stirpe.
In quel momento, poi, sapeva benissimo che se non si fosse spicciato a raggiungere, prima che facesse del tutto buio, la caverna in cui conviveva con un’altra cinquantina di Neanderthaliani, maschi e femmine, od un altro rifugio altrettanto caldo e sicuro, sarebbero stati pasticci grossi in quanto si avrebbe definitivamente risolto i suoi problemi o finendo nel capace stomaco di qualche animale più grosso di lui, o morendo assiderato a cavalcioni del ramo di un albero.
Quel giorno si era, infatti, spinto più lontano del solito dal suo abituale alloggio, alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, dato che la consueta crisi del gelido inverno stava protraendosi: quell'anno, più a lungo del solito e che la selvaggina era divenuta introvabile o quasi.
Aveva così seguito per un pezzo le tracce di un piccolo alce smarrito dal branco, ma dopo aver percorso un monte di strada e preso un sacco di freddo, aveva dovuto constatare, con disappunto, che qualcuno era stato più lesto di lui e che dell’alce restava a sua disposizione nient’altro che una larga e rossa chiazza di sangue sulla neve.
Aveva cercato di consolarsi masticando un po' di quel sangue ghiacciato. ma accortosi ben presto che gli faceva più male che bene, si era subito rimesso in caccia.
Ma non avendo trovato più nulla e, così, biascicando una corteccia di betulla - più per far qualcosa che altro - aveva ripreso la via del ritorno.
Per l’appunto era anche una giornataccia: una nuvolaglia grigia gravava sulla terra ed una brezzettina gelata soffiava a tratti, fischiando fra i rami scheletriti degli arbusti e facendo stormire le fronde delle alte conifere.
Il terreno ghiacciato era coperto, qua e là, da chiazze di neve vecchia, macchie bianche sul bruno marcio delle foglie morte che sembravano attendere rinforzi dal cielo.
Un grande silenzio regnava su tutto, rotto solo, di quando in quando, dallo schianto secco di un ramo spaccato dal gelo o sotto il peso di qualche animale.
Quei rumori rendevano nervoso Nghu che si affrettava verso casa e lo facevano sostare irrigidito, stringendo forte il lungo bastone dalla punta di selce, ritardandogli così la marcia.
Non c’era, invece, tempo da perdere, perché presto sarebbe arrivata la notte e, con la notte, il gelo e la morte quasi certa.
Ed a Nghu la morte era decisamente antipatica, non sapendo ancora di possedere un’anima immortale.
Abbandonò, quindi, ad un certo punto, ogni precauzione e si dette a correre lungo un sentiero tra gli alberi, balzando sui tronchi abbattuti e lacerandosi la pelle contro i bassi rami secchi degli abeti. L'angosciosa paura della morte gli aveva attanagliato le viscere.
Corse e corse, ansimando e rantolando, i piedi rotti e sanguinanti ed i polmoni colmi di aria gelida che bruciava come il fuoco e. quando stava proprio per lasciarsi cadere e non rialzarsi più, cominciò finalmente a riconoscere gli alberi, i cespugli, le pietre ricoperte di muschio nero, e seppe, così, di essere quasi arrivato a casa.
Che un animale riesca ad orientarsi in mezzo alla natura, ritrovando ciò che cerea senza il bisogno di alcuna indicazione stradale, è cosa che ancora ci sorprende moltissimo e suscita elucubrazioni e teorie scientifiche a non finire. Si veda ad esempio la faccenda delle anguille e dei piccioni viaggiatori.
Ma, se ci si pensa bene, il rag. Rossi non è certo da meno oggi, quando riesce ad individuare il proprio domicilio fra mille altri identici, in un quartiere nuovo della città.
Era già quasi notte.
Nghu si fermò allora al margine di una radura, accovacciato fra le radici di un albero, a riprendere fiato, e poiché la testa gli girava e gli ronzavano le orecchie, stette aggrappato alla sua lancia, piantata lì, fra le ginocchia, davanti a sé.
Appoggiava, di quando in quando, la fronte nell'incavo di un braccio e respirava forte.
Ma non poté restare a lungo così: il sudore che gli era scorso a rivoli lungo i peli del corpo villoso, si andava raggrumando, ad onta della pelle di lupo che parzialmente lo copriva, e quindi, se non voleva tramutarsi, ben presto, in un mucchio di brina, occorreva che si muovesse.
Si tirò dunque faticosamente su, facendo forza sul bastone con ambo le braccia e stava per rimettersi in cammino quando un lontano crepitare di rami spezzati lo avvisò che un grosso animale avanzava lungo il sentiero, proprio nella sua direzione.
Con quella prontezza di riflessi che doveva poi fare la fortuna del genere umano, Nghu capì subito che la cosa più consona alla circostanza era quella di nascondersi il meglio possibile, in modo, però, da controllare la situazione. Si gettò quindi in un fitto roveto, incurante degli sterpi che lo graffiavano, ad acquattatosi più che poté, stette in attesa a spiare, trattenendo il fiato.
Fidava che l'oscurità, ormai quasi completa, l'avrebbe protetto alla vista e sperava vivamente che la bestia non l'avrebbe individuato all’odore.
Il che, dato il grado di pulizia personale di Nghu, era piuttosto difficile.
Non si raccomandò l'anima a Dio perché non conosceva ne Questo né quella, ma altrimenti l’avrebbe certamente fatto.
Il rumore del grosso corpo andava facendosi vieppiù vicino.
Il suolo, duro per il gelo, tremava sotto i suoi passi e gli alberelli che incontrava si schiantavano, al suo passaggio, con strepiti secchi: sembrava l'approssimarsi senza fretta di una tempesta.
L'attesa di Nghu si fece spasmodica.
E, finalmente, quando stava proprio per non farcela più, scorse l'origine della sua paura uscire dall'ombra ed avanzare lentamente nella radura.
Non era uno, erano due. Due mammut, uno più grosso, l'altro più piccolo, evidentemente una madre col figlio.
Fortunatamente per Nghu il vento soffiava nella sua direzione e così fu alle sue narici che giunse l'aspro odore selvatico dei due bestioni, anziché il suo a loro.
Giunti che furono nel mezzo della radura, il più grosso dei due animali afferrò con la tozza proboscide un grosso e spoglio alberello e tirò.
L’albero si inclinò progressivamente verso di lui, finché tronco e proboscide furono quasi allineati, ma le sue radici, affondate ne1 terreno gelato resistettero allo sforzo.
Allora la bestia lasciò la presa, ed appoggiata la fronte al tronco, cominciò a spingere, a spingere, abbassando sempre più la testa man mano che l’albero reclinava a terra.
Fu una lotta dura, silenziosa e tenace da ambo le parti, finché la pianta cedette e si rovesciò lentamente al suolo, sollevando con le radici un grosso zoccolo di terra bruna. E l'umido odore della terra smossa e ferita invase la radura come una ventata.
Poi le due bestie si posero a frugare con le lunghe zanne in quella piaga, la sconvolsero e la rovistarono e si cibarono di quelle radici che sembravano vene strappate ad un brandello di carne.
Nghu, immobile e semicongelato, osservava quell'immensa fame rabbiosa saziarsi di così poco e pensava quanto meglio sarebbe stato per lui se si fosse spicciato a giungere prima alla grotta.
Ma pensava anche alla sua, di fame, meno immensa, sia pure, ma non meno rabbiosa, ed arrivò alla conclusione che avrebbe saggiato volentieri un bel pezzo di mammut. Solo che gli mancava la forza ed il coraggio per affrontare la bestia, e nessuno dei suoi simili, che lui sapesse, aveva osato finora provarcisi.
I due bestioni continuarono a lungo a frugare ed a cercare, dondolando i tozzi testoni lanosi e calpestando tutto attorno il terreno con le immense zampe, poi, finalmente il più grosso dei due si allontanò lentamente verso il margine della radura e, giunto al lato opposto a quello dove si trovava Nghu, si accosciò in mezzo agli alberi, il muso tra le zampe anteriori e la lunga proboscide arrotolata sotto di esso.
Il più piccolo restò un po' esitante, poi, trotterellando, corse a raggiungere la madre e le si accucciò accanto, appoggiandosi contro il suo ventre enorme.
Evidentemente avevano trovato quel posto buono per la notte.
Il povero Nghu era veramente stremato ed intirizzito. E menomale che era ben allenato a quella vita, perché, altrimenti si sarebbe buscato, come minimo, una polmonite.
Attese un po' a muoversi per lasciare che gli animali si addormentassero per bene, ed appena ritenne poterlo fare senza pericolo, prima strisciando sul ventre, poi camminando sulle mani e sulle ginocchia, senza abbandonare la fida lancia, ed infine correndo come una saetta, riuscì finalmente ad allontanarsi di lì.
Era ormai notte fonda, ma, conoscendo bene i posti, non perse tempo in giravolte inutili e, di lì a poco, aveva già iniziato a scalare la collinetta, ammasso di cumuli rocciosi, sul cui fianco si apriva la sua abitazione.
E fu con vero senso di sollievo e distensione che, rimossi un paio di pietroni che ne ostruivano, a protezione l'apertura, fece i1 suo ingresso nella grotta.
"La porta!" - si udì subito gridare qualcuno dall'interno.
Pare impossibile, ma ci sono sempre stati degli insofferenti che non ti lasciano nemmeno il tempo di entrare!
Comunque, non è che dicesse proprio così, ma si udì un suono gutturale di protesta che fece chiaramente intendere a Nghu che c’era qualcuno che non gradiva lo spiffero nella schiena.
Anzi, sia chiaro fin d’ora che, quando saranno riportate conversazioni di Nghu e dei propri compagni, ciò verrà fatto con termini attuali e questo non già perché il loro linguaggio fosse meno versatile ed espressivo di quello moderno, ma perché non posso pretendere dai lettori una profonda conoscenza di quell’antico, bellissimo idioma.
Nghu si affrettò dunque a rinchiudere ed avanzò nella caverna, la cui atmosfera, tepida e piena di tutti i tanfi possibili ed immaginabili, gli parve, in confronto alla gelida aria esterna, talmente densa da potersi afferrare con le mani.
In fondo alla grotta un gruppo di individui stava accosciato intorno ad un fuoco fumoso, tendendo le palme delle mani alla fiamma e fissando, in silenzio, gli ardenti carboni.
- Siamo alle solite - pensò Nghu - Nemmeno un posto libero - Ehi! - gridò - fatemi posto.
Nessuno, naturalmente, si mosse.
Allora Nghu picchiò dei forti pugni su alcune teste lanose e finalmente, dopo un po' di trambusto e qualche brontolio ringhioso, fu fatto un po' di spazio anche per lui.
Come si vede, anche tra quegli antichissimi selvaggi, vigevano già le massime Cristiane: Pulsate ed aperietur vobis.
Quella caverna era l'esatto equivalente di un moderno albergo: vi entrata e vi alloggiava chi aveva bisogno di un riparo, ma i suoi abitanti restavano estranei l'uno all'altro ed ognuno andava e veniva per i fatti proprio. Ne era solo tassativamente proibito l'ingresso alle belve, tale e quale in certi alberghi d’oggi, a determinate categorie di persone.
Sedutosi Nghu davanti al fuoco e deposta a terra la lancia, si guardò attorno: mancava qualcuno dei soliti e c'erano, in compenso, due o tre visi nuovi.
Uno di questi, anzi, era l'unico del gruppo che facesse qualcosa di diverso dal semplice scaldarsi: mangiava, per l'esattezza, e tutti gli occhi erano fuggevolmente e famelicamente intenti ad osservarlo.
Indifferente a quell'attenzione, l'uomo strappava da un ammasso sanguinolento, posta in terra davanti a sé, dei brandelli di ossa e di carne che poi portava avidamente alla bocca, dilaniandoli e tirandoli con i denti e con le mani.
- Ha preso un coniglio e lo mangia - disse a Nghu il suo vicino che si chiamava Ruk. Nghu ringraziò per la preziosa informazione: - E tu hai trovato niente? - chiese poi.
- Niente. E tu?
- Niente.
- E gli altri?
- Niente. Solo lui ha trovato un coniglio e lo mangia.
- Chi è? Di dove viene?
- Non so. È entrato qui, poco fa, con il coniglio in mano, si è seduto accanto al fuoco e si è messo a mangiare.
- E voi, qui attorno, a guardare come tanti cretini! - Ehi, tu! - gridò Nghu attraverso le fiamme all'uomo che mangiava dall’altra parte del fuoco - Dove hai trovato quel coniglio?
L'uomo, senza smettere di mangiare, alzò le folte sopracciglia e lo fisso in silenzio. Poi, spolpato un osso la gettò in mezzo alle fiamme.
- Dove mi pare. - disse infine, e si asciugò la bocca col dorso della mano pelosa.
- Ho fame! - disse un piccolo Neandertaliano, più rivolto a sé stesso che a qualcuno in particolare. Sua madre, che non aveva da tempo più latte da dargli, se l’accostò ugualmente al seno e lo carezzò, cullandolo, per tenerlo quieto.
Le femmine ed i bambini stavano sul fondo della caverna, lontano dal fuoco, che era riservato ai maschi adulti per una questione di principio.
- Tutti abbiamo fame - disse Ruk - Una fame da morire. La selvaggina è sparita e, finché dura il freddo, non tornerà.
- E noi siamo troppo deboli, ormai, per andarla a cercare lontano di qui!
Per giudicare l’esattezza dell’affermazione bastava guardarsi in giro: sotto le barbe sudice e folte le facce erano pallide e tirate e sui torsi villosi s'intravvedevano le costole.
Le braccia e le gambe erano scarne, il ventre dei bambini rigonfio e le mammelle delle femmine ciondolanti giù, come vesciche vuote.
Se il freddo e la carestia fossero durati ancora un po', i futuri antropologi avrebbero più trovato, in quella caverna, un bel mucchio d'ossa su cui discutere.
Un vero tesoro per la scienza! E chissà quante ipotesi!
- Io ho mangiato un topo tre giorni fa - proseguì il vicino di Nghu.
- Un topin piccin piccino, per mangiare al mio bambino - ninnò la giovane femmina che, appoggiata alla parete, teneva sul grembo il suo piccolo. E lo lisciava con la mano ruvida e callosa.
- Mi piacerebbe essere un orso - disse Nghu - almeno quelli d'inverno dormono e non hanno bisogno di mangiare.
- Non si trova una bestia in giro nemmeno a cercarla con la fiaccola? - Disse Ruk - sono giorni e giorni che tutti, qui andiamo a caccia senza trovare nulla di consistente. Le bestie più grosse o dormono, rintanate chissà dove, o se ne sono andate lontano, coi branchi, o sono morte di freddo e di fame. Non ci resta che masticare radici e cortecce.
- Giù nella radura, ci sono due mammut lontani dal branco - disse distrattamente Ngu a titolo informativo.
La notizia non fece sensazione. I mammut erano bestie abbastanza pacifiche che non destare preoccupazioni; bastava girar loro alla larga per non avere fastidi. E, d’altra parte, erano anche troppo grosse perché un cacciatore se la sentisse di affrontarle ed ucciderle.
In poche parole: troppo grosse per venire mangiate e troppo buone per essere mangiati.
- Dormono … - proseguì Nghu.
Stesso silenzio assente.
- Sono due montagne di ciccia coperta di pelo che mi piacerebbe mangiare! - terminò Nghu.
Alle parole "ciccia" e "mangiare" così associate, molti occhi cessarono di guardare vagamente il fuoco e molte teste si volsero verso Nghu. Anche il mangiatore solitario si arrestò nella sua piacevole occupazione e lo guardò.
- Cosa hai detto? - gli chiese.
Nghu non era un permaloso e non si era quindi offeso per la poco cortese risposta dell’uomo di poco prima. In fondo era un sacrosanto diritto di ognuno di trovare i conigli dove meglio gli pareva e di mangiarseli poi, in pace, se nessuno aveva il coraggio di toglierglieli di mano.
E l’uomo in questione sembrava abbastanza robusto ed in carne da non tollerare soprusi, specie da gente malandata come loro.
- Ho detto - rispose quindi gentilmente Nghu - che, giù alla radura, ci sono due mammut che dormono e che ne mangerei volentieri uno tutto intero per me, con i peli ed il resto.
- Pezzo d’idiota! - esclamò allora l'uomo - e tieni una notizia simile solo per te? E che aspetti allora?
- Che aspetto? - ripeté stupito Nghu, ed un po' inquieto, si chiese se, per caso, quello sconosciuto non avesse qualche rotella fuori posto.
- Si, che aspetti?! - riprese questi alzandosi in piedi. E la sua ombra si disegnò immensa sulla parete - che aspettate tutti, branco di cretini, vi dico!
Siete qui affamati come lupi e state a scaldarvi i piedi mentre c'è vicino tanta carne da mangiare per un anno!
- Se vuoi provartici accomodati pure! - sogghignò Nghu – anzi, guarda, voglio essere gentile: vengo giù con te ad insegnarti il posto e poi sto a vedere come fai!
L’uomo li fissava tutti, ad uno ad uno, con sguardo corrucciato ma, anche, più sorpreso che altro.
- Ma guarda un po'! - esclamò poi, dopo aver sputato nel fuoco e sbattendo enfaticamente le mani, prima di coprirsene il viso, in un un gesto di comica disperazione - ma guarda un po' chi mi doveva capitare!
Chi l’avrebbe mai detto che, al giorno d’oggi, dovessi ancora trovare della gente zotica come voi!
Eccoli qui, rammolliti e stupidi, come pesci in una pozzanghera! Se non li vedessi non ci crederei!
È roba da morir da ridere!
Hanno a portata di mano da mangiare e se ne stanno qui a grattarsi la pancia vuota.
Ma in che mondo vivete?
Ma siete proprio matti da legare?
Tutti lo fissavano ammutoliti e stupiti: che gli prendeva a quello? Che stava mai dicendo?
A Nghu, in particolare, quei discorsi non andavano né punto né poco.
- Pezzo di tanghero! - disse, afferrando la sua lancia che aveva deposto al suolo, accanto a sé. - Ora ti faccio vedere io cosa succede a parlare così a degli uomini rispettabili!
- Se non sei una femminuccia, vieni un momento qua fuori con me e vediamo in poi di cosa sei capace oltre che a far delle chiacchiere!
Nel dire questo a Nghu si stringevano le viscere dalla paura, perché sapeva di essere stanco e poco in forma, mentre l’uomo era grande e grosso e dall’aspetto feroce.
Ma, con sua sorpresa, questi, in luogo di accettare prontamente l’invito, come era buona regola in casi del genere, tornò a sedersi sulla pietra da cui si era alzato e protese ripetutamente le palme delle mani verso di lui.
- Calma, calma giovanotto! - disse in tono conciliante, come se parlasse ad uno scemo. - Non prendiamo le cose tanto di petto! Vedo che qui il progresso è in forte ritardo, ma, in fondo, non è colpa vostra. Si sa, non tutti, come me, hanno avuto la fortuna di nascere nei posti migliori. Non si può mica sceglierselo il posto dove si nasce!
- Vediamo allora d’intenderci e di spiegarci a vicenda.
- Sicché voi non sapete nulla di organizzazione, di collaborazione? Di società, in una parola?
Organizzazione? Collaborazione? Che diavolo voleva dire costui con quelle parole prive di significato?
Gli uomini si guardarono l'un l’altro con sguardo interrogativo e poi tornarono a fissare lo sconosciuto.
- Bene - proseguì questi, appoggiando le mani sulle ampie cosce e dondolandosi un po' avanti ed indietro - ho già capito a che punto siamo. Dunque, da voi, ognun per sé e Dio per tutti. Non è così?
- E queste donne? - chiese poi, accennando dietro di sé con la testa, verso il fondo della caverna.
- E queste donne? - ripeté vagamente Ruk come se non avesse capito la domanda - sono le femmine dell'uomo. Anche per loro, tranne durante l'allattamento, è come per noi maschi: ognuno per sé e Dio per tutti, come hai detto tu.
L'uomo rise, con aria di scherno scuotendo la testa:
- Roba da non credersi! - disse, come fra sé - a raccontarlo c’è da farsi dare del bugiardo!
- Dunque, ragazzi, ascoltatemi bene, che non c’è tempo da perdere, perché, se no, i mammut se ne vanno e chi s’è visto s’è visto.
A quanto ho capito, qui, ognuno di voi, s’è sempre arrangiato da solo ed è logico che, così facendo, nessuno abbia mai potuto ammazzare una bestia più grossa di una lepre - alzò una mano a frenare il brusio di protesta che si era levato dagli astanti e proseguì:
- Ma, vi dico io, e non sto inventando nulla, perché l’ho fatto io, insieme ad altri che l’avevano già fatto prima di me, c'è anche un altro sistema di andare a caccia, molto più facile e redditizio: è quello di andare a caccia tutti assieme.
- Non capisco - disse Nghu, che, invece cominciava a capire.
- Eppure è semplice. Semplice come bere un sorso d’acqua! - disse l’uomo - mi spiego con un esempio:
Vedi un po' questo fuoco: se tu ci metti un legno solo, ammesso che bruci, avrai un focherello su cui, si e no, potrai scaldarti le mani. Se, invece, i pezzi di legno sono molti, bruciano meglio ed, inoltre, si ha un fuoco tanto grande da potercisi scaldare bene ed in molti.
- Ora voi che fate? Ognuno di voi raccatta per via, prima di entrare qui, il suo bravo pezzo di legno e poi lo getta nel fuoco. E così scalda sé e gli altri che sono con lui.
Ed ora io vi dico che altrettanto può farsi con la caccia e con tante altre cose ancora.
È evidente che, se ognuno si arrangia da sé, le sue risorse sono limitate. Se trova qualcosa mangia, altrimenti digiuna.
Ed inoltre deve limitarsi ad uccidere quelle bestie contro cui può farcela da solo, perché, altrimenti, sono le bestie che ammazzano lui.
Ed eccoci al punto. Se un insieme di mammalucchi come voi, maschi e femmine, decide di aiutarsi l'uno con l'altro, le capacità singole vengono moltiplicate. Non solo le prede di ognuno, messe in mucchio come la legna in una catasta, potranno sfamare tutti quanti, ma anche, riunendo le forze, potrete abbattere bestie tanto più grosse di voi e sfamarvici abbondantemente tutti quanti. Mi sono spiegato?
-Si mangia il mammut! Si mangia il mammut! - gridò un ragazzino battendo le mani.
Sua madre lo zittì con uno scapaccione.
Nghu era ancora indeciso. Si, aveva capito la faccenda, in linea di massima, ma non era del tutto convinto.
- Ma come si spartisce, poi, la vittima? E come si fa, materialmente, ad ucciderla tutti insieme? - chiese titubante.
- Lasciamo perdere la spartizione, per ora, che avremo tempo di pensarci poi. L’essenziale è uccidere i mammut.
Sul modo di farlo è presto detto: prendete ognuno di voi la vostra lancia; poi, zitti zitti, vi recate là, dove dormono i mammut, balzate loro addosso, prima che si sveglino, e gli piantate le vostre lance nella pancia.
Semplice, no?
- Semplice un corno! - disse Nghu che, ora che si parlava di caccia, era nel suo elemento e sapeva quel che si diceva. - I mammut sono due e, mentre ne uccidiamo uno, l'altro ci calpesterà!
- Non se la cosa verrà fatta con prontezza e decisione! - controbatté l'uomo – A proposito, tanto per conoscerci meglio, il mio nome è Balam e, quando volete di me, chiamatemi così.
Dunque, dicevo che la cosa è semplice, State a vedere.
Nel dire così, si chinò a frugare in terra, davanti a sé e raccolse una piccola scheggia aguzza di selce.
Afferrato poi, dal fuoco, un ramo acceso per metà e brandendolo fermamente con la sinistra a mò di torcia, si alzò dal suo sedile di pietra e si diresse verso una parete della caverna.
Esaminò un po' qua e là, al lume del ramo fiammeggiante, la scabra superfice coperta di muschio e stillante acqua da ogni fessura e si arrestò, quindi, davanti ad un grosso macigno che sporgeva compatto.
Tutti lo guardavano in silenzio, gli uni seduti ancora davanti al fuoco e la testa girata verso di lui, gli altri, alzatisi in piedi per vedere meglio, facendosi schermo a1 volto con le mani protese contro il riverbero della fiamma.
Le femmine ed i piccoli tacevano nell’ombra.
Balam prese allora a graffiare il masso con la piccola selce aguzza, che più volte gli si ruppe tra le dita, e che più volte sostituì con altre simili di cui ora abbondantemente coperto il suolo.
E per lungo tempo il solo rumore che si udì fu lo stridio della pietra contro la pietra e lo scoppiettio della legna nel fuoco. Poi, finalmente, Balam gettò via l'ultima piccola selce e, con un sospiro di soddisfazione, fece uno o due passi indietro, protendendo al contempo il braccio ad illuminare con la sua luce il lavoro eseguito.
- Ecco- disse - guardate! Questi sono i mammut! - e si trasse in disparte affinché tutti potessero vedere.
Seguì un attimo di silenzio, poi un mormorio di sorpresa, indi tutti si mossero, anche le femmine ed i piccoli, scavalcando i molti ostacoli di cui era cosparso il terreno, ed urtandosi e spingendosi si accalcarono, spalle al fuoco, davanti alla parete.
Solo un bambino approfittò dell'occasiono favorevole, restando indietro a scaldarsi alla fiamma deserta.
C'è sempre chi preferisce i godimenti materiali all'elevazione spirituale dell’Arte.
Davanti agli occhi di Nghu ed a quelli dei suoi compagni c’era infatti qualcosa di meraviglioso: graffiti sulla superfice liscia del masso stavano due mammut.
E, davanti a loro, gambe divaricate e lancia levata in atto di colpire, stava graffito un uomo, piccolissimo anch'egli, ma anche lui altrettanto inequivocabilmente uomo!
Balam volgeva un volto soddisfatto a rimirare ora la propria opera, ora i volti stupiti ed immobili degli osservatori. Alla oscillante luce della fiamma sembravano vive le figure di pietra e pietra le figure dei vivi.
- Ed ora ascoltatemi bene – riprese egli a dire dopo un po', avendo dato tempo a tutti di vedere la scena - questi come vedete, sono i due mammut e questo è un uomo.
- Tutto sarà perciò come se fosse vero. Supponiamo poi che succeda il contrario, ossia che tutti noi si divenga piccoli, come questo ometto che ho disegnato e che ci troviamo qui, su questa pietra, a fronteggiare i mammut. Essi saranno allora, nei nostri confronti, grandi come al naturale. Sono stato chiaro?
Nessuno aveva capito un gran che ma, per un congenito vizio insito nella natura umana, ciascuno attese che fosse un altro a dirlo per primo e poiché, in tal modo, nessuno parla, la cosa passò per chiarissima e dimostrata.
- Bene – proseguì allora Balam, tutto infatuato nella sua dimostrazione - Constato con piacere che siete meno imbecilli di quanto credessi. Potrò cavare del buono da voi!
- Ed eccoci allora al nocciolo della questione: noi siamo, dunque su questa pietra ed i due mammut dormono. Come facciamo ad ucciderli?
-Io, così piccoli, li spingerei giù dalla pietra e poi li ucciderei a randellate - disse Buk passando la mano sopra il graffito, quasi a cancellarlo dal macigno.
- Ecco finalmente uno che ha già capito tutto! - esclamò sarcasticamente Balam - ma non importa. Non c’è tempo ora, da perdersi in tante spiegazioni. Tu verrai dietro agli altri e farai come loro.
Dicevo, dunque, sul modo di ucciderli. Ora vi faccio vedere quanto è facile. Ognuno di voi prenda la propria lancia e poi ritorni qui!
Vi fu un rimescolio confuso di gente che si muoveva indecisa, senza sapere bene cosa facesse e perché. Comunque, dopo un notevole tramestio e qualche litigio circa la proprietà di alcune lance, il gruppo, armato, tornò a fermarsi intorno a Balam.
- Donne e bambini fuori dai piedi! – gridò questi spingendo rudemente indietro i non desiderati spettatori - Avanti gli uomini con le lance!
Ecco, dividetevi ora in due gruppi, voi qua e voi un po' più in là.
Date anche a me una lancia: … ed ora fate bene attenzione; immaginate di essere fuori, nella foresta buia. Ripetete quello che dico io ed imitate i miei gesti.
E qui Balam, afferrata una lancia che gli veniva porta, si diede a mimare cantilenando, goffamente seguito dagli altri:
- Ecco, avanziamo furtivi nel bosco,
Protetti dall'ombra profonda.
(Su, su, fingete, fingete, fingete! ...)
Ci avviciniamo alle bestie dormienti,
Ne udiamo il pesante respiro.
(Udite, non sembra, non sembra davvero di udirlo? …)
Ecco, ci, alziamo vicino alle bestie,
Brandendo le lance levate!
(su, su, levate, levate le lance! …)
Ora attendiamo il comando d'attacco,
Mirando ciascuno una bestia …
(Mirate, dunque, mirate … mirate! …)
Ecco il comando!
Balzate! Colpite!
(su, su, colpite! Colpite!! Colpite! … )
Ed il crepitare secco delle lance vibrate a scalfire la roccia fece eco alla voce di Balam. E sprizzarono schegge di fuoco.
Naturalmente fu un macello.
Tutto andò relativamente bene durante l’avvicinamento, per quanto l'ordine e la silenziosità non fossero quelle che sarebbe stato desiderabile avere.
Le donne ed i fanciulli, infatti, non avevano voluto saperne di restare soli nella caverna, perdendo lo spettacolo, e seguivano il gruppo degli uomini armati di lance e di asce di pietra, facendo più confusione che altro.
In testa al gruppo marciava Nghu ed al suo fianco stava Balam. Dietro venivano gli altri.
Fu quando giunsero alla radura, fiocamente illuminata dal diffuso chiarore della luna, coperta da una coltre di nubi basse, che sorsero le prime difficoltà.
Le due bestie c’erano ancora, addormentate, ma per giungere fino ad esse, che giacevano al lato opposto dello spiazzo, occorreva attraversarlo allo scoperto per mantenersi sottovento e non essere scoperti dall'odore.
E gli uomini avevano paura.
Nghu si volse verso Balam per averne consiglio, ma non lo trovò presso di sé.
Allora chiese consiglio alla propria fame e questa gli disse di andare. Si gettò quindi carponi e prese ad avanzare, una lancia in ogni mano.
Avanzava furtivo, come aveva visto fare ai felini quando puntano e si avvicinano ad una preda ignara: muoveva lentamente solo un arto per volta e sostava a lungo prima di proseguire.
Non aveva la coda, ma se l'avesse avuta l'avrebbe tenuta tesa ed irrigidita all'indietro.
Dopo una breve esitazione, altri uomini lo avevano seguito ed avanzavano come lui, lentamente carponi.
Anche ad essi la fame aveva consigliato così.
E le donne ed i bambini restarono nell'ombra del folto ad osservare quel gruppo di uomini che camminava a quattro zampe come le bestie, con una lentezza allucinante.
Nghu era già arrivato a metà strada e cominciava a sperare di farcela quando d’un tratto avvenne il disastro.
Qualcuno, nel gruppo dietro di lui, non so se preso da furore venatorio o da panico, s'alzò improvvisamente in piedi e corse gridando ed agitando la lancia verso le bestie.
Repentinamente, come massi eruttati dalla terra, i due corpi immani sorsero dal suolo e sgropparono, e barrendo balzarono su.
L'incauto cacciatore si arrestò di colpo ed anche tutti gli altri balzarono in piedi e restarono impietriti a guardare, non osando volgere le spalle al pericolo.
Il più piccolo dei due mammut, dopo aver scalpicciato un po', abbandonò il campo e scomparve tra gli alberi. L’altro, il più grosso, restò lì a proteggergli la ritirata.
Era spaventoso.
Barriva e barriva con un suono alto e lacerante, tenendo levata la tozza proboscide, e batteva e batteva freneticamente il terreno con le immense zampe. Il suo corpo lanoso era squassato come in una danza di guerra.
Tutto sarebbe forse terminato bene per lui se non avesse voluto strafare.
Atterriti gli uomini con la sua mole, avrebbe potuto anche lui ritirarsi in buon ordine e sarebbe, probabilmente finita lì.
Invece, quegli esseri così piccoli che avevano osato disturbare i suoi sonni, gli fecero rabbia. Volle punirli, schiacciarli.
E, barrendo e caracollando, li caricò.
Fu, dal suo punto di vista, uno sbaglio enorme.
Benché non molto pronti di mente, aveva tuttavia a che fare con esseri abituati all'azione e dai riflessi rapidi. Non per nulla erano uomini.
Nghu valutò subito la situazione: il bestione gli era troppo vicino perché potesse salvarsi colla fuga. E così era per la maggior parte dei suoi compagni. Non c’era quindi altro da fare che giocare d’abilità.
Aspettò che il mammut gli arrivasse quasi a ridosso e quando stava già per essere afferrato dalla proboscide, scattò come una molla, di lato, e, mentre la sfioravano i lunghi peli del corpo, gli piantò, con la sinistra, una lancia aguzza proprio nell'inguine. Poi si gettò, rotoloni, lontano.
L'urlo della bestia fu atroce. Proseguendo nello slancio essa piombò sul restante del gruppo, ed avvenne allora una mischia furiosa.
Due, tre ne colpì con la proboscide vibrata, abbattendoli come birilli, altri ne urtò, calpestandoli, e via via; correndo e pestando, disperse la schiera che corse a rifugiarsi nel bosco.
Ma già altre sei lance stavano confitte nel ventre lanoso.
Sanguinante ed infuriato volse allora il testone, e, scorto Nghu che stava rialzandosi, scartò sulle zampe posteriori per fare dietro front e rovinargli addosso.
La distanza era troppo breve: non c'era scampo per Nghu.
E qui avvenne il miracolo per il quale, se Nghu fosse vissuto alcune centinaia di millenni dopo, avrebbe certamente portato un cero al suo Santo protettore.
Il mammut, senza avvedersene, era venuto a trovarsi proprio sull'orlo della buca aperta dalle radici dell'albero che lui stesso poco prima aveva abbattuto per servirsene da cena.
Sia per effetto del peso e sia per l'improvviso scarto, il bordo della buca franò ed una zampa posteriore dell'animale affondò dentro di essa. La bestia vacillò ed impossibilitata a frenare l'inerzia già impressa al suo corpo, ruotò su quella zampa, momentaneamente immobilizzata, come attorno ad un perno e piombò a terra con un tonfo cupo.
Si udì uno schianto come di albero troncato netto ed un barrito altissimo: la zampa si era spezzata.
I tecnici moderni direbbero per flesso-torsione. Ma penso che questo al mammut interesserebbe assai poco.
L’animale cercò infatti, subito, di rimettersi in piedi: si alzò sulle zampe anteriori, ma appena tentò di far forza su quella spezzata, il dolore lancinante lo fece ricadere giù.
Nghu capì subito quanto c'era da fare: la bestia era momentaneamente immobile e, se si voleva finirla con lei, era questo il momento buono.
- Uomini! - gridò - Addosso! La bestia e ferma!
E gli uomini, correndo ed urlando, si precipitarono per ucciderla, con lance, asce e randelli.
Ma che la bestia fosse ferma era un eufemismo. Non poteva, questo sì, camminare, ma, come si vide piombare addosso quel branco di scimmie schiamazzanti (bisogna compatire la sua ignoranza: non sapeva nulla di Darwin) si pose subito sulla difensiva, e, trascinandosi come poteva sulle zampe sane, cercò di fronteggiare la situazione con la proboscide e con le zanne. E ci riuscì benino.
Ma anche gli uomini erano decisi a tutto. L’attorniarono tosto e si presero a batterla, a punzecchiarla, a ferirla come un branco di segugi impazziti intorno ad un cinghiale morente.
Fu una lotta confusa, accanita, cruenta.
Gli uomini balzavano, colpivano, si ritiravano compiendo atti d’audacia incredibile. La bestia si dibatteva, si rotolava, frustava l’aria con la proboscide troncando costole e gambe, e cercava di infilare gli aggressori con le lunghissime zanne.
Un alto clamore di barriti e di grida dominava la scena.
Il colpo migliore fu portato da Nghu che in quell’occasione si stava dimostrando un cacciatore veramente eccellente.
Comprendendo che la cosa più opportuna da farsi era costringere la bestia a stare più ferma possibile, concentrò la propria attenzione sulle zampe ancora sane e con ottima scelta di tempo, portò ad esse una serie di successivi attacchi, colpendole, a tergo, con la sua ascia di pietra. Mirava ai garretti, là dove supponeva i suoi colpi fossero più efficaci.
Altri lo imitarono e continuarono la loro opera finché non si accorsero che anche le altre due zampe ciondolavano inerti.
Ma la cosa andava per le lunghe ed il fiato cominciava a mancare ad ambo le parti contendenti.
A questo punto si fece nuovamente notare Balam.
Già si era da tempo fatto giorno, un giorno nuvoloso e freddo come il precedente, ed una luce grigia illuminava la scena.
Brandelli di gelida nebbia restavano impigliati fra i bassi arbusti del bosco, come lunghe strisce di cotone sfilacciato.
Balam balzò a gambe divaricate su di un grosso macigno chiazzato di neri licheni e, alzando in alto la lancia, gridò.
Gli uomini ristettero un attimo e si volsero ansanti a guardarlo.
- Amici! - gridò allora Balam - amici, aspettate! La bestia è ormai immobilizzata e morente. Perché affaticarci ancora?
Sediamoci qui ed aspettiamo. Basterà stare attenti ai lupi che non vengano a mangiarcela, ancora viva, sotto il nostro naso. Accendete perciò i fuochi tutto attorno alla radura, per tenerli lontani, ed aspettiamo. Non c’è altro da fare.
Gli uomini, obbedienti, eseguirono l’ordine di Balam, che altro potevano fare? Essi erano graffiati e laceri, madidi di sudore, fango e sangue, ed egli li sovrastava dall'alto del masso, forte e pulito, con la sua lancia tersa, vibrata in alto.
Sembrava il Dio della caccia.
Ed essi accesero i fuochi e si accosciarono a terra, tutto attorno, a guardare la bestia che moriva. E mentre aspettavano pensavano alla grande fortuna toccata loro nell'incontrare Balam.
L’attesa fu lunga.
Il mammut giaceva a terra, su di un fianco, il corpo lanoso coperto di sangue rappreso, e stava pressoché immobile. Si vedeva solo il suo ansare affannoso e, di tanto in tanto, l’agitarsi di un orecchio o di una zampa ferita, scossi da contrazioni nervose.
Batteva anche, talvolta, stancamente il terreno, due o tre volte di fila, con la proboscide, quasi pugno percosso a chiamar Dio a testimone della propria sventura, poi sollevava un momento il testone a guardare attorno, lo riponeva giù, batteva di nuovo e stava poi immobile, ansando.
I corpi straziati di una dozzina di uomini gli facevano cerchio nella radura: pozze di visceri e di sangue, occhi sbarrati a guardare il cielo, bocche digrignanti in orribili smorfie.
I vivi attesero fino alla fine, sino all'ultimo rantolante barrito, all’ultima disordinata impennata, all'ultimo ricadere inerte.
Poi fecero a pezzi la bestia e se la portarono via.
Ed ebbero da mangiare sino alla primavera inoltrata, quando ritornarono i branchi di renne.
Gli uomini morti rimasero là.
Anche le altre bestie della foresta avevano il diritto di mangiare.
da "The Time Machine" n. 1/‘76
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