Controllo
di Filiberto Bassani
- Loredana, Guido svegliatevi! Sono le otto e un quarto. Su, su cari svegliatevi: dovete essere al Caf alle undici e mezzo. Se perdete il turno, poi, ci vogliono dei mesi per avere un altro appuntamento.
Una musica, dapprima dolce e soffusa, poi, via via, con ritmo e volume progressivamente crescenti, si diffuse nella stanza penetrando nelle menti dei due giovani e scacciando gli ultimi residui di sonnolenza.
Ed era proprio per questo scopo che quella melodia era stata creata. Schiere di psicomusicisti, assistiti da complessi cervelli elettronici, lavoravano in tutto il mondo per creare successioni di suoni e di ritmi destinati ad accompagnare, assistere, rendere più gradevoli tutte le attività umane; il risveglio, il lavoro, i pasti, i divertimenti e via dicendo.
Le piastre termiche, incorporate nell’autoletto, si erano attivate automaticamente qualche minuto prima: un sibilo, imperioso, ingiunse a Loredana e Guido di sorbire le consuete tozze di similcaf che avevano raggiunto la giusta temperatura. Allegri e ottimisti, anche per effetto delle droghe contenute nelle bevande, erano pronti ad affrontare una nuova giornata.
La musica sfumò, lentamente, cedendo il posto ad una voce maschile, allegra come fosse stata lì lì per raccontare una barzelletta.
- Buongiorno a tutti. Oggi, cari amici è martedì ventisei gennaio duemilaventisei. Lavoratori del turno A; oggi tocca a voi: fortunati mortali che avete qualcosa da fare.
Il tempo su tutta Regioroma è ottimo, c’è il sole e fa abbastanza caldo …
Ottimo - disse Guido, mettendosi a sedere sul bordo della letto - se la visita ci va bene, possiamo restar fuori, a mangiare … - La sua voce, nel pronunciare quelle parole, ebbe un attimo di esitazione: il pensiero di poter gustare qualcosa di diverso della solita clorella prevalse sulla consapevolezza che ciò avrebbe notevolmente impoverito le loro finanze.
Un paio di pantofole, di morbida piumoplastica autoadesiva si posò accanto ai suoi piedi: l’autoletto, di modello recentissimo, era dotato anche di quel sofisticato servizio.
Infilò, … od almeno tentò di farlo, i piedi nelle pantofole ed imprecò violentemente.
- È mai possibile che, dopo tre volte che un imbecille tecnico è venuto a ripararle, questo maledetto aggeggio del cavolo continui a funzionare a rovescio? Di questo passo non resta che farsi invertire i piedi.
Loredana, sua moglie, ancora intenta a sorseggiare il similcaf, lo fissò perplessa, cercando di stabilire se avesse detto sul serio. Operazioni di quel genere, facilmente attuabili, e molto diffuse alcuni anni prima, erano divenute piuttosto rare. Una legge emanata dal governo Mondiale aveva impedito ufficialmente, ad atleti ed attori di vario genere, di migliorare le loro prestazioni o di strabiliare il pubblico con le più svariate combinazioni di braccia, gambe e zampe dei più disparati animali.
- Vai tu al lav, che intanto preparo il piccolo – disse la donna, propendendo alfine per lo scherzo.
- Notiziario del mattino - la voce aveva un tono più serio - il Governo Mondiale ha approvato l'atteso stanziamento di dieci miliardi di doll, destinato ad ampliare la base marina, trasformandola in una vera e propria città. Entro una decina d'anni, tempeste di sabbia permettendo … - ecco l’alibi; ci vorrà minimo il doppio, come per luna City - pensò Guido, indossando, con qualche difficoltà, e con una certa dose di violenza, le incolpevoli pantofole.
- … le migliaia di persone che hanno inoltrato domanda di emigrazione, potranno tra breve coronare il loro sogno.
Entrato nel lav, il giovane tolse il pigiama e godette l'effetto corroborante, ammesso che ancora ce ne fosse bisogno, dei getti d’acqua, aria e di chissà quali sostanze chimiche, disinfettanti e profumate, in esso disciolte. Oltre tutto il rumore dei getti non consentiva di udire l'annunciatore, cosa tanto gradita quanto impossibile nel resto dell'appartamento. Togliere l'audio, durante i notiziari, non solo era notoriamente impossibile, ma costituiva un gravissimo reato: ogni cittadino del mondo, in quanto tale, non poteva esimersi dall'ascoltare quello che succedeva di importante sul pianeta. O quanto meno ciò che le stazioni trasmittenti, tutte strettamente controllate dal Governo Mondiale, riferivano.
Uscì, lasciando il posto alla moglie, e si mise al lavoro per preparare un'abbondante e varia colazione: premette alcuni pulsanti ed attese. Dopo qualche istante i cibi prescelti giunsero, mediante un montacarichi ultraveloce, dalle cucine sotterranee dell'edificio: clorella, clorella ed ancora clorella, di vari sgargianti colori e, ma forse era solo un effetto psicologico, di sapori diversi.
Era tardi. Si vestirono e mangiarono in fretta, allietati dalla continua ossessiva esposizione dei particolari sulla costruzione della nuova città su Marte.
- Sono le nove, zero minuti e venti secondi - la voce del calcolatore centrale dello stabile, che vigilava costantemente sulle molteplici attività dei suoi inquilini, si sostituì all'annunciatore del notiziario - Tra cinquantacinque secondi l'ascensore numero sei sarà al vostro piano. Un elitaxi si poserà sul tetto fra quattro minuti e venti secondi. Siete sicuri di aver preso tutto il necessario? I documenti? La cartolina di convocazione del Caf? La tessera per l'elitaxi?...
La porta si chiuse alle loro spalle interrompendo quella sequela di odiose raccomandazioni.
Guido dette un’occhiata all'orologio:
- L'ultima volta era in ritardo di quasi dieci secondi - indicò l'ascensore verso cui erano diretti - vediamo se battiamo il record.
E non sarebbe stata una soddisfazione da poco.
Faceva piuttosto freddo, lassù, al centonovantasettesimo piano: un vento gelido soffiava, impietoso, accanendosi contro quei fragili e minuscoli esseri umani, come avesse voluto punirli per aver raggiunto siffatte altezze.
- Il piccolo, prende freddo - urlò preoccupata, Loredana, precipitandosi ad attivare il termo cappotto.
Fortunatamente non dovettero attendere molto: un elitaxi si posò davanti a loro, dolcemente; la porta si aprì scorrendo sulle apposite guide. Salirono a bordo.
- Codice destinazione prego - disse l'elitaxi, o meglio il gigantesco cervello, sepolto da qualche parte, che controllava il traffico dell'intera regione.
Dopo una prolungata ricerca nelle capaci tasche del suo soprabito, Guido riuscì a pescare la cartolina del Caf ed iniziò a leggere la lunga sfilza di numeri e lettere che caratterizzavano la località verso cui arano diretti; e dire che l'eliminazione dei lunghi e strampalati nomi con cui venivano indicate strade e piazze, era sembrata, un tempo, una innovazione pratica e vantaggiosa.
- … RXM 202 H 296 8 - ultimò il giovane, adagiandosi nel comodo sedile del veicolo giusto in tempo per assistere, sullo schermo di bordo, al discorso greve e noioso con cui il ministro per gli Affari Spaziali commentava il grande avvenimento del giorno.
Il veicolo si innalzò, silenzioso ed efficiente, mettendosi a girare in tondo attorno all'edificio da cui era partito, simile ad una farfalla attirata dalla luce. Il fatto non provocò alcuna meraviglia, né tra gli occupanti del veicolo né tra gli occasionali spettatori. Che il gigantesco supercervello, a soli due anni di distanza dalla sua entrata in funzione, si rivelasse ogni giorno di più ampiamente inadeguato alle esigenze del traffico, era solo l'ultimo di una lunga catena di episodi analoghi: quasi una tradizione, caratteristica di quella piccola parte del pianeta che anticamente veniva chiamata Italia.
Un'eternità più tardi, finalmente, alcuni circuiti si resero liberi: il veicolo con uno scatto improvviso iniziò a salire, rapido, sempre più in alto, evitando con sicure acrobazie diverse correnti di veicoli, inserendosi, occupando uno spazio vuoto, in quella diretta verso est.
Assolto il suo compito, il calcolatore centrale abbandonò l’apparecchio precipitandosi a togliere qualche altro veicolo dall'imbarazzante situazione data dalla rotazione attorno al punto di partenza.
Attraversarono, seguendo l'infermiere in camice bianco che li precedeva, numerosi corridoi, interminabili, tutti uguali tra loro, su cui si affacciavano diverse porte variamente colorate. Dopo qualche istante di attesa davanti ad una di esse, furono ammessi in un'ampia stanza, una via di mezzo a giudicare dalle attrezzature, tra un ambulatorio medico ed un’officina.
L'anziano dottore, seduto dietro un'ampia scrivania, li fece accomodare con un cenno della mano in due comode poltrone, di fronte a lui; il piccolo rimase in piedi, rigido, alle loro spalle.
Pratica R 10 GL 118 - disse il medico, ripetendo a voce alta ciò che appariva sullo schermo della sua scrivania.
- Richiesta assegnazione A IO in data 1 gennaio 2026.
Il medico si alzò e si diresse verso un complesso apparecchio, appeso al muro, in un angolo della stanza - Vieni qui - ordinò al robot A 7, quello che Guido e Loredana chiamavano piccolo non riuscendo a spingere la finzione ad un punto tanto avanzato da dargli un nome.
Con mosse rapide e precise, che denotavano una lunga consuetudine, il medico (ma termine più adeguato era forse tecnico) collegò l'apparecchio col robot, infilando uno spinotto in una presa quasi invisibile alla base del collo.
Nel giro di pochi secondi la macchina esaminò spietatamente ogni più piccolo aspetto del comportamento dei due giovani verso quello che, per quanto impresso nella sua memoria, era senz’ombra di dubbio il loro figlio.
Uno schermo, sulla parete di fianco alla macchina, si illuminò emettendo l’atteso verdetto:
RICHIESTA FIGLIO ETÀ 10-11 ANNI: ACCOLTA, COEFFICIENTE DI APPROVAZIONE 0,82
-Congratulazioni: vostro figlio ha 10 anni - il medico sorrise mentre Loredana e Guido si scambiavano un lungo bacio. Sullo schermo altri dati continuavano ad apparire:
SI CONSIGLIA DI PORRE RIMEDIO AI SEGUENTI FATTI:
MANCANZA DI UN NOME
AFFETTIVITÀ SCARSA
COLLOQUIO INSUFFICIENTE
Lo schermo si spense.
- Dovete avere un po' più di affetto per questo bambino, parlarci assieme - brontolò il dottore.
- Si, … ma non è facile - si affrettò a ribattere Loredana. - dopotutto … è una macchina!
- No! No! Assolutamente no! Non è una macchina: è vostro figlio; è piccolo, ha solo sette, anzi, da oggi dieci anni, è molto bisogno di affetto e di compagnia; tutto il resto non conta. Dovete capire - continuò il medico - che questa è l’unica soluzione possibile in un mondo sovrappopolato come il nostro.
La giovane coppia uscì, dopo qualche convenevole di rito, seguendo l'infermiere verso i1 deposito dove il loro nuovo figlio, identico al precedente, solo un po' più vecchio fisicamente e mentalmente, li attendeva.
Il medico premette rabbiosamente il pulsante di archiviazione, pensando all’ultimo caso in cui aveva concesso, aveva dovuto farlo, un permesso di concepimento al nipote di un alto funzionario del Governo Mondiale.
da "The Time Machine" n. 2/'76
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