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Passaggio di potere


di Emanuele Oriano


Il cuore mancò un battito. L’uomo si arrestò, boccheggiante sul margine del marciapiede, domandandosi che cosa l'avesse colpito alla bocca dello stomaco. Lentamente, si fece strada in lui l'idea che nell'ambiente circostante vi fosse qualcosa che non andava. Si guardò attorno: le auto erano impietrite in corsa, prive di guidatori a condurle; le strade che da quel semaforo si dipartivano erano deserte e silenziose.

Ecco, si disse, il silenzio. Quella era la nota stonata. Per quanto silenziosa sia, anche di notte, una città con duecentomila abitanti è sempre presente alla attenzione di un passante con mille rumori di sottofondo, indovinati più che uditi; ma se, all'improvviso spegnersi di un interruttore, ogni uomo nel raggio di dieci chilometri fosse svanito d'un tratto, allora forse il silenzio sarebbe stato così totale ed immediato.

L'uomo sentì un improvviso stimolo a fare qualcosa, qualsiasi cosa: si mise a correre verso il centro della città, e correndo osservava le vetrine dei negozi. Esposte in bella mostra, le merci più svariate sorridevano dai loro ripiani all’improbabile cliente. Fu costretto a fermarsi ansimando; notò allora che le vetrate e perfino le carrozzerie delle macchine erano lucenti, senza una macchia; l’asfalto si sarebbe detto ancora caldo e i palazzi, appena terminati. Da lontano vide una cabina telefonica e affrettò il passo verso di essa, attaccandosi alla tenuissima speranza che l’AT&T fosse superiore alle forze della fine del mondo. Tuttavia, quando il ricevitore rifiutò ostinatamente di produrre alcun segnale anche dopo la terza monetina, nell’uomo si scatenò il panico.

Catapultatosi fuori dalla cabina, di nuovo si mise a correre, urlando; inciampò e cadde al suolo in lacrime. Rimase lì singhiozzando, finché non gli riuscì di padroneggiarsi, ed allora si accorse di essere arrivato al fiume. Il consueto gorgoglio si era spento, ed il fiume appariva come una colata rappresa di lava trasparente. Era completamente fermo. La luce, riflettendosi su numerose guglie d’acqua, gli feriva gli occhi cosicché l'uomo distolse lo sguardo. Respirò a fondo, ingiungendosi di stare calmo, e dopo un po' si sentì di nuovo in grado di ragionare normalmente. Per prima cosa entrò in un bar per raccogliere le idee. Sulla soglia, si volse a guardare il mondo; il sole brillava e creava delle ombre nette, molto scure; niente si muoveva, ne faceva rumore. La pulitissima tovaglia a scacchi verdi, di pessima fattura, ora un po' di traverso quando lui si sedette: la raddrizzò meticolosamente, quindi vi appoggiò i gomiti e8 si prese le testa tra le mani. Tentando di capire, sentì le palpebre farsi sempre più pesanti, e la sua mente scossa si rifugiò in un salutare sonno protettivo. Ma non dormì a lungo: dopo una mezz’ora fu svogliato da una mano pesante, ma non rude, che lo scosso senza fretta.

Subito non realizzò, ma scattò in piedi precipitosamente non appena vide in faccia il Neanderthaliano.

Scimmiesco, ma con una luce molto intelligente nello sguardo, il cavernicolo lo osservava con un'ombra di sorriso. Fu proprio questo, forse, a dargli la fiducia indispensabile a non fuggire a gambe levate; forse fu anche la coscienza di non essere più così solo nella città; forse la paura stessa di quell'essere ignoto lo inchiodò a terra. L’uomo cercò di inumidirsi le labbra, ma non vi riuscì. Finalmente, a rompere la tensione, il primitivo parlò. E parlò in inglese:

- Mi perdoni se ho voluto impiegare una simile quantità di forza, ma temo di essere diventato un po' esibizionista con gli anni.

- Lei.... è opera sua tutto ciò?

- Si; bel lavoro, non le pare? – L’uomo non ne era troppo convinto, ma l’altro parlò di nuovo. - Si sarà chiesto, immagino, perché proprio lei sia rimasto da solo far da guardia alla città. Bene, se ciò può colpirla, non si tratta solo della città, ma di tutto il mondo. Lei è l'unico uomo sulla Terra, al momento.

- Su tutta la Terra? Ma … come?

- Molto semplicemente: lei è di fronte al suo Dio, signore. - Seguì una lunga pausa, ma l'uomo non aveva bisogno di chiedere dimostrazioni. Dall'anacronistica figura del neanderthaliano spirava una forza che muoveva l’aria intorno a sé.

- Ora che avete afferrato il concetto, non moritemi davanti; non sono un’Entità Malevola, dopotutto!

- Questo è vero, ma …

- Visto? Mi avete già accettato. Un vostro antenato di cent'anni fa non avrebbe neppure osato rivolgermi la parola. Ma ora il tempo è poco: non interrompetemi. Brevemente, la mia storia: quando nacqui ero il figlio di un capo tribù Neanderthal, e mio padre, feroce con tutti gli altri, mi amava però sopra ogni altra cosa. Un giorno entrammo per caso in uno strano luogo pieno di macchinari (ovviamente allora ignoravo questo ed infiniti altri concotti); mio padre infilò la testa in un casco e le macchine fecero il resto.

Ci svilupparono l'intelligenza e le doti etiche, ci resero più efficienti nel corpo e nello spirito, e in pochi minuti diventammo i Signori dell’Universo.

Leggemmo la storia della Casa da nastri incisi telepaticamente da uno strano personaggio, il costruttore della Casa, prima che il nostro Cosmo nascesse nell’esplosione primordiale, e scoprimmo così che da allora eravamo i primi a rimettervi piede. Ma in seguito mio padre, nonostante il trattamento subito, ritornò alla fondamentale crudeltà: molto presto sterminò tutta la nostra razza e prese a tormentare la vostra timida stirpe Homo Sapiens. Verso l’anno 4 a.c. mi resi conto che non potevo permettere che continuasse la sua opera di Dio di questo mondo. Combattemmo ferocemente, corremmo anche, limitatamente, su e giù per il Tempo, lasciando ovunque traccia del nostro passaggio. Egli, ormai odiandomi, trasmise alla vostra specie la leggenda del diavolo, cosicché io vengo ad essere contemporaneamente Dio e Satana, ma alla fine riuscii a sopraffarlo. Se lo avessi lasciato in vita, astuto come era, avrebbe potuto riprendermi il controllo della Casa, e questo non potevo certo permetterlo. Beh, poi mi prodigai a riparare i guasti di mio padre. Purtroppo, non potevo reinserire nella storia i miei simili, ed inoltre non ne provai neppure il bisogno. Mandai alcuni emissari androidi per cercare di darvi una mano, ma voi siete una strana razza; e perciò non servì a nulla, dato che trovaste il modo di travisare in pieno il vero significato delle loro parole.

Ultimamente, però, mi sono accorto di un certo deterioramento delle mie facoltà mentali. Sono ancora lucidissimo, non si preoccupi, ma entro poche ore non lo sarò più. Ora, io non voglio distruggere quel che di buono sono riuscito a fare in questi secoli: così … ho deciso di rinunciare spontaneamente alla vita prima di impazzire. Ma dovevo anche scegliermi un successore: e ho scelto lei. Venga. Entriamo nella Casa.


L'uomo (il Dio) osservava con gli occhi della mente una lontana galassia, ed aspettava. In un bagliore insopportabile di un attimo, la gigantesca ed inabitata galassia ed il corpo del Dio pazzo esplosero insieme, nella più grandiosa pira funeraria dello Spazio e del Tempo.

L'uomo (il Dio) tornò nel suo corpo, ormai virtualmente immortale, e si rizzò in piedi. Contemplò in silenzio l’interno della Casa, carica di macchine rilucenti e nascosta in una piega del continuum, e scosse la testa. Mise a fuoco la propria vista su tutte le città del mondo, disabitate ancora; quello era il momento di riaccendere l'interruttore, di riempire quei recipienti vuoti di uomini sporchi, meschini, malvagi. Trasformò l'Eurasia in un'immensa pianura e ripopolò queste sterminate Praterie di Manitù coi quattro miliardi e mezzo di uomini, tenuti fino ad allora nascosti.


John Harkman capì che era successo qualcosa di molto strano prima ancora di aprire gli occhi. Intorno a lui, migliaia di persone nude apparivano sgomente e sbigottite.

Anch'egli era nudo, del resto, e quindi pensò che fosse meglio cercare un telefono pubblico, o meglio ancora un posto di polizia. La gente intanto aveva incominciato ad urlare, in lingue note ad ignote, con toni di tutta la gamma possibile. Harkman vide una faccia nota, tre la folla; il viso sedicenne di sua figlia Helen, urlante. Cercò di fendere la calca, un vero e proprio muro umano, e si aprì la strada a gomitate e pugni in faccia. Finalmente la raggiunse, e la vide a terra con gli occhi sbarrati dal terrore, pallida e sanguinante. Vicino al suo cadavere, un uomo col capo ricoperto di graffi, stava detergendosi il sudore ed il sangue dal viso. John Harkman chiuse gli occhi e li riaprì solo quando non fu più in grado di controllare il suo odio per quell'animale umano. Gli si· gettò addosso nonostante l'altro fosse più giovane di lui, ma mentre colpiva, colpiva e colpiva, risuonarono nell'aria, più alte del grido dell'umanità, le trombe di Armageddon.


da "The Time Machine" n. 2/'76






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