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L'anarchico - seconda parte


di M. Corridi


La prima vivace discussione fra Nghu e Balam avvenne appunto in primavera, dopo che erano tornati a farsi vivi i branchi di renne.

Nghu aveva onestamente riconosciuto ed apprezzato, nel suo intimo, gli innegabili vantaggi conseguenti alle innovazioni portate da Balam, e cioè il coalizzarsi per la caccia ai grossi animali, isolati od a branchi che fossero, ed il far causa comune delle prede conquistate in tali occasioni.

Ma quel che non gli andava giù era la generalizzazione del sistema che Balam sembrava voler attuare e, soprattutto, certi atteggiamenti assunti da Balam stesso che gli restavano profondamente antipatici.

Il sistema aveva dato, infatti, altre eccellenti prove della sua bontà e si rivelava sempre più promettente man mano che gli uomini vi prendevano dimestichezza e si organizzavano meglio.

In particolare in due occasioni aveva dato esiti veramente brillanti: la prima quando si era trattato di attaccare ed uccidere un grosso orso che, uscito dal letargo invernale, si aggirava. minaccioso e famelico, nei pressi della caverna.

Era bastato che due o tre uomini ne attirassero l'attenzione su di loro mentre gli altri lo attaccavano da tergo, per venire a capo della faccenda, senza neanche una perdita.

La seconda, ancora migliore dal punto di vista del massimo utile col minino sforzo. era consistita nello spaventare, con urla e rumori vari, un piccolo branco di cavalli, sospingendoli così verso un dirupo senza via d’uscita e farveli, poi precipitare, conquistando un consistente bottino praticamente senza colpo ferire.

Balam, in questi casi, si era, naturalmente, comportato da dirigente: aveva ideato le operazioni e datogli ordini su come eseguirle, tenendosi poi in disparte all'atto pratico e stando a vedere come andavano a finire le cose.

E questo non era piaciuto a Nghu.

Un'altra cosa che non era piaciuta a Nghu era stata la conclusione della caccia al mammut.

Rientrati nella caverna stanchi morti e coperti di sangue proprio e della bestia uccisa, avevano prima mangiato a sazietà, e quindi, gonfi di cibo, si erano gettati a terra per dormire un lungo sonno.

Ma Balam, che non aveva le stesse loro ragioni per essere stanco, dopa un breve riposo, era saltato nuovamente su e, destati a calci ed urlacci i bambini e le donne, che dormivano frammisti agli uomini, li aveva costretti ad arrostire ed affumicare sul fuoco gli abbondanti pezzi di mammut ancora rimasti, affinché non si guastassero troppo rapidamente.

Messili così, sia pur riluttanti, al lavoro e non senza la minaccia di orribili punizioni, qualora, avessero osato abbandonarlo prima di aver esaurito tutta la carne, aveva poi afferrato per la collottola una giovane femmina ed, incurante dei suoi calci e dei suoi strilli, si era con lei ritirato a divertirsi un po'.

Per qualche tempo, nella grotta, era regnata la calma, ma, dopo alcune ore, Balam, avendo avuto modo di sollazzarsi a sazietà e di schiacciarsi, anche, un pisolino ristoratore e sentendosi, perciò, del tutto tranquillo e riposato, giudicò che anche gli uomini avessero ormai dormito abbastanza e che fosse ora di fare quattro chiacchere.

Cominciò quindi a strepitare in modo terribile contro le donne e i bambini, colpevoli, a suo dire, di non aver affumicato a dovere i resti del mammut, ma col segreto intento di destare, con quel chiasso, gli uomini addormentati. Visto, poi, che con tale sistema non era riuscito che a sollevare qualche testa assonnata, subito ricaduta giù, iniziò un'azione più diretta scrollando ripetutamente i dormienti e lanciando nelle loro orecchie grida disumane.

E quando tutti furono finalmente desti, quale ancora seduto, stropicciandosi gli occhi e biascicando stupidamente a vuoto e quale in piedi, stirandosi faticosamente, saltò, come al solito, sopra un masso e cominciò a concionare.

Detto per inciso è, come si vede, abitudine ben antica quella di salire su qualcosa quando si vogliono arringare le folle. È il primo gradino di ogni, arrampicata. Tutti dovremmo diffidare di chi monta su una sedia per parlare: anche del bambino che recita le poesie di Natale. Mostra cattivi istinti.

- Pezzi di cretini! - esordì dunque Balam (e bisogna scusarlo per questo rozzo proemio in quanta va considerato che era alle prime armi in questo genere di attività. Abituato a dir pane al pane e vino al vino, non aveva ancora imparato a rivolgersi alle masse con termini più idonei, quali "compagni di lotta" o "valorosi cittadini").

- Pezzi di cretini! - cominciò dunque - Voi ve ne state qui a dormire satolli ed a me tocca sbrigare le vostre faccende!

Se non fosse stato per me, sareste ancora qui a morire di fame, ed invece di ringraziarmi ve ne state lì, sdraiati, a ruttare

Guardate, guardate, quel porco là, come vomita! Si è mangiato un pezzo di mammut più grosso di lui ed ecco che gli sta uscendo anche dalle orecchie!

Cacciatelo via, prima che ci affoghi tutti!

Dicevo dunque che, come vedete, mentre stavate riposando tranquilli e beati, io ho lavorato per voi. Ecco là i resti della carne, affumicati a dovere, che potrà servirci da cibo finché non troveremo qualcosa di meglio. Ma bisognerà stare attenti che qualche maledetto ingordo come quello - ed accennò verso l'uscita della caverna, da dove il poveretto di poco prima era stato malamente buttato fuori - non se la mangi tutta per sé, lasciando gli altri a digiunare.

Faremo perciò così:

Ciascuno di voi, a turno, sorveglierà il mucchio, stando attento a che nessuno vado a servirsi do solo, e per tutta la durata della sua sorveglianza sarà responsabile della carne.

Ogni mattina io ne distribuirò una uguale porzione per tutti noi che abbiamo partecipato alla caccia e ciascuno potrà mangiarsela subito o quando gli parrà meglio, tenendo parò ben presente che, fino al mattino seguente non gliene toccherà più.

Vedo dalle vostre facce che siete tutti d'accordo con me.

Non siete, forse, tutti d'accordo con me?!

Come facesse Balam a scorgere un cenno intelligibile di cosciente assenso in quelle facce ancora istupidite dal sonno, e, per di più, coperte come da una maschera fatta di sangue, polvere e grasso di mammut, fu e resta un mistero. Ma, di misteri del genere, la preistoria ne serba ancora moltissimi. Come la politica, del resto.

Comunque, alla domanda diretta di Balam, tutti, anche coloro che non avevano capito assolutamente niente, risposero coralmente di si, dimostrandosi, con ciò, assai più progrediti di quanto non si potesse pensare, nella nobile arte del comizio.

E la mozione passò per approvata.

- Ma questo non è tutto – proseguì Balam, gongolante per l'attenzione generale che gli veniva riservata - Poiché, come si dice "leva e non metti, ogni bel monte scema", rischieremmo così di rimanere a secco, prima che torni l'estate e la selvaggina abbondante.

Perciò, tutti voi ve ne andrete ogni giorno in giro, cercando di raccapezzare qualcosa e quello che troverete lo porterete qui, al vostro ritorno, lo metterete nel mucchio e lo spartiremo poi, tre tutti noi.

Andrete fuori in coppia. Per due motivi: primo perché in più d'uno, come avete visto, si fa meglio che da soli e, secondo, perché l'uno impedisca all'altro di mangiare per sé quello che trova. Giusto?

- E le femmine e i piccoli? - chiese Nghu.

Balam fece cenno con le mani, come a chiedere di star calmo e non infastidirlo con domande affrettate ed inutili. Sapeva lui cosa occorreva dire.

- Le femmine ad i piccoli avranno la loro parte - disse infatti - ma dovranno guadagnarsela.

D'ora in avanti essi non usciranno più a caricarsi da sé il cibo, come facevano sin qui, tanto più che il loro apporto sarebbe irrilevante, ma se ne staranno nella caverna a scorticare gli animali. ad affumicarli, a preparare le pelli ed a mantenere accesi i fuochi e preparare le asce e le lance di pietra.

Ognuno avrà, così, il suo compito e le cose andranno meglio per tutti.

- Siate d’accordo?

Questa volta il concetto era così rivoluzionario che nessuno riuscì ad afferrarlo nemmeno vagamente e nessuno ebbe, per ciò, il coraggio di dire di sì.

Tacquero, dunque, tutti disorientati e si guardarono l'un l'altro con facce mute ad interrogative.

Balam, che aveva preso gusto alle approvazioni unanimi, ne fu indispettito.

- Uomini - gridò - Avete visto che io vi ho ben consigliato una volta e che, dando retta a me, avete avuto de mangiare in abbondanza, dopo mesi e mesi di fame!

Datemi dunque ascolto e fate come vi dico!

Io sarò il vostro consigliere e la vostra guida e, se seguirete i miei consigli, vi troverete bene.

Non avevate forse fame prime di conoscermi?

-Si - ammise la folla.

- E non avete forse mangiato in abbondanza?

- Si, si! - si gridò allora, essendo questi argomenti più facilmente intelligibili alle masse.

- E non è rimasta forse una grande riserva di cibo per molti e molti giorni a venire?!

- Sì! Sì! Sì!

- Ebbene ed allora io vi prometto che, se farete come dico io, morrete tutti di indigestione!! - terminò finalmente Balam.

- Evviva Balam! Evviva Balam! - ruggì la folla, ormai presa da incontenibile entusiasmo - Si! Tu devi guidarci. Devi aiutarci, Balam, faremo ciò che vorrai! Evviva il mangiare! Mangiare per tutti! Evviva Balam! Evviva il mammut!!

Egli evviva avrebbero seguitato chissà fin quando, estendendosi chissà fino a chi, se Balam, facendo intendere di avere ancora qualcosa da dire, non avesse chiesto a grandi gesti il silenzio.

La calma cominciò così, grado a grado, a tornare dopo tanto tumulto, non senza, però che questo venisse talvolta, rinfocolato da qualche grido isolato di "Viva Balam" che giungeva proprio nel punto in cui il silenzio sembrava definitivamente ristabilito. E allora si ricominciava tutto da capo.

Ma finalmente, come Dio volle, tutti si tacquero e Balam poté riprendere il proprio discorso.

- Amici! - comincio (evidentemente, si stava già perfezionando) - Amici miei!

Io vi ringrazio per la vostra fiducia e ne sono commosso!

Voi volete che vi guidi, vi consigli, vi amministri. E sia! Sono pronto a sacrificarmi per voi!

Ma non potete pretendere che faccia tutto da solo. E neanche io vorrei se lo potessi!

Una simile responsabilità sarebbe superiore alle mie forze!

Dovete dunque scegliere, tra voi, qualcuno che mi affianchi e mi aiuti e che rappresenti le vostre volontà e i vostri desideri, perché siamo qui apposta per questo, e con cui si possa discutere con calma, perché parlare tutti quanti assieme diviene uno gran confusione e nulla più.

Ne basterebbero un paio, io direi, ad esempio, Ruk che già prima, quando vi spiegavo come si cacciano i mammut, ha dimostrato di ponderare bene le questioni e di avere delle idee personali, ed insieme a Ruk, quello scemo di Krut che si è messo, sì, a strillare fuori tempo durante l'attacco alle bestie, ma che, poi, si è dimostrato un valoroso cacciatore (Balam l'aveva, infatti, visto nascondersi e sapeva, perciò, con che razza di uomo avrebbe avuto a che fare.)

- Dunque io vi propongo, ma poi scegliete voi chi vi pare Ruk, Krut e Balam per vostri servitori?

Volete voi dunque Ruk, Krut e Balam per vostri servitori?

Ormai Balam, con quel sistema, avrebbe potuto chiedere anche la luna che gli sarebbe stata certamente concessa a furor di popolo.

La seduta si concluse quindi per acclamazione:

Balam, Krut e Ruk vennero eletti all'unanimità, e con tante scuse per il disturbo, reggitori della cosa pubblica e tutto terminò con una mangiata extra di mammut, per festeggiare.

Solo a Nghu e, forse, a qualche altro rimasero alcuni punti oscuri e molti dubbi.

E fu per questo che, come prima ho detto, la conclusione della caccia al mammut non gli piacque molto.

Ma, non essendo ancora stata democraticamente istituita l'opposizione, non gli restò che tacere e tenersi i suoi dubbi per sé.


Non c’era, insomma, una gran corrente di simpatia tra Nghu e Balam, ma, per tutto il resto della cattiva stagione, non successe nulla di straordinario.

Nghu osservò lealmente i patti stabiliti nella caverna e si comportò da degno componente della comunità: andò regolarmente a caccia in coppia con qualche altro, depositò religiosamente all’ammasso i suoi proventi e si contentò, senza protestare, della sua razione giornaliera di carne.

D'altro canto il triunvirato di Balam, Krut e Ruk amministrò la comunità con abbastanza saggezza ed equità, e per quanto risultasse evidente che in effetti chi comandava era Balam e che gli altri due ad altro non attendevano se non ad eseguire i suoi ordini e ad adoperarsi affinché tutti gli altri eseguissero, sovente con molto maggior solerzia di quanto avrebbe fatto Balom stesso, tuttavia, mancando gravi occasioni di dissenso, la cosa filò liscia e non si ebbero grandi discussioni.

Poi come ho già detto, tornata la buona stagione e, con essa, la prima selvaggina, vi furono le due cacce fortunate all’orso ed ai cavalli e la posizione di Balam, che io avevo consigliato e dirotto, sia pur da lontano, ne uscì notevolmente rafforzata.

Ma Nghu, a questo punto, cominciò a divenire insofferente.

Per prima cosa l’uscire sempre in coppia l'annoiava mortalmente. Non sempre il suo occasionale compagno di caccia gli ora simpatico o condivideva i suoi metodi (Balam, saggiamente, cercava di alternare il più possibile le coppie dei cacciatori affinché non si creassero combutte) e poi gli piaceva muoversi ed andare e venire come gli pareva meglio, senza doversi mettere d’accordo con nessuno.

Secondariamente non gli andava troppo giù di faticare e sudare per contribuire al mantenimento di quei tre copoccetti che si davano un sacco di arie, sputando sentenze su tutto e dando consigli, anche a chi non ne aveva bisogno, senza poi muovere, materialmente, neanche un dito.

Terzo, infine, e questo si ricollegava al precedente, non gli piaceva affatto la faccenda dell'ammasso. Ne riconosceva la giustezza per le prede catturate nelle cacce collettive ma per quelle ottenute singolarmente, era un altro paio di maniche. E poteva ancora ammetterlo per un periodo di eccezionale carestia, tanto per dar modo di sfamarsi anche alle donne ed ai bambini che, altrimenti, non sarebbero stati in grado di farlo da soli, ma, a cose normali, ognuno doveva avere il sacrosanto diritto di tenere per sé e soltanto per sé il frutto delle proprie fatiche e della propria abilità. Altrimenti a che pro darsi da fare?

Ed invece sembrava proprio che, Balam ed i suoi aiutanti intendessero perpetuare all'infinito il sistema adottato. Non sapeva Nghu che è più facile mettere una tassa che levarla.

Fu appunto questo terzo motivo che creò il casus belli per la prima baruffa.

Nghu aveva un urgente bisogno di un vestito nuovo. La vecchia pelle di lupo che portava addosso mostrava davvero la corda e le tracce di pelo che ancora restavano su di esse erano, più che altro, delle malinconiche rarità.

Considerato il fatto che l’aveva ricevuta già di seconda mano in cambio di un'ascia, all’età di quindici anni (ora ne aveva venticinque ed, oltre tutto, gli stava anche un po' stretta di giro) e che, usandola per abito di giorno e per coperta di notte, la indossava, praticamente, ventiquattro su ventiquattro per trecentosessantacinque giorni all’anno non si può dire davvero che avesse fatto una cattiva riuscita. Oltre tutto Nghu si era anche affezionato a quella sua seconda pelle, ma ormai non c’era più niente da fare e bisognava proprio sostituirla.

Ed un bel giorno Nghu si pose alla ricerca. Se ne andò di primo mattino, solo soletto, in quanto, trattandosi di una faccenda strettamente personale, non ritenne dover scomodar nessuno per tenergli compagnia.

Ed armato di tutto punto, lancia in mane e scure a tracolla, prese a vagare per la foresta.

Faceva ancora freschino, ma a Nghu quell'inizio di bella stagione piaceva immensamente.

La neve era già sparita quasi completamente, tranne in qualche anfratto ombroso dove, però, non era più così bianca e compatta come in inverno, ma aveva assunto un color grigio sporco e sgrondava acqua ai suoi bordi, inzuppando il terreno circostante.

Il prato cominciava a coprirsi di un tenero verde ed il fiumicello scorreva veloce tra le sue basse rive: ancora poco e tutto sarebbe stato in rigoglio.

Ed a Nghu sarebbe piaciuto che, a primavera, fossero sputati anche a lui dei teneri virgulti dalle orecchie pelose e sul petto irsuto, a segnalare che, pure lì dentro la vita risorgeva e si rinnovava, dopo la lunga stasi invernale.

Camminava con passo leggero sull’alto tappeto elastico di muschio, nel bosco, ancora umido e grigio, ma che presto, da morto e marcio che sembrava, sarebbe tornato ad essere di un vivido verde. Ed il rosso acceso dei funghi l'avrebbe poi costellato di punti di fuoco.

Nghu si sentiva libero, felice, leggero come un fiocco di bruma portato dal vento.

Vagò a lungo, per la verità più intento alla vita che alla morte, quasi dimentico del preciso scopo che l’aveva portato fin là. Si sfamò con un paio di leprotti che colse nel covo e giunse così a sera senza aver concluso niente di concreto.

Era però troppo tardi e troppo lontano per far ritorno alla sua caverna e poi, per dir proprio le cose come stavano, non ne aveva assolutamente voglia. L'idea di ritrovarsi in mezzo al tanfo dei suoi simili gli dava quasi la nausea.

Occorreva trovare un posto adatto per passarvi la notte, e, dopo breve ricerca, reperì quanto facevo al caso suo: un grosso albero, con alcune basse biforcazioni, che gli sembrò ideale per una camera da lotto primaverile.

Si arrampicò, aggrappandosi, per la parte ancor priva di rami, ai ritorti tralci dell'edera che cingevano il tronco come grosse gomene che lo tenessero prigioniero e, giunto alla prima biforcazione, a poco più di un paio di metri da terra, vi si pose a cavalcioni, appoggiando la schiena alla corteccia rugosa. Un altro ramo, posto all'altezza giusta, gli servì da bracciolo.

Ritenne superfluo salire più in alto, tanto le bestie o sapevano arrampicarsi o non lo sapevano.

Si rilassò e guardò in alto. Scorse, tra il nero delle fronde, vivide stelle brillare nel cielo.

Un lieve vento fresco che sapeva di erba e di terra bagnata, gli alitava, di quando in quando, sul volto. In basso, nel buio, si udivano, furtivi, i rumori delle bestie della notte.

Si addormentò ben presto e fece tutto un sonno fino alle prime luci dell'alba.

Fu appunto destandosi, più per istinto che sotto l'azione di una sensazione fisica, che scorse l'orso sotto di sé.

Non era un orso gigantesco, del tipo, per intendersi, che contendeva all'uomo il possesso delle caverne, ma un normale orso bruno, di quelli che, socialmente di grado elevato non molto elevato nel mondo animale di allora, dovevano contentarsi, per tutto alloggio, del cavo di un albero o di una rientranza della roccia.

Tuttavia, messo in piedi, non doveva misurare, ad occhio e croce, meno di un paio di metri, lunghezza comunque trascurabile per quell'epoca adusa a fare le cose in grande in fatto di orsi.

Avanzava lentamente, ciondolando la testa, il muso chino a sfiorare qua e là il terreno e soffermandosi, di tanto in tanto, a frugare col fumante naso, fra le radici e i bassi cespugli.

Giunse così, pian piano, nei pressi dell'albero dove stava appollaiato Nghu e, probabilmente, ne avvertì l'odore.

Si dette allora ad annusare con attenzione tutto attorno, seguendone le tracce lasciate la sera prima, ora avanzando ed ora ritornando precipitosamente indietro, come per un ripensamento, quando, spintosi troppo oltre, le andavo perdendo, e terminò col giungere, finalmente, proprio sotto la pianta, mettendosi poi ad annusare con circospezione torno torno al tronco. Ancora poco ed, alzandosi sulle zampo posteriori ed appoggiandosi ad esso, avrebbe sollevata la testa, scoprendo l'uomo che vi stava sopra a meno di un metro di distanza dall'estremità del suo naso.

Era questo il momento che attendeva Nghu.

Egli aveva seguito, trattenendo il respiro, gli andirivieni del suo vestito nuovo, esaminandolo con occhio critico e trovandolo di suo gradimento. Ora si trattava di acquistarlo e, nel complesso, ritenendo a lui favorevoli le modalità della contrattazione, sperava anche di non pagarlo troppo caro.

Senza il minimo rumore, e muovendo solo le parti del corpo strettamente indispensabili, si era preparato alla bisogna, sempre restando a cavalcioni del ramo: aveva tolto l’ascia da tracolla e, con la stessa correggia, se l’era legata all'altezza del gomito destro, lasciandola liberamente ciondolare giù, in modo che risultasse facilmente impugnabile. Poi, afferrata la lancia con entrambe le mani, e sollevatala pian piano sopra la spalla, la tenne fermamente puntata verso il basso, davanti a sé.

Fu proprio quando l'orso si trovò ad annusare dalla parte giusta del tronco che Nghu, valutando il punto futuro d'impatto, lo chiamò:

-Ehi, tu! ... - disse, senza gridare - Alza la testa.

E l’orso, come era previsto, alzò non solo la testa ma tutto il grosso corpo, graffiò con le zampe anteriori il tronco muschioso e protese il suo naso umido verso Nghu.

Entrambi digrignarono: ciascuno voleva la pelle dell'altro.

Ma fra il digrigno dell’orso e quello di Nghu e, per disgrazia del primo, dalla parte del secondo, stava una punta di selce che, saldamente legata in cima ad un lungo bastone, digrignava ferocemente anch'essa.

- Ach!! - fece allora Nghu, emettendo un forte respiro. Ed evitato il muso proteso, appoggiò la lancia contro il muso proteso e la spinse avanti con tutta la forza delle sue braccia.

- Aach !! - risuonò altissimo l'urlo della bestia ferita, che subito ricadde giù, gorgogliando in un fiotto di sangue.

- Aach …! - gridò ancora Nghu, precipitando dall'albero, proprio dietro la schiena dell'orso.

Aveva, si, lasciato subito la presa non appena confitta la lancia ma, mancandogli d’improvviso l'appoggio non era altrimenti riuscito a frenare il suo slancio.

Cadde, come i gatti, sulle quattro zampe e fu subito in piedi, giusto in tempo per fronteggiare la bestia che rivoltasi, si era levata ruggendo, la lancia ancora confitta nella gola.

Ira, sangue e dolore uscivano frammisti dalle sue fauci, ed agitando convulsamente nell'aria le zampe anteriori, si precipitò sull'uomo.

Nghu aveva impugnato la scure: saldamente piantato sulle gambe schivò l'abbraccio chinandosi e ruotando il busto sui fianchi, indietreggiò di un solo passo e percosse forte con l’ascia sul muso dell’orso.

Poi si volse e fuggì dietro un tronco.

Ma con sua sorpresa e gioia l’orso non si volse a seguirlo, proseguì anzi, barcollando, ancora per alcuni passi; sempre nella stessa direzione iniziale, come impossibilitato a frenare il suo slancio, poi ricadde sulle zampe anteriori e rotolò al suolo.

Si rialzò faticosamente e ruzzolò di nuovo. Tutto intorno a lui era un mare rosso di sangue.

Probabilmente la lancia di Nghu gli aveva reciso la carotide.

Per lui era finita. Finita la caccia, finita la primavera, finita la vita. Dopo un ultimo fiotto rantolante giacque per sempre immobile.

Nghu attese prudentemente alcuni minuti dietro il suo riparo per essere ben corto che la bestia fosse morta davvero.

Poi, spintosi cautamente avanti, notò che i suoi fianchi non si sollevavano affatto per il respiro. Gli lanciò ancora contro un grosso sasso per ulteriore cautela e, non osservando alcuna reazione, si convinse finalmente che quella bella pelle era adesso proprio sua.

Ma il lavoro da fare era ancora lungo.

Non poteva certo trascinare quel bestione da solo fino alla caverna e, d'altra parte non era neanche possibile lasciarlo lì per andare a chiamare aiuto perché altre belve l'avrebbero certo dilaniato e, al suo ritorno, non avrebbe trovato che ossa.

Decise quindi di arrangiarsi da sé: stabilì sul posto il suo accampamento e per vari dì trafficò là attorno, scuoiando e squartando di giorno e tenendo accesi i fuochi di notte, faticando assai e dormendo pochissimo, con un occhio solo.

Ma era felice: quella era la sua vita, la sua naturale, dura e libera vita di essere primitivo, lontano da ogni problema che non fosse direttamente connesso col sopravvivere quotidiano.

Ed inoltre amava, sia pure inconsapevole, starsene così solo con la natura, quella natura di cui faceva parte integrante, molecola infinitesima, e che pure era fuori di lui e gli sembrava fatta solo per lui.

Lui e tutto il resto: così gli appariva diviso il mondo e così, in definitiva, doveva restare diviso anche per tutti gli uomini che sarebbero venuti dopo di lui.

Gli piaceva veder sorgere il sole che ravvivava dapprima il verde cupo delle cime degli abeti e ne accendeva il rosso bruno dei tronchi e che scendeva, poi, giù, fra i rami, in lame di luce piene di pulviscolo, fino nel sottobosco e gli piaceva anche osservare la pioggia che, stando al riparo di un anfratto, gli stillava in gocce davanti agli occhi, zuppando ogni cosa.

Ed amava bagnarsi nel freddo fiume e sdraiarsi nel prato a respirare l'aria della notte.

Si sentiva libero, sano, felice.

Pensava invece con disgusto al luridume della caverna ed alla sua promiscua umanità.

Si attardò perciò anche oltre lo stretto necessario, riposandosi qualche giorno, vagando e cacciando, non riuscendo più a trovare, come suol dirsi, la strada di casa.

Fu perciò circa un mese dopo la sua partenza che fece ritorno alla grotta, carico delle sue armi, dei pochi resti dell'orso e della sua pelliccia nuova.

Non vi fu alcun comitato di festeggiamento a riceverlo.

Trovò invece Balam che, seduto davanti al fuoco, stava indurendo sulla fiamma la punta acuminata di un palo e che, al vederlo, lo salutò con un grugnito.

- Dove sei stato? - gli chiese poi osservandolo bene.

Nghu aveva imparato la lezione:

- Dove mi pare - rispose quindi, senza esitazione ed andò a scaricare la sua mercanzia in un angolo che gli era sempre servito da domicilio privato.

- Cos'hai lì! - disse ancora, più che chiedere, Balam.

Nghu continuò per un po' ad armeggiare, muovendosi con studiata lentezza, quasi non avesse udito, quindi si volse:

- Lì dove? - chiese, indolente.

- Lì, in quella pelle!

- Ah, qui? Oh, niente di speciale.

- È la pelle di un orso che ho ucciso da solo e dentro ci sono i resti dell'orso.

- E cosa intendi fare?

- E cosa intendo fare?

- Sì, cosa intendi fare?

- Cosa intendo fare?

E così, col "cosa intendi fare" si sarebbe rischiato di andare avanti un bel pezzo, l’uno chiedendo e l'altro rispondendo, se Balam, poco paziente per natura, non avesse spezzato il circolo vizioso scagliando con rabbia, tra le fiamme, il palo che teneva in mano. Tizzoni ardenti volarono da tutte le parti.

- Maledizione! - gridò, balzando in piedi, - Sai bene quel che voglio dire! Perché sei andato a caccia da solo?

- Perché avevo voglia di fare così - rispose tranquillamente Nghu. E, raccolta la sua nuova pelliccia, la tenne spiegata davanti a sé con le braccia tese, rimirandola ostentatamente soddisfatto.

Balam trasudava rabbia, ma cercò di frenarsi:

- Senti, Nghu - disse, cercando di prenderlo con le buone - Tu sai benissimo quali erano i patti. Perché li hai trasgrediti, andandotene via da solo?

- Patti? Trasgrediti? - chiese Nghu, facondo il finto tonto - E di quali patti e di quali trasgressioni stai parlando. A me risulta solo una cosa: ad un certo punto ci trovammo, qui, tutti d'accordo sul sistema di arrivare senza danni sino alla primavera. Ora a primavera ci siamo, e quindi gli accordi di allora sono finiti. Se vogliamo farne dei nuovi facciamoli pure, se ne abbiamo voglia, ma per quelli vecchi, punto e basta. Dico bene?

- Dici bene un corno! - schiumeggiò Balam - Tu stai travisando i fatti!

Qui non si tratta di un accordo personale fra te e me o fra te e qualcun altro. Qui si tratta di una regola generale!

Abbiamo tutti concordemente deciso di aiutarci l’un l’altro e questo deve esser fatto secondo le modalità pattuite: ognuno deve lavorare per la comunità e contribuire al suo mantenimento.

Bello davvero sarebbe se ognuno se ne andasse in giro per i fatti suoi e tenesse quello che trova tutto per sé! Si tornerebbe al punto di prima!

E troppo comodo sarebbe che ognuno sfruttasse la comunità solo al momento che gli fa comodo, infischiandosene, poi, di tutto il resto!

Sia chiaro: chi vuole star qui ha da osservare le regole, altrimenti addio e se ne vada per sempre!

Ed ora che ti ho schiarito le idee, consegna quel po' di carne che ti è rimasta alle donne e getta la pelliccia nel cerchio delle pelli. Poi, per questa volta, mettiamoci una pietra sopra e non parliamone più!

Nghu l'aveva ascoltato guardandolo con occhio sornione e senza fare parola.

Come l'altro arrivò alla conclusione, si tolse lentamente la vecchia pelliccia e, senza staccargli gli occhi di dosso, si drappeggiò il corpo, nudo e irsuto, con quella nuova fiammante dell’orso.

- Che te ne pare? - chiese, fingendo di pavoneggiarsi - bella, vero?

Poi, cambiando tono, prosegui:

- È giusto, tu hai parlato bene e mi hai convinto con i tuoi argomenti.

Prenditi dunque pure quei quattro pezzi di lardo andati a male e mangiateli alla mia salute. Per conto mio, in questa stagione, ho bisogno tutti i giorni di roba fresca.

E, giacché ci siamo, guarda, voglio farti anche un regalo: mettitelo la domenica quando fai il capo dell'arciconfraternita!

E così dicendo, lanciò con fare noncurante, ai piedi di Balam, la vecchia pelliccia spelacchiata e piena di buchi.

Se Nghu fosse apparso appena un po' meno robusto ed in buona salute di quanto in realtà era e Balam fosse stato furbo soltanto quanto cercava di sembrare, la cosa sarebbe inevitabilmente finita a randellate e, senza dubbio, ci sarebbe scappato anche il morto.

Ma, fortunatamente per tutti, il primo aveva proprio l’apparenza del troglodita, in grado di lottare, da pari a pari, con i più qualificati gorilla ed il secondo aveva molto più cervello di quanto volesse far apparire e così, Balam, valutata rapidamente la situazione, in luogo di slanciarsi alla gola del suo offensore, si contentò di gettare, con un calcio, la pelle nel fuoco e di agitare il pugno minaccioso verso Nghu.

- Te la farò pagar cara! - gli gridò infuriato - Ne riparleremo stasera in consiglio e vedremo chi ha torto o ragione!

Nghu gli volse, sprezzante, le spalle e la faccenda, per il momento, fini lì.

Ma l'argomento venne ripreso appena si fece buio, quando tutta l'arciconfraternita, come l'aveva chiamata Nghu, si riunì attorno al fuoco.

In omaggio alla bella stagione la riunione si svolgeva all'aperto, vicino all’ingrosso della caverna.

Gli uomini, stanchi della faticosa giornata, sedevano in circolo, chi arrostendosi un pezzo di carne in cima ad uno stecco, chi affilando un’accetta e chi, semplicemente, pensando.

Le donne andavano e venivano dal fuoco alla grotta, intente alle loro faccende, ed i piccoli ruzzavano attorno, poco lontano, avventurandosi, col cuore gradevolmente stretto dalla paura, fino al limite dove ancora giungeva la luce delle fiamme, retrocedendo, poi, ansanti, di corsa, felici della propria audacia.

Ad occidente, sopra il seghettato e nero orizzonte della lantana foresta di abeti, il cielo era ancora tinto di arancio, e contro di esso si stagliavano, cupi, i tronchi dei prossimi alberi e dei cespugli spinosi. Ad oriente, invece, era già notte del tutto e brillavano le stelle.

Il diverbio tra Nghu e Balam era di dominio pubblico: tutti lo conoscevano nei dettagli, morivano dalla voglia di parlarne e pertanto tacevano.

Fu Ruk, braccio destro di Balam, che, su istigazione di questi, pose la questione all'ordine del giorno:

- Oggi si è verificato un incidente veramente increscioso - cominciò egli, infatti, ad un certo punto, come parlando al suo vicino, ma, in realtà, rivolgendosi a tutti - un incidente veramente increscioso che sarebbe opportuno non dovesse ripetersi mai più, per il bene della comunità.

Fece una pausa, aspettando una reazione che non venne, quindi proseguì:

- Qualcuno di noi, strafregandosene di tutti, se n’è andato in giro, per un mese, per i fatti suoi a farsi le sue faccende personali: ed, al suo ritorno, non solo non ha portato niente per la comunità, secondo i patti, ma, invece di chiedere almeno scusa, s’è comportato in maniera offensiva verso il nostro Balam e, quindi, verso di noi.

È bene tutto questo? Io dico di no.

Se tutti agissimo così addio comunità, cooperazione ed aiuto reciproco. Ognuno tornerebbe a fare, come prima, tutti i comodi propri ed i vantaggi conseguiti andrebbero perduti.

Ed ora mi domando: dobbiamo tollerare tutto questo? Oppure chi ha trasgredito deve essere convenientemente punito?

Io penso che sarebbe bene di sì!

E Ruk tacque, aspettando che gli altri dicessero qualcosa.

Ma gli uomini stettero zitti mentre anche le donne ed i bambini si facevano, silenziosi, più presso al fuoco, alle loro spalle.

A Ballam tutta quella meditazione non piacque né punto né poco:

- Dunque, uomini! - proruppe - Avete udito cosa ha detto Ruk. E voi che ne dite?

Nghu se n'era stato sin'allora seduto, cheto, in disparte, apparentemente occupato a contarsi le dita dei piedi ma, a questo punto, o che si fosse convinto che erano proprio dieci o che ritenesse giunto il momento di dire qualcosa fatto sta che sospese l'operazione e, gettato un grosso ciocco nel fuoco per richiamare su di sé l'attenzione, prose a parlare, senza però rivolgersi a nessuno in particolare.

- Se ognuno di voi vuole riconoscersi in Balam – disse - e prendere per proprie le offese rivolte a lui, padronissimo di farlo.

Io, per conto mio, sono io e basta e son pronto a dar soddisfazione a chiunque la desideri da me.

Ma, prima, voglio dirvi una cosa:

Io sono il primo a riconoscere i vantaggi che derivano da una cooperazione tra noi, uomini e donne, e faccio tanto di cappello a Balam che ce l'ha insegnato.

Cooperare ed aiutarci è bello, utile e costruttivo e, naturalmente, io sono pronto a sacrificare qualcosa in cambio dei vantaggi che me ne derivano.

E così è, se ci pensate bene, per tutti voi.

Ma qui io mi fermo.

Se la cooperazione deve darmi meno di quanto mi toglie, se deve prendermi tutto, anche la mia libertà e, soprattutto, questa, ebbene, allora, io dico di no!

Son pronto a dividere la mia caccia con una femmina che ha fame, con un uomo ammalato, ma non con la "comunità", come ipocritamente vuole darci ad intendere Balam.

La "comunità" è lui, lui ed i suoi due aiutanti, lui e la sua smania di comandare, lui e la sua ambizione, lui e la sua voglia di campare alle spalle degli altri, atteggiandosi, poi, a sacrificato ed a benefattore!

E se le cose stanno così, come mi sembra proprio che stiano, per me la "comunità" può andare a farsi fottere! Preferisco morire di fame, ma per conto mio!

Così l'intendo io e così, per me, voglio che sia!

Seguì un breve silenzio, cui succedette un mormorio confuso un voltarsi di facce verso altre facce vicine, e quindi "è giusto, è giusto…" s’udì dire, sommessamente, da più parti.

Ma Balam non era uomo da ceder così presto il campo.

- Amici! - gridò, infatti, balzando rapido in piedi sul solito sasso - Amici, amici, un momento, ascoltate!

Quel che vi dice Nghu non è vero!

Io vi amministro e vi guido, si, ma, e me ne siete tutti testimoni, non ho mai preteso per me niente più di quanto toccasse ad ognuno di voi!

E non vi ho forse guidato e consigliato bene?

E non state forse meglio ora di quando vi ho trovati?

E cos'è questa libertà di cui sta cianciando Nghu? La libertà di morire di fame, forse?

E non è vero che la comunità sono io.

La comunità siete voi, voi tutti, anche se sono io che la rappresento.

E fate bene, dunque, a riconoscervi in me, non singolarmente, ma come assieme di uomini e ritenere, perciò, rivolte a voi tutte le offese rivolte a me!

La libertà!

La libertà è quella comune a noi tutti e quindi voi sarete sempre liberi finché avrete un libero capo che, liberamente eletto, liberamente vi guidi!

Questa, io vi dico, è la libertà. Essa è nella cooperazione, nel progredire di tutti. E, per il bene comune, l'individuo deve rinunciare a quella egoistica propria!

Uomini, giudicate! Questa è la verità, il resto menzogna!

Successe, naturalmente una gran confusione: c'erano, com'è facile prevedere, i partigiani di Nghu e quelli di Balam, altri, agnostici, che aspettavano di vedere come la pensava la maggioranza ed altri, infine, che si limitavano ad affermare che "era una vergogna" senza, però, precisare da parte di chi.

Si arrivò comunque ad un compromesso e Nghu ottenne una sua piccola vittoria, peraltro più apparente che reale: Balam restò al suo posto e Nghu fu censurato, ma non cacciato via.

Fu inoltre deciso che, di lì in avanti, ognuno potesse, volendolo, andare a caccia per proprio conto, a patto, però, di essere a disposizione per la caccia collettiva ed a condizione, anche, di versare una parte dei suoi proventi all’ammasso, per il mantenimento di donne e fanciulli e per sopperire alle "spese generali" della comunità.

Si giunse, insomma, all'invenzione delle tasse. I posteri sanno ora chi ringraziare.

E con questo nuovo ordinamento si andò avanti ancora per un mesetto circa finché, in agosto, successe il fattaccio.


da "The Time Machine" n. 2/‘76


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