La cosa nell'acqua
di Fabio Calabrese
"Gorgoni e Idre e Chimere, e le orrende storie di Celeno e delle Arpie si possono ricreare nel cervello della superstizione, MA SONO ESISTITE PRIMA. Sono trascrizioni di archetipi che sono in noi e che sono eterni.
… Questi terrori non nascono col corpo, ma prima del corpo e senza il corpo esisterebbero ugualmente …
Se potessimo spiegarli, sapremmo finalmente qualcosa della nostra condizione preumana, e uno spiraglio si aprirebbe nel fittissimo buio della preesistenza."
Fin dall'infanzia, fin da quando lo lessi per la prima volta, questo passo di Charles Lamb esercitò su di me un fascino morboso ed irresistibile. Sono convinto che molto spesso i poeti hanno avuto illuminazioni sulla vera natura della realtà di gran lunga più veritiere che non gli scienziati e i filosofi che, brancolando come ciechi, strisciando come vermi, tastando a tentoni particolari irrilevanti, mai saranno in grado di cogliere realmente l’insieme della realtà.
La verità dell’illuminazione di Charles Lamb mi aveva sempre colpito con piena evidenza. Gli scienziati hanno dimostrato che la creazione "ex nihilo" in natura non esiste; i filosofi hanno dimostrato che è in linea di principio impossibile, quasi come un 1 + 1 che facesse 3, eppure è singolare come questa verità tanto tranquillamente ignorata per la vita dei corpi, venga così totalmente ignorata per la realtà dello spirito. Se nel corso dei secoli l'uomo non ha fatto che chiedersi quale sia la sorte dello spirito separato dal corpo, ben pochi si sono posti l'interrogativo di quale sia la vita, la realtà di essa prima che al corpo si congiunga.
Non può essere, mi sono più volte chiesto, che esistano delle dimensioni dell'essere a cui lo spirito appartenga prima e dopo la breve, insignificante parentesi in questo universo e su questa terra? Non può essere che la vita terrestre sia solo un anello di un'interminabile catena di stadi dell'essere diversissimi l'uno dall'altro?
Arrivai a pormi il problema se le separazioni fra queste dimensioni dell'esistenza fossero poi così rigide.
Non poteva essere che le suggestioni in qualche modo intuite del mondo dopo la morte, il mondo crepuscolare dell’abisso, i demoni, corrispondessero in qualche modo ad una realtà effettiva?
E forse così pure il mondo delle Chimere e delle Gorgoni di cui parla Lamb non potrebbe corrispondere in qualche modo realmente ad una fase dell'esistenza anteriore alla nascita?
Certo, per accertarlo avevo un modo abbastanza facile: suicidarmi. Ma questa non mi parve una soluzione consigliabile , anche se non certo per la paura, il terrore infantile ed irragionevole che i più hanno di fronte ad un fenomeno in ultima analisi marginale e trascurabile come la morte, che non ha certo più senso di quell'altro fatto accidentale che è la nascita. Certamente, dopo la morte, non avrei avuto alcuna possibilità di tornare indietro, né alcuna certa memoria della mia precedente condizione umana.
Decisi così di dedicarmi ad un tentativo ancora più assurdo e pazzesco: risalire a ritroso la corrente del tempo, invertire il ciclo dell'esistenza, scoprire il segreto della preesistenza o meglio, dell'esistenza pre-umana.
La scienza ha ormai da tempo poste sotto controllo i processi dello sviluppo e del decadimento corporeo. Conosciamo le proteine e gli ormoni della crescita e della senescenza; sappiamo come inibirli e produrre gli effetti opposti, anche se assai poco usiamo della potenza della natura a nostra disposizione, poiché la gente vuole al massimo ringiovanire, non certo tornare all’infanzia, ma volendo potremmo fare assai di più. Tuttavia mi resi conto assai presto che non era certo questa la via da percorrere.
So anche fossi riuscito a percorrere la via oltre la nascita, oltre il momento stesso del concepimento, non avrei potuto ottenere nulla di più che dissolvere il mio corpo nei componenti di ciò che era stato prima che io nascessi. Nulla, assolutamente nulla mi poteva dire quale sarebbe stata la sorte del mio spirito.
Poi un giorno, in un momento di improvvisa illuminazione al termine di una giornata depressa e meditabonda, scorsi davanti a me la via. Esiste una circostanza, del resto sommamente abituale, in cui lo spirito non sembra appartenere ad alcuna delle condizioni dell'esistenza determinata, ma galleggia al di sopra di un vuoto abisso di nulla, da cui trae col solo ausilio della propria immaginazione, ricordi di altri momenti della propria esistenza e, cominciavo a pensarlo, di enigmatiche esperienze precedenti. E questa esperienza non è altro, lo avrete facilmente compreso, che quella del sogno.
Questo, con l'inestricabile sovrapposizione e confusione di piani che comporta, determina l’enigmaticità incomprensibile della maggior parte dei sogni, che altrimenti sarebbero un semplice ricordare fantasticando.
Non occorre che dica che in questa mia ricerca stavo gradatamente allontanandomi dal terreno della cosiddetta scientificità per evocare una scienza più antica ed astrusa, confinante con i terreni proibiti della magia.
Per mia fortuna, o meglio dovrei forse dire per la mia dannazione, ero l'ultimo ed unico erede di una ricca famiglia la cui storia sembrava ormai essere praticamente chiusa agli occhi del mondo con la morte dei miei genitori.
Non mi mancavano né i mezzi materiali per il mio sostentamento, né quelli da profondere nelle mie bizzarre ricerche.
Avevo anche molto tempo a mia disposizione. Fin da ragazzo sono stato un temperamento schivo e solitario e non avevo altri amici all'infuori dei giganteschi, neri, polverosi volumi della mia biblioteca. Del resto, non avendo avuto la necessità di apprendere una professione, e data la mia passione per le ricerche su argomenti tenebrosi ed insoliti, possedevo assai più una approfondita ed eccentrica erudizione che un'istruzione vera e propria.
In tal modo, oltre alla possibilità di dedicarmi a strane e proibite ricerche, avevo idee molto peculiari sulla effettiva natura del mondo fisico.
Così avevo fatto mia ferma convinzione un'idea di antiche e morte filosofie, dallo Upanishad alla Cabala; che non c’è alcuna differenza qualitativa tra il sogno e la veglia, se non la maggior coerenza di quest'ultima, che la stessa realtà non è in ultima analisi nient'altro se non un'illusione ben organizzata.
Così, ritenni che se avessi potuto organizzare meglio i ricordi della mia precedente esistenza negli abominevoli regni in cui nulla esiste di ciò che conosciamo come umano, in modo non soltanto da escludere ogni altro tipo di ricordo (soprattutto quelli dell'esistenza ordinaria) dai miei sogni, ma da dare ad essi maggiore vivezza e realtà, allora la condizione della mia precedente esistenza nel mondo di Gorgone sarebbe divenuta realtà e questa vita un ricordo, una reminiscenza, un sogno.
Feci numerosi esperimenti, ricorrendo a varie tecniche di auto-ipnosi. I maggiori progressi li ottenni da principio con l'aiuto dell'hashish. Ben presto, nei miei incubi notturni e diurni, spontanei e indotti, qualcosa cominciò a risvegliarsi con orrida vivezza.
Qualcosa che non sapevo come definire, ma che mi faceva uscire da ogni stato di "trance" e da ogni sogno con la fronte imperlata di sudore gelido, con le membra tremanti ed indebolite, con i nervi logorati, con la volontà spezzata, preda di un indicibile orrore; di un'innominabile nausea e disgusto.
Solo allora mi resi conto di quanto insano e folle fossi stato; solo allora mi resi conto che al di là del fitto buio della preesistenza, nulla esiste ne può esistere che sia fatto a misura dell’uomo, niente che un essere umano possa contemplare senza restare avvinto dai tentacoli della pazzia.
Cessai i miei esperimenti, ma ormai era inutile, perché le orride visioni di ciò che era stato, di ciò che tutti siamo stati, continuavano a perseguitare la mia povera mente sconvolta e spaurita in ogni momento di sonno, negli angoli più riposti di ciò che era stato il riposo.
La vita preesistente era quasi riemersa, voleva riemergere, lottando come un'animale in trappola.
Un antico io più profondo di tutto ciò che la psicologia ha sin’ora conosciuto cercava di annientare me stesso come uomo.
Reagii, lottai duramente, mi consumai i nervi forza di droghe, di eccitanti di ogni genere, pur di non cadere vittima del demone che mi assaliva nel sonno. Ma quasi ad ogni momento correvo il rischio di cadere in una sonnolenza plumbea simile alla morte, dalla quale mi riavevo a fatica, con l'animo agghiacciato da un orrore che non mi riusciva più, da sveglio, di esprimere e nemmeno di ricordare con chiarezza. E questa era una fortuna, poiché altrimenti sarei certamente impazzito. Anzi, con tutta probabilità, senza saperlo, dovevo già rivelare in ogni mio gesto, in ogni mia espressione la follia di cui stavo per essere preda, l'inesprimibile terrore che mi attanagliava.
Poi, l'inevitabile avvenne.
Non so se una notte o un giorno, ma dovetti cadere in una di quelle improvvise crisi di sonnolenza progressivamente sempre più pesanti.
Mi ritrovai in una strana terra, di un colore che la terra non ha mai avuto, sotto un cielo giallastro in nulla simile ad un qualche cielo del nostro universo.
Mi trovavo in una strana vallata, brulla e deserta.
Dal suolo spuntavano strane guglie coniche, alcune grandi come montagnole, altre non più di pochi centimetri.
Nonostante l’angoscia e l’orrore, provai un'incredibile, momentanea sensazione di trionfo. In fondo ce l'avevo fatta! Era quello il mondo dove avevo vissuto prima di essere un uomo.
Avevo l’impressione di essere disteso carponi sul dorso e, per quanti sforzi facessi, non riuscii ad alzarmi in piedi.
Poco più in là c'era un piccolo laghetto, quasi una grossa pozza, un foro quasi perfettamente circolare aperto nel terreno, riempito d'acqua, di un paio di metri di diametro.
Mi trascinai carponi fin sulla sua sponda. Allora vidi qualcosa che per un momento mi agghiacciò di orrore.
Per un istante ebbi l'impressione che dal fondo tetro e melmoso del lago, un essere abominevole stesse salendo verso di me.
Era un essere grosso modo simile ad un polipo e ad un ragno, ma non aveva veramente niente a che fare con polipi e ragni. Era un grumo tremolante ed orrido di muco gelatinoso e verdastro; era qualcosa al di là di tutto ciò che un uomo sano di mente possa immaginare, di mostruoso, di viscido, di ripugnante.
Ebbi un'istante di terrore indicibile, ma fu solo un istante. Poi compresi che ero stato ingannato dai miei sensi che ancora non mi ero riabituato a padroneggiare.
Quel che avevo visto nell’acqua del lago, era soltanto la mia immagine riflessa.
da "The Time Machine" n. 3/'76
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