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L'ateo


di Maurizio Mantero


Prologo

Infine, partirono. Cavalcando la nebbia grigia, sorvolarono la gran palude Mandrachudra, i suoi alberi contorti, il suo fango rosa, il suo gocciolante silenzio. Veleggiando a mezzo miglio di quota, passarono tra i torrioni e i pinnacoli lavici emergenti dalla foschia con il loro verde nero blu, sparsi nella monotonia della pianura.

Si lasciarono alle spalle il tramonto e la città di Monte Osso, il fumo di torba delle distillerie, il frastuono delle miniere, la fuliggine attaccaticcia che pioveva ogni giorno sulle case, nelle vie strette e lastricate dei quartieri operai; sulle chiatte attraccate al porto in attesa che la stagione delle piogge rendesse navigabile l’intera palude; sui palloni dirigibili che potevano arrivare tutto l'anno a prelevare metalli preziosi ed alcool.

In testa, grigio e sottile, il Caraddin, un vecchio veliero porta-aerei radiato dalla flotta da guerra di Chay-dany, forniva la scorta armata al convoglio con i suoi tre lanciarazzi. Ma oltre al comandante Amayal, un ex militare assoldato, e i tre razzieri, e i sei piloti che aveva portato con sé, la ciurma era composta di Ereditisti, incapaci di distinguere una bomba da un oliatore. Così come erano tutti Ereditisti sulle cinque aeronavi passeggeri che seguivano il Caraddin, centosessanta su ognuna, e sui dieci piccoli volieri da carico con undici uomini ciascuno. Sull'ammiraglia, la Nahedib, c'era Padre Andris Troller, vecchio Mosè nevrotico, che in venticinque anni di fervida e monomaniaca predicazione, aveva preparato l'esodo alla ricerca di una terra incorrotta dove ancora potesse sorgere il Regno di Dio.


Uno

Sad Yàrzeky, sul Caraddin, era rimasto lontano dal fervore religioso degli Ereditisti: come sempre, lasciava che fosse Kem Amaya ad occuparsi dei rapporti con i "clienti".

Lui preferiva starsene in disparte, centellinando sogni e malinconia di ricordi da poco conto tra un volo e l'altro.

Lui era l'occhio del convoglio: con gli altri ricognitori, doveva preavvertire dell'arrivo di tempeste le vulnerabili astronavi, in modo che potessero ancorarsi al suolo in anticipo sul mal tempo. Gli aeroplani non erano granché più sicuri, costruiti badando soprattutto alla leggerezza, ma il Caraddin ne aveva sei e se ne avesse perso qualcuno … non che i piloti fossero o venissero considerati eroi intrisi d’altruismo: erano semplicemente mercenari disposti a correre qualche rischio per una buona paga.

Yàrzeky e Amayal erano assieme da parecchio, e ormai avevano accumulato denaro sufficiente per ritirarsi, ma solo Kem aveva preso una decisione al riguardo: quello doveva essere il suo ultimo ingaggio. Sad, invece, preferiva non pensarci; sapeva di essere piuttosto limitato: una donna ogni tanto, senza troppo impegno era l'unica cosa che lo interessava sul serio, oltre al volo. Sebbene col tempo avesse assorbito qualcosa dell'insospettata cultura enciclopedica di Amayal, questa era servita soprattutto a decorare un po' il distaccato cinismo dietro cui si nascondeva.

Così ogni giorno si vestiva di pesanti abiti antifuoco e si incastrava nel minuscolo aereo carico di alcool infiammabilissimo: con casco, tubi e cinghie e maschera di ossigeno pareva assorbito dalla macchina. Ma restava il solito uomo con le sue fisime; a volte gli piaceva pensare a sé stesso come al Signore dell’Aeroplano che intercedeva tra gli umani e le entità primordiali dell'uragano.

Altre volte, quando non riusciva a sorridere di sé, si sentiva irrimediabilmente meschino: allora. I suoi occhi sonnacchiosi si stringevano, come per un barbaglio metallico, e il dolore di una vecchia ferita.

Quel giorno aveva atteso il momento del decollo quasi come una liberazione: gli pareva che la sua maschera di distacco e cinismo si fosse sciolta scoprendo il suo volto di uomo fragile, inutile senza il suo posto in un popolo.

Non si sentì tranquillo che dopo essere partito per la sua missione: la ricerca di un passaggio nell'incredibile catena di montagne che sbarrava la strada ai volieri. Mentre scrutava i torrioni basaltici alti più di diecimila metri ricuperò il suo equilibrio interiore: le montagne, il vento e le nubi erano adesso le cose con cui si misurava e dalla loro insensibile grandezza, si sentiva accresciuto, liberato.

Aguzzò i sensi: con la sua ventennale esperienza, cercava di "fiutare" quale tra le spaccature che intervallavano le montagne, non si sarebbe rinchiusa dopo un paio di svolte. Poteva dirglielo una corrente d'aria, la forma di una nube, oppure ... accanto all’ala destra sfrecciò una sfera traslucida, simile ad un palloncino gonfiato: una medusa volante.

Sad reagì subito; virò, tornando verso la medusa che ondeggiava tranquilla col suo strascico di tentacoli, sottili come capelli. Sulla pianura dello Skash non ne aveva incontrate in tre giorni di navigazione, e siccome le meduse non vivevano lontane dal mare, questa poteva venire da oltre la catena, attraverso un passaggio favorevole: gli occhi di Yàrzeky scrutarono ansiosi le rocce. Infine, seguendo l’istinto, scelse una breccia e vi si tuffò.

L’istinto non lo tradì; in mezz’ora risalì cento chilometri del passo situato a quattromilacinquecento metri di quota. Era quasi al limite delle possibilità dei volieri, ma era sempre meglio dell’altro valico trovato da Kuril, a più di cinquemila di quota. Sad era euforico, volteggiando tra le pareti a picco guardò la valle tortuosa che scendeva sull'altro versante; in fondo, gli parve di scorgere un mare.

Chissà perché quella vista inclinò il suo stato di grazia, lo immalinconì: diede un ultimo sguardo a quelle terre ignote e si dispose a rientrare. Ora che l’euforia era passata, cominciava a vedere con occhi più realistici le difficoltà che avrebbero dovuto affrontare i dirigibili: mano a mano che scendeva si convinceva sempre più che i rischi erano probabilmente troppi.

Quando, dopo una ventina di minuti sbucò sulla pianura coperta di foreste fluviali dello Skash, si era ormai rassegnato a rinunciare al rientro trionfale dello Scopritore della Via, e si era disposto a fare un rapporto realistico ad Amayal: sperava solo che gli lasciassero il tempo di riprovare.

Kem Amayal era già nell’hangar, con due tazze di satai caldo, seduto tra le casse di parti di ricambio:

"Allora?"

"È brutta … brutta."

Amayal sospirò con lo sguardo perso nel vuoto e una curiosa espressione sul volto lungo e magro, poi mormorò:

"Drakis non ci concede altro tempo: il tuo passo o quello di Kuril …" poi scuotendosi, aggiunse: "A che altezza è?"

"Arriva sui quattromilacinque, e più in basso ci sono punti in cui non è più largo di cento metri, senza contare i venti forti e variabili che ho trovato anche col tempo buono".

"Tu hai visto i due passi, quale sceglieresti?"

Yàrzeky pensò che era come scegliere se uccidersi col veleno o con un pugnale.

"Il mio, ma anche quello è troppo difficile, Kern; diglielo che ci vorrebbe gente esperta. Che mi lascino cercare di meglio."

"Che vuoi che faccia: dopo tre mesi di navigazione senza incidenti si credono tutti abbastanza capaci, temono che l’inverno li blocchi qua … Troller, poi, parla solo di Dio."

Un leggero fruscio annunciò il consueto acquazzone quotidiano. Amayal proseguì:

"Troller ha convocato per stasera il consiglio dei capifamiglia e temo già di sapere quali decisioni prenderanno.

Yàrzeky si alzò:

"Bé … faremo il possibile per farli passare."

"Sad, se quelli decidono, domattina prima dell'alba decollate tutti per una ricognizione meteo."


Steso sulla branda nella sua cabina, Sad rimase a lungo a guardare le colline fumanti per la pioggia, pensando alla riunione in corso sulla Nahedib: s'immaginò Kem che lottava per scalfire l’ispirata certezza di Padre Troller.

Sad non si faceva illusioni: Kem non era un gran parlatore, e la sua opinione non era mai stata considerata vincolante.

Anche se il Caraddin lo comandava lui, per gli Ereditisti il vero capo della spedizione era Erk Drakis, braccio destro di Troller.

Povero Kern, pensò Yèrzeky, e questo doveva essere un lavoro tranquillo per concludere la carriera: sorrise nella penombra della sera, guardando le cupe sagome delle montagne, le cui vette lontane erano ancora arrossate dagli ultimi raggi di sole; Sad, colla mente un po' appannata dal sonno, cedette al languoroso romanticismo di quella atmosfera, lasciandosi andare tra i ricordi dei venti anni che aveva trascorso con Kem: prima nell’aviazione militare di Chay-dany, poi nelle file dei ribelli durante la breve rivoluzione delle Siklald, e poi ancora …

Senza neppure accorgersene si addormentò d'un sonno pieno di sogni come rappresentazioni teatrali, in cui si agitavano i personaggi della sua vita in una pantomima in cui non capiva niente, se non il senso complessivo di dramma e di opprimente tristezza.

A metà della notte, comparve sulla scena una ragazza che aveva conosciuto taniti anni prima da dimenticarne il nome: la ragazza lo guardava con occhi rossi e luminosi, in un viso dai tratti vaghi e precisi insieme, nel modo caratteristico dei sogni. In gola gli gonfiò una sensazione di perdita intollerabile: Sed si svegliò fradicio di sudore in un incredibile garbuglio di lenzuola e coperte. In un attimo si rose conto che non avrebbe più dormito.


DUE

- E l'Astronave di Dio scenderà dal Cielo a raccogliere le anime eletto. E lo porterà attraverso l'abisso fino alla vecchia Terra. La Terra purificata dal fuoco nucleare, risorta a giardino sarà l’Eredità dei giusti. -

Drakis sedette al suo posto dietro il sedile del Comandante e attese in silenzio mentre il cielo di un cupo blu scoloriva lentamente. Si sentiva a disagio: la solitudine della notte gli aveva portato molti dubbi, che neppure la sua fede nella provvidenza divina riusciva ad attenuare: egli non aveva certo la granitica sicurezza di Padre Troller. Ora, mentre aspettava nella penombra rossa, tormentando nervosamente i guanti non sapeva se sperare che la ricognizione desse esito positivo, obbligandolo ad andare sino in fondo e subito, o negativo, per concedergli ancora un po' di tempo. La possibilità che il sopraggiungente inverno li bloccasse per quattro mesi, gli parve in quei momenti una via di salvezza, anziché la jattura contro cui aveva parlato spavaldamente in Consiglio. Chissà cosa sarebbe accaduto se avesse rivelato i veri motivi per cui era stato così intransigente …

Da molte notti, ormai, sognava che al di là delle montagne ci fosse un mare, e che lungo la costa, accessibile solo dal largo, si trovasse una località meravigliosa, una grande, fertilissima piana alluvionale cinta e protetta da una tenaglia di rocce che spingeva le estremità in due promontori scoscesi e ripiegati verso l'interno, a creare, come moli giganteschi, uno splendido porto naturale. Anche se aveva concesso alla sua ortodossia il beneficio del dubbio, gli piaceva pensare che quella fosse una visiono mandatagli da Dio, e in corti momenti si sentiva pieno di fervore religioso.

Ma al mattino nel dormiveglia, quando la sua mente ancora imbevuta di sonno si ostinava a sfuggire alla sua moralità, fantasticava di una splendida città tra i canali e i palazzi sontuosi in cui tutti si abbandonavano ad una vita di piaceri pagani. Si vedeva circondato di donne bellissime e devote, colme di gratitudine e d'amore per il condottiero che aveva guidato al Paradiso in terra il suo popolo.

Da sveglio, invece, preferiva ignorare quelle fantasticherie, e pensava che in quei canali ricchi di erba d'acqua, si sarebbe potuto allevare dei magnifici goa: ne vedeva le schiene ricurve affiorare nel moto sinuoso del loro nuoto lento e metodico, gli sbuffi del loro respiro poderoso. E sulle rive le case dei pastori, circondate da orti ordinati e abbellite dai vaporosi fiori indaco e gialli delle piante insettivore di karmeh e di liddel.

Vedeva i piccoli volieri da pesca riempire le reti di meduse volanti, dalle sacche opalescenti piene di preziosa miscela di elio e di idrogeno, e dai sottili tentacoli come di ragnatela vivente da cui si ricavavano corde eccezionali. Il paradiso in terra diventava così il paradiso di un popolo laborioso e unito, ricco quanto basta per essere felice e rimanere onesto.

Drakis non si rese conto dell’improvviso risveglio di attività che percorreva la sala comando, fin quando non avvertì uno scossone attraversare il pavimento: era il primo ricognitore che rientro.va. Vide Amayal dire qualcosa nell’interfonico, e poi rivolgersi a lui con un’espressione indecifrabile sul volto: "Da ovest tutto sereno per duecento miglia e più."

Nel giro di una decina di minuti altri quattro ricognitori portarono la stessa notizia da sud-ovest, sud, nord-ovest e nord: a est non restava che la catena di montagne, orientata da sud a nord, da un orizzonte all’altro.

Drakis si sentiva eccitato: tutto sembrava mettersi per il meglio, cancellando ogni dubbio. Ora mancava solo l'aereo che era andato ad esplorare ancora il valico: ma perché non tornava? Quasi leggendogli nel pensiero, Amayal disse. "Per adesso il ritardo è normale; non c’è da preoccuparsi."

Infine anche l'ultimo velivolo arrivò: era quello di Yàrzeky. Sad andò direttamente in sala comando per fare rapporto ad Amayal: appariva piuttosto preoccupato mentre gli diceva: "Sono passato di là: c’è un mare piuttosto vicino, con nubi su metà del …" Drakis lo interruppe di colpo: "Cosa hai detto!? C'è un mare? Che forma ha la costa?"

Senza capire cosa succedeva, Sad rispose:

"Ma … c'è una baia, chiusa tra due promontori e…"

Di nuovo fu interrotto:

"Il segno di Dio! Timoniere avanti tutta! date il segnale di partenza!"

Drakis non sentiva più niente, tutto compreso nella sua decisione, perciò non badò alle parole che Yàrzeky diceva ad Amayal:

"C'è mezzo cielo coperto: devi fermarlo, Kem! si prepara una bufera, e se si ingolfa nel passo siamo spacciati!"

Ma niente avrebbe potuto fermarli: mentre Drakis e Troller si scambiavano frasi "storiche" con l'eliografo, i dirigibili filavano verso le montagne terribili, le cui cime mormoravano nel vento delle alte quote.

Dentro la valle, dovettero ben presto ripiegare le vele e affidarsi ai motori, perché i venti erano deboli e di direzione variabile. Ad una cinquantina di miglia dall’ingresso, dove le pareti cominciavano a restringersi, una leggera, ma costante brezza cominciò a scendere nel valico, portando con sé minacciosi fiocchi di nebbia. Molto inquieto, Amayal si avvicinò ad un finestrino, preparando la pistola con il razzo rosso che significava dietro front immediato.

Ma Drakis se ne accorse subito: trattenendo una rabbia improvvisa, disse fra i denti:

"Cosa fa con la lancia razzi?!"

Kem sostenne lo sguardo dell'altro con calma dignità:

"È una precauzione elementare: in caso di necessità possiamo avvisare gli altri tempestivamente."

"La metta via! Non provi a intralciare! Sono io che decido …"

L'urlo del timoniere bloccò l'alterco:

"Attenzione! Arriva!"

Drakis si voltò verso prua e vide il muro grigio che scendeva dal passo occludendolo completamente: per un momento lo smarrimento lo paralizzò, poi un furore cieco lo invase.

Sentì lo sparo della lancia razzi, e voltandosi vide Amayal ancora col braccio fuori dal finestrino per tirare un secondo razzo: senza esitare, estrasse la pistola e gli sparò alla schiena. Al primo colpo Kem crollò in ginocchio, ma Drakis sparò ancora due volte mentre si afflosciava sul pavimento, poi, la violenta virata del timoniere che cercava di salvare il dirigibile lo mandò a ruzzolare dall'altra parte della cabina, urlando:

"Ti ammazzo! Riprendi la rotta! Ti ammazzo!"

Sad, attaccato disperatamente ad un corrimano, afferrò la lancia razzi e fece fuoco su Drakis, poi, mentre la pressione della virata diminuiva, afferrò Amayal sotto le ascelle e lo trascinò in corridoio: per nasconderlo. Si diresse verso la sua cabina, ma non vi arrivò mai: in un attimo il voliero venne afferrato da un vento fortissimo. Sad si gettò a terra cercando di trattenere accanto a sé Kem, mentre tutto il mondo sembrava impazzire attorno a lui.

Diversi oggetti lanciati come proiettili lo colpirono alla schiena e alle gambe, poi ci fu un urto tremendo e, davanti ai suoi occhi, la sala comando venne strappata dalla navicella, frantumandosi sulle rocce con i suoi occupanti.

Ci furono altri urti minori, ma Sad sentiva che erano ancora in aria, miracolosamente.

Dopo una caotica eternità, il frastuono della tempesta scemò, e lentamente Yàrzeky emerse dal terrore animale che lo aveva paralizzato: riprese coscienza della propria identità, del proprio corpo dolorante e del raschiante ansimare del ferito che ancora stringeva a sé.


TRE

Appena messo piede a terra, mani premurose ed energiche la allontanarono per sgombrare il terreno attorno alla scaletta. Quasi inebetita si trovò seduta vicino alla riva del fiume, un po' in disparte: lentamente, la quieta normalità e concretezza dei sassi levigati e dell'acqua che scorreva limpida e veloce la riportarono alla realtà. Pianse un po' in silenzio, poi si dispose ad aspettare gli eventi, mentre la carcassa della Caraddin, adagiata sul greto, finiva di sgonfiarsi.

A sera il Kaddam tornò vuoto come era partito, respinto dalla nebbia e dal vento forte che ancora spazzava il passo, senza aver trovato traccia delle dodici aeronavi disperse. Pianti e preghiere si alzavano un po' dovunque, nel campo: Candee non si unì al coro, dapprima se ne sentì infastidita, poi venne presa da un senso di ribellione; una oscura decisione la spinse a cercare qualcosa da fare.

Qualcosa di utile per tutti quelli che si erano persi sulla montagna, e forse, stavano morendo. Ma in tutto il campo non c’era che confusione, disperazione, fatalismo. E confusione c'era anche nel gruppo che armeggiava con le tende dell'ospedale, nel quale la maggior parte delle persone intralciava invece di aiutare.

Candee stava già disperando, quando vide un piccolo gruppo di uomini che lavorava vicino al Caraddins; andò verso di loro, ma giunta ad una ventina di metri riconobbe la figura solenne di Lark Neskudd, vice presidente della assemblea che ora, con la scomparsa di Drakis e Troller, era la massima autorità.

Combattuta tra timore reverenziale e curiosità, Candee si nascose nell'ombra della carcassa del Caraddin, e si avvicinò fin dove poté sentire le voci degli uomini: Neskudd parlava con un mercenario, mentre gli altri due operai che conosceva solo di vista, sistemavano su cavalletti uno dei minuscoli ricognitori. Neskudd stava dicendo:

"Ma servirà a qualcosa? Oggi il Kaddam … "

"Si … lo so, ma il dirigibile non è andato a volare là in mezzo: meno ci si sta e meglio è, ci sono troppi rischi. Con l'aereo io posso rilevare tutti i punti in cui ci sono superstiti, e fare intervenire i volieri a colpo sicuro: andare, raccoglierli e tornare via subito, possono farlo, ma niente di più."

"È sicuro che non le serva altro?"

Il mercenario scosse la testa:

"Mi serve solo la luce: nessuno dei suoi uomini sa lavorare su un aereo, e comunque posso farcela da solo."

Neskudd disse qualcosa che Candee non riuscì a sentire, e il mercenario rispose:

"L'importante è che la pista sia lunga almeno centocinquanta metri, senza ostacoli alle estremità. Un’ultima cosa: se Amayal dovesse riprendere conoscenza fatemi avvertire."

Si salutarono e Neskudd si allontanò con i due operai.

Candee li osservò allontanarsi con una certa apprensione, e si sentì al sicuro solo quando li vide sparire tra le tende, ma il suo sospiro di sollievo fu interrotto a metà dalla voce del mercenario che inequivocabilmente rivolto a lei, disse:

"Puoi venire fuori adesso."

Cercando di assumere un'aria dignitosa uscì dall'ombra: l’uomo la guardò appena, senza ironia, prima di mettersi al lavoro. Poteva avere quarantacinque anni, una ventina più di lei: la colpì subito il viso tondo, dai tratti infantili che con contrastavano singolarmente con la pelle sciupata come cuoio vecchio, con le profonde rughe attorno agli occhi grigi.

Per molto tempo non si dissero nulla: l'uomo pareva assorbito completamente dal suo lavoro, e Candee osservava affascinata i gesti precisi e misurati delle sue lunghe mani. Quelle mani sembravano quasi tessere attorno a loro un incantesimo di immobilità e di silenzio. Quando finalmente l'uomo parlò, la sua voce sembrò attraversare a fatica quel silenzio:

"Non sono troppo di compagnia, vero?"

"Non importa," Rispose Candee, senza riflettere.

"Il fatto è che … Bè, eravamo una bella squadra; ora siamo rimasti io e lui," indicò l'aereo, "e Kem, se passa la notte."

Infine, l'uomo tolse i cavalletti e l'aereo si adagiò sul carrello, pronto a decollare.

"Fatto. Ora sarà meglio che provi a dormire un po': domani sarà dura."

"Ma volerai tu?"

"Te l'ho detto: sono rimasto solo." Il mercenario sospirò, guardando Candee come se la vedesse per la prima volta.

"Come ti chiami?" Chiese.

"Candee Czynk."

"Io mi chiamo Sad: vieni a trovarmi di nuovo domani."

"Sad ... tu ci credi in Dio?"

"No" Senza aggiungere altro si allontanò.

Il giorno dopo fu molto duro: Yàrzeky non si concedeva riposo, limitando le soste a quelle necessarie al rifornimento. E a sua fatica dava frutti amari: trovò il C8 con tutto l’equipaggio ucciso, e il Nahedib, dal quale il Kaddam recuperò solo quaranta superstiti: tra loro non c'era Padre Troller.

La notizia della sua morte gettò tutti nello sconforto: di nuovo si alzarono canti e preghiere. Candee si sentiva sempre più un'estranea in mezzo alla sua gente: ormai non si muoveva più dalla pista, aspettava con pazienza i rifornimenti di Sad per scambiare qualche parola con lui.

A metà del pomeriggio Yàrzeky avvistò il Dohurta e il Mattu che se l’erano cavata con una trentina di morti, poi più niente; a Sad, che aveva già battuto tutta la valle, sembrò che le altre aeronavi fossero svanite. Pure, mentre si avvicinava il tramonto, Yàrzeky si preparava a decollare per l'undicesima volta, sorseggiando una tazza di satai ben zuccherato per combattere la stanchezza. Candee gli rimase vicino mentre si infilava ancora nell'abitacolo, senza dir niente: sentiva che a far argine contro la rassegnazione che ormai si leggeva sui visi di tutti, non era rimasta che quella cocciutaggine insensata. Le venne in mente Amayal: il medico lo aveva dato per morto già due volte, ma anche Kam teneva duro. Forse è perché credono di non avere che questa vita, pensò: si sforzò di sorridere a Sad, mentre il motore si avviava.

Mentre l'aereo si allontanava, il piccolo gruppo che aveva seguito il decollo si sciolse, e Candee rimase sola: allora, seguendo un impulso improvviso, entrò nella navicella semidistrutta del Caraddin, dirigendosi verso le cabine dei piloti attraverso la penombra dei corridoi. Aiutandosi con una piccola lampada, trovò quella di Yàrzeky e senza esitare vi entrò. All’interno c'era il caos: la cuccetta scardinata e i bagagli erano dappertutto. C'erano abiti, libri, tutti scritti nei caratteri delle Siklald, una pistola carica e un coltello simile a quello dei pastori di Goa marini.

Stava già per andarsene, un po' delusa, quando scoprì che uno dei volumi non era affatto un libro, ma un grosso quaderno per appunti. E di appunti ce n'erano molti: anche se scritti negli stessi incomprensibili caratteri dei libri capì dai tanti numeri che la maggior parte riguardava rotte di volo. Qua e là, nelle pagine coperte di scrittura ordinata e minuta, c'erano disegni e schizzi di animali, paesaggi visti dall'alto, personaggi enigmatici con curiosi costumi. Sad sembrava prediligere le inquadrature dinamiche, i riflessi violenti, che gli permettevano di evidenziare tutti i particolari più minuti. Faceva eccezione lo schizzo che si trovava sull'ultima pagina usata: era una testa di donna, tracciata con pochi tratti nervosi, con gli occhi accesi di luce propria e selvaggi capelli neri attorno ad un viso dai tratti indistinti.

Senza quasi accorgersi del passare del tempo, Candee sobbalzò, col cuore in gola e corse verso l'uscita più vicina. Alte fiamme si levavano dai rottami dell'aereo di Yàrzeky, rovesciatosi fuori pista: alcuni uomini accorsero con degli estintori, ma ci vollero quasi cinque minuti prima che il fuoco fosse spento. Dalle lamiere che scricchiolavano raffreddandosi non veniva alcun segno di vita: Candee si sentì mancare.


QUATTRO

Quello che per un dirigibile non era che uno stretto corridoio, diventava ben altro per il minuscolo aereo che cercava disperatamente superstiti nell'incredibile groviglio di roccia del fondo valle. Nella titanica pietraia, tra i massi, crepacci, pinnacoli che nella luce obliqua del crepuscolo allungavano ombre nere, poteva nascondersi un esercito intero. E già, mentre Sad proseguiva tenacemente, l’ombra della sera aveva cominciato a risalire il passo dietro di lui, come un torrente a ritroso, spegnendo in un polveroso azzurro le rocce illuminate dall'oro e dall'ocra rossa del tramonto.

Aveva già inutilmente sorvolato tutta la valle, perciò provò a volare ancora più in basso e più lentamente: fu grazie a questo e alla luce radente che l'evidenziava, che scoprì la spaccatura che si apriva alla base della montagna, sulla destra. Dissimulata in una depressione, era larga una settantina di metri, e all’altezza di un centinaio si riduceva ad una fessura quasi invisibile tra le asperità della roccia, come se le due pareti si fossero appoggiate l'una all'altra: oltre la spaccatura, un canyon si dipartiva perpendicolarmente alla valle principale. Il richiamo fu irresistibile e, annotatone con cura la posizione, Yàrzeky varcò il gigantesco partale: subito si trovò avvolto nel blu. Le rocce, l'aria, la vegetazione attorno al torrente che aveva scavato quella formidabile trincea, tutto era blu. Gli sembrò di immergersi nell'oceano, respirò quella pace azzurra, si rilassò. Ma fu un errore perché questo lasciò via libera alla stanchezza, s'intorpidì.

Il canyon scendeva rapidamente, attraversando la catena ad un'altezza metà di quella del passo che avevano affrontato. E, a parte la strettoia all'imbocco, era largo, con le pareti piuttosto lisce, senza curve troppo strette: da lì sarebbe stato così facile passare … Ma lui non l’aveva trovato: perché volava troppa alto e troppo veloce, perché l'ingresso era diabolicamente nascosto, perché non aveva avuto più tempo.

Uscì sul mare mentre in cielo ammiccavano le prime stelle: Yàrzeky sentì salirgli in gola una disperazione ovattata; la visibilità calava, e per volare in mezzo a quelle rocce spietate ci sarebbero voluti riflessi prontissimi; e lui era così stanco, così insonnolito.

Il magico blu di prima si era trasformato in un colore scuro e denso, come di acque abissali: il senso di oppressione si sommò alla stanchezza, ma bene o male riuscì a risalire indenne il canyon. Arrivato in vista dell'imboccatura, oltre il quale il torrente si precipitava in una cascata di duecento metri, scorse delle lucine tremolanti, ma gli occorsero parecchi secondi per rendersi conto che si trattava di fuochi. Allora cominciarono le difficoltà: qualcosa di non identificabile non andava nei comandi, squilibrando l’aereo e obbligandolo a continue correzioni.

Inoltre Sad era quasi allo stremo; ogni movimento gli costava uno sforzo di volontà, e semisdraiato nell’abitacolo, rischiava di addormentarsi. Aprì il tettuccio, lasciando che l’aria gelida della notte gli rombasse nelle orecchie.

Poi sorse la prima luna, e dove batteva la sua tenue luce ambrata, la situazione migliorò leggermente; ma nelle zone d’ombra non si vedeva più niente: per una eternità, Yàrzeky lottò per sfuggire a quelle pozzanghere di buio viscoso, inseguendo gli spazi di luce nella vallata trasfigurata dalla notte.

Quando finalmente uscì sulla pianura, trovò ed attenderlo tutte e tre le lune, e la loro luminosità, ambra, bianca e verdazzurra lo abbagliò con il fulgore del mezzogiorno. Il sollievo lo spinse a riflettere: pensò a Candee e al sorriso che gli aveva regalato al decollo, un secolo prima: era così giovane e così bella … Nel ricordo un po' appannato dalla stanchezza, gli sembrò tanto bella da cancellare l'immagine tormentosa della ragazza dagli occhi luminosi. Doveva parlarle, dirle quello che gli passava per la testa: che tutti loro erano così poveri dentro, così sradicati, così spersi e soli. Un gruppo di religiosi fuggiti dalla loro città, che avevano cessato di essere gli operai, gli artigiani, gli impiegati, sospesi in quel viaggio in cui le loro abilità dovevano dormire, fino a quando non ci fosse stata una nuova città a richiederle, fino a quando la loro comunità non fosse diventata un popolo.

E lui, Yàrzeky, l'assoldato, il più sradicato e povero di tutti, ma che ora rientrava con la sua vittoria, strappata alle montagne ed alla notte. Voleva mostrare quella sua vittoria a Candee perché anche lei potesse condividerla; lei che non aveva potuto lottare, che era stata costretta ad aspettare come un oggetto inutile.

Ma Sad si era rallegrato troppo presto; giunto nei pressi del campo si accorse che l'aereo gli moriva attorno.

Il motore perdeva colpi, impedendogli in ogni caso di risalire abbastanza in alto da poter usare il paracadute, e, come se ciò non bastasse, gli ipersostentatori non volevano saperne di scendere: senza di loro la velocità di atterraggio saliva da novanta a centocinquanta chilometri orari. Troppi per quella pista così corta. La morte lo aspettava, ma senza fretta: poteva ancora galleggiare nell'aria per un po', sorvolando il campo, e magari, lanciare un messaggio legato ad una bombola d'ossigeno, perché le sue informazioni, la sua vittoria, non andassero. perse.

Così fece, e mentre continuava a girare perdendo quota poco a poco, si accorse di non aver paura: dopotutto, anche se le probabilità erano contro di lui, poteva anche cavarsela: era già sfuggito tante volte alla morte, e avrebbe tentato ancora. Doveva tentare, perché voleva parlare con Candee, e fare l'amore con lei, e portarla via con sé.

E voleva parlare anche con Kem, se era ancora vivo, per dirgli che non capiva ancora niente della vita, ma che ora gli pareva che valesse la pena di viverla. E voleva una tazza di satai caldo e una focaccia con la marmellata di polline di fawzy. Voleva vivere.

Assaporò con calma tutti questi pensieri: gli sembrava di avere tutto il tempo del mondo per preparare il suo corpo stanco all'azione decisiva, e intanto guardava il suo orizzonte delimitato da un rettangolo di fuoco.

Fu quando aveva già messo le ruote a terra, e la fine della pista gli correva incontro all'altra estremità dell'universo, che si ricordò del serbatoio di carburante sotto il sedile, con la sua miscela assassina.


EPILOGO

Alla fine, i morti furono solo duecentonovantadue, pur sempre una bella cifra, ma considerando il numero di aeronavi precipitate, gli Ereditisti furono complessivamente fortunati. Erano ancora abbastanza per fondare una città.

Per tutto l'inverno, sotto la guida di Kem Amaysl e Lark Neskudd, recuperarono quanto era possibile dai rottami, e cannibalizzando il Caraddin e i C7 e C9, rimisero in piena efficienza le aeronavi Kaddam e Mauttu e i cargo C2, 4, 5 e 10. A primavera, questi dirigibili fecero la spola attraverso il canyon, sbarcando la Fratellanza degli Eredi di Dio nella piana alluvionale tra i due promontori, che non avevano forma a tenaglia, ma erano abbastanza pittoreschi lo stesso.

La città che vi fu costruita venne chiamata Trollerville, e la piazza principale fu intitolata a Erk Drakis. Non vennero apposti altri nomi, perché le strade erano ancora troppo poche per aver bisogno di essere identificate, e inoltre i fondatori preferivano ricordare meno possibile il viaggio.

Il posto non era proprio un paradiso: nella foresta c'erano numerosi anfibi carnivori e le piene dei fiumi rompevano spesso i recinti dei goa, ma nel complesso gli Ereditisti se la cavarono abbastanza bene. E comunque il Regno, di Dio non venne fondato neppure a Trollerville: la ortodossia si diluì presto in una forma religiosa più benevola ed accomodante.

Un anno dopo la fondazione, il dirigibile C2 fece il primo viaggio commerciale: a bordo, diretti alle Siklald dove Kem aveva una casa, c'erano Amayal e Candee. L’equipaggio del C2 scese brevemente a terra per rendere omaggio al cimitero dove erano sepolti o morti del Passo del Giudizio, Candee sorreggeva Kem, che non avrebbe mai più camminato senza aiuto: lo amava, anche, non come avrebbe amato forse Sad Yàrzoky, ma lo amava, e questo a lui era tanto necessario quanto l'aiuto per camminare: il vecchio lupo azzoppato non sarebbe mai più stato capace di sopportare la solitudine. Fra tante doppie croci Kem e Candee si fermarono vicino ad una tomba segnata solo da un pezzo di lamiera contorta e annerita: la tomba di un ateo.


da "The Time Machine" n. 6/'76






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