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Ai piedi dell'arcobaleno


di Francesco Paolo Bellisà


Hark era un gobbo. Per tutta la sua vita era stato un gobbo e sempre lo sarebbe stato. Per di più aveva anche una stranissima malformazione alla gamba destra, che gli conferiva un’andatura a metà strada tra lo zoppicare e il trascinare la gamba.

Ora, è chiaro che per un tipo così le difficoltà di una vita normale erano più gravose che per chiunque altro; a ciò si aggiunga anche un'eccessiva sensibilità del carattere che, spesse volte, gli era costata assai cara. Come quella volta che avevano ucciso il suo cane, dicendo che era rabbioso, mentre in realtà lo avevano fatto solo per colpire lui. Bene, quella volta si che si era infuriato, e come fargliene un torto?, ed era andato al bar di Hodgon per contargliene quattro. Solo che era finita male.

Non solo non aveva potuto aprir bocca lì nel bar, ma nemmeno per tre giorni dopo quella sera, dato che gli avevano letteralmente cucito la bocca con ago e filo dopo che aveva detto: "Ehi, voi, bastardi statemi a sentire!" E se non fosse stato per il vecchio Custoza probabilmente ci sarebbe stato ancora di più con la bocca chiusa. Ecco, forse Custoza era l’unico che lo tollerava, l'unico che non gli aveva mai fatto torto. Ma ciò dipendeva dal fatto che anche lui era un emarginato, un rifiuto della società, un ex infermiere dedito al bere, che trascinava la sua esistenza e la sua filosofia da un bar all'altro, di giorno, e da una macchia all’altra, di notte. Hark qualche volta gli aveva proposto di andare a dividere con lui il posto in cui abitava, ma Custoza aveva sempre rifiutato, dicendo che se la gente non riusciva a sopportarli uno alla volta, figurarsi tutti e due assieme! Inoltre l'ex infermiere soleva ripetere che lui voleva sopra di sé l’universo e non un tetto, o che altro; e che la morte lo avrebbe sorpreso così, mentre aveva gli occhi a contemplare il cielo.

C’era pure da tenere presente che il posto dove abitava Hark non aveva niente a che fare con una casa, o, addirittura con una stamberga. Era semplicemente una caverna naturale, a circa quindici metri di profondità, che si apriva sul fianco di una collina, e che lui aveva attrezzato per farne un'abitazione per lo meno decente. C’era aria a sufficienza, che veniva da qualche punto ignoto ad Hark; l'apertura principale, infatti, si snodava in una maniera così contorta, nello scendere in profondità, da areare solo in minima parte l’ambiente. Inoltre l’aria della caverna era così fresca da far pensare ad un posto fornito di una buona alberatura o quantomeno di un grosso fiume. Solo che nelle vicinanze non c’era nessun posto con quelle caratteristiche. Hark aveva pensato che potesse, per chissà quale mistero, arrivare da un punto più profondo del suo, dove scorresse un fiume sotterraneo. Ma non era mai riuscito a spiegarsi come facesse a salire fino a lui, tanto che alla fine aveva smesso di pensarci ed aveva accettato la situazione così com'era. Stava sistemato meglio che poteva nella caverna cercando di dotarla di piccole comodità quali una serie di candele, di cui una restava sempre accesa, una specie di libreria (la maggior parte dei libri era però rovinata) ed altre piccole cose. Non chiedeva niente a nessuno e viveva cacciando nel boschetto vicino, e raramente scendeva fino al paese. Qui la gente faceva a 'gara a prenderlo in giro o a tormentarlo, tanto che Hark si richiuse sempre di più in sé stesso col suo odio per tutti gli uomini. E nella solitudine della caverna stava ore a pensare a tutte le possibili vendette che avrebbe potuto prendersi. E quando dormiva, sognava sempre quale sarebbe stata la sua vita se non fosse stato né gobbo né sciancato. E, invariabilmente, si vedeva uomo di successo, contornato da belle signore in gara per soddisfarlo, pieno di amici; e al risveglio scopriva di odiare tutti più di prima.

Finché un giorno …


In paese c’era gran fermento. Era martedì, giorno di mercato, ed era arrivata gente anche dai paesi vicini. Nella piazza il frastuono era grande, nei bar si faceva la fila per ordinare qualcosa di fresco; le signore facevano a gara di moine coi mariti cercando di strappare una trina o un nuovo paio di calze. I bambini correvano eccitati in quella sarabanda pittoresca.

Il bagliore scoppiò improvviso e molto lontano. Qualcuno lo intravvide nel riflesso delle vetrine, altri nella luce più vivida del mezzogiorno. I bambini non se ne accorsero neppure, continuando a giocare. Si può dire che esplose in mezzo a loro d'un tratto, e tutto si fermò.

Come sulla lastra delle vecchie macchine fotografiche, così cessò il movimento, imprimendosi a fondo sulla scena.

E fu il silenzio, che si ripercosse sulle facce della gente.


Hark si svegliò con un bruciore in gola. Gli sembrava di avere i polmoni scorticati e non sentiva più le gambe.

Si toccò la fronte e si accorse che scottava; voleva alzarsi per prendere un po' d'acqua dal mastello, ma ricadde con un tonfo sul letto. Poi non capì più nulla, e delirò.

Si addormentò e sognò non di essere sano e bello, ma gobbo e deforme come era sempre stato, ma, cosa strana, la gente l'accettava e rideva con lui, offrendogli da bere, e i bambini si arrampicavano sulle sue ginocchia aspettando il buffetto, e poi correvano felici dalle madri, che guardavano con adorazione. E per la prima volta scordò il dolore e l'odio, e nel delirio pianse.

Si svegliò molto tempo dopo, sentendosi malissimo. Riuscì, però, a mettersi in piedi e ad arrivare fino al mastello, che si rovesciò addosso bevendo l'acqua che colava.

Mangiò un pezzo di radice che aveva conservato tempo addietro, sentendosi un po' rinvigorito. Poi si buttò sul letto cercando di riafferrare il sogno che così brutalmente gli era sfuggito. Più tardi uscì all’aperto. Si rese conto subito che qualcosa non andava, e scese in fretta a fondo valle. Vide alberi scheletrici e animali morti, e una buona dose d’aria quasi arroventata gli penetrò nei polmoni. Scese in paese.

La notte non fece alcun sogno.


La mattina seguente esplorò palmo a palmo il paese. Si fece strada tra la desolazione, le macerie annerite, i cadaveri contorti, boccheggianti. Non sentiva più niente, in sé, quasi fosse un altro ad osservare quella scena.

Ad un tratto sentì dei passi alle sue spalle. Si voltò di scatto e lì, davanti a lui, si stagliò nel sole la figura d'un bambino, con gli occhi spalancati ed un bastone in mano. Il piccolo fece due passi, agitando il bastone avanti a sé per rivelare ostacoli. Hark si mosse per andarsene.

Il bambino sentì il rumore e disse: "Papà, papà, sei tu? È tanto che aspetto, non so nemmeno quanto. Io ora non vedo più; è da quel giorno. Dammi la mano, e dimmi, se tu vedi: cosa c’è in cielo?" E tese la mano libera avanti a sé cercando quella del padre.

E Hark prese quella mano tra le sue dicendo: "In cielo, figliolo mio, ora c'à l’arcobaleno. Se verrai con me andremo a cercare la pentola piena di monete d’oro, laggiù, ai piedi dell’arcobaleno."


da "The Time Machine" n. 6/'76






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