Notte allo zoo
di Giorgio Placereani
Solomon Schwarz passo il Surflex sulla cifra con estrema delicatezza, come se carezzasse il corpo di un insetto irrigidito dal freddo. La scrittura tremolò, ansimò come una candela, sbiadì e scomparve, A testimoniare la sua passata presenza non era rimasto che un impercettibile alone giallastro.
Solomon Schwarz afferrò la penna blu e tracciò alcune cifre su un foglio di notes, strappò il foglio e lo avvicinò alla pagina del registro, dove lo spazio bianco spiccava nella colonna di cifre con evidenza di macchia. Confrontò la tonalità dell’inchiostro e la pressione del segno minuziosamente, prima ad occhio nudo e poi con la lente.
Poteva andare. Ora che si era risolto, la sua mano era ferma; riprese la penna e segnò con decisione una nuova cifra nella colonna, una cifra corrispondente a un terzo di quella che l'aveva preceduta. Poi con lo stesso procedimento falsificò il totale.
Il falsario Solomon Schwarz ripose i suoi strumenti, aprì la bustina di plastica, buttò giù la dose di alcool e uscì all'aria aperta. Respirò avidamente, torcendosi i baffi ispidi (discutibili e discussi in un’epoca glabra), immerso come sempre nella sensazione del giocatore che ha puntato tutta la sua fortuna su un solo numero. Gli tremavano le mani.
"Che cretino. Eppure è un po' di tempo che lo faccio …
Saranno dieci anni, o dodici. Vediamo … ", e si immerse in pensieri del passato, appoggiato al muretto.
Un bus sfrecciò nel cielo notturno, follemente veloce, comprimendo contro i sedili i passeggeri nella lieve nausea dell’accelerazione, nausea quotidiana, due volte al giorno, familiare come il quasi-caffè mattutino e le lunghe strade automatiche superaffollate.
A Solomon Schwarz piacevano i pensieri del passato, anzi, viveva in essi, dato che il suo ristretto alloggio (tutti gli alloggi erano ristretti, ma il suo!) era occupato per tre quarti da grigie, polverose pile di libri, e pubblicazioni, e riviste antiche di cui l'uomo della strada aveva dimenticato il nome.
"È per questo che Martha mi ha mollato - e va bene, capisco, poi sono affari suoi - ma Pierce?". Solomon Schwarz non era un uomo molto felice. La moglie e il figlio lo avevano lasciato con la stessa determinazione con cui prendiamo un vaccino contro una malattia grave, anche se ci procurerà disturbi alla pelle o alla digestione. Lo avevano piantato nel suo zoo, e la moglie l’aveva persa di vista, mentre del figlio sapeva che ciondolava in qualche spaccio d’alcool o di droghe.
L’infelicità da assuefazione come l'eroina. Così Schwarz appoggiato al muretto rimestava i suoi dispiaceri con un vago compiacimento, mentre attorno a lui lo zoo di cui era il primo direttore viveva la sua vita notturna. Lo zoo non si annulla nel sonno come gli esseri umani (delle squadre diurne), che in quel momento e per tutta la notte giacevano in posizione fetale, senza sogni, senza risveglio, finché all'alba non fosse cessata l’azione della pillola riposo.
Bene, lo zoo invece era vivo e si muoveva, lanciando attraverso le sbarre bramiti, pigolii e versi d’ogni genere, man mano che qualche avvenimento - o pensiero o ricordo - scuoteva i suoi quattromila abitanti nel sonno leggero degli animali diurni o nella veglia nervosa di quelli notturni. Voltando appena la testa, Solomon lasciò scorrere lo sguardo lungo le gabbie vicine. A cento metri, dietro le sbarre di plastica forte, le tre coppie del nr. 676 (o rinooegranchi) di Darwin, bestie insonni se mai ce ne furono, si muovevano pigramente, chiacchierando fra di loro con il loro fischio chioccio. L'ambiente dove vivevano non cercava di riprodurre il loro habitat naturale.
Gli enormi "granchi" rossi si spostavano lentamente in tondo, annoiati; dall’esoscheletro sporgevano, oscillando gli occhi retrattili, ma le chele incredibilmente abili penzolavano tristemente.
Il vecchio sbuffò.
"È inutile che fischiate. Non vi do legnetti da mettere insieme né pietre per costruire. Potete crepare aspettando."
Parlava parte a sé stesso, parte ai granchi, lontani cento metri, che non lo udivano. Lo udì il neogatto, non molto più vicino, ma dall'udito incredibile, imbronciato e assente. Disse solo: "Frrr". Era un essere sfortunato.
Ne esisteva una sola coppia di quegli esseri androgini, e la sua compagna/compagno era ammalata.
"E se muore, addio 508". E addio per sempre alle orge pagane, indimenticabili, dei felini Cuvieriani quando le tre lune nuove apparivano contemporaneamente nel cielo del pianeta. I (dimenticati) greci non avevano messo nelle loro feste bacchiche un quarto della grazia, della furia dionisiaca e della forza erotica che quella razza di grossi gatti aveva saputo esprimere nelle proprie prima di scomparire.
"Perderete un po' di abilità delle vostre maledette chele, ma almeno resterete sani, ed è questo che voglio io", concluse Solomon verso quei rossi crostacei di terra, membri di una razza che aveva avuto i suoi Platoni, che aveva costruito - quelle chele meravigliose! ~ le immense scalinate ora in rovina, che aveva scolpito quelle miniature di soggetto incomprensibile ma di bellezza struggente che gli ultimi collezionisti terrestri celavano gelosamente nelle loro raccolte.
Forse furono le gru telepatiche venute da Galileo (930, se è pertinente) a raccogliere e ritrasmettere il nervosismo del guardiano, ma un sentimento di malessere oscuro si propagò per tutto lo zoo come un gas, da gabbia a gabbia, dagli ultimi ippopotami della Terra, che sollevarono il testone incupiti, ai bruttissimi scarafaggi giganti, appena arrivati e non ancora ambientati che si spaventarono e sparsero quanto più potevano il loro ripugnante puzzo difensivo.
"Buenas tardes, señor Schwarz", disse la ragazza. Solomon bofonchiò una serie di suoni che potevano equivalere a un buonasera in codice, poi la coscienza lo punse:
"Isabel", aggiunse chiaramente.
La ragazza si sedette sul muretto a un metro da lui, passandosi fra i capelli ricci la mano scura da messicana.
"Quando il gatto non c'è i topi ballano", sorrise Solomon. "Che direbbe la tua signora madre di vederti in giro a quest'ora?"
"Tu sai benissimo quanto me ne importa, 'senor'", rise lei a sua volta. "Io avrei dovuto vivere nei tempi anteguerra! Comunque, lassù mia madre ha altre gatte da pelare. Non dirlo in giro, ma quelle scimmie sono proprio dure da battere".
"Dure, eh? Più delle gru di Galileo, coi loro missili telepatici? E dei granchi, con le doppie-mine? E …"
"Sì"
"0gni volta più difficile per noi. Un giorno, cara ragazza, 'qualcuno ci darà una stangata che neanche la guerra. E saremo noi ad averla cercata!"
Aveva alzato la voce, ma la riabbassò subito, perché ormai tutto lo zoo era in piedi, e grugniva, trillava, fischiava con mille voci, e parlava con cento mezzi di comunicazione non-vocali. I vicini "semafori" di Planck, agitatissimi, cambiavano colore freneticamente, e le serpentine luminose che percorrevano a spirale il loro corpo magrissimo ed eretto li facevano assomigliare, agli occhi di Schwarz, agli antichi pali-insegna (totem?) dei barbieri, così come 1i aveva visti nelle fotoriproduzioni dei primi fumetti.
"Sarà così, sarà", ammise la ragazza alzando le spalle.
"Un’altra cosa che so è che l'indice-suicidi ha ricominciato a salire".
"Fatti loro". Solomon esitò, ma inutilmente, perché sapeva che ormai era venuto il momento di sputare il rospo.
"Ma hai fatto bene a venire, Isabel, perché devo parlarti sul serio. Cominciamo dal principio. Guarda". Sollevò la mano sinistra, dalla pelle arrossata, piena di bolle.
Lei si chinò avanti prendendo la mano nelle sue. Negli occhi apparve la preoccupazione.
"Sembra una reazione allergica. Bruttina. Hai parlato con un medico?
"Anche se potessi permettermelo - buona, è inutile parlare di prestiti - perché non ci andrei comunque. Vedi, potrebbero mandarmi in qualche centro di cure, e io non posso lasciare questo posto. Ci morirò dentro, non so quando, ma non tanto tardi, credo. È così anche sul petto e le cosce. Dalla guida medica, mi pare di capire che sono gli assuefanti messi dentro i cardiotonici che mi stanno avvelenando.
No, non posso andarmene, ma ho già fatto proposta che tu mi succeda, dopo. Sei giovane ma sei un’ottima biologa … e poi sei la figlia di Maria Pereira".
"Meglio non parlarne".
"Parliamone, invece. Io ti propongo, e se tua madre ti appoggia (tocca a te farglielo fare) riuscirai a sostituirmi quando farà buio. È importante. Tanto importante - ti dirò che stasera ho appena finito di falsificare i libri contabili. Lo faccio da dodici anni. Poi, lo farai tu".
Lei deglutì e voltò verso di lui un viso sbiancato.
"Cosa hai detto?"
"Ho detto che Solomon Schwarz, e dopo Isabel Pareira, e dopo qualche altro disgraziato continueranno a falsificare i conti perché ci lascino tenere in piedi questa baracca, e non certo per il dei beoti che ci vengono! Sveglia! Lo sai, no, perché ci permettono di tenere esemplari di razze intelligenti, e proprio nel centro della Grande Democrazia?"
"Sono ... parzialmente decerebrati", rispose lei meccanicamente, "È la legge d'importazione".
"Decerebrati un corno!", urlò Solomon trionfante! "Io non li ho decerebrati! Sono sani come te!".
La ragazza si aggrappò con le mani al muretto, cercò di balbettare qualcosa. Era arrossita.
"Ma... i controlli … intelligenti?"
Solomon riprese a parlare con voce normale. La sua esaltazione, era sparita. Cerco di scegliere con cura le parole, di assumere un tono calmo, convincente.
"Tu conosci Vassili Orlev. Piccolo, grasso, calvo, colonnello di primo grado. Lui è il mio complice, e rischia il doppio. Controfirma le mie dichiarazioni, e la burocrazia si accontenta della sua parola, che è oro in tutto l'esercito. Poi, la gente che visita questo posto infame non si accorge di niente, e da secoli che ha disimparato a riconoscere qualcosa se non glielo offri su un piatto di similoro. E in particolare i due Presidenti e i loro servi, sono così stupidi che non distinguerebbero un cammello da un astrofisico. Piuttosto tua madre e tutti i militari …
Ma per loro basta Vassili."
Insomma, gliel’aveva detto. Ormai Isabel aveva realizzato il fatto, e, tremava.
"E 'loro'?"
"Non credere che loro mi siano riconoscenti. Mi odiano, perché sono un terrestre. Ma sanno di non avere scelta".
"Ma tu perché lo fai?"
"Ti ho mai parlato di quello che ho letto sui 'niclisti'?"
Il vecchio era di nuovo infuriato. "Non gli piaceva il loro re, proprio come a me non piacciono quei due sicofanti di Reed e Krilevskij! In una parola, un giorno quei russi gli tirarono una bomba addosso. In fondo sono anch'io un niclista. Solo che la mia bomba ha una miccia molto più lunga. Può bruciare per duecento anni, mi spiego, e tu starai attenta che non si spenga quando sarò crepato".
Avrebbe voluto dire di più, ma Isabel si era scostata d'un colpo, e si allontanava. Ma non se ne andò via. Si sedette su una panchina, distante, e circondò le ginocchia con le braccia.
Solomon ricacciò la tentazione di ritornare a parlarle, e si maledisse per non aver saputo restare calmo. Forse aveva compromesso il suo lavoro. Quelle ciance sui russi antichi … Ma a chi non piace fare un po' di scena?
"C’è da fidarsi di lei", pensò per consolarsi, e la lasciò lì a riflettore. Sperando che riflettesse. Accese una sigaretta istantanea, e il vento fresco avvolse il suo corpo sudato.
Intanto, fra le stelle, l'umanità avanzava. C'>erano voluti migliaia di anni, tre guerre mondiali, e la terza atomica, ma adesso fra gli uomini non c'erano più divisioni.
Erano sparite tutte le discriminazioni di razza e di colore che l’umanità aveva conosciuto nella sua storia.
Oggi un ebreo poteva comandare i campi di sterminio su Cuvier, un navajo dirigere le ultime riserve su Darwin, un negro preparare i piani per una politica di pulito sviluppo separato, dopo la vittoria sulle scimmie di Jung, sul loro pianeta. E una donna, Maria Pereira, esibiva le sue cinque stellette nella nave ammiraglia della flotta terrestre da lei comandata.
Alla mente di Solomon salì di colpo, gridando, una vampata di odio cieco, voglia di gridare. Come sempre, alzò un freddo schermo, una barriera mentale di acciaio grigio contro quel sentimento fremente. Isabel si era riavvicinata. Gli sembrò imbarazzatissima.
"Forse", cominciò un sorriso stentato; "se i gialli avessero vinto la guerra le cose sarebbero andate meglio".
"Non lo so. Sono uno storico da quattro soldi. Penso di sì, anche se credo che ne combinassero anche loro. Capisci, noi non possiamo continuare così per sempre. E aspettando che finisca la guerra … "
"Beh", concluse lei senza aver cominciato, "ci penserò. Ci vediamo domani", Si avviò, veloce, ma di nuovo rilassata. E arrivò a voltarsi con un sorriso per salutarlo.
"Ciao, Noè".
Fra le stelle, si espandeva un'umanità unita, tutta fatta di fratelli. Sulla Terra, appoggiato a un muretto, un vecchio meditava su questa gloria.
da "The Time Machine" n. 6/'76
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