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Il sentiero del cielo


di Roberto Friolo


I - La Grande Madre giaceva intorpidita e umida di rugiada, vivendo le brevi ore della notte di Mizar IV. Sotto un cielo di velluto, nero profondo, aleggiava il silenzio, stendendosi a coprire la pianura lontana, le pendici del vulcano, i campi di lava, il lago e le paludi e la foresta retrostante ... solo il sibilo ovattato delle fumarole faceva a tratti percepire un vorticare indistinto e sprazzi di luce rossastra mandavano un riverbero confuso sull’acqua del lago. Ma niente rompeva la quiete notturna: il giorno sarebbe stato molto lungo e le ore del riposo erano troppo scarse e preziose; il Popolo godeva intensamente il breve ristoro del sonno.

Presto però un tremolio indistinto all’orizzonte avrebbe annunciato il sorgere di ANTEA; e la luce della sua lampada avrebbe colpito la cima di AMAR scendendo poi lungo le sue pendici fino a illuminare il lago e a svegliare il Popolo. Quando poi anche il sole azzurro fosse sorto all'orizzonte, mescolando la sua luce a quella di ANTEA e tingendo il cielo di un viola intenso, allora il Popolo avrebbe sciolto un inno di lode e ringraziamento ad AMAR. Era l'inizio della stagione calda; nuovamente ANTEA e LAMBRA si sarebbero rincorsi, ruotando assieme nella loro celeste dimora.


II - "Venerabile saggio, perché adesso LAMBRA insegue ANTTEA, poi accade il contrario? Perché ogni tanto uno dei due resta solo nel cielo e la casa celeste cambia colore?

Il Popolo era in piena attività nella calda luce del giorno di Mizar IV: i cacciatori si erano tuffati nelle profonde e scure acque del lago, altri si erano spinti nella foresta in cerca di frutta; le wamani preparavano armi scheggiando la dura ossidiana; i vecchi raccoglievano i giovani attorno: facevano scuola, rispondevano alle domande, preparavano coloro che un giorno avrebbero difeso e sostenuto la tribù.

"Venerabile saggio, perché AMAR dorme?"

E il vecchio saggio rispose, dopo aver socchiuso le palpebre spesse, quasi a fissare un punto lontano:

"La terra su cui posiamo le membra è la Grande Madre: essa ha generato il lago nostra dimora, essa nutre le piante e gli animali che ci garantiscono la sopravvivenza.

Ma all'inizio non era così: essa si stendeva piatta e uniforme, un deserto senza vita, senza fine, senza tempo.

Poi ci fu l’inizio: dalle sue viscere lacerate, con grande travaglio, gemiti altissimi e violenti sussulti ha generato AMAR, la sacra montagna, la vetta inaccessibile che tocca il cielo. AMAR è nato dal fuoco; e col fuoco ha fecondato la terra e ha operato la creazione: le montagne, le pietre, le piante, gli animali, la foresta e il Popolo stesso. Poi ha mandato l'acqua dal cielo, la benedizione che tutto mantiene in vita, nutre e fa prosperare.

Da ultimo AMAR si sentì stanco e volle dormire: per questo ha generato LAMBRA e ANTEA, i suoi figli prediletti e dall’alto della celeste dimora essi tutto vedono e proteggono l’opera del padre. Talora si rincorrono felici, ebbri del privilegio della loro altezza; ma a turno uno dei due si riposa e resta solo l’altro. Anche il Popolo partecipa dei beni divini, coglie i doni della terra quando è giorno; gode del dolce sonno ristoratore quando è notte."

"Venerabile saggio, il Popolo dorme come AMAR? Come LABRA e ANTEA?"

"Si, e in questo partecipa della loro divina natura."

"Venerabile saggio, AMAR è buono e attraverso LAMBRA e ANTEA ha cura di noi: ma perché in passato ha fatto piovere le sue calamità sul Popolo?"

"Si, molte volte la sacra montagna ha tremato e si è scossa con boati di tuono e la sua cima si è coperta di fumo e torrenti di fuoco sono scesi dalla sua sommità; con questo AMAR ha manifestato la sua collera, la sua furia distruttrice."

"Venerabile saggio, chi ha provocato l'ira di AMAR?"

"Il suolo della sacra montagna è interdetto al Popolo, ma nel passato c'è stato chi con membra sacrileghe ha violato il sacro suolo e risvegliato AMAR dal suo sonno."


III - Profonde cicatrici coprivano la terra screpolata, il livello del lago si era abbassato lasciando intravvedere il fondo, la vegetazione che una volta ne occupava le rive era andata bruciata tutta; i due soli avevano dilatato il loro occhio. Il Popolo soffriva il caldo e la sete, temeva la fine: se il lago si fosse prosciugato nessuno avrebbe potuto salvarsi. Benché esseri anfibi, nessuno poteva sopravvivere troppo a lungo lontano dall’acqua.

Più volte gli anziani si erano riuniti; ma non avevano trovato il motivo della collera di LAMBRA e ANTEA. Più volte erano stati fatti sacrifici; ma la grande calura non era cessata: sembrava che LAMBRA e ANTEA non volessero andarsene dal cielo; erano dei, ma capricciosi …

Non restava che una sola cosa da fare.

Il giorno dopo tutta la tribù si raccolse sullo specchio del lago per assistere al passaggio del vecchio della montagna, il sacerdote consacrato ad AMAR, l'unico che vivendo in solitudine alle pendici del vulcano potesse cogliere la volontà divina. Fu fatto assidere al centro della grotta che serviva per le riunioni, gli anziani e i cacciatori più valenti gli si disposero attorno in cerchio. Poi fu il silenzio carico di attesa, ritmato dallo sciabordio delle onde contro l'imboccatura della cavità. Poi il vecchio parlò:

"Molto ho vissuto e molte volte ho visto il cielo cambiare di colore: rosso con ANTEA, blu con LAMBRA, viola con entrambi. Molte volte ho udito la voce di AMAR e visto la manifestazione della sua potenza. Ma Amar dorme ora e non vede l'afflizione che ci colpisce; né io saprei spiegare meglio di voi le cause di questo fatto. Ma c'è una cosa che voi non sapete e che io ho visto nella mia lunga esistenza: ogni volta, dopo il fuoco, AMAR ha mandato l’acqua dal cielo.

Fiumi di fuoco, poi nuvole nere; poi le piogge torrenziali e l’acqua a rivoli giù per la montagna, fino al lago, dentro la foresta … Molti fra i nostri antenati sono morti travolti dalla furia delle acque e non già bruciati dal gran caldo o schiacciati dai massi caduti dal cielo.

Questo io vi dico: risvegliate la collera di AMAR ed egli vi manderà l'acqua che cercate."


IV - Xuto era pronto per partire: aveva rivestito i piedi palmati con spessi calzari per proteggerli dai campi di lava irti di blocchi aguzzi e coriacei, aveva riempito d'acqua un otre per poter mantenere umida la pelle di tanto in tanto, aveva impugnato un lungo bastone per trovare appoggio ed equilibrio.

Xuto avrebbe scalato la sacra montagna, avrebbe risvegliato la collera del Dio, avrebbe salvato la tribù. A lui era toccato l’ambito privilegio. Altri avrebbero voluto essere al suo posto: ma lui era il cacciatore più valente, l'esploratore più coraggioso.

La tribù era raccolta in silenzio attorno a lui, nella tenebra notturna, aspettando che si levasse la luce.

Quando il buio della notte cominciò a stemperarsi, Xuto abbracciò la famiglia, salutò gli amici, mandò un cenno di deferenza agli anziani. Poi guardò la Sacra montagna con un pensiero assillante nella mente: prima di morire avrebbe visto quelle regioni che pochi prima di lui avevano raggiunto. Il sentiero del cielo lo attendeva e allora, senza più voltarsi, si mise in cammino.


da "The Time Machine" n. 6/'76






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