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Il conte di Le Vigan


di Luigi De Pascalis


Giace qui l'hildago forte il cui valore arrivò a tal punto che ebbe in sorte che la morte non trionfò della vita con la morte.

(Epitaffio dalla tomba di Don Chisciotte)


Dagli spalti del piccolo castello che da tempi immemorabili dominava la cittadina di Le Vigan, in Linguadoca, due uomini osservavano con apprensione la strada polverosa e deserta che attraverso la foresta si snodava in lontananza lungo le pendici delle Cevenne.

Erano in piedi l'uno accanto all’altro, in un lungo silenzio che sembrava aver consegnato ciascuno ai propri pensieri. Ma anche in quel loro ignorarsi v'era qualcosa che lasciava indovinare una sorta di indefinibile intesa, di quelle che nascono talvolta fra vecchi amici, dopo una lunga consuetudine al rispetto reciproco.

Da molto dovevano aver passato entrambi i sessanta anni: le loro schiene erano state egualmente curvate dal tempo, i loro capelli ne erano stati quasi allo stesso modo sbiancati, i visi erano stati altrettanto scavati e tesi.

Persino gli sguardi, resi altrettanto consapevoli dall'aver visto le stesse cose, erano adesso offuscati dalla medesima tristezza.

Uno dei due indossava una vecchia divisa di maggiore, troppo piccola e stretta per lui. Forse una volta quell'abito era stato blu, ma in alcuni punti un incerto color ocra, probabilmente dovuto all’antica presenza di ricami dorati, aumentava la perplessità circa il colore originario. Certamente da almeno due secoli nessuno aveva più indossato quella livrea ed i suoi successivi proprietari s’erano limitati a conservarla come testimonianza di epoche passate.

L’altro personaggio vestiva invece un pesante indumento da camera di un rosso assai spento e incerto, abito che sicuramente doveva aver veduto momenti migliori e che, altrettanto evidentemente, era stato confezionato per qualcuno assai più corpulento e sanguigno.

S'era in autunno ed un vento freddo faceva rabbrividire i due uomini, mal protetti da quei panni lisi. Ma sembrava non se ne dessero cura, assorti com’erano nell'attesa di ciò che certamente sarebbe venuto per quella vecchia strada, poco più di un sentiero, ma forse proprio per questo l’unica agibile in un vasto raggio.

Per tutto il tempo, solo l’uomo con la livrea distolse una volta lo sguardo da quella striscia bianca così lontana ed innocua. Cercava il coraggio di dire al suo compagno, il conte di Le Vigan, che già tutto era pronto secondo i suoi desideri. Ma il volto smunto e rugoso di lui sembrava troppo assorto per osare disturbarlo.

O forse non era neanche questo: "È che la pazzia più grande che può fare un uomo in questa vita - si sorprese a pensare, - è quella di lasciarsi morire."

E subito si pentì, come avesse tradito le ore e i giorni trascorsi a discorrere sul da farsi, con quella gioia dentro, ben accetta perché improvvisa dopo la disperazione e la rabbia della bestia senza scampo che sa di dover morire comunque.

Nonché di guerre non ne avesse viste altre, purtroppo ve n’è almeno una nella vita di un uomo, né che si sentisse troppo vecchio per battersi, né ancora che avesse vergogna di fuggire. Ma ciò che era accaduto in quei mesi era stato talmente enorme, fuor di misura, atroce e totale da essere qualcosa cui la paura non sapeva neanche trovare un nome.

Anche se tutte le fonti d'informazione non erano sopravvissute che per pochi giorni allo sfacelo, nessuno a Le Vigan aveva voluto credere a quello che accadeva finché non era nato il figlio di Pierre e Marie.

Povera gente, non era servito a nulla spiegare loro che quella cosa a metà strada fra una bestia e dio solo sa cosa non era loro figlio: nemmeno un essere umano, ma uno dei primi rappresentanti di una orribile genìa di diversi creati dagli "altri" per uccidere nel vinto anche la speranza di rivivere nei figli …

Lasciarsi morire non era più una pazzia, dal momento che davvero non era possibile sopravvivere.

Sulla strada, da un punto quasi all’orizzonte, venne un bagliore come di matallo nel sole. Poi un altro.

- Eccoli, - disse allora il conte, - saranno qui tra mezz'ora. È tutto pronto? -

- Sì, signore, - rispose il maggiordomo guardandolo in viso e cercando di mantenere la stessa calma che vi leggeva.

- Bene. È proprio il momento di bere qualcosa. Del porto sarà perfetto per l’occasione. -

Il vecchio fece per allontanarsi ma l’altro lo chiamò.

- Amico mio, spero vorrai darmi il piacere di bere con me il bicchiere della staffa. -

Senza rispondere l’interpellato si eclissò attraverso una porta piccola e stretta; la commozione lo faceva star male. Il bicchiere della staffa: non riusciva a credere che non ve ne sarebbe mai stato un altro.

- Un solo missile per Parigi, - mormorava intanto fra sé il conte; - Uno per Lione, uno per Bordeaux … Uno solo dei loro carri per Le Vigan. –

Non gli riusciva di scacciare l’amarezza.

Il suo vecchio compagno tornò con il porto: bevvero in silenzio, poi gettarono lontano i bicchieri come avevano già fatto tante volte prima della caccia.

Il rumore dei cristalli infranti andò a spegnersi sui tetti del paese, già da tempo deserto. Molte volte i conti di Le Vigan avevano validamente difeso quelle case, ma questa volta non sarebbe stato possibile difendere nulla e nessuno.

- È già tardi, signore. -

Attraverso una scala stretta e buia i due scesero nella sala d’armi. Alle pareti erano appesi scudi, alabarde ed un numero incredibile di spade ed armi di epoche diverse.

Su tutto aleggiava la malinconia delle cose morte per sempre.

Anche la luce che filtrava dalle pesanti finestre sembrava gialla, malata.

Il conte osservò tutto con attenzione, come se fosse la prima volta. E per la prima volta vide l'abbandono, la disarmante decrepitezza di quelle cose. Ma esse erano state la sua vita e voleva portarne con sé il ricordo.

Quegli ambienti, quelle mura rozze ed antiche, su cui la luce entrava obliqua creando strani giochi d’ombra, erano stati i luoghi favolosi della sua fanciullezza, una cosa bellissima ma tanto lontana che forse era appartenuta ad un’altra. Sentì le lacrime salire agli occhi; riuscì però a trattenerle.

Aiutato dal suo vecchio amico, indossò l’armatura che per lunghi giorni aveva inutilmente cercato di liberare dalla ruggine. Era pesante, fredda. Il rivestimento di stoffa odorava di vecchio.

Con gesti impacciati staccò a fatica da una rastrelliera uno spadone a due mani, poi si avviò verso il cortile.

Era abbandonato, silenzioso, vuoto di persone e di cose.

Nel guardarlo gli tornarono alla mente le parole che uno dei suoi eroi preferiti, don Chisciotte, aveva detto sul letto di morte: "Ormai nei nidi di ieri non c’è più passeri."

Varcò il grande portone cosciente di fare qualcosa di definitivo. Dopo qualche passo traballante si fermò.

L’emozione intensa e dolorosa era svanita. Anche il peso di tutto quel ferro che indossava sembrava minore.

In lontananza già si udivano i gemiti dei cingoli del carro sconosciuto. Forse nessuno dei suoi occupanti avrebbe capito che lui tentava di trasformare la sconfitta in vittoria, che il suo gesto voleva richiamare a una realtà diversa da quella che aveva permesso la distruzione di intere civiltà, la morte sottile e ingloriosa per radiazioni o per mano di orribili mutanti.

Agiva così perché così sentiva di dover fare; ma in ogni caso era sempre preferibile questo alla tortura, alla prigionia, ad una morte anonima ad occhi bendati.

Lo sferragliare si era fatto assai vicino.

Strinse con entrambe le mani l’elsa della grande spada; ora non provava nemmeno odio.

- Signore … - La voce del maggiordomo sembrò giungergli da lontano.

Lo guardò; aveva gli occhi lucidi, era pallido e le sue labbra, incapaci di dire altro, tremavano. Ma non era paura, era commozione.

Osservò la vecchia livrea che l'uomo indossava, le sue mani inerti lungo i fianchi: chissà se aveva capito davvero perché morivano in quel modo! Forse no.

Avrebbe voluto dirgli: "Perdonami, amico, di averti messo nelle condizioni di sembrare pazzo come me". Ma queste parole le aveva dette Alonso Quijano il Buono al suo impareggiabile amico, il giorno in cui morì.

Le parole erano così inutili …


da "The Time Machine" n. 6/'76






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