Ora di andare
di Amedeo Levorato
N.d.A.
Questo racconto è stato realizzato con l'aiuto di una colonna sonora, che consiglio di ascoltare: "Le Quattro Stagioni" di Vivaldi. Ho visualizzato l'intero racconto come un balletto classico. Ne sconsiglio, ovviamente, la lettura a chi non è in grado di visualizzare i racconti.
OUVERTURE
La scena era aperta, e silenziosa. Un gigantesco portale, costruito con un'architettura stupenda ed audace, sovrastava e proteggeva un interno illuminato dalla luce dorata proveniente da gigantesche vetrate, che mostravano lo scenario di una città enorme, in una prospettiva assurda, perdentesi su chilometri e chilometri di strutture bianche e gigantesche. Torri altissime si innalzavano qua e là dalla massa armonica che formava la città, se città si poteva chiamare un agglomerato che copriva forse un intero continente.
Ma la scena era deserta e vi aleggiava un silenzio d'oltretomba.
Nel cielo poche nuvole sparse, ed un sole mattutino che indorava tutto. Sulle strutture deserte, alberi e piante bevevano avidamente quella luce, ancora bagnati dalla rugiada notturna.
Ma su tutto il silenzio.
Il tempo sembrava fermo.
Davanti alla vetrata del portale, una strada fiancheggiata da alberi si perdeva in una linea che arrivava all'orizzonte. All'interno, un tavolo.
Una donna bellissima, vestita di un drappo candido, con capelli nerissimi, sedeva in atteggiamento regale su un seggio senatoriale, con una delle mani affusolate piegata, che sosteneva il mento. La pelle, liscia e luccicante, abbagliava la vista. Ella fissava un uomo, con una lunga barba bianca, che, girato verso una porta esagonale, chiusa, fissava un punto all'infinito, pensoso. L'uomo era vecchio, ma non molto, e i suoi occhi brillavano di una saggezza divina.
La donna continuava a fissare l'uomo, e l'uomo la porta.
Nel silenzio, una musica celestiale sembrava aleggiare e soffermarsi sul portale, nel tempo disteso all'infinito.
Cleopatra, e Giove, aspettavano.
ENTRANCE
All'interno del portale, gigantesche masse di vetro, trasparente e freddo come ghiaccio, si alternavano ad enormi forme di marmo scuro, e l'insieme si univa armonicamente in una musica architettonica.
Le ombre del marmo, nerissimo e liscio, si riflettevano sulle masse cristalline, creando un'illusione di profondità marine, dimenticate.
L'insieme della città, fermo e silenzioso, fu interrotto da un'enorme conchiglia, con bellissimi riflessi madreperlacei, che incedeva lentamente, silenziosamente, lungo la strada, sfidando ogni logica umana.
Attraverso la vetrata, Giove e Cleopatra volsero il viso verso l'enorme conchiglia, come avvertiti da qualcosa di impalpabile, della rottura di continuità, nello svolgersi delle forme fisse, amorfe, della città. I loro occhi, tristi e pensierosi, fissavano la strada, eppure non la conchiglia, ma l'infinito, al di là, lungo la strada stessa.
Finalmente giunse il momento in cui la conchiglia si fermò. Lesti, e silenziosi, ne scesero tre centauri, con gli zoccoli che sfioravano, leggeri, la strada liscia.
Uno di essi, avvicinatosi alla sponda della conchiglia, tese la mano ad una donna, magnifica, che stava per scendere.
I capelli di lei, biondissimi, erano parzialmente raccolti sul dietro, ed alcuni riccioli cadevano sopra le orecchie, sottolineando l'inutilità di gioielli, tanta era la sua bellezza. Con passo felpato, quasi quello di una tigre, scese dall'orlo della conchiglia, mostrandosi in tutta la sua bellezza.
l vestito drappeggiato, di un vivo color porpora, fermato da uno sfavillante diamante alla spalla sinistra, più che nascondere, metteva in evidenza il candore e la levigatezza della pelle. Si muoveva con la fluttuante grazia di una ballerina, eppure altera e regale, nella serenità dell'espressione del viso.
Venere, la dea dell'amore, era arrivata.
Lentamente, silenziosamente, la porta esagonale si aprì, ritirando i componenti triangolari dal centro verso l'esterno.
Venere entrò, e si sedette. Accanto a lei, i tre centauri.
Dopo di lei, Thor, il dio del tuono, con il suo mitico carro alato, maestoso ma in quell'occasione silenzioso come mai.
Dopo di esso entrò il padre, con la venerabile barba rossa, Odino, Wotan.
Dietro di loro, muta, la chiassosa banda di dei Asgardiani, con le stupende e bionde Valchirie.
Tutto continuava a muoversi come in un balletto, armonico, musicale, mistico.
L'atmosfera era di attesa. Tutti attendevano qualcuno, tristemente, come si attende l'ultimo giudizio. Forse, era il giudizio davvero. Era il Ragnarok per gli Asgardiani, era il crepuscolo degli dei.
Dopo l’assortito Olimpo greco, entrarono lentamente l'Olandese Volante, attraccata la sua nave all'esterno del portale, i Samurai Giapponesi, i celesti Dei delle dinastie cinesi, i sette re di Roma, Romolo e Remo, i Druidi Normanni, Quetzacoatl e molti, molti altri.
Tra gli ultimi, il grande Buddha, Manitù il dio degli indiani, Allah e tutti, tutti, tutti gli altri personaggi mistici, e no, della fantasia umana.
In una incessante processione, erano entrati tutti, anche Gesù, Maria Maddalena e i dodici apostoli.
Erano ormai una moltitudine, centinaia e centinaia, ma si aspettavano gli ultimi due ospiti.
ENTERTAINMENT
Il sole del mezzogiorno batteva sulle vetrate, ma tutti gli ospiti del portale erano comodamente avvolti in una fresca ombra. Alcuni in piedi, altri seduti, altri ancora appoggiati a terra, aspettavano.
Ed ecco arrivare uno degli ultimi ospiti. In un guizzo di malvagità e di zolfo. Uno scoppiettare di fuoco, che illuminò per un attimo i tristi volti degli ospiti, saltò nel portale, ed ecco il Male.
Anch’egli era arrivato, chiamato al giudizio. La coda, a punta, batteva il suolo, le ali stavano appoggiate a1 corpo. In mano, un grande tridente infuocato. Sulla testa, due piccole corna appuntite.
Anch'egli, seccato, dovette aspettare.
Lentamente, nel silenzio tornato padrone della città , un vecchio avanzava sulla strada. Centinaia di sguardi erano puntati su di lui. La lunga barba bianca scendeva sulla veste candida. Era la Saggezza incarnata, era la Divinità incarnata, era anche la Fantasia incarnata. Si avvicinava maestosamente, eppure umilmente. Si avvertiva che egli era tutto, e dentro di lui stava Tutto. Anche lo stesso Male.
Perché Egli era il Bene.
La città, prima leggermente impalpabile, si faceva sempre più solida, perché vicino a Lui la realtà si faceva più solida, perché la Realtà stessa in Lui cominciava e finiva, essendo Lui l'intero universo. All'esterno del Tutto, i cerchi d'illusione. Ma Egli era anche quello. Tempo e spazio non avevano significato per Lui, perché facevano parte di Lui stesso. Ma Egli era anche la Fantasia e chi sa? …
Con gli sguardi fissi su di Lui, Egli giunse al portale, e si sedette sull'unica sedia rimasta vuota.
Il silenzio e l'immobilità più completi caddero su di Loro.
La consapevolezza di ciò che Lui stava per fare aleggiava greve su tutti Loro, e li opprimeva.
Continuarono a comunicare mentalmente, silenziosamente, tra loro, le Loro stesse paure, i Loro stessi pensieri, evitando però "quel" pensiero. Tutte le personalità, fantastiche e no, da quando l'uomo viveva, erano riunite là, ma la decisione spettava a Lui, ed a Lui soltanto.
La consapevolezza cadde su di Loro.
Improvvisamente, qualcuno si alzò e si avvicinò come in una danza a Lui. Il movimento di Maria Maddalena somigliava più ad una mossa di balletto che ad una richiesta vera e propria. Cominciò a muoversi, con i capelli neri e lunghissimi volanti, davanti a Lui, pregandolo, visualizzando nella sua mente pensieri dietro pensieri. Il suo balletto era l'immagine stessa della vita, e di tutto ciò che è bello e desidera Essere, Essere per sempre, in eterno.
Il balletto continuava, mentre tutti i pensieri degli altri Ospiti si erano fatti muti, nell'incertezza. I guizzi, le richieste della fanciulla si facevano sempre più insistenti. La sua mente fremeva davanti alla grandezza di quella di Lui, ma la affrontava coraggiosamente. D'improvviso, tutti alzarono la testa, ed i loro pensieri erano interrogativi.
Lo guardarono tutti insieme, in un guizzo fugace di speranza.
Maria Maddalena continuava il suo balletto che chiedeva Vita, Vita, Vita.
Egli alzò una mano, e poi la, mosse, da sinistra a destra, in un cenno seccato.
Immediatamente, Maria Maddalena cessò il suo balletto, e cadde a terra, sempre armoniosamente, e ruppe il silenzio con un singhiozzo rotto.
Egli non disse una parola, e tutti, tristemente, abbassarono la testa.
Si avvicinava il tramonto.
EXIT
Il sole, scendendo sulla città, già cominciava a nascondersi dietro le forme bianche di edifici alti e allungati. Le ombre si facevano sempre più lunghe, e il cielo aveva assunto una colorazione rosa e rossa, con pochi spunti di viola. Le rade nubi nel cielo si erano tinte di porpora, e gli Ospiti erano ancora seduti nel portale. D’un tratto, Egli alzò la testa verso il cielo, come in un’invocazione di saggezza, ma a chi? Egli stesso era la saggezza.
Finalmente, decise, e si alzò dalla sedia. Si avvicinò, con il suo passo lento, alla porta esagonale, e la aprì, uscì all’esterno, nella sera, e si incamminò sul viale alberato davanti a Lui.
Dietro di Lui, qualcuno si mosse. Alcuni degli dei e degli Ospiti si alzarono, e cominciarono a seguirlo tristemente. Tutti sapevano, oramai e se lo comunicavano. Egli aveva deciso, e se ne andava. La Fantasia era finita. Era Ora Di Andare.
Lentamente il Portale si svuotò, ed anche l’ultimo Ospite partì, per accodarsi alla strana processione.
Quando se ne furono andati tutti, il Portale ritornò silenzioso e deserto, come mai era stato prima.
ENDING
Quando l’ultimo degli Ospiti scomparve all'orizzonte il Portale scomparve. Il sole, rosso nel cielo, illuminava ancora. La città scomparve, ed in un ultimo guizzo anche il sole scomparve.
Rimase solo un grigio nulla.
da "The Time Machine" n. 1/‘77
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