La centomillesima replica
di Stefano Sudriè
L'impatto, soffice e discreto, era parso anticipare un lusinghiero atterraggio. Ma non si era trattato che di un’ingannevole sensazione passeggera.
Un attimo dopo, infatti, il primo lamentoso cigolio strappato alle lamiere si era incaricato di raggelare i sorrisi che avevano preso ad intrecciarsi a bordo.
Il resto, per tutta l’interminabile corsa frenante, non fu che un turbinare di fischi, scoppi, gemiti strazianti, scricchiolii e sobbalzi sghembi.
Niente di tutto ciò rappresentava comunque una novità.
Da anni ormai gli atterraggi della Tespix rispettavano, con cura meticolosa, i tempi di un rituale rigorosamente disastrato. Ogni volta dava l'impressione di essere l'ultima. Ogni volta non c'era membro dell'equipaggio che non fosse disposto a giurare d'essere stato testimone dell'estremo rantolo dell'astronave. Eppure, con testardaggine tutta astrale, e a dispetto delle ammaccature e dei rattoppi, la Tespix continuava a risorgere dai propri acciacchi, pronta a raccogliere le stranite lamiere in attesa di spiccare il prossimo balzo verso nuovi cieli.
C'era qualcosa di misticamente vitale nei suoi recuperi. La sua tenacia ricordava alla lontana certi leggendari eroi dalle mille ferite e dall'assurda fede incrollabile.
Quando i sussulti furono, cessati, Luc abbandonò i comandi e si rilassò contro lo schienale, tirando un sospiro di sollievo. Bene, anche questa era fatta.
In risposta alla sua moderata soddisfazione, la Tespix sfiatò in un prolungato, doloroso sibilo. Poi si inclinò pericolosamente su un fianco,
Le sospensioni del carrello di destra avevano ceduto ancora.
Luc rise, intimamente. Non era più capace di prendersela. O meglio, si era fermamente ripromesso di non farlo più. Sapeva che ne sarebbe morto, in seguito ad un languido attacco di bile.
Guardò oltre l’oblò. il paesaggio che gli si stendeva davanti era lugubre e sassoso. Si consolò pensando che ben difficilmente il pianeta avrebbe potuto essere tutto così.
Aveva un gran desiderio di colori violenti e contrastanti. L'uniformità l’immalinconiva.
Si era riproposto un'infinità di volte di informarsi in anticipo sulle condizioni climatiche dei pianeti, ma dietro il persuadersi di questa presunta dimenticanza non si nascondeva nient'altro che un pallido alibi morale. La verità era che non potevano permettersi considerazioni di carattere estetico. Gli abitanti di Mimeis pagavano bene. Il contratto firmato era più che soddisfacente e, particolare tutt'altro che trascurabile, avevano già ricevuto un congruo anticipo, versato per foto-assegno sul loro conto comune. Un avvenimento dal genere (vale a dire un anticipo) avrebbe meritato d'essere festeggiato degnamente, dal momento che (Luc e i suoi lo avevano imparato a proprie spese) tutto l'universo è paese quando si tratta di allargare i cordoni della borsa. Ma i nuovi guai al carrello ridimensionavano in maniera sconfortante il valore di quella piacevole circostanza. La Tespix era un'insaziabile fagocitatrice di emolumenti.
Il silenzio alle sue spalle si infranse. I portelli dei camerini cigolarono aprendosi e un'ondata di mugugni e borbottii si riversò fuori, saturando l'atmosfera dell'astronave. Più che ossigeno, si sarebbe detto che i condizionatori immettessero nei locali aria di tempesta sufficientemente ozonata.
Nemmeno il malumore generale era una novità.
Luc ne fu momentaneamente contagiato. Così, con le reni spezzate dallo sforzo per mantenere in linea l’astronave e le mani dolenti, con quel paesaggio che estendeva a perdita d'occhio una sconcertante mancanza di fantasia, il suo cervello era incline ai più lugubri ripensamenti.
Era stanco, né più né meno che il resto della compagnia. Quell'estenuante girovagare di pianeta in pianeta, ovunque le più bizzarre e pretenziose forme di vita richiedessero le loro prestazioni, avrebbe finito per ridurre a miti consigli le velleità del più ardimentoso degli attor giovani. E per lui gli entusiasmi dei primi palcoscenici galattici, erano quanto mai lontani. Luc non l’avrebbe confessato nemmeno a sé stesso, ma in quel preciso istante stava prendendo in seria considerazione la possibilità di essere diventato vecchio.
Cullò per un attimo il pensiero di mandare ogni cosa a farsi friggere; di restituire l'anticipo e annullare la rappresentazione. Ma fu davvero un attimo. I suoi doveri di capo-comico gli imponevano di tenere in piedi la baracca. Coraggio Luc, si disse, facciamoci coraggio!
Si alzò e, sostenendosi con difficoltà ai mancorrenti insicuri, avanzò di fianco, verso gli alloggi dell'equipaggio.
Man mano che si avvicinava, le voci si facevano più distinte, i malumori più circostanziati, le irritazioni più ruvide.
Tossicchiò, allontanando un raschietto fastidioso, strascico di una vecchia infreddatura lunare, per annunciare un arrivo che rischiava di passare inosservato.
- Bene, ragazzi … eccoci, finalmente a Mimeis. - annunciò.
- Bello! Stimolante, non c'è che dire! Sento già riaccendersi il sacro fuoco della musa ispiratrice - ironeggiò Bel.
- Concesso, - Luc riteneva superflui e nient'affatto spiritosi la stragrande maggioranza dei commenti di Bel - ammetto che a prima vista possa anche apparire non proprio attraente. Ma non è detto che sia tutto così, no? Qualcuno ha dato un'occhiata mentre eravamo in fase di avvicinamento?
- Non credo. Eravamo tutti occupati a tenere insieme la Tespix. - Lo sfidò Bel.
- E ogni mano libera era impegnata nei debiti scongiuri. - Mol si era inserito nel dibattito con la discrezione che gli derivava da quella vocina esile esile che gli era valsa la nominale candidatura a prima attrice.
Luc fu tentato di fare la voce grossa e mettere ognuno al suo posto, dal veterano Bel alla recluta Mol; ma non ne ebbe il coraggio. Gli sarebbe parso uno spropositato sfoggio d'autorità.
C'erano stati tempi (Luc lo ricordava non senza nostalgia) in cui le parole sarebbero risultate superflue, e l’unico mastice a tenere insieme, invisibile e saldo, la disciplina, era ancora il suo intatto prestigio. Poi gli anni si erano intorpiditi, al pari delle membra. Troppe stelle erano state lasciate alle spalle e, per tutti, erano arrivate la noia insopportabile e la crescente nausea nei riguardi di quel copione il cui successo non accennava a scemare. E dire che gli inizi erano parsi promettere una lunga avventura esaltante! Ogni viaggio di trasferimento aveva avuto il sapore di un inebriante tuffo incontro alla celebrità.
A tutt'oggi, il fragore degli applausi e il calore delle accoglienze si mantenevano inalterati, ma in loro qualcosa si era logorato. Il desiderio di nuovi ruoli li tormentava. I continui rinvii e le eterne disillusioni li amareggiavano.
- E cosa recitiamo stavolta? - Se ne uscì Mol, con un entusiasmo che Luc credeva dimenticato, strappandolo alle sue meditazioni - Il terrestre Re Lear o la Mnasphernalia di Pfha?
Luc tacque un attimo, ancora sotto il peso dei suoi pensieri, e fu un male, perché l'inesperto Mol si ritenne autorizzato a continuare.
- Io sarei per la Mnasphernalia. So a memoria la parte della Luce Invisa. L'ho studiata durante i viaggi. Sentite ... - afferrò da una gruccia sbilenca una parrucca di ricci biondi, l'accese, se la calò in testa ed attaccò: - Voi non volete dirmi di chi io sia prigioniera, in questa corrente d’ombra che mi lega e mi indebolisce. Ma, qualunque sia il peso della mia condanna, io sento … -il viso di Mol parve trasfigurato. Nessuno conosceva tanto bene quel testo (i più ricordavano di avergli dato una scorsa, molto tempo fa), ma in quel momento nessuno ebbe il minimo dubbio: Mol era la Luce Invisa. - … sento che l'energia mi abbandona. 0 padre, quale raggio parte da me? Quale luce nascerà da me, dopo che io mi sarò spenta? Un nome, datemi un nome a cui immolarmi. Non fate che la mia vita si spenga senza l'illusione di aver brillato invano …
- Ora basta, Mol - intervenne rudemente Bel.
L’improvvisata platea si riprese, liberandosi dal fascino ipnotico di quell’opera mai messa in scena.
Perché? - domando costernato Mol.
- Perché papà Luc ha qualcosa da dirti. Non è vero Luc?
Mol si voltò verso il capo: - Che c’è? Ho sbagliato qualcosa?
- No, Mol; tutt'altro, - disse Luc, con dolore - sei stato bravissimo e puoi star certo che, se mai rappresenteremo la Mnasphernalia, la parte della Luce Invisa ti spetterà di diritto. Solo che …
- Oh no … non dirmi che anche stavolta si recita ... - Mol si interruppe. Sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.
- Sì, Mol; anche stavolta si recita la Rivolta.
Mol tacque, a capo chino. Si sfilò con infinito affetto la parrucca e la riappese delicatamente. Poi si avvicinò alla cassa dei costumi. Cominciò a tirare fuori i resti ammaccati dell'armatura che avrebbe dovuto indossare in scena. - Sei uno sporco pidocchioso rottame. Ecco quello che sei, - ripeteva allo scudo sforacchiato con voce strozzata.
Gli effetti dell'attesa ma odiata rivelazione rischiavano di aggravare il già consistente malcontento. Lo scompigliato arrivo dei Mimeosidi si rivelò quindi quanto mai provvidenziale. A giudicare dalla lucentezza delle piccole turbo astronavi, doveva trattarsi di Mimeosidi importanti.
Il loro atterraggio suscitò una moderata curiosità.
Giravano voci abbastanza circostanziate a proposito dell'irrilevanza del loro aspetto. Nessuno fu quindi particolarmente sorpreso nel veder scendere dai razzi un pugno di omuncoli dall'aria malaticcia ed ectoplasmatica. Uno, quello all'apparenza più cagionevole (chiaro sintomo di alto lignaggio) si fece avanti e porse il benvenuto. Doveva essere un addetto alle relazioni culturali, o qualcosa del genere. Sfilò davanti alla truppa schierata al gran completo, offrendo alla stretta una mano fredda ed incorporea. Poi, indicando la Tespix, abbozzò un rantolo spezzato che Luc ritenne dovesse essere interpretata per un sorriso.
- Abbiamo seguito le peripezie del vostro atterraggio attraverso le esospie, - comunicò con premura - vi aspettavamo in un altro posto, a dire il vero, ma abbiamo avuto la sensazione che vi siate trovati improvvisamente in difficoltà ...
- Oh', noo! - Intervenne Bel - abbiamo solo scelto questo luogo perché siamo stati attratti irresistibilmente dall’avvenenza del paesaggio.
Luc stavolta condivideva appieno.
- Vi capisco ... e sono contento di constatare come esso soddisfi il vostro buon gusto; - replicò sorprendentemente il Mimesoide. - D’altronde siete degli artisti e ci sarebbe stato di che meravigliarsi del contrario. Vedete, questa è la nostra più rinomata stazione climatica, una specie di giardino incantato, e ogni cittadino di Mimeis ha diritto a due cicli stagionali di soggiorno qui. Gratuito, s'intende. I nostri enti assistenziali hanno raggiunto un elevatissimo grado di efficienza – concluse con una punta di stanco orgoglio.
Luc stava per l'appunto inghiottendo un po' della polvere acre che quel giardino incantato spargeva tutt'attorno. – Spero di non aver procurato danni ... - si affrettò a scusarsi.
- Si rimetterà presto in sesto. Come potete vedere, si sta già provvedendo in tal senso, - lo rassicurò il Mimesoide.
E infatti qualcosa stava operando con alacre efficienza. Una sorta di meccanismo di cicatrizzazione si dava a cancellare le tracce dell'atterraggio, restituendo i dintorni alla primitiva piattezza.
- Temo piuttosto - proseguì il notabile nello stesso tono lamentoso - che la vostra astronave ne abbia risentito. Ha un aspetto … non saprei come dire … leggermente malfermo.
- Ha parlato l’oscar galattico della salute, - sibilò Chem, con vigore sufficiente a farsi udire dai compagni, ma non tale da inimicarsi l’ospite. Quindi ruppe spontaneamente le righe di quel presentat-arm e cominciò ad ammucchiare i costumi in uno scatolone impecettato. Cardine insostituibile nell’economia familiare della compagnia, Chem era, oltre che una spalla ineguagliabile, un fantasioso costumista ed un trovarobe dal fiuto canino. Un intero universo di nastri adesivi, lacci, toppe, cuciture e colle si era sedimentato su ognuno dei suoi involucri variopinti.
- Se vogliono seguirmi, mostreremo loro gli alloggi. - Il ministro di Mimeis continuava a fare sfoggio di un’ufficiale, categorica cortesia.
Ogni disco aprì un portello esagonale ad inghiottire gli attori divisi in gruppetti di quattro o cinque, poi la formazione si involò in silenzio, con la discrezione di un'apparizione. Vista da lontano, la Tespix sembrava ancor più diseredata: un vero e proprio relitto cosmico.
Durante il volo gli ospiti cominciarono allibiti a comprendere quale sconfortante verità si nascondesse dietro tutte quelle allusioni al giardino incantato. Il pianeta, nella sua interezza, altro non era che una grigia, calva palla da biliardo. Il luogo dell'atterraggio, con i suoi sassi e le sue crepe, rappresentava l'unico angolo accidentato.
Evidentemente l'irregolarità, su Mimeis, era sinonimo di sfrenata bellezza.
I commedianti vennero alloggiati in uno spartano alveare. IL Mimeoseide accompagnò personalmente Luc alla sua stanza e, dopo avergliela mostrata, promise: - Domattina vi farò da guida al luogo della recita. Potrete così prendere confidenza con il palcoscenico e dare un’ultima ripassata alla parte.
- Ecco una cosa di cui abbiamo proprio bisogno- grugnì Luc tra sé e sé - Una bella ripassatina alla parte!
L’ectoplasma ministeriale dileguò, lasciandolo solo.
Luc ordinò la cena e mangiò con grande appetito, come gli accadeva sempre quand'era di cattivo umore. Doveva a questa inconscia ripicca gastronomica la sua preoccupante tendenza ad ingrassare.
E la pancia non si addiceva ai capi, si ammonì con poca convinzione.
Il menù, fortunatamente, era interstellare.
Non aveva sonno. Così, quando ebbe finito, decise di prendere una boccata d'aria. Sperava che di notte fosse meno pregna di polvere.
Se ne stava in terrazza, calcolando mentalmente il periodo di rivoluzione della più bassa delle quattro lune di Mimeis, quando Bel entrò in silenzio e, sempre in silenzio, sedette accanto a lui. Luc tralasciò di apprezzare il suo arrivo.
Fingeva di interessarsi ancora alla quarta luna.
- Un'ora e venti minuti esatti, - interferì Bel - La notte qui non offre molte distrazioni.
- Già. - Luc era fermamente deciso a lasciar cadere nel vuoto ogni tentativo di intavolare una discussione.
Spero che tu abbia capito perché l’ho fatto. Vero che l'hai capito, Luc?
- Forse.
- L'hai capito. L'hai capito ... altrimenti non te ne staresti là, con quell’aria da cane bastonato. Quando perderai il maledetto vizio di soffrire di ogni delusione dei tuoi uomini come se ti toccasse personalmente?
- Sciocchezze! Sono solo stanco del viaggio.
- Luc! … Con me!
- D’accordo. Diciamo allora che per Mol non deve essere stato piacevole.
- E credi che per me lo sia stato?
Luc esitava. L'insperata occasione offerta da quel colloquio non meritava d'essere sprecata per uno s>ciocco puntiglio … Chissà se si sarebbe mai ripresentata!
- Lo so, Bel, - ammise - So che nemmeno per te deve essere stato piacevole. Ma il tuo intervento, a quel punto, era ormai inevitabile. Ho sbagliato io.
- Ma no!
- Sì. Non avrei dovuto permettergli di cominciare. Hai fatto benissimo ad interromperlo. Dopo sarebbe stato peggio.
- Ama troppo quella parte.
- Tutti ameremmo qualche altra parte. Ma ormai credo sia arrivato il momento di dire definitivamente addio a questi nostri sogni da casa di riposo. Non reciteremo mai nient'altro, nient’alto all'infuori di "Rivolta"
- Il nostro capolavoro! – commentò Bel con matura amarezza - Il nostro insopprimibile capolavoro. Ricordi le prime repliche, Luc?
Luc tacque. Ricordare faceva male, sempre. Ma col passare del tempo ne faceva ancora di più. Comunque, Mimeis era servito a riavvicinarli un po' lui e Bel, sfrondando la loro vecchia amicizia di alcune incomprensioni acuitesi durante gli ultimi viaggi, e non era poco. Ora, nella monotonia della notte a quattro lune, c'era qualcosa di piacevole a cui pensare.
- Ho già fatto un piccolo conto, dopo cena … non avevo niente da fare, e così … - accennò Bel, con un'aria a metà tra la rievocazione e lo sgomento - Lo sai che replica sarà quella di domani?
- Non ne ho la più pallida idea.
- La centomillesima.
La cifra era stata buttata là come per caso, ma la sua imponente, intrinseca tristezza travalicava qualsiasi commento, generando un sofferto imbarazzo.
Le quattro lune scomparvero per un po' tutte insieme dietro l'orizzonte, e il buio li divise irrimediabilmente.
- Luc ... - Bel aveva sfoderato il tono carezzevole di cui si serviva per introdurre i discorsi seri. Era quell0 il suo modo ingenuo di farsi perdonare quelle divagazioni che sembravano essergli costituzionalmente negate. Per tacita ammissione generale, Bel poteva infatti essere duro, irritante, manesco, raramente spiritoso, ma mai profondo.
- Luc che ne diresti se …
Nell'esitazione, l’asfissiante incombere della impenetrabile volta oscura parve aggravarsi. Luc evitò di intervenire. Lasciava che il buio covasse la sua inquietudine. Se era nel giusto, e aveva una gran paura d'esserlo, una nuova tentazione, da respingere dolorosamente, era in agguato.
- Avrei pensato - si decise Bel - che, per una volta tanto, potremo provare a cambiare il finale.
- Ne hai parlato all'impresario?
- No … non ancora. Pensavo sarebbe stato meglio non avvertirli, per evitare …
- … che annullino il contratto. Bel, ti sei mai chiesto per quale motivo veniamo scritturati con tale costanza e dai più disparati popoli della galassia?
Bel esitò un po'. Sembrava cercare la più plausibile tra le ragioni alle quali sapeva di non credere. Infine disse: - Per il realismo della nostra interpretazione, credo.
- Per il finale, - sentenziò amaramente Luc - Soltanto per il finale.
- E sia. Vuol dire che non ne faremo parola ad alcuno. Tireremo avanti come al solito … I preparativi, l'introduzione, la recita … Tutto secondo le regole. Poi, quando saremo giunti al finale, lo cambieremo.
- Vuoi dire che proveremmo a cambiarlo. Hai idea di quante probabilità di riuscita avrebbe un finale diverso?
- Se non ci proveremo, non lo sapremo mai.
- Mi pare di ricordare che una volta … accennò Luc, frugando dolorosamente su un passato su cui, per comune accordo, era stato steso un velo di silenzio.
- Luc, ti prego! …
- E tu dovresti ricordartene, dal momento che eri già in compagnia.
- Non vedo perché …
- Perché? Perché abbiamo il dovere di essere onesti con noi stessi, una~ volta tanto, o almeno di provarci. Ecco perché. Non possiamo continuare a far finta d'ignorare che una volta siamo stati liberi di scegliere.
- Ma è stato tanto tempo fa!
- È stata la nostra prima recita, non c'è bisogno che sia tua farmelo notare. Eravamo tutti alle prime armi allora; un'orgogliosa compagnia di debuttanti pieni di belle speranze e di altrettanto belle idee … che puntualmente decidemmo di mettere in pratica. Il finale non era stato ancora scritto, e noi scegliemmo quello che ci sembrava più eroico, il più vicino alla nostra esuberanza giovanile.
Ma perché ti sto dicendo tutto questo? Tu ricordi perfettamente ogni cosa, no?
Bel tacque.
- Lo ricordi, vero? Lo ricordi, Bel? - incalzò Luc impietosamente.
- Si … si ... - ammise Bel, sconsolato.
- Ci comportammo come meglio credemmo, con il bel risultato che sappiamo.
- Siamo stati sfortunati. La prossima volta …
- Non sarebbe diverso. Noi non siamo più quelli di allora, Bel, renditene conto. Le nostre migliori energie sono state dissipate dagli anni. I nostri entusiasmi sa solo il cielo su quale asteroide li abbiamo dimenticati. Andrebbe a finire esattamente com’è già finita, credimi. E questa volta non avremmo nemmeno la scusa di esserci attenuti al copione. Ne usciremmo miseramente, per quello che siamo.
- Un branco di guitti dello spazio, - sintetizzò Bel - Una congrega di poveri guitti girovaghi che percorrono i sette cieli su una parodia d'astronave, pagati per recitare sempre il medesimo dramma, a patto, sia ben inteso, che venga rigorosamente rispettata l'inevitabile sconfitta finale.
- È il nostro mestiere, Bel. Nessuno ce l'ha imposto. L’abbiamo scelto noi, con tutte le sue gioie e le sue miserie.
- Le sue gioie!
L'amarezza di Bel parve contagiare la notte, dilatandone a dismisura l'oscurità.
- Abbiamo avuto anche noi le nostre brave soddisfazioni.
Con quest’affermazione, il discorso si sottintendeva chiuso. Ma quella sera Bel aveva in animo di presentare la questione in termini particolarmente tentatori.
- Hai mai pensato al male che facciamo col nostro esempio negativo?
- Suvvia, Bel; una recita non ha mai fatto male a nessuno.
- Ma se andiamo propagandando per l’intero universo le meraviglie di una disfatta! E fosse solo questo. Ormai ci siamo talmente immedesimati nella parte dei perdenti nati, che basta guardarci in faccia per capire da che parte tirerà il vento.
Non c'è che dire: veramente uno spettacolo edificante, soprattutto per gli spettatori più giovani!
- Ci pagano per questo. Viviamo di questo, non dimenticarlo.
- Una volta, … una sola, - lo scongiurò Bel - Ne ho già parlato agli altri. Sono tutti d’accordo.
- No, non posso permetterlo, - disse Luc con inaspettata dolcezza - E non soltanto per noi, per l'ennesima frustrazione che ce ne deriverebbe.
Soprattutto non voglio coinvolgere i ragazzi. Sarebbe ingiusto e crudele. Lasciamo che Mol e gli altri novizi continuino a credere che si obbedisca ad un copione, che sia una nostra scelta, di comodo magari, o dettata da ottusità professionale, ma dipendente comunque sempre e solo dalla nostra volontà. Non abbiamo il diritto di dar fondo anche alle loro illusioni.
Bel era, con matematica certezza, di diverso avviso, ma rinunciò a controbattere. Il prestigio di cui Luc godeva ai suoi occhi e al cuore era tutt'ora intatto e, al di là dell'amichevole sentimento che si era instaurato con la diuturna vicinanza, il dislivello che li separava avrebbe continuato a conservare la sacra invalicabilità di un grado militare.
Si alzò e fece per andare. Luc continuava a guardare fisso davanti a sé. Un paio di lune erano sorte di nuovo e, alla loro livida luce Bel temette che il capo stesse pensando alla prima volta. - Luc? - mormorò.
- Sì?
Bel avrebbe voluto riempire quel silenzio che lo tormentava con parole capaci di esprimere compiutamente tutto l'affetto e l'amicizia che il suo cuore nutriva per il capocomico; parole che sapeva esistere e che, in bocca agli altri, sembravano così facili da dire. Ma in lui, al momento di esternarsi, i sentimenti si ingolfavano, si facevano confusi e precipitosi, quasi abitassero stretti e scomodi in quel corpaccione grasso e muscoloso e non vedessero l'ora di slanciarsi fuori, urtandosi e sopraffacendosi. Represse anche l’impulso di poggiargli una mano sulle spalle, per paura di risultare goffo e greve. -Buonanotte, Luc. - Non riuscì a dire altro.
- Buonanotte. Credimi, Bel; è meglio così.
L'indomani mattina, di buon’ora, una piccola scodella d'argento, portò Luc e Bel a visionare la scena. Era un qualsiasi rettangolo di terreno che sarebbe stata impossibile individuare se non fosse stato approssimativamente picchettato.
Si posero al vertice inferiore destro. Lo spettrale ministro dello spettacolo alzò un braccio diafano ed indicò: - Loro verranno da lì.
- Veramente noi siamo abituati a recitare dando la scalata ad una montagna o qualcosa del genere - interloquì Luc - Sa, "Rivolta" è la storia di un'ascesa.
- Di un tentativo di ascesa, - corresse malignamente il Mimeosoide - Comunque provvederemo. Da questa parte metteremo un cartello con scritto BASSO, e laggiù uno con scritto ALTO. Va bene?
Luc si sforzò di sorridere, e il ghigno che gli venne fuori dovette essere la perfetta imitazione di un compiacimento mimosoide, perché l'anfitrione dette in evidenti, lugubri manifestazioni di gioia.
Rientrarono in albergo in preda a scontrosi pensieri.
- Sai una cosa, Bel? - se ne uscì Luc, mentre attraversavano la hall disadorna -Forse, qualcosa di nuovo ci sarà stavolta. Dubito che gli abitanti di questo pianeta da strapazzo siano capaci di qualcosa di più di una formale approvazione.
- Vuoi dire un mezzo fiasco?
- Non proprio. Un'accoglienza tiepida, piuttosto.
- Pensa che bello se fosse l'inizio della fine delle fortune di "Rivolta"!
- Di Mimeis non è che ce ne siano tanti.
- Già … lo spazio pullula di spettatori esuberanti pronti a spellarsi le mani e di critici inclini alla lode sperticata. Luc … - Bel si arrestò un attimo, ai piedi della scalinata appena abbozzata che portava ai piani superiori. Sembrava raccogliere le forze, ma non era ben chiaro se per affrontare la salita o per il peso di quanto si apprestava a dire - Esiste la speranza per gente come noi?
Luc non rispose.
Salirono in silenzio, poi si divisero, raggiugendo le rispettive stanze.
L'intera compagnia passò la giornata in albergo. Ognuno se ne restò in camera, solo col suo scontento. qualcuno lesse e qualcuno ricordò. Molti preferirono non pensare. Della magica ed elettrizzante atmosfera della vigilia non restava ormai che l'ansia dell'attesa.
La notte trascorse lenta, dominata dall'insonnia. L'alba vide già tutti in piedi; truccati e con i costumi indosso. Nonostante i preparativi fossero stati ultimati con largo anticipo, la troupe era impegnata in un'ostentata dimostrazione di efficienza. Sembrava avessero una gran fretta di sbrigare quella noiosa formalità.
A colazione, quando l'inoperosità divenne una condizione ineluttabile, la rassegnazione prese una volta di più il sopravvento. I musi lunghi si sprecavano. Nessuno osava guardare Luc. Il dispiacere ed un certo risentimento per il suo rifiuto bruciavano ancora. Solo Bel non sembrava disposto a disarmare. Seduto come da gerarchia alla destra del capo, non la smetteva un solo istante di cercare il suo sguardo, con un’espressione accorata ed implorante che a Luc faceva male dover ignorare.
Alle nove in punto, ora locale, un disco di dimensioni insolite (ancora non ne avevano visti di così grandi solcare i cieli del pianetastro) venne a prelevarli.
Il tragitto parve a tutti interminabile.
Al loro arrivo l’intera popolazione di Mimeis faceva ressa attorno al così detto palcoscenico.
La partecipazione era imponente ma silenziosa, quasi distaccata.
Chissà cosa si prova a non nutrire alcuna emozione, si chiese Luc. Poi gli venne da pensare a quella scena sulla quale si apprestava a ripetere i medesimi passi per la centomillesima volta. Centomila repliche … a dirlo non ci si crederebbe!, meditò, e per un eterno attimo atroce si sentì affine a quella moltitudine che era intervenuta in massa e che pure se ne restava lì, apatica ed assente, quasi che millenni di noia si fossero sommati, a costituire un diaframma invalicabile tra i sentimenti, che la loro natura non doveva ancora essere giunta ad eliminare, e il corpo e i suoi sensi che, ormai disillusi, a questi si rifiutavano di partecipare.
La compagnia si schierò attorno al cartello con scritto BASSO.
Luc guardò attentamente davanti a sé, senza scorgere nulla. Non c'era traccia di movimento, nemmeno la striscia di polvere che avrebbe dovuto tradire un ammasso di uomini in marcia quale si attendevano di trovare. Gli altri erano quindi in ritardo. Luc rivolse un'occhiata interrogativa al ministro, un’occhiata del tipo "e adesso! Non possiamo mica andare avanti da soli!"
Il ministro li rassicurò con un cenno. - Cominciate pure. Loro saranno ad attendervi, - aggiunse.
Secondo un uso istintivo, Luc si voltò alla ricercar di Bel. Aveva bisogno di saperlo al suo fianco. Temette di trovarlo ancora imbronciato o distante, ma si sbagliava. Bel rispose con un incoraggiante sorriso d'intesa. Confortato da quella tenera testimonianza d'affetto, Luc lanciò un lungo grido roco e modulato. Era il segnale. La troupe mosse le sue schiere un tantino logore all'assalto e la Rivolta ebbe inizio.
Raramente il sangue di un attore riesce a mentire a lungo. Così, non appena dato il via, ogni stanchezza e nausea dileguarono, e ciascuno profuse nell'interpretazione il meglio di sé. Grazie all'impegno collettivo furono in grado di trasmettere ugualmente, pur nella raccogliticcia accozzagli delle armi, la necessaria impressione di potenza.
Un brivido di ammirata emozione serpeggiò per la platea (qualcosa sono ancora in grado di provare allora, si rallegrò Luc) e per un attimo qualcuno, avvinto nell'impatto tra le avverse fazioni, temette che il finale fosse davvero tutto da giocare.
La rappresentazione riscosse un plauso atipico difficilmente decifrabile, superiore comunque alle attese di Luc. Ma gli attori, coerentemente sconfitti, distrutti dalla fatica, pesti e laceri un po' più di prima, non ebbero modo né voglia di goderne. Appena ne furono in grado, ripresero la via della Tespix, rinunciando a qualsiasi supplemento di applausi e declinando gentilmente ma con sfinita fermezza ogni richiesta di bis. Avevano altro a cui pensare: rimettere l’astronave in condizione di riprendere il cielo. Camminavano lentamente ed in silenzio, trascinando le armi. Il finale della commedia era diventato a tal punto una parte di loro che a guardarli si aveva davvero la sensazione di un esercito in rotta.
Alla Tespix lavorarono sodo, a dispetto della stanchezza, spinti più che altro dal desiderio di lasciare quel posto il più presto possibile.
Quando dal rintronare dei martelli e delle seghe, dallo sfrigolio dei saldatori autogeni e dalla marea di imprecazioni e incitamenti la Tespix risorse felicemente in grado di mettersi in volo, i primi sintomi di una gioiosa animazione presero a fare capolino qua e là: per la compagnia. Bene male, il decollo rimaneva un momento piacevole.
Per un po' si poteva anche fare a meno di pensare alla prossima replica e lasciarsi andare all'emozione del viaggio.
Questa volta poi ci fu più animazione del solito perché, al momento di confermare la presenza al proprio posto, la spia di Mol rimase spenta. Sospettando un tutt'altro che imprevedibile corto circuito, Luc ripeté l’appello a voce. Ma neppure stavolta Mol rispose.
Le operazioni di decollo vennero immediatamente interrotte e la partenza rinviata. In un battibaleno tutti si dettero a perlustrare l'astronave.
L'appello radio all'equipaggio veniva ripetuto regolarmente ogni due minuti, mentre ogni palmo della Tespix veniva messo a soqquadro, ogni anfratto buio illuminato, ogni ripostiglio rovistato.
Senza alcun risultato. Mol sembrava essersi dissolto.
Fu a questo punto che Luc decise di riunire l'equipaggio in sala comandi. Da una breve inchiesta ci si rese conto che nessuno aveva visto salire il ragazzo a bordo. Mol era quindi rimasto indietro.
Che gli fosse accaduto qualcosa di spiacevole? Luc non riusciva ad immaginarsi un Mimoside capace di tirar fuori dalla sua apatia un atteggiamento anche parzialmente ostile, ma non si poteva mai dire.
L’esperienza gli aveva insegnato che nello spazio la cattiveria e l'astuzia sapevano assumere le vesti più impensate.
- Se hanno torto un solo capello a Mol … - soffiò tra i denti, -di questo pianeta non resterà nemmeno la sua stupidità.
Ritto davanti a lui, gli occhi lucidi, Bel assentì, con un vigore che riteneva ormai sotterrato.
Un identico furore vendicativo si era intanto impadronito dell'intera compagnia. A richiesta generale, Chem aveva già tiralo fuori i suoi scatoloni, e non si aspettava che un cenno di Luc per dare inizio alla distribuzione delle armi. Forse era giunto davvero il momento di menare le mani alla cieca. E stavolta non ci sarebbero stati copioni di sorta a limitare le loro capacità belliche.
Luc stava per dare l'ordine di prepararsi alla sortita, quando Bel, tendendo lo sguardo ad indagare l’orizzonte, vide una sagoma correre in direzione della Tespix. Il cuore prese a battergli con foga giovanile.
La sagoma si avvicinava con lentezza esasperante, pur correndo a perdifiato. Gli occhi incollati al suo progredire, Bel, in un vorticoso carosello, continuamente alimentava e bruciava, per alimentarla di nuovo, la medesima speranza.
Finalmente, dopo un tempo che gli era parso eterno, i suoi stanchi occhi riuscirono a metterla a fuoco. Immediatamente il vecchio muscolo impigrito, che con tanta riluttanza si concedeva ormai alle emozioni, ritrovò i fremiti della gioia. Era Mol. Sventolava un pacco di ritagli di giornale.
- Ma guarda quel figlio di comparsa dai facili costumi, - mormorò sorridendo l'anziano attore - rischiare di farci prendere un accidente per quei quattro pezzi di carta con le solite chiacchiere inutili.
Mol aveva intanto raggiunto il portello. Lo guardava da sotto in su, sorridente e candidamente ignaro del putiferio suscitato - Almeno le recensioni volevo portarle via come ricordo, - si scusò col fiato ancora mozzo dal gran correre.
Bel allungò una mano, lo tirò su, poi gli allungò uno scapaccione affettuoso. Le sue intenzioni erano paterne, ma la mano ancora pesante, così che Mol comprese di meritare una punizione.
- Io pensavo che vi avrebbe fatto piacere leggerle ... - cominciò contrito, poi tacque. Forse solo ora si rendeva conto dell'infrazione commessa.
Quanto ti durerà, figliolo? pensava Bel. Sapessi quanto ricordi al vecchio Bel un altro Bel dall'entusiasmo contagioso e … - E adesso fila da Luc. Sai quello che ti aspetta. - disse, congedandolo.
Mol si allontanò contrito, testa bassa.
Resta così finché puoi ragazzo; fallo per te, ma fallo anche e soprattutto per noi, lo benedisse in silenzio Bel.
Contrariamente alle minacce di Bel e ai timori di Mol, Luc non se la sentì di punire la recluta.
Anche ai suoi occhi quell'atto di indisciplina aveva un fondo di integra purezza che meritava d'essere rispettato. Si limitò a rimproverarlo e a minacciare l'esclusione dal ruolo nel caso di una nuova insubordinazione. Il giovane salutò piegando un po' più la testa che, per tutta la durata della ramanzina aveva già tenuta bassa, e uscì.
Luc sedette ai comandi. Lo sguardo gli cadde sui ritagli che Mol aveva lasciato sul suo tavolinetto. Ne prese uno a caso e, in attesa che l'equipaggio prendesse posto, cominciò a leggere:
"Abbiamo assistito oggi all'evento principe della nostra stagione, teatrale: la rappresentazione di "Rivolta". Il noto dramma che è un'esaltazione del trionfo del bene sul male ha riscosso l'usuale successo. Eccezionale per carica e qualità l'interpretazione di Dio e degli Angeli, fedeli nella parte dei vincitori; un'autentica, indimenticabile pagina di grande teatro. Di maniera e leggermente priva di mordente quella di Lucifero e della sua armata ribelle (ricorderemo comunque, per rigore professionale, Belzebù, Chémos e il giovane Moloch). Vista la rassegnazione con cui le forze del male si ostinano a condurre i loro assalti, non ci sorprende che esse vengano regolarmente respinte. Non si replica."
Luc era deluso. Non era tanto l'insolita freddezza con cui era stata accolta la prova della compagnia a dispiacergli (in fin dei conti se l'aspettavano), quanto il fatto che il critico di Mimeis, facendo violenza alla propria natura, era riuscito a profondersi in sperticati elogi nei confronti dei loro eterni rivali. Era proprio vero che erano l’adulazione e l'opportunismo a far girare l'universo!
Lasciò scivolare il foglio nell'inceneritore. Ne seguì mentalmente il rapidissimo dissolversi, cercando di identificarvi perfino la memoria di quella centomillesima replica. Poi controllò il quadro.
Tutte le luci erano accese. Girò la chiavetta dell’accensione, chiuse gli occhi e formulò una scaramantica, intensa preghiera.
La Tespix tacque a lungo, poi, come risvegliandosi da un letargo ristoratore, sobbalzò, fremette, sobbalzò ancora e infine, con molte meno difficoltà del previsto, si innalzò, puntando sulla più lenta delle quattro lune.
Pochi istanti dopo, mentre su Mimeis ancora aleggiava emozione per lo spettacolo, la Tespix non era che un puntolino indistinto contro il mare di stelle, pronta a portare in giro per la Via Lattea la rappresentazione della caduta di Lucifero e della sua schiera, a gloria effimera dei migliori diavoli girovaghi dello spazio, e a gloria imperitura dei buoni Angeli opportunisti e del Dio di ogni pianeta.
Eppure, sotto la cenere di quella professionale sciatteria, in ogni demone della Tespix covava inestinta la scintilla di una indomabile fierezza.
da "The Time Machine" n. 2/‘77
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