Pomeriggio d'agosto
di Ugo Revello
Gino sonnecchiava nell'afa del primo pomeriggio, concretizzando, ad intervalli di una regolarità impressionante, il suo travaglio gastrico con mefitiche zaffate, che avevano, misto ad un leggero sentore biliare, il sapore di quell'innominabile schifezza che gli avevano ammannito al self del cubo 34.
E dire che aveva scorso con attenzione la lista scegliendo poi un piatto dal nome allettante:
ENTRECOTE VEGETAL HYDROPONIQUE AVEC GEANTS DES MONTS HIMALAYA
o qualcosa di simile.
Niente da fare. Si trattava del solito incredibile intruglio, forse per prestare servizio in un self era più utile una laurea in lingue che l'attitudine alla cucina: i menù, zeppi di parole straniere, erano infatti la parte migliore del pasto; in quanto al cibo, meglio avere le papille di cemento e l'esofago zincato.
Aveva letto in una statistica che l’ulcera colpiva l'84% degli individui nei paesi industrializzati. A giudicare dal modo in cui mangiava normalmente, riteneva che la stima fosse tutto sommato alquanto ottimistica.
Pazienza, quando il suo stomaco avesse iniziato a mutarsi in una forma di groviera, avrebbe provveduto.
Poteva permettersi l'acquisto di un apparato digerente naturale?
Fece mentalmente qualche conto: Pasquale, il ganzetto di sua sorella, quarto nella leadership del Sindacato Protettori, e per di più figlioccio di Carmine Lo Martire, si poteva considerare una personalità, almeno a livello cittadino; eppure aveva scucito, con tutte le sue amicizie, mezzo milione di crediti per un pancreas naturale, e neppure in splendide condizioni, a quegli strozzini della Banca degli Organi. Ad un comune mortale uno stomaco sarebbe costato in definitiva più di un milione di crediti. Cose da non credersi!
L’unica soluzione accettabile era dunque una bella protesi sintetica; oltretutto la cosa non gli dava soverchio fastidio, non trattandosi di un organo esterno. Si vedevano troppo le orecchie di acrilico, le mani di resine fenoliche, per non mettere in imbarazzo chi le portava, ma avrebbe sfidato chiunque a riconoscere un possessore di budella artificiali, per esperto che fosse di trapianti e di protesi.
Il futuro gli parve di colpo più roseo.
Plastica, pilastro portante del progresso, rimuginò, lievemente compiaciuto. Alla malora quegli uccellacci del malaugurio che gracchiavano profezie su un mondo soffocato da montagne di sostanze non biodegradabili, di scatolette, di schiuma, quei futurologi da quattro soldi buoni solo a prevedere catastrofi. Suo nonno era di quella risma: un vecchio arteriosclerotico che non faceva che frignare e vaneggiare di fitte foreste e fiumi dove l’acqua era limpida, cose che erano forse esistite solo nella sua fantasia degli ultimi anni, quando si era alquanto rincoglionito.
Per quanto ricordava lui, le uniche piante erano sempre state quelle del giardino fitologico (né conosceva luogo dove ne potessero crescere altre); tutti i corsi d'acqua senza eccezione alcuna erano ricoperti da un buon mezzo metro compatto di residuo di detersivi che li facevano rassomigliare a tanti enormi bagnoschiuma semoventi.
Già, tanti bagnoschiuma. L’immagine gli piacque, l'assaporò soddisfatto; dopo un istante, venuto da chissà quale libidinosa circonvoluzione cerebrale, in essa si immerse lo splendido corpo nudo di Nanette Buttocks, la star del porno~movie, come l'aveva vista nella sua ultima fatica cinematografica (e proprio di fatica si doveva parlare), "Col pony è bello", il suo corpo sfacciato e provocante che giocava con le iridescenze disegnate dalla luce sulle creste di spuma.
Che donna la Nanette! Quelle tette incredibili, quelle cosce sode risaltavano su 3D in maniera unica, una vera istigazione a delinquere; non riusciva ad immaginare chi non se la sarebbe fatta più che volentieri.
Sentì il sangue pulsargli sordamente nelle orecchie; Cristo, ad una così lui non ci sarebbe mai arrivato! Ripensò con rabbia alle sue avventure con le baldracche a tassametro della Quarta Soprelevata, alle sue orgette con qualche stimolante di dubbia efficacia, alla pletora di fanciulle che facevano finta di scordarsi la pillola per farsi mettere incinte dal primo che capitava e trovare nel destino di mogli e madri una ragione di vita che non erano riuscite a darsi altrimenti.
Il suo disgusto fu rafforzato da un puntuale rigurgito nauseabondo; che questa volta portava in sé anche il sapore amaro del frutto proibito.
Meglio condurre la mente sonnacchiosa a fantasticherie più innocue, meglio non squagliarsi il cervello nel tentativo di dar corpo ad improbabili chimere nella calura di quell’agosto infernale.
Si appisolò cullandosi con lo strofinio delle unghie sulla barba di due giorni.
Il sibilo lacerante del passeggeri delle 2,45 lo riportò brutalmente alla realtà. Il muscolo della palpebra destra cominciò a vibrare violentemente: queste reazioni nervose lo mandavano regolarmente in bestia, si sentiva impotente di fronte a loro, incapace di fermarle, e più aveva la certezza di essere indifeso, più la paura cresceva, nuda, pulsante come la sua palpebra che pareva non avesse alcuna intenzione di arrestare quell’anarchico desiderio di vitalità autonoma.
Osservò ad occhi socchiusi, maledicendola, l’enorme sagoma che scompariva nel cielo caliginoso, snocciolando mentalmente una incredibile serie di bestemmie fiorite e circostanziate che riguardavano i passeggeri, i membri dell’equipaggio, gli addetti alla torre di controllo, le loro famiglie, le loro discendenze.
Il livello dei decibel finalmente decrebbe fino alla soglia della percettibilità, si spense in un lontano rombo indistinto. Un profondo sospiro di soddisfazione gli uscì dalla gola; gli sembrava che anche la palpebra fosse venuta a più miti consigli. Schioccò le labbra due o tre volte e si assestò sulla sdraio cercando la posizione ottimale.
Un miagolio.
Un altro.
Qualche divinità trascurata di un pantheon a lui ignoto doveva avercela con lui, decise, fuor d’ogni dubbio c'era della premeditazione.
Si sporse verso la ringhiera per scorgere quel bastardo di un gatto e tirargli la prima cosa che gli capitava sottomano.
Niente.
Il cortile era deserto.
Eppure quel disgraziato continuava il suo strazio.
Frugò con lo sguardo negli angoli più riposti, dietro i bidoni dell'immondizia.
Niente.
Neppure l'ombra di quel fottuto felino.
Ora che era più sveglio, però, gli parve che quella lagna non provenisse dal basso, ma da qualche punto non meglio identificato all'incirca alla sua altezza.
Sulla sinistra.
Neppure, molto distante.
Ma si, il figlio dei vicini!
La tramezza che divideva il lungo balcone era leggermente rientrante rispetto alla ringhiera.
La raggiunse e, senza neppure sporgersi, lo vide.
Quando i genitori se ne erano andati, sa il cavolo dove, avevano lasciato la culla in una zona d’ombra; probabilmente si erano trattenuti fuori troppo a lungo ed ora i raggi del sole piovevano di sbieco sul viso del marmocchio, che stava gradualmente incrementando il tono del suo spossante piagnisteo.
Piantala, porca eva, piantala, maledetto rompiscatole!
Macché, sembrava che la situazione tendesse a peggiorare con l'andare dei minuti.
Ci sarà un modo per calmarlo, pensò, ci sarà un modo per starsene di nuovo un po' tranquilli.
Si guardò intorno.
Qualcosa per farlo giocare, sì, quella vecchia maracas, sbiadito souvenir di uno dei suoi viaggi di gioventù.
Tornò stringendo gli strumenti impolverati, un po' impacciato da essi. Oltrepassò con qualche difficoltà la divisione (vecchio rudere rammollito, si disse fra i denti), si portò vicino alla culla.
- Senti che bello, senti, non ti piace il suono dei sonaglietti? Su ciccio, smettila una buona volta di rompere, ascolta qui, ascolta un momento!
Niente.
Quello continuava imperterrito nella sua indefessa opera di perforazione della membrana timpanica.
- Senti che bello, dai, calmati, chiudi gli occhiucci.
Lo portò all’ombra.
Niente.
Insisteva, non la piantava più.
- Vuoi proprio farmi incavolare, piccolo deficiente; ero venuto qui con le migliori intenzioni, e tu stai cercando di farmi uscire dai gangheri.
Ascolta, dai, fai uno sforzo per calmarti.
La palpebra ricominciò le sue pulsazioni.
- Lo vedi che lo fai apposta a farmi incazzare, lo vedi, piccolo fetente moccioso? Stai o non stai zitto una volta per tutte?
Il primo colpo non lo dette con molta convinzione, poco più di un buffetto, ma questo contribuì a spaventare ulteriormente il bambino.
Che urlò ancora più disperatamente.
Allora due, cinque, dieci colpi, sempre più duri, sempre più cattivi.
Ora il pupo era tranquillo.
A parte i tratti del viso alterati forse più del lecito, e la posizione un po' troppo reclinata della testa, pareva tutto regolare.
Sembrava dormisse.
Riattraversò la tramezza e si stirò voluttuosamente.
Che pace!
Una bella doccia ci voleva, per lavare via il sudore ed il sangue che gli rendeva le mani appiccicose.
E forse ce l’avrebbe ancora fatta a schiacciare un pisolino, prima di accendere la tele alle 5 per vedere quell'incontro di lotta all'ultimo sangue fra Uragano Smith e Joe Lo Sfregio che lo interessava tanto.
da "The Time Machine" n. 2/‘77
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