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Cacciatore


di Paolo Lanzotti


Sto fissando quel corpo abbandonato come un burattino inerte tra le rovine. Lo vedo. Vedo quelle labbra strette in un rigagnolo di sangue quasi per un'ultima bestemmia inudibile. Vedo gli occhi spalancati, tesi verso il cielo vuoto e lontano. E il lungo coltello piantato nella gola. Lo vedo.

Eppure non riesco ancora a crederci: Ary e morto.

Lo conosceva da quasi dieci anni. Avevamo diviso tutto, così come può farlo solamente una coppia di uomini abituati a mettere in gioco la propria vita ogni giorno, assieme. Ary è stato il mio maestro; se oggi sono un Cacciatore lo devo soprattutto a lui. Ed è morto.

Quel porco Inqui!

La ha bruciato senza dargli il tempo di respirare. Ma forse è meglio così. Spero che Ary non si sia reso conto di morire: amava la vita, lui. Si aggrappava a questa sporca esistenza con una caparbietà addirittura insensata. Ed è morto.

Mi scuoto a fatica. Perché lo compiango? Tutto quello che posso fare per lui, ora, è vendicarlo.

Adesso ha due motivi per uccidere l'Inqui.

Controllo metodicamente l'Auto-Laser. Regolo il termostato della Tuta Climatica perché mi dia un po' di refrigerio in quell'arsura opprimente.

Per abitudine, getto uno sguardo all'Indicatore d'Inquinamento legato al polso. E non so trattenere un’imprecazione. L’I.I. segna un tasso di inquinamento di tre punti superiore al massimo previsto in un territorio di confine: questo significa che la Zona Chiusa 27 va lentamente allargandosi.

Scuoto la testa: non posso farci nulla. E mi guardo attorno. Le terre di confine che circondano le Zone Chiuse sono tutte uguali. Vasti deserti di polvere o di fango, punteggiati di rovine sgretolate e maleodoranti paludi dove l’opera dell’uomo, lentamente, affonda nell’oblio. Territori non abbastanza inquinati per essere all’interno della Zona Chiusa e non abbastanza integri da poter essere abitati.

Deserti silenziosi. Terre di nessuno gettate come un ponte insicuro tra l'inferno e il paradiso.

Il territorio di confine che circonda la Zona Chiusa 27, non è diverso dagli altri. Il sole implacabile di quei giorni ha prosciugato la melma putrida che soffoca le rovine della Città morta.

Qua e là, carogne di animali ormai irriconoscibili brulicano di parassiti striscianti. Un odore acuto di materiale in decomposizione si mescola alla polvere, seguendo le raffiche di un vento capriccioso.

Il calore intenso accentua l’implacabile processo di putrefazione e l'aria, a volte, arriva alla gola con la violenza d'una pietra, provocando il vomito.

Com'è lontano il mondo civile da quella terra moribonda. La morte è una compagna pulita nei Meg-Alveari autosufficienti del mondo civile: è una presenza aerea e discreta che ti coglie serenamente in un letto candido, una mano fredda ma leale, che rispetta la dignità dell'uomo e delle sue opere.

Sembra quasi che non sia la stessa morte.

Eppure il confine è ancora nulla rispetto alla Zona Chiusa. Forzando lo sguardo verso nord, posso intravedere il territorio inquinato. L’aria rotola densa su quella terra. È un ammasso di fumi acidi che ricoprono il paesaggio desolato come un mantello nero e pesante. Una nebbia corrosiva, che stringe.

Anche a grande distanza percepisco l'odore rivoltante, come d’un cadavere putrefatto, abbandonato a marcire.

La vita, in quella giovane palude, è una commedia breve dal copione sempre incerto. Solo una morte viscida è a suo agio tra il fango e l'aria velenosa.

Mi costringo ad interrompere quegli inutili pensieri: ho un compito da assolvere.

Dopo un ultimo sguardo al cadavere insanguinato di Ary, torno al campo-base nascosto tra le rovine sbocconcellate della vecchia Città. Afferro una boccia di sinto-cristallo piena d’acqua e torno sulla strada. La getto in avanti. La boccia sfavillante disegna un breve arco nell'aria, tocca la polvere della strada, rotola e si ferma.

La fisso: l'Inqui non potrà fare a meno di vederla.

Guardando il sole che dardeggia nel cielo terso, quasi bianco, come un disco incandescente, penso che l'Inqui non resisterà alla tentazione.

L'acqua, nelle Zone Chiuse, è velenosa, ma gli Inquinati non possono fare a meno di bere. Un sorso di acqua pura, è per loro un tesoro inimmaginabile.

Nessun Inqui può resistere a quel richiamo; lo so.

Mi appoggio ad un muro sgretolato con l'Auto-Laser tra le braccia. Da quel punto nascosto vedo perfettamente la strada e la boccia di sinto-cristallo che luccica nella polvere. Non mi resta che attendere.

Ma non crediate chi il mio lavoro sia facile.

So che qualcuno va dicendo molte sciocchezze sul conto degli Inqui. Non è vero che gli Inqui sono dei mostri, delle bestie ottuse che si limitano a gridare mostrando i denti. Gli inqui sono uomini, in tutto e per tutto. Le differenze sono spesso molto sottili e solo un esperto cacciatore può riconoscere un Inqui immediatamente.

La pelle, ad esempio, è giallastra, secca e rugosa. Un Inqui, anche bambino, ha il corpo di un vecchio raggrinzito. Ma i particolari più importanti non sono visibili. Dato l'ambiente in cui vivono, gli Inqui sono portatori ambulanti delle peggiori malattie infettive, colture vive di germi attivi. E muoiono presto: a trent'anni sono già molto vecchi.

Dunque non crediate che l'Inqui sia una bestia ottusa: ne ho incontrati di molto abili ed astuti e vi assicuro che …

Eccolo!

Per un attimo l'ho intravisto tra le rovine.

Si sposta rapidamente. Vedo che saltella da un muro all'altro per non offrirmi un bersaglio fisso.

E vedo anche qualcosa che non mi aspettavo; L'inqui stringe tra le mani un'arma automatica.

Scompare.

Allungo la mano sull'impugnatura dell'Auto-Laser. Le rovine, attorno, sembrano un'enorme, dentatura irregolare, come di una belva smisurata che rivolge la bocca aperta al cielo. E quella bocca ha già inghiottito una vita e si appresta ad inghiottirne un'altra.

L'Inqui balza in avanti e spara. Un sottile ago d’energia si perde, inoffensivo, nell’aria. Mentre l’Inqui ritorna precipitosamente al riparo dei muri, non so trattenere una bestemmia silenziosa: quello era l'ultimo modello di Auto-Laser! Dunque è vero che qualcuno sta facendo il contrabbando d'armi con gli Inqui. Mi imprimo quel particolare nella memoria. È importante che il Dipartimento Cacciatori venga informato: ora ho un terzo motivo per uccidere l'Inqui e tornare a casa, vivo.

Stringo l’Auto-Laser. L'Inqui balza una seconda volta dalle rovine e spara ancora. Ma sono azioni inutili, disordinate. A chi sta sparando?

L'Inqui spara in un'altra direzione.

Ho capito: sa che quella boccia di sintocristallo è una trappola e spara a caso, nella speranza di snidarmi. Stringo l'Auto-Laser con maggior forza. L'Inqui scompare tra i muri anneriti. E mentre i secondi passano con esasperante lentezza, so che la fine di tutto è vicina.

Anche se non riesco più a vederlo, leggo dentro di lui come in un libro aperto. Mi pare quasi di sentire il rauco ansimare del respiro tra le labbra tagliate. Di vedere il sudore che cola sulle piaghe della carne gialla e rugosa. E gli occhi vuoti, fissi sull'acqua che l'attrae come il viscido richiamo d'un cobra. Mi sembra quasi di toccare fisicamente l'ansia che cresce dentro di lui, attimo per attimo. E l’indecisione. E la rabbia cieca ed inutile.

Tra qualche secondo, l'Inqui tenterà la carta della disperazione: lo so. Tra qualche secondo. Tra un secondo. Tra meno d'un secondo ...

Eccolo!

L'Inqui balza dalle rovine: corre disperatamente verso la boccia.

Per me il tempo, d’improvviso, si ferma. Mentre osservo quella corsa disordinata, i secondi cadono lunghissimi. Stringo l'Auto-Laser. L’Inqui è perfettamente inquadrato nel mirino. Lo vedo. E quando è a pochi passi dalla boccia, sparo.

L'Inqui s'inarca violentemente e grida. Trova ancora la forza di barcollare qualche passo. Afferra l'Auto-Laser e scarica un'inutile fiammata verso il cielo. Poi rotola a terra e giace immobile.

Mi avvicino cautamente. Quando sono a pochi metri da lui, capisco che la mia prudenza è inutile: l'Inqui è morto.

Sugli abiti laceri si allarga una macchia di sangue, all'altezza del cuore. Il sangue scivola nella polvere, tratteggiandone un breve rigagnolo.

Negli occhi spalancati rantola un odio estremo, disperato.

Lo fisso.

Eppure non sono contento d'averlo ucciso. Con grande stupore, mi rendo conto che quel corpo rinsecchito avvolto negli stracci luridi e cenciosi, mi da una strana emozione.

Improvvisamente, il mondo in cui vivo mi appare come un'immensa scacchiera. Ogni giorno, sulla terra bianca, si apre un nuovo quadrato nero. Una nuova terra irrimediabilmente inquinata. Un’altra piaga cancerosa, tagliata nella carne imputridita.

Una nuova Zona Chiusa. Altri Inqui da tenere lontani.

Improvvisamente, mi rendo conto che l’uomo sta giocando la sua ultima partita e mi chiedo chi sarà dare scacco matto.

Poi mi scuoto: perché perdo tempo con quegli inutili pensieri? Io sono un uomo d’azione, certe elucubrazioni le lascio agli altri. Sono un Cacciatore, allevato e addestrato al solo scopo di impedire agli Inquinati di abbandonare le Zone Chiuse, portando nel mondo il loro carico di morte.

Scuoto la testa come a sottolineare il pensiero. E mentre il sole, alto ed implacabile, brucia le rovine polverose attorno alla Zona Chiusa 27 e prosciuga le pozze d'acqua marcia e il fango rinsecchito, io stringo l'Auto-Laser, puntandolo simbolicamente verso i muri sdentellati. Certi pensieri non fanno per me.

Io non sono che un cacciatore: un Cacciatore di uomini.


da "The Time Machine" n. 2/‘77






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