Trasporto pericoloso
di Pierpaolo Pannullo
Vent'anni orsono, quando le regioni settentrionali della Terza Galassia Ellittica erano ancora insicure ed infestate dai pirati, in un tardo pomeriggio (si fa per dire, nello spazio) di settembre, una piccola "Lolly, Express" percorreva velocemente la settima rotta occidentale confederata, una delle poche relativamente sicure dall'ormai disciolta Confederazione Indipendentista, alla volta del mondo di Sextus Minii.
La "Lolly Express" che attraversava quella zona così pericolosa si chiamava "Cleon", ed era una modernissima astronave mercantile agli ordini dell'allora giovane comandante Al Lawton: io.
In quel periodo, come ho detto, ero molto giovane, ma soprattutto orgoglioso del mio lavoro retribuito con cifre astronomiche, ed orgogliosissimo dell’astronave che l'Armatore mi aveva affidata.
La "Lolly Express" è, infatti, uno dei primi modelli quasi completamente automatici; sei buoni tecnici sono un equipaggio più che sufficiente. Un vero gioiello, per quei tempi.
Erano a bordo con me: Samuel Hutton, Robert Hersch, Walt Flanagan, motoristi di prima classe; Harwey Grosby, tecnico di armi, e Lou Santon, secondo pilota.
Eravamo partiti più di un mese prima dal mondo di Voluntas.
Trasportavamo delle apparecchiature elettroniche, materiale preziosissimo per la colonia di Sextus Minii, prospera ma isolata.
C'era stato un imprevisto, però. Quando eravamo ancora a Voluntas, un'ora prima del decollo già stabilito, mi era stato consegnato uno spaziogramma dell'Armatore. Mi ordinava di attendere ancora un giorno per permettere di effettuare il carico di un pronosso, destinato allo zoo di Sextus Minii.
I pronossi sono animali che vivono nelle foreste di Voluntas. Strane bestie. Dalle dimensioni di un rinoceronte, quadrupedi, privi di coda, carnivori, dotati di un muso smisuratamente lungo e sottile, con una dentatura da far spavento.
Niente di così strano, direte voi. Aspettate.
Quelle bestie, grazie alla speciale conformazione dei loro arti, sono in grado di camminare altrettanto bene sia all'avanti che all'indietro. Anzi, in avanti possono soltanto passeggiare lentamente e niente di più, usano quell’andatura quando sono tranquilli; possono correre, invece, soltanto all’indietro e sono velocissimi. Per quanto possa sembrare ridicolo, la loro arma preferita è il posteriore. Sono dotati di due nati>che abnormi, durissime, che usano come un ariete, e che ariete. Sbriciolano il cemento armato. Quando avvistano la preda, la guardano ben ben, le voltano il posteriore, caricano e la sfracellano, poi si rivoltano e divorano la poltiglia sanguinolenta che è rimasta.
Una faccenda dannatamente seccante, dunque. Un mese e mezzo di viaggio con quella bestiaccia.
Lo avevamo sistemato nella stiva, con l'altro carico, in uno stretto recinto di "mellinix". Quella lega è resistente, ma non certo come il "meltax".
Il meltax costa parecchio, è difficile trovarlo; e poi l’Armatore aveva detto: "mellinix", accidenti a lui.
Uscii dal mio ufficio. Feci cinque passi e mi trovai davanti al portello d'ingresso. Controllai che tutti i suoi denti fossero bene incastonati: sapevo benissimo che se un solo dente fosse stato fuori posto, in quel momento saremmo già stati morti da un pezzo, ma mi piaceva controllare lo stesso. Mi dava un senso di soddisfazione.
Feci dietrofront e contai dieci passi nella direzione opposta. Fui davanti al primo oblò. Sempre a dieci passi. Speravo di trovarlo almeno una volta a nave o ad undici passi, ma non mi riusciva mai.
Spesso, nello spazio, si diventa schizofrenici. Ripresi a camminare e mi trovai davanti al portello della stiva.
Entrando dal portello d'ingresso dell'astronave c'era un lungo corridoio, che la percorreva per l’intera lunghezza. A destra, la parete che ci divideva dall’esterno ed a sinistra sette degli otto locali dell'astronave. Nell'ordine: il mio ufficio, la mia stanza personale, la sala comandi, la saletta centrale, la cabina medica, il dormitorio dell'equipaggio, la palestra. Di fronte al portello d'ingresso, in fondo al corridoio, la stiva. Il mio ufficio era l'unico luogo dal quale potevano essere controllati tutti gli altri locali. Aveva un videotelefono collegato con quelli collocati in ogni stanza, compresi il corridoio e la stiva. Tutti i videotelefoni a bordo, dunque, erano collegati al mio ufficio, ma non tra di loro. Nella sala comandi e nel mio ufficio, inoltre, era installato il controllo centrale delle apparecchiature secondarie di bordo, come il funzionamento dell'illuminazione, dell'aria condizionata, eccetera.
Questa lunga pappardella non è oziosa, servirà a comprendere meglio gli avvenimenti che accadranno in seguito.
Entrai nella stiva e discesi i dodici gradini della scaletta.
Sull'ultimo era seduto Santon: mangiava un panino. Mi fermai accanto a lui.
- Sempre qui tu, eh?
- Oh! Non vi avevo visto, capo. Guardavo quel coso. È ridicolo, non trovate?
- Forse. Anche se non capisco cosa ci trovi di tanto interessante. Ti trovo qui almeno dieci volte al giorno.
- Mi piace guardarlo. Ogni tanto cerca di buttare giù il recinto a colpi di culo. Ah, ah! È uno spettacolo da non perdersi.
Grugnii e me ne andai. Proprio non lo capivo; io meno vedevo quella bestiaccia e meglio stavo. Aveva un non so che di ributtante.
Stavo tornandomene in ufficio, quando sentii un tremendo "bwang!". Tutta l'astronave tremò. La testa calva di Hutton fece capolino dalla sala comandi.
- Capo, i pirati! Per un pelo non ci hanno beccati!
Mi precipitai dentro, subito seguito da Santon.
- Grosby - Urlai. - fuori i lancia raggi! Voi altri manovra d'emergenza! Diamogli filo da torcere.
Erano due astronavi, entrambe molto più grandi della nostra. Continuavano a spararci contro, alcuni botti erano molto vicini e qualche volta sentivamo le lamiere gemere.
Imbattersi nei pirati in quella zona era una cosa di normale amministrazione, per nessuno di noi rappresentava un'esperienza nuova. C'eravamo abituati.
Ne avemmo per una mezz'ora buona, finché Grosby non ne beccò una. Non la distrusse, la danneggiò soltanto quanto bastava a farla fermare. Anche la seconda astronave si fermò, evidentemente per soccorrere i compagni. E poi dovevano aver capito che non eravamo una preda facile.
Tutto bene. - Dissi. – Non ci daranno più noia.
Inserite il pilota automatico. Dopo questa sudata ci meritiamo tutti un po' di riposo.
Andai in camera a darmi una rinfrescata. Dopo alcuni minuti uscii e mi diressi verso il mio ufficio.
Stavo per varcarne la soglia quando udii un urlo straziante venire dalla stiva, subito seguito dalla voce terrorizzata di Herich:
- Il pronosso! Il pronosso sta uscendo dalla stiva!
Lo feci d'istinto. Mi buttai dentro e premetti il pulsante di chiusura.
Accesi contemporaneamente tutti gli schermi del videotelefono. Il pronosso era già nel corridoio, sembrava una furia scatenata. Ululava in un modo da far raggelare il sangue.
Hutton, Flanagan e Grosby erano chiusi nel dormitorio, Hersch nella palestra.
Hutton e Hersch stavano parlando contemporaneamente.
- Ehi! - Quasi gridai. - State parlando contemporaneamente!
- Hersch, che fine ha fatto Santon? Non lo vedo da nessuna parte!
- È morto, capo! Il pronosso lo ha divorato!
Parlò Hutton: - E allora, capo? Che ne è di Santon?
- È finita, per lui.
Accidenti alla Sua mania. Stavolta lo aveva visto per bene, il pronosso.
Tornai ad occuparmi dell'animale. Sembrava perplesso. Si avvicinò senza troppa convinzione al portello della palestra e lo colpì col posteriore. Attese un attimo, drizzò le orecchie e tornò a colpirlo, con sempre maggior violenza, con lena.
Hersch era terrorizzato.
- Capo! La lamiera si piega! Capo …
Non ci avevo pensato. I portelli interni delle astronavi sono particolari secondari, e li fanno col materiale che capita. Il fatto era che quelli del mio ufficio, della saletta centrale e del dormitorio erano in "Meltax", quindi sicurissimi contro gli urti del pronosso, e tutti gli altri in lega semplice. Di quel passo Hersch sarebbe stato raggiunto nel giro di dieci minuti.
- Calmati, Hersch. Non perdere la testa.
Sullo schermo accanto apparve la faccia di Flanagan. - Capo, perché avete detto così? Che sta succedendo ad Hersch?
Spiegai la situazione.
- Statemi a sentire tutti quanti. - Dissi - Adesso attirerò l'attenzione del pronosso. Appena sentite i suoi passi, allontanarsi aprite i portelli e tu, Hersch, infilati da loro. Sono soltanto pochi metri, sarà una cosa facile.
- Ora agisco.
Mi feci coraggio. Aprii il portello e, sporgendomi appena, mi misi ad urlare a squarciagola.
Quella bestiaccia rimase perplessa per un attimo, ma per un attimo solo. Si girò di scatto, mostrandomi lo smisurato posteriore e prese la rincorsa. Chiusi all'ultimo momento.
Il pronosso, furibondo, si accanì contro il mio portello, ma non poteva nemmeno scalfirlo.
I miei occhi andarono immediatamente agli schermi. Hersch era al sicuro con gli altri. Tirai un sospiro di sollievo. Il portello della palestra non era rientrato completamente nei battenti a causa della protuberanza che i colpi del pronosso avevano fatto nella lamiera.
Comunque era rimasto uno spazio più che sufficiente a far passare Hersch.
- Bene. - Dissi - Anche questa è fatta. Per ora siamo al sicuro.
Parlò Hutton: - Capo, siamo nei guai più di prima. Avete pensato alla rotta? Tra circa un quarto d'ora dobbiamo fare una curva di trentasette gradi, ricordate? Non abbiamo dato ordini in proposito al pilota automatico. Quello tirerà dritto. Chissà dove andremo a romperci il grugno!
Non risposi. Mi era proprio passato di mente, quella faccenda. Quello si, era un problema.
Guardai il pronosso, nel corridoio. Si era accorto che il mio portello era troppo doro anche per un posteriore come il suo. Accidenti a lui. Era tornato a prendersela con quello semiaperto della palestra. Lo buttò giù del tutto e si catapultò nella stanza. La sua furia cieca distrusse ogni cosa.
Fu in quel momento che mi venne l'idea, semplicissima. Poteva essere la salvezza. Usando il controllo centrale aprii i portelli della mia stanza personale, della saletta centrale e della cabina medica. Se fosse entrato in una di quelle lo avrei chiuso dentro. Alla peggio, avremmo avuto il tempo di andare nella sala comandi e sistemare il pilota automatico; forse anche di tornare a metterci al sicuro, perché il portello della sala comandi era in lega semplice. Se il pronosso fosse entrato nella saletta centrale sarebbe stato sistemato per tutto il resto del viaggio: quel portello era in "meltax".
Udii la voce di Herschs - Capo, che succede? Mi è parso di sentire il portello accanto aprirsi.
Spiegai loro il mio piano, Herschs stava dicendo qualcos’altro, ma non gli prestai ascolto. La mia attenzione era tutta rivolta al pronosso.
Quella bestiaccia era ancora nella palestra. Si stava guardando attorno. Ormai non c'era più nulla da distruggere là dentro. Usci lentamente. Percorse parte del corridoio. Aveva visto le tre stanze aperte; pareva sorpreso. Si avvicinò alla mia stanza personale, senza dare l'impressione di volerci entrare. Tornò indietro e questa volta si fermò davanti alla saletta centrale.
Sudavo abbondantemente. Forse …
Si avvicinò; si fermò ed annusò l'aria. Fece ancora qualche breve passo e si fermò nuovamente.
Ormai c'era. Ancora un po' avanti. Niente, non si muoveva più. E deciditi, dannata bestiaccia.
Ormai ero convinto che entrasse. Scartò improvvisamente e proseguì per il corridoio.
Avevo i nervi a fior di pelle. C'era mancato pochissimo, accidenti a lui.
Fu il turno della cabina medica. Questa volta non esitò. Mollò uno dei suoi ululati e si precipitò dentro, sedere in resta. Chiusi il portello.
Fu come se l'avesse morso una tarantola; pazzo di furore si mise a fracassare tutto. Cercava disperatamente di aprirsi un varco; sentivo il pavimento vibrare.
Gridai: - ragazzi, fuori tutti! Per ora è al sicuro!
Aprii il portello ed uscii. Mi precipitai nella sala comandi seguito dagli altri. Afferrai Grosby per un braccio:
- Tu fila nel mio ufficio, è l'unico luogo dal quale possiamo tener d'occhio il pronosso.
Uscì di corsa e chiusi alle sue spalle. Ci mettemmo febbrilmente al lavoro.
Anche se eravamo in quattro, non era certo una cosa breve preparare il pilota automatico ad un viaggio di due settimane. Sudavo freddo al pensiero che quella bestiaccia si liberasse prima che avessimo finito. Grosby stava parlando al videotelefono: - Presto! Si sta accanendo sul portello.
Maledizione, tra poco quello è fuori! Quanto vi manca? -
"BWANG!"
La voce di Grosby tremava.
- È uscito.
Restammo come paralizzati. Smettemmo di lavorare al pilota automatico. Avevamo paura soltanto a muoverci.
Non so cosa fu a guidare il pronosso. Il fatto è che, senza esitazioni, si gettò sul nostro portello. La lamiera si piegò al primo urto. Grosby fece di tutto. Uscì addirittura dall'ufficio per attirare su di sé quella furia scatenata; evidentemente al pronosso interessava soltanto il portello.
Un colpo più forte degli altri fece volare via delle schegge. Hutton disse, a denti stretti:
- Ti vengano le emorroidi.
Non sono uno psicologo e non so come poté accadere, ma ridemmo. Una risata isterica.
"BWAAANG!"
Questa vota si era scossa tutta l’astronave, ma non ci feci troppo caso; ero come intontito.
Avvertii Hersch muoversi alle mie spalle. Il suo grido mi rintronò nelle orecchie:
- I pirati!
Qualcosa mi percorse la schiena, per tutta la sua lunghezza. Era la vita.
Corsi allo schermo. Un'astronave ci inseguiva.
Strinsi i pugni.
- Ai vostri posti!
Tutti obbedirono rapidamente
- Spegnere i motori.
- Cosa?
- Accidenti a voi! Spegnete!
Il "Cleon" si fermò nello spazio.
Nel giro di due minuti l'astronave pirata ci fu accanto. Uscì il tubo d’abbordaggio, che ondò ad aderire attorno al nostro portello d'ingresso. Lo aprii.
Flanagan dimenticò l'etichetta e mi mollò una pacca sulla spalla.
- Questo sì è un colpo di genio, capo!
Restai col fiato sospeso.
Udimmo le urla selvagge dei pirati che entravano. Poi un silenzio improvviso, strano. Questa volta le urla erano di terrore, non c'era dubbio.
Un ululato diabolico ci fece sussultare; i passi pesanti del pronosso si allontanarono velocemente sul pavimento metallico del corridoio.
Sempre di più, di più … niente. Chiusi il portello. Gridammo, ci abbracciammo, saltammo di gioia.
Era fuori - Pareva un sogno.
Ci appiccicammo tutti allo schermo.
- Chissà se è entrato da loro. - mormorò Ersch.
- Se non è dentro tra poco lo vedremo galleggiare nello spazio: - Dissi.
Il tubo di abbordaggio rientrò completamente.
Niente pronosso.
- Godetevelo. - Mormorai.
L'astronave pirata restò immobile. Ce ne andammo a tutta velocità.
Pochi minuti dopo diedi un'occhiata al radar: era sempre là, col pronosso dentro.
La prima cosa che feci fu controllare il carico: quasi intatto, per fortuna. La seconda fu abbattere il recinto sfondato del pronosso; non volevo più vedere niente che mi ricordasse quell'incubo.
Non era più un problema nostro, quello. Che liberazione.
Quando, due settimane dopo, arrivammo a Sextus Minii ed informai le autorità locali dell'accaduto, furono mandate tre astronavi della polizia confederata ed una dello zoo verso il punto che avevo indicato. Non trovarono nulla. L'astronave pirata non c’era più. Fecero delle ricerche estese, ma senza risultati. Non si è più saputo niente né dei pirati né del pronosso.
Chissà che fine hanno fatto.
da "The Time Machine" n. 2/‘77
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