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Profumo di rose


di Mauro Gaffo


Un grande intorpidimento in tutte le membra … stanchezza e un sordo dolore cha si diffondeva a poco a poco in ogni parte del corpo, portando l'esaltante messaggio che qualcuno aveva trovato la capsula e che il sistema automatico de-catalettico funzionava come programmato.

La felicità di essere ancora vivo si sovrappose allo shock provocato dall'incidente ancora vivissimo nella sua mente; l'improvviso segnale di evacuazione della nave, l'attimo di incredulità, la corsa concitata, la frenetica programmazione del modulo di salvataggio, l'ultima preghiera col freddo che invadeva le ossa.

In silenzio, cercando di scacciare dalla mente la terribile domanda: - Quanto tempo è passato? -, si preparò ad accogliere i suoi salvatori.


L'uomo riuscì finalmente ad aprire la capsula.

- Mara ce l'ho fatta. È come pensavamo: la navicella è fatta per contenere qualcosa – gli si spezzò la voce per un attimo - e il "qualcosa" che c'è dentro è vivo e si muove, sta indietreggiando come se avesse paura … Dio, mi sento vuoto dentro … se fosse intelligente sarei il primo uomo a contatto con un alieno.

Tentò di scherzare: - Che ne dici, Mara, sarà l'inizio di una guerra spaziale?

- Smettila Tapso, potrebbe essere veramente pericoloso; in ogni caso non avvicinarti per ora, dagli il tempo di raccogliere le idee, di abituarsi al tuo aspetto e soprattutto cerca di descriverlo.

- Certo, certo - disse Tapso - ma io ora esco e sigillo di nuovo la capsula.

- Bene.

- Dunque ascolta: questo coso è piccolo come un cucciolo, è bluastro e sembra avere un berretto da elfo in testa ma non capisco se sia un ornamento o se faccia parte di lui; e poi piange, l'ho notato subito, non ha smesso di piangere da quando l’ho visto.


Il foro si richiuse, il silenzioso gigante scomparve lasciando un attonito ed urlante essere, piccole e blu. Dopa qualche minuto Kri si riprese:

Devo essere più calmo - mormorò fra sé; il panico e le grida inconsulte non giovano. Soprattutto devo riuscire a comunicare, e presto perché questa capsula non ha riserve di cibo. Si appoggiò allo sportello tentando di aprirlo, ma quasi subito i crampi lo fecero cadere a terra piegato in due dal dolore.


Tolta la tuta Tapso entrò nella saletta radio dove Mara stava ancora tentando di mettersi in comunicazione con la base sulla Terra.

- Come va?

- Niente ancora - rispose Marta senza voltarsi – ma è questione di pochi istanti credo.

- Non esserne tanto sicura, là dormono tutti come angioletti e qualcuno avrà staccato il ricevitore per non essere disturbato.

- Vi sentiamo stazione spaziale, questo è un nastro registrato, dettate il vostro rapporto quando sentirete il segnale sonoro. Il rapporto verrà esaminato al più presto ... bip.

- Base Terra fate attenzione, emergenza assoluta: il radar ha captato il segnale di un grosso oggetto che sarebbe passato vicinissimo alla stazione. Tapso ha voluto fare un controllo con una delle navette e si è scoperto che l'oggetto è una capsula artificiale. Siamo riusciti ad agganciarla e a farla entrare in uno dei magazzini della stazione … tenetevi forte: dentro c'è un alieno vivo, un esserino che somiglia ad un cagnetto blu. Seguirà un rapporto più particolareggiato, ma fate venire qualcuno al più presto.


Kri si svegliò urlando dal leggero assopimento in cui era caduto, con il sapore della paura ancora in bocca e nella mente l’immagine dell'alieno che lo assaliva. - Non posso più stare ad aspettare, devo fare qualcosa per uscire di qui.

Poco dopo trovò le istruzioni per aprire il portello. Prudentemente avanzò lungo lo scuro corridoio fino ad una porta metallica. Vi si appoggiò sopra, trattenendo un brivido di paura, e chiamò per annunciare la sua presenza.

Passò molto tempo prima che la porta si aprisse.


- Tapso che fai? Sei impazzito? - L'uomo teneva in mano l’esserino svenuto e senza badare alla sua compagna lo portò nella sala analisi. Delicatamente come se avesse a che fare con un neonato, Tapso posò il piccolo alieno in una gabbietta da cavie. Poi, sempre in silenzio, fece qualche passo indietro contemplando il prigioniero.

- Sembra un hobbit - disse Mara - non è brutto.

- A me ricorda di più un cucciolo di cocker - replicò Tapso - ma dovresti vederlo con gli occhioni lacrimosi aperti. - Come in risposta ad un segnale i due grandi occhi gialli di Kri si socchiusero ed un attimo dopo si spalancarono. E subito le lacrime cominciarono a scendere a goccioloni.

- Povero piccolo - esclamò Mara - probabilmente è una specie di Laika extraterrestre: guarda come agita le zampette·


Kri continuava a ripetere - Sono un essere intelligente, mi chiamo Kri - e indicava sé stesso - qual'è il vostro nome? Ma parlate insomma, dite qualcosa. Non andatevene, dobbiamo capirci, non voglio morire ... – ma tutto era inutile. I giganti non solo sembravano non sentire, ma, come i non-paranti emettevano solo un monotono ronzio. Il ronzio delle piante, dei fiori, quel sottofondo sempre presente nell’aria che fin da piccini ci si abitua ad ignorare. Da piccolo Kri aveva un amico di pezza che non aveva ghiandole di comunicazione e che ora gli sembrava di vedere vicino ai due giganti, anzi era uno dei giganti ...

- Che mi succede? - Kri si scosse dal delirio in cui stava scivolando e si rialzò faticosamente, eretto - Forse è qualcosa nell'aria, o è stato il processo di catalessi: qualunque cosa sia faccio sempre più fatica a concentrarmi. Non devo lasciarmi andare.

Farò dei piani … ma prima è meglio che cerchi di riprendere le forze col sonno. Devo sforzarmi di dormire, e magari di sognare il cielo rossastro del tramonto e i miei ragazzi che mi correvano attorno facendo domande o cercando di capire l’arte delle parole che io insegnavo loro, trovando nella natura che ci circondava gli esempi migliori ...

Si addormentò pensando alle parole, alle sfumature che possedevano, al suo lavoro di insegnante, al fatto che ora non una di quelle parole serviva a farlo sfuggire alla morte.


- Che fa il tuo hobbit? - Chiese Tapso a Mara che stava uscendo in quel momento dalla sala analisi.

- Non si muove quasi più e rifiuta ogni tipo di cibo, ed ogni volta che mi vede si mette a piangere. Forse gli causo dolore solo con la mia presenza, sai penso che sia meglio non avvicinarlo più almeno fino all’arrivo della commissione dalla Terra.


Kri si rassegnò all'insuperabile diversità di quegli esseri sordi, ma nonostante non sperasse più di essere capito, o di notare da parte degli alieni qualche segno di rispetto, di comprensione della sua natura intelligente e pacifica, ogni volta che li vedeva iniziava davanti a loro lunghi monologhi.

Parlò dello spettacolo di recitazione che aveva allestito con i suoi allievi, dei mesi di attenta preparazione e del successo avuto; del brevissimo idillio con la più giovane delle sue compagne di clan; del suo lungo viaggio al continente freddo: un anno durante il quale aveva imparato che si può comunicare senza lacrime, ma solo con la silenziosa consapevolezza di essere vicini; e parlò del suo incidente al volto che aveva fatto pensare a tutti che le sue ghiandole di comunicazione fossero irrimediabilmente danneggiate, e del suo desiderio di un figlio.

E per dire tutto questo usò la sua arte ammirevole, la sua conoscenza di ogni sfumatura possibile di odore, la sua grande abilità nel produrle.

Un’ultima magnifica recitazione.

Poi non >vennero più. il sonno si confuse con la veglia e il dolore lo immobilizzò. Il male gli essiccò le ghiandole e gli tolse anche la consolazione di parlare da solo.


- Dunque dov'è? E come sta?

- Signor Pasak - disse Tapso precedendolo verso la sala analisi - si notano ancora tracce di respirazione ma da alcune ore non si muove più.

- Non c’è da meravigliarsi. - replicò lo scienziato che era appena arrivato alla stazione - un esserino così piccolo deve aver bisogno di mangiare più spesso di noi, se addirittura non c’è nella nostra aria qualche elemento a lui dannoso. Avete provveduto ad esaminare l'atmosfera della capsula?

- Certamente ma le analisi non sono ancora … Ma eccolo!


Il sottofondo di esalazione cambiò un poco: una nuova presenza. La debolezza che genera l'indifferenza aveva ormai riempito di sé il piccolo Kri e le sue ghiandole secche in ogni caso non rispondevano più ai suoi comandi. Eppure una nuova presenza significava una nuova possibilità di comunicare.

Una speranza di vita: di quella vita che si attaccava a lui così tenacemente. Cercò di parlare, spremette da ogni stilla di energia e tremando emise la voce del suo mondo per l'ultima volta.


- No, non respira più - disse Pasak - in ogni caso probabilmente avremmo dovuto ucciderlo per esaminarlo. È un vero peccato però che questo esserino abbia dovuto soffrire: guardatelo, è madido di sudore e … strano, profuma di rose.


da "The Time Machine" n. 2/‘77






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