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Una giornata di John Smith


di Ugo Revello


Mary stava correndo verso di lui in una nuvola vaporosa di capelli biondi, la pelle madreperlacea colorita appena da un leggero rossore dovuto alla concitazione, il lindo abitino drappeggiato intorno al suo corpo, che pareva ancora quello di un’adolescente.

Gli si avvicinò ansante, lo circondò con le braccia e sussurrò il suo nome. Dolcezza di quella voce, vellutata e nel medesimo tempo squillante, gli ricordava vagamente la sveglia dell’astronave.

La sveglia, maledizione!

Era proprio la sveglia dell'astronave.

Per un attimo, come al solito, venne preso dal panico; annaspò dietro gli ultimi brandelli del sogno, vergognandosi quasi di questa sua debolezza.

Tenente John Smith, un vero militare non deve lasciarsi prendere dal sentimentalismo; bando ad ogni sospetto di effeminatezza!

Decise di compiere l'eroico tentativo di destarsi completamente e, fatto clamoroso, riuscì ad aprire entrambi gli occhi al primo colpo.

Incoraggiato da questo successo, divisò di scendere dalla cuccetta superiore, dove egli dormiva, con un elegante volteggio, atterrando dopo una lieve flessione delle gambe, in perfetta posizione di attenti.

La penombra regnante nella cabina gli aveva malauguratamente fatto scordare il mobiletto metallico delle tute a pressione, che egli centrò in pieno col ginocchio destro. Mugolando un’incomprensibile litania sull'aria di "My darling Clementine"; saltellò in circolo sulla gamba sana, finché, all’ennesimo zompo, non centrò in pieno la mano che il suo compagno di stanza, Ivan Popov, aveva cacciato fuori dalla sua cuccetta nel tentativo, in verità non molto felice, di stirarsi.

La logica conseguenza di quel modo così poco corretto di comportarsi fu un barrito gutturale del socio, seguito da un profluvio di insulti in sette o otto lingue; in mezzo a quel torrente di parole John afferrò espressioni veramente volgari ad offensive, del tipo di: "Figlio di un cappello da cowboy e della Statua della Libertà" e "Vatti a far fottere da un grattacielo".

Maledetto orso degli Urali!

Anche se ormai da 150 anni gli Stati Uniti del Mondo erano una realtà, l’antica diffidenza fra i loro due popoli non era del tutto scomparsa, non si era dileguato l'atavico desiderio di scazzottarsi di santa ragione ad ogni minimo pretesto.

E se quel mattino il diverbio non degenerò, il merito non fu certo da ascriversi ad una presunta calma degli interessati, ma allo stato ancora semicatalettico dei loro riflessi, che li avrebbe probabilmente condotti a distruggere l’arredamento della cabina, prima di riuscire una sola volta a colpirsi seriamente.

Meglio così, si disse John, mentre si portava nel salone centrale dell’astronave per l'alzabandiera. Era inutile sfiancarsi tra di loro in quelle futili beghe, quando il vero nemico era ben più infido e temibile.

Odiose piovre, pensò con rabbia; le avrebbe sterminate tutte con le sue mani!

A dire la verità, non è che fossero proprio piovre, erano esapodi intelligenti del sistema di Antares, ma erano così simili ai molluschi abitanti i mari terrestri, che una loro delegazione, che si era presentata ai primi valorosi coloni che si erano stanziati su quel mondo senza dubbio inospitale, era stata da questi tranquillamente mangiata, parte in insalata, parte in stufato, compreso l’addetto agli affari esteri.

John capiva che questo non era forse il modo migliore per iniziare uno stanziamento umano su un nuovo pianeta, però, si disse, date ad un povero esploratore, che per mesi non si è nutrito d'altro che di pillole, succhi liofilizzati, omogeneizzati, la possibilità di trovare un po' di carne fresca, e quello non andrà certo a controllare il quoziente d'intelligenza della bistecca che mangia.

E poi, quelle specie di calamari l'avevano fatta troppo lunga; a parte un certo risentimento, forse comprensibile, per l'incidente iniziale, avevano anche in seguito mostrato un atteggiamento dichiaratamente ostile nei confronti di coloro che reggevano il faro della civiltà terrestre, persistendo nel loro assurdo rifiuto di accettare come superiori le regole di vita dettate dai coloni, giungendo alla tracotanza di non volersi convertire al credo predicato dai pastori dell'Unione delle Chiese Universali, mandati sul posto per liberarli dalle loro barbare superstizioni.

Dal momento che il pianeta si era rivelato ricco di giacimenti, la pressione delle compagnie e l’irrequietezza degli indigeni aveva costretto il Governo Mondiale a mandare laggiù l’esercito per proteggere quel baluardo della cultura umana dai selvaggi.

Maledette piovre! Le avrebbe uccise tutte!

Giunse nel salone e prese posizione in attesa dell'inizio della cerimonia.

Un minuto dopo il maggiore Dupont abbaiò un - Attenti! - e sulle prime note dell'inno dei Cinque Continenti la bandiera della Terra iniziò lentamente a salire sul pennone, agitandosi gagliardamente.

Il suo sventolio era assicurato da un ventilatore che si muoveva solidamente con essa: - certamente l'effetto risultante non era, quello di West Point nelle giornate di sole, - pensò John – oltre tutto il ventilatore era abbastanza rumoroso, però i volti tesi, i corpi irrigiditi ispiravano una sensazione di forza e determinazione. Gonfiò ulteriormente il petto, così facendo gli partirono due bottoni della camicia.

Certo che una volta la cerimonia dell'alzabandiera era senz’altro più suggestiva: al comando di - Attenti! - duecento, trecento tacchi scattavano, in uno schiocco impressionante, in una grandiosa dimostrazione di atletico sincronismo.

Poi, un giorno, la catastrofe.

Sulla "Bonaparte Wellington", l’ammiraglia della flotta da guerra nel settore denebiano, erano imbarcati millecinquecento uomini, il fior fiore delle accademie mondiali.

Il mattino dell’anniversario dell’unità terrestre la cerimonia si preannunciava particolarmente solenne; tutti erano estremamente compresi del proprio ruolo. All’ordine infatti lo sbatter dei tacchi fu talmente all’unisono che un suono simile ad uno sparo rimbombò per tutto lo scafo.

Purtroppo non si spense.

Innescò una vibrazione che aveva frequenza propria multipla di quella dei generatori ultraC.

Apparirono le prime fessurazioni, che si allargarono a ragnatela, senza che nessuno potesse porvi rimedio.

Poi, di colpo, l’astronave esplose, in un tremendo fuoco d’artificio. Una catastrofe raccapricciante!

Da allora le cerimonie dell’alzabandiera erano pregne di forza ma silenziose.

Quando il vessillo con il mondo in campo azzurro si stagliò in cima al pennone, garrendo al vento artificiale, il cappellano militare dell’Unione delle Chiese Universali si avviò al podio per recitare la Preghiera dello Spaziale.

Padre Perez era un gigantesco cubano dalla pelle d’ebano e dal collo taurino, animato, come ogni ministro del culto che prestava il suo servizio nell’esercito, dalla sincera convinzione che guerra e religione fossero la medesima cosa, che anche una campagna di derattizzazione si potesse confondere con una crociata.

La sua voce possente si librò in mezzo alle file: - Signore delle Schiere, qualunque sia stato il Tuo nome in passato, proteggi i tuoi figli, che combattono in nome Tuo, fa che per la Tua gloria uccidano il maggior numero di nemici, fa che tornino tutti incolumi all'astronave dopo il loro assalto, per poter contribuire anche in seguito alla difesa degli inviolabili confini della Terra, e benedici … -

Sante parole, Padre Perez, peccato che non tutti ritornino. Bando ai sentimentalismi, tenente Smith, eppure ricacciava a stento una lacrima. Henry, il fratellino minore!

Anch'egli aveva intrapreso la carriera militare, e con orgoglio solcava le rotte dei cieli. Era forse persino più coraggioso del vecchio John; e mentre correva all'assalto, sempre in prima fila, era solito cantare a gola spiegata un terribile canto guerresco delle antiche popolazioni anglosassoni, "Yellow Submarine".

Era stato destinato al quadrante di Aldebaran, dove a costo di ingenti perdite, avevano piazzato su uno dei pianeti esterni un avamposto che difendevano con i denti dagli assalti dei disgustosi abitanti di quei luoghi, ammassi sferici costituiti per il 90% da metano, e suoi derivati, e che i soldati, con il volgare ma efficace senso dell’umorismo che è caratteristica precipua della truppa, avevano sarcasticamente denominato "Scoregge Rotolanti".

Le armi usate contro questi pestilenziali palloni erano delle granate ad implosione, che condensavano la loro nauseabonda sostanza alle dimensioni ed alla compattezza di uno stronzo non più grande di un pollice e mezzo. Era pericolosissimo affrontarli a breve distanza, poiché mettevano in azione i loro sfiati, con risultati immaginabili anche da quell’ottuso figlio della steppa di Ivan.

I giri di perlustrazione erano perciò compiuti sempre in coppia, per non correre il pericolo di essere sorpresi alle spalle dalle S.R. (un rude esponente della truppa non è tipo da perdersi in inutili lungaggini, normalmente usa le sigle abbreviate); quel giorno però, stranamente, nessuno accompagnò il piccolo Henry nella sua ronda. (A questo proposito, neppure l'inchiesta svolta in seguito poté chiarire il perché di questa contravvenzione così vistosa al regolamento ed alle norme di sicurezza. Ci fu chi parlò di un'epidemia scoppiata nell'avamposto, che aveva risparmiato solo il giovane Smith. John però aveva una sua teoria in proposito e pensava che il fratello avesse un po' ecceduto con "Yellow Submarine" e, stante il fatto che non era molto intonato, nessuno si sentisse più di seguirlo nelle sue uscite).

In ogni caso Henry non si curò della mancanza del compagno, ritenendo il suo coraggio sufficiente a compensarne l'assenza; partì per il suo giro di perlustrazione fischiettando il solito motivo.

Lo ritrovarono due giorni dopo.

Bello di una bellezza che solo la morte in battaglia può dare, il volto fiero guastato solo da un colorito decisamente itterico, la mano che stringeva ancora l'ultima granata.

Quattro stronzi non più grossi di un pollice e mezzo sparsi intorno a lui testimoniavano quanto strenua fosse stata la sua difesa, quanto disperato il suo valore.

E così il piccolo non era ritornato, Padre Perez, malgrado le benedizioni ricevute.

Una guaina d'acciaio, lo stesso acciaio delle loro astronavi, pensò virilmente, si richiuse sul suo cuore di soldato.

Un cazzotto spaventevole alla base della nuca lo fece tornare all'oggi con una velocità tre volte superiore a quella della luce: si voltò imbufalito e si trovò dinanzi quindici persone con l'indice alzato e lo stesso ghignetto fra l'ebete e il compiaciuto stampato sul viso. La cerimonia si era conclusa senza che egli se ne accorgesse e quei compagnoni non si erano lasciati sfuggire l'occasione di rammentarglielo in quel modo originale.

Per un momento pensò di restituire con gli interessi il pugno che si era beccato al prime che riusciva ad agguantare, ma poi prevalse il ferreo spirito di autocontrollo, in mancanza del quale un militare non era degno di chiamarsi tale.

Oltretutto, si disse, stringendosi nelle spalle con un mezzo sorriso, cosa sarebbe stata la vita a bordo senza gavettoni, schiaffi del soldato, puntine da disegno sulle sedie del refettorio?

Una noiosa routine, mancante oltretutto degli stimoli che mantenevano costantemente all’erta lo spirito di un vero salvatore della patria.

Abbandonati i propositi di vendetta, si diresse insieme agli altri verso la sala delle lezioni, per dare una ripassatina alla strategia da usare contro quei fetentissimi molluschi.

Si infilò in uno degli ultimi banchi; a dire la verità, quella mattina non era molto propenso a sorbirsi l’ennesima lezione sulla tattica di accerchiamento o sui metodi di eliminazione del nemico.

Il capitano Kaufmann attaccò la sua solfa:

- Come lor signori sapranno, le piovre sono particolarmente pericolose da affrontare su terreno aperto, poiché in queste condizioni la loro mobilità viene alquanto aumentata dal fatto che esse possono congiungersi per la testa per mezzo della speciale ventosa elastica che si vede nella diapositiva n. 1, assumendo all'incirca la forma di un rocchetto e muovendosi velocissime grazie alla spinta dei loro poderosi tentacoli. Inoltre in questa posizione è estremamente difficile colpirle nella loro parte più vitale … - che era lo sfintere anale, poiché esso era in diretta comunicazione con l’apparato digerente, attorno al quale stavano i centri nervosi di quegli esemplari da acquario. Sapeva già tutto, ogni particolare dell’azione era stato da lui studiato, assimilato, catalogato nella sua mente; poteva quindi, tranquillamente lasciare che si dipanasse il dolce filo dei ricordi, che si insinuava di nuovo quietamente alla soglia dei suoi pensieri.

Chissà perché gli succedeva sempre così alla vigilia delle battaglie! Non era mai riuscito a spiegarselo; il suo rude spirito guerriero respingeva siffatte lacrimosità, ma si sa che nel cuore di ogni soldato c’è un fanciullo che gioca alla guerra, ed in ogni fanciullo ci sono gli affetti della sua vita in boccio (Perbacco, a volte si chiedeva perché non avesse intrapreso la carriera poetica).

Lentamente gli si materializzò davanti agli occhi il viso di sua madre, affilato e fiero come l’aveva visto il giorno che le fu consegnata la medaglia alla memoria del piccolo Henry. Donna schiva e semplice, silenziosa come i luoghi dove aveva sempre vissuto (John ricordò che il giorno in cui ella aveva detto dodici parole era stata poi colpita da una violentissima laringite), lasciò la sua casetta fra le montagne del Kentucky solamente in quella, triste ma gloriosa occasione.

A capo chino, la crocchia di capelli ormai candidi raccolta all’interno di un vecchio cappellino con la veletta, aveva atteso pazientemente che il generale, magnifico combattente, ma oratore abominevole, terminasse il suo indegno sproloquio commemorativo, infarcito oltretutto di terrificanti bestemmie, dal momento che la spilla della medaglia gli aveva trapassato, complice la sua incredibile goffaggine, l'indice, da parte a parte.

Povera mà, come la ricordava bene, così silenziosa e computa!

Era morta l’inverno di due anni dopo, quando la sua vista indebolita dal tempo aveva scambiato un orso grizzly da una tonnellata per un mucchio di pelli abbandonate da qualche cacciatore; fortissime febbri reumatiche avevano costretto il bestione ad un letargo all'aperto, senza però sminuirne in alcuna misura la spaventevole efficienza muscolare.

È superfluo aggiungere che ogni tentativo di spiegazione del deplorevole equivoco fu del tutto inutile; e così, da quel brumoso mattino di gennaio, mamma riposava accanto a pà, sotto la grande quercia.

Dolci e tristi ricordi di un passato che non tornava, profumati e soffici come i buoni biscotti di una volta …

- E allora, tenente Smith, mi dica dove. per favore. –

Cacchio, il capitano l‘aveva beccato disattento!

- Nello sfintere, dritto nello sfintere anale - azzardò ostentando la massima sicurezza.

Una omerica risata generale gli fece comprendere che probabilmente, Kaufmann non gli aveva domandato dove erano vulnerabili le piovre.

Inarcando sarcasticamente un sopracciglio, l'insegnante scandì: - Smith, le avevo semplicemente chiesto dove vagava il suo cervello, ma. non pretendevo tanta precisione anatomica -.

Le risate crebbero d'intensità; egli assunse ostentatamente un'espressione di altezzosa superiorità, ma da come si sentiva avvampare capì che il colorito del suo viso doveva essere sul rosso violaceo. Odiava essere colto in fallo, odiava quel branco di fottuti che sghignazzavano senza ritegno.

Razza di pisquani magnetici!

Eppure lo sapeva, al momento buono, quando, ci fosse stato da soccorrere un camerata in pericolo, si sarebbero fatti in quattro. Bravi ragazzi, in fondo; intelligenze non sveglissime forse (molto difficilmente dall'esercito poteva uscire un filosofo), ma secondi a nessuno quando c’era da menare le mani e picchiare sodo.

Gente dalle gioie semplici, un occhio tumefatto o una mascella frantumata bastavano a farli felici.

La maggior parte di essi era convinta che i libri non avessero altro scopo che quello di sostituire il materiale specifico che si trovava nei luoghi di decenza, debitamente arrotolato e appeso di fianco alla tazza. Pensiero che egli condivideva al 99%, essendo a suo avviso la cultura in mano a imbrattacarte senza scrupoli che rimestavano nel torbido, corrompendo la gioventù con lacrimevoli ubbie sulla pace e la libertà ed infangando istituzioni gloriose come L'esercito. Per fortuna, in mezzo a questo guano di pennivendoli da quattro soldi, ogni tanto spuntava, come una rosa tra la sterpaglia, qualche talento autentico, gente che riconciliava lo spirito con il piacere della lettura. Ad esempio, lo scrittore di "Mein Kampf", quell’autobiografia vibrante di passione che rappresentava un testo fondamentale per la formazione di una gioventù seria e preparata a risolvere costruttivamente i problemi della vita, e poi quell'altro, accidenti ai nomi propri che non ricordava mai, 1’autore del best-seller di sempre fra la truppa, "Fanteria dello spazio"; quale genio aveva potuto immaginare, in un secolo così remoto, le loro attuali avventure ed esporle con una partecipazione tanto virile e commossa! Aveva già letto quel libro dodici volte ed ogni volta lo trovava fresco, dissetante come acqua sorgiva, mirabilmente a cavallo fra eroismo, ironia e patetismo. Quale immortale capolavoro!

Aveva chiaramente perso di nuovo il filo della lezione, ma, essendo questa ormai prossima al termine, la cosa non rivestiva, poi importanza soverchia.

Era quasi ora di portarsi in palestra per gli esercizi ginnici; ed occorreva essere in perfetta forma per l'assalto dell’indomani, agili e scattanti oltre ogni dire perché, nella lotta corpo a corpo, quelle piovre maledette esibivano la bellezza di quattro braccia di troppo.

L’istruttore li accolse con un profondo inchino: era un giapponesotto alto uno e quarantacinque, il viso fatto di tagli orizzontali, di un colore che ricordava tristemente a John quello del fratellino, così come l'avevano trovato dopo l'ultimo assalto.

Era maestro in tutte le arti marziali, ed anche in qualcun'altra, un po' meno marziale forse, ma di non meno micidiale efficacia.

Li passò lentamente in rivista, squadrandoli uno ad uno; d'un tratto afferrò Ivan Popov, lo sbatacchiò ben bene come fosse un uovo per la frittata e lo mandò infine a picchiare una tremenda schienata sulla materassina.

- Un buon militare deve stare sempre all'erta - sentenziò con inconfondibile accento, mentre il russo si massaggiava le natiche bofonchiando sconcezze irripetibili; acchiappando un altro malcapitato, continua con fare cerimonioso: - Si dia inizio alle danze -.

John stava ancora ridacchiando malignamente fra sé per la sorte toccata al suo baffuto compagno, quando venne afferrato da un'enorme manona e mandato a schiantarsi contro il muro. Per un attimo temette di essere stato inglobato nella parete, ma poi si accorse che, malgrado i suoi timori, poteva staccarsi da essa senza lasciarvi appiccicati souvenir ossei o cartilaginei. - Rinus van Klooster, figlio di una diga e di un mulino a vento diroccato, va a scopare il mare! - proruppe John incazzato. Il gigantesco olandese fece una risataccia gutturale e lo guardò biecamente, animato da propositi bellicosi. John lo soppesò per un attimo con occhio clinico, giudicandolo decisamente troppo grosso per qualsiasi genere di confronto fisico: si sarebbe vendicato di lui in seguito con qualche battuta sarcastica, anche se giudicava la grande stupidita del tulipano impermeabile ad ogni tipo di frecciata, anche la più scoperta e velenosa.

Si ritirò in un angolo a leccarsi le ferite, osservando la baraonda che si era scatenata nella palestra, dopo il primo assalto dell’istruttore.

Certo la truppa non mancava di spirito di corpo; inoltre la situazione era quella adatta per sfogare antichi rancori con qualche colpo proibito o rispolverare un fulgido campionario di scherzi appresi in lunghi anni di vita militare.

Ad ogni buon conto, a salvare quel manipolo di prodi da un tentativo di massacro collettivo intervenne, provvida, la sirena del rancio, stornandoli dai loro palesi propositi suicidi.

Smith si precipitò nel refettorio come un fulmine, gettò via la birra sintetica dal bicchiere di van Klooster, colpendolo poi nuovamente con una poderosa minzione: questo tipo di sarcasmo, sogghignò, l’avrebbe capito anche l'olandese.

A parte la sua piccola vendetta personale, che riuscì perfettamente (figurarsi se Rinus non aveva bevuto metà dello schiumante contenuto, prima di accorgersi che qualcosa non andava), il pranzo per il resto filò via tranquillo.

Ingurgitando dietro all’ultima pillola l’ennesimo sorso di succo di carota liofilizzato, John espresse mentalmente la sua piena solidarietà con i coloni che avevano mangiato la delegazione degli esapodi: dopo un viaggio del genere la sensazione più comune era infatti quella che lo stomaco si fosse trasformato nell’armadietto di un dietologo.

La caratteristica principale di questa cibaglia era di accoppiare un gusto simile, nel migliore dei casi, a quello dell'aspirina, ad un reale valore nutritivo, sicché ci si alzava da tavola completamente sazi e, quando si era ecceduto nella dose, persino appesantiti, come se, invece di quel miserabile pillolame si fosse sbranato un bel cosciotto di montone.

Appena finito il pasto si formarono i soliti crocchi per ascoltare i migliori narratori di barzellette e avventure piccanti. Smith decise che era giunto per lui il tempo di ritornare in branda per un sonnellino; sapeva a memoria la storiella del marziano che cercava di farsi un distributore di Pepsi-cola, quell'altra della denebiana con quattordici tette, e tutte le restanti che circolavano nell’astronave: l'ultima inedita l’aveva ascoltata un mese e mezzo prima.

In quanto poi ai racconti di conquiste, erano da prendere per la quasi totalità con beneficio d’inventario, come i ricordi delle imprese di caccia e di pesca: quei contaballe che snocciolavano file di donne stramazzate ai loro piedi nelle situazioni più improbabili erano di solito mille volte più abili nel far uso della lingua che delle armi con cui valorosamente dicevano di duellare nelle più disparate tenzoni amorose. Si ricordava l’ultima panzana spiattellata da van Klooster, che essendo grosso come un bisonte, si vantava di avere anche le parti intime di dimensioni macroscopiche.

Quel miserabile impostore aveva raccontato ad un estasiato e voglioso auditorio di aver sedotto, con un solo dei suoi languidi sguardi da vichingo, la statuaria figlia del governatore di Procione IV, con il succulento seguito di un'indimenticabile settimana d’amore, arricchendo la sua narrazione con particolari tanto pruriginosi quanto spudoratamente inventati. Ballista da quattro soldi!

Ricordava che una volta, non avendo niente da fare, l'aveva accompagnato al 4° Casino Orbitale, e lì il folle amatore, l'Olandese Volante, era stato preso da una tale imbranatura alla vista di persone dell'altro sesso in carne ed ossa, che non era neppure riuscito a farsi accendere la sigaretta da una battona.

E se gli altri si divertivano a sentire quelle fanfaluche, questo non era certo il suo caso, si disse mentre saliva sul castello e si sdraiava nella cuccetta.

Fece scivolare lo sguardo dal soffitto alle pareti; lasciò che l’immaginazione spaziasse oltre quei muri, dilatasse il suo angusto orizzonte, raggiungesse i recessi più riposti della nave; e allora sentì il pulsare dei generatori, gli ordini secchi dei piloti, il borbottio misterioso degli stabilizzatori positronici. Fu accarezzato dal sospiro ovattato dell'astronave, di quello scafo che era stato modellato e levigato dalle atmosfere di mondi sconosciuti (Che bella immagine gli era rampollata in mente! Degna di un capolavoro di qualche scrittrice del passato).

All’unisono col ritmo vitale che proveniva da ogni fibra di quel titano delle rotte interstellari, pareva battesse anche il suo cuore di soldato, di vigile sentinella della civilizzazione terrestre in mondi barbari e ostili, di baluardo della luce contro le orde dell'oscurantismo, che godeva degli ultimi momenti di calma prima della tempesta, nella sua linda cabina.

Oddio, forse una volta linda lo era stata.

Peccato che generazioni di incisori della domenica avessero provveduto ad istoriare, con il loro tocco inequivocabilmente personale, lo smalto, che originariamente immaginò dovesse essere di colore avorio.

Nella fitta trama di graffiti erano in notevole prevalenza i cuori trafitti, con i nomi posti a fianco della freccia di cupido: eterno femminino cantato da poeti e musicisti, immortalato da pittori! A quanti spaziali, pur scolpiti nel granito, tremava la voce quando parlavano delle loro donne, lasciate in porti di galassia lontana migliaia di anni luce. I raccontini e le barzellette erano forse utili a tener allegra la compagnia, ma quando ci si trovava soli con sé stessi (e senza riviste porno sottomano), allora si sentiva veramente la mancanza di quella persona, la sola che conosceva e di cui si conosceva tutto.

John estrasse dal portafogli la foto della sua famiglia e la guardò commosso.

Chissà cosa stava facendo ora la sua cara Mary, la sola donna della sua vita, la dolce biondina che nel fatidico self-service del loro incontro gli aveva cilindrato l’unica divisa di gala con una doppia porzione di budino al cacao, la fragile fanciulla dallo sguardo un po' vacuo, dovuto in parte ad un Q.I. non invalicabile, in parte ad una miopia allucinante, che scorgendolo col viso imbrattato di cioccolato e l’uniforme nera e dorata, l’aveva scambiato per un cappellano militare tanzaniano, esordendo nelle sue espressioni di scusa con un: - Reverendo, sono veramente mortificata. –

Il ricordo di John andò al loro cottage nel Vermont, alle quiete serate passate in silenzio, favoriti in questo dalle agghiaccianti lacune culturali di lei, a guardarsi negli occhi, ovvero a guardarla negli occhi (poiché ella disponeva di percezioni visive prossime a quelle di una talpa affetta da congiuntivite cronica), circondati dall'affetto di due marmocchi che parevano il ritratto dei genitori: John jr., vice capo degli Space Scouts, sempre occupato a sventagliare a dritta e a manca il suo miniparalizzatore. e la dolce e remissiva Susy, tanto simile alla madre, da non dire, a quattro anni e mezzo, altre parole che "mamma" rivolgendosi a John, e "papà" quando chiamava Mary.

Si, pensò egli compiaciuto, poteva proprio dire di essere fortunato.

Avrebbe voluto aggiungere anche il suo "John ama Mary" agli altri cuori disegnati sul soffitto: "Jacques ama Michelle", "Paolo ama Linda", "Adalberto ama Giuseppe" …

Come?

Adalberto ama Giuseppe?

Non pensava proprio che nell'esercito vi fossero degli omosessuali; maledizione, neppure qui si poteva mai voltare la schiena a nessuno, senza nutrire qualche fondato timore!

Poco più distante notò anche: Adalberto ama Richard " e "Adalberto ama Pedro": non si poteva certo dire, però, che questo Adalberto, oltre che finocchio, non fosse anche socievole e cosmopolita.

Che cuore di zingaro!

Pensò alle imbarazzanti complicazioni che avrebbe portato una simile figura nel plotone: con quale coraggio avrebbe ordinato: - Copritemi le spalle mentre avanzo -?

Ridacchiò di questa sua battuta, mascherando l’evidente disagio procuratogli dalla scoperta; normalmente la pederastia era indice di insoddisfazione politica, e dietro quel paravento frivolo si celavano spesso pericolosi sovversivi. Avrebbe compiuto indagini per scoprire qualcosa di più su quel nome senza volto.

Per il momento, però, non si sentiva animato da intenzioni tanto bellicose da fargli sospendere la siesta, ragion per cui rivolse nuovamente la sua attenzione ai fregi che istoriavano la cabina.

In mezzo a descrizioni spudoratamente scatologiche, ai soliti "mi chiamo Roberta, se mi vuoi scopare telefona al VRD7456842 (ci aveva provato una volta, ed era il numero del generale Unterdenlinden), a qualche tentativo di disegno che denotava una desolante ignoranza del particolare anatomico, scorse una frase che lo riempì di virile commozione: "La guerra è l'igiene del mondo", aveva scritto quella mano ignota. Benedetto ragazzo! Ce ne fossero stati tanti come lui, a tener alto il vessillo dei nobili sentimenti in un mondo sempre più corrotto.

Alcuni parlavano di pace come fossero noccioline, ma si scordavano regolarmente qual era il modo più sicuro per mantenerla: la funzione catartica della guerra era una delle poche verità incontrovertibili della vita. Andò col pensiero all'assalto dell’indomani: senza combattere i molluschi, come si sarebbe potuta portare la civiltà in quello sperduto angolo di universo? Anche se era doloroso ammetterlo, la via più rapida e sicura del progresso passava sempre per le armi.

Già, la battaglia di domani. Ogni azione poteva essere l'ultima.

Rabbrividì; sentiva un fremito acre e famigliare percorrergli il corpo.

- Tutti ai posti di combattimento! - (Era la voce del colonnello) - Salire nelle scialuppe! Ad un mio ordine si inizi il count down. Settimo Cavalleggeri Michigan, Caricaaa! - (L'ancestrale grido guerresco aveva il magico potere di affilare, qual fulgida lama, lo spirito degli uomini).

E poi giù, a capofitto verso quell'inospitale pianeta, circondati dai gusci delle capsule che spargendosi all’intorno, confondevano i tiri della contraerea nemica; che fantastico profeta quell'Hellein, Heinling, mannaggia ai nomi propri, che aveva preconizzato tutto con sbalorditiva esattezza!

Dopo che tutti avessero preso terra, John avrebbe fatto un rapido appello ed impartito gli ultimi ordini, postillandoli con l’immancabile motto che accendeva .il cuore della truppa, un po' smarrita al momento dell'attacco: - Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi! - gli era sempre sembrato il migliore, di presa sicura e immediata; anche: - Mi spiace di avere una sola vita per la patria! - era un detto vigoroso e commosso, da citare però piuttosto nel discorso commemorativo di un caduto, che al momento di un assalto decisivo. Scartò decisamente pure: - la guardia muore ma non si arrende! - considerandolo decisamente iettatorio; oltretutto questo celebre motto era molto probabilmente un falso, poiché pareva che la persona cui era attribuito non avesse pronunciato effettivamente tale frase in risposta alla richiesta di resa, bensì fosse stato estremamente più conciso e coprologico nell’esprimere il proprio parere in proposito.

John si assopì col pensiero che spaziava sul campo di battaglia, mentre i suoi uomini si battevano come leoni contro quei calamari mal cresciuti, ed egli si muoveva in mezzo a loro dando l’esempio, rincuorando, soccorrendo, roteando senza posa il suo infallibile paralizzatore.

D’un tratto però il sogno si mutò in incubo: si sentì afferrare alle spalle da un tentacolo; tentò annaspando di ritornare pienamente padrone dei propri movimenti, ma quel maledettissimo mollusco non mollava la presa neppure a morire. Finalmente, con uno strattone più deciso degli altri riuscì a liberarsi, picchiando nel contempo una terribile gomitata contro l'intelaiatura della cuccetta e svegliandosi ululante.

Mentre si stropicciava gli occhi scorse la figura di Ivan appollaiata allo stipite della porta.

Il russo era evidentemente vittima di un attacco di emorragia nasale, poiché teneva entrambe le mani chiuse a coppa intorno al suo tubero carnoso, stillante umori scarlatti.

- Brutto figlio di un cottimo Taylor e di un manager computerizzato della General Ford, la prossima volta ti sveglierò con un secchio d'acqua da due galloni. – stava biascicando quell’iracondo di Ivan con il suo detestabile accento, - In ogni caso, tralasciando ovvie considerazioni sulla tua singolare condizione di pitecantropo sopravvissuto, mi pregherei di ricordarti che il colonello ci attende fra due minuti esatti nella sala riunioni. Passo e chiudo. –

E se ne andò tastandosi pensierosamente il naso.

Cavoli, il colonello non tollerava ritardi. Doveva sbrigarsi se non voleva sentire il peso di quei gelidi occhi grigi, puntati ostentatamente su di lui.

In quanto ad Ivan, un giorno o l'altro gli avrebbe fatto ingoiare quel suo sarcasmo da cosacco, insieme a qualche premolare di troppo.


- Signori, non mi dilungherò in preamboli di cui sia voi che io conosciamo l’inutilità … - il comandante era un uomo di grande fascino personale, aitante, i capelli ed i baffi brizzolati. Aveva poco più di cinquant’anni ed il suo fisico asciutto non denunciava traccia di adipe: pareva forgiato nello stesso acciaio delle loro armi, dell'astronave.

John, guardandolo, capiva bene perché gli altri ufficiali morissero sempre vecchi: quell’uomo pareva inattaccabile da ogni tipo di proiettile, quasi una divinità benigna che stendeva le sue mani protettrici sui soldati che si lanciavano all’attacco. Forse il fatto che egli dirigesse le operazioni dall’interno dell’astronave, mentre gli altri si scannavano sulla superfice del pianeta, contribuiva a rafforzare la sua invulnerabilità e la sua longevità; però, concluse Smith con saggezza tutta militare, un capo non si può mai esporre personalmente.

… ed è per questo, signori, che vi prego di mettercela tutta per far capire ai nostri amici tentacolati che gli abitanti della vecchia Terra hanno la pellaccia coriacea. –

Una franca risata coronò il finale del suo discorso, dopo di che egli si allontanò tra i mormorii di ammirazione dei giovani ufficiali.

Che uomo, il colonnello! Di gente come lui si stava perdendo la razza.

Che incedere sicuro, che portamento fiero! Sugli occhi di John passò un velo; quanto somigliava agli sbiaditi ricordi che egli aveva di pà, eppure quale diverso destino per due persone così simili!

Quell'uomo fantastico che rispondeva al nome di Jeff Smith l’aveva lasciato quando egli non aveva più di otto anni, ed era dovuto ricorrere ai grugniti smozzicati di mà per ricostruire, con indicibile fatica, la sua vita, piegata da un destino tanto inesorabile.

Papà aveva intrapreso tutti gli umili mestieri che costellavano gli inizi delle biografie di ogni miliardario americano: era stato addetto alla foratura dei preservativi per conto dell’organizzazione Incremento Demografico, venditore di cravatte in un campo di nudisti, avvolgitore di prosciutto per involtini alla mensa delle Scuole Ebraiche, piazzista di una fabbrica di seni finti; ma, al contrario di tanti suoi illustri predecessori, la sua escalation verso il successo si era sempre inevitabilmente conclusa al pianterreno.

Un giorno però, la folgorazione: una voce dal profondo gli aveva sussurrato: - La strada della tua fortuna è percorsa dalle navi del deserto - così egli aveva compreso che sarebbe diventato il primo cammelliere d’America.

Si era indebitato fino al collo per acquistare tre magnifici esemplari egiziani, uno dei quali era morto in viaggio, mentre gli altri erano giunti a destinazione, in quel rigido inverno, annodati dai reumatismi, caricando il già disastrato bilancio di pà delle voci "cure mediche" e "riscaldamento, animali".

Al primo incarico, a primavera inoltrata, il maestoso Vizir era stato stirato da una betoniera dopo aver percorso non più di duecento metri, mentre si era dovuto svendere Cadì ad un circo di passaggio, poiché affetto da una forma acuta di ginocchio della lavandaia, il cammello procedeva balzelloni perdendo per via buona parte del carico.

Oberato di debiti, vittima di violentissime crisi depressive e contagiato inoltre da una rarissima febbre tropicale, unico ricordo tangibile della sua fallita esperienza, il vecchio Jeff non aveva avuto più la forza di lottare; e in un grigio mattino, sentendosi venir meno, aveva chiamato attorno a sé la famigliola profferendo il suo testamento spirituale: - Se un giorno sentirete una voce dal profondo che vi indica la strada, ditele di andarselo a prendere nel sedere -, e con tale testimonianza di nobiltà dolente aveva lasciato il mondo dei vivi.

Quando emerse dal dolce mare dei ricordi, John era ormai solo nella sala delle riunioni.

Si diresse stancamente verso la sala di ricreazione passando davanti alla cabina di Alvarez-Sanchez, che stava strimpellando alla chitarra un accorato fandango. La sua voce aveva nei toni acuti lo stesso struggente stridio dei cardini non oliati di una porta, mentre nei bassi si arrochiva catarrosamente, provocando spesso accessi di tosse all'inclito esecutore.

Oltretutto il sergente conosceva solamente due accordi, e su quella base ossessiva improvvisava le sue interminabili tiritere.

Smith criticamente pronosticò non lontano il giorno in cui qualche commilitone esasperato avrebbe annodato strettamente la chitarra attorno al collo dello spagnolo; aveva senti to dire che i latini, oltre che melomani, erano anche irresistibili con le donne, ma se vi era una qualche correlazione fra le capacità amatorie e quelle musicali, padri, fratelli e mariti potevano dormire sonni tranquilli quando Alvarez-Sanchez era in circolazione.

Nella sala di ricreazione tutto era innaturalmente tranquillo, come sempre nei giorni precedenti le battaglie, ed anche i giocatori più accaniti e chiassosi di tresette almeno e di rubamazzo portavano avanti stancamente le partite, mentre i draghi del flipper cibernetico lasciavano svogliatamente le palline al loro destino.

Qualcuno fischiettava con aria noncurante, cercando di mascherare il nervosismo, e solo il vecchio Hopkins tentava di ravvivare l'atmosfera col suo vetusto repertorio di storielle scurrili della cintura degli asteroidi.

L'atmosfera non migliora neppure durante la cena, consumata in un silenzio quasi claustrale; solamente il film propedeutico ammannito in seguito alla truppa riuscì a sciogliere la tensione e a far tornare il sorriso sul volto degli uomini, che osservavano affascinati le eroiche imprese di Kozak, l'eroe dei dodici mondi, e della sua gloriosa pattuglia.

Quando sull'ultimo sbudellamento comparve la parola FINE si salutarono tutti in fretta, rientrando nelle loro cabine per il controllo finale dell’attrezzatura.

Una rapida occhiata alla tuta e alle armi, un saluto ad Ivan (in fondo in fondo, il russo era un buon vecchio testa di cavolo); e prima di addormentarsi, il solito scongiuro dei giorni importanti:

MACARTHURGHEDDAFlJOHNWAYNE,

STALINZUKOVDEGAULLE,

GOTTMlTUNSBANZAIALALÀ,

KAMIKAZEMARINESUSTASCIÀ,

GESTAPOCIAGHEPEU

REGGETEMI IL BRACCIO LAGGIÙ.

John non comprendeva minimamente il significato di quell’antichissima litania, che aveva però il potere di tranquillizzarlo; e l'indomani gliela avrebbe fatta vedere a quelle piovre di che pasta era fatto il figlio di Jeff e Betty del Kentucky!

Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: e non fu il solo, signori miei, ad avere come placido compagno il sonno del giusto prima della battaglia decisiva.

Contrappuntato infatti da un ritmico russare adenoideo, calò il sipario sulla giornata di John Smith.


da "The Time Machine" n. 3/‘77






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