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di Giorgio Dondi


Rico saltò giù dalla bassa soglia del portello e atterrò nell’erba alta. Aveva già visto abbastanza attraverso gli oblò e i visori, ma non aveva tratto alcuna conclusione soddisfacente; un bel paesaggio verde, alberi e cespugli d'ogni foggia, alcuni anche inconsueti ma non più di quelli che aveva trovato su vari pianeti colonizzati; uccelli che disturbati dall'atterraggio dell'astronave, ora tornavano alle loro faccende; aria (verificata con cura prima di aprire il portello), luce come di sole … Tutto come in qualche angolo della Terra, in un parco dei pochi ancora esistenti. Però non era la Terra, e dove altrimenti potesse essere, Rico se lo chiedeva. Un inspiegabile vuoto (quanto lungo?) correva nei suoi ricordi tra il decollo dallo spazioporto di Salt Lake City e l'entrata in orbita attorno a questo pianeta azzurro come la Terra. Avrebbe dovuto trovarsi su AL 27 per un'importante missione (ma quale?). Certo gli avevano dato istruzioni, ma era inutile cercare: mai niente era messo per iscritto, ed egli aveva dimenticato tutto! Unica cosa certa, questo pianeta non era AL 27. Però, quando aveva ritrovato sé stesso, (era in orbita lì attorno, ma chi aveva programmato l'autopilota?) si era subito sentito sicuro che questa era la sua meta, ad era atterrato con la consueta maestria. Ma dove? E perché?

Si passò una mano 'sulla fronte; sudore: certo questi pensieri c'entravano, ma il sole non meno. Decise che la situazione andava presa di petto. Rientrò nella nave e in un attimo ne fu fuori di nuovo, fornito della leggera attrezzatura da campagna. Si guardò attorno senza trovare tracce di sentieri:

- Beh, un po' d’ombra, almeno - sì disse - e s'avvio verso gli alberi. La radura era vasta e quando raggiunse il limite della boscaglia, sbuffava.

- Devo essere ammalato - pensò - non sono mai stato tanto moscio -e con soddisfazione mollò il tascapane sotto un albero. Cercò in tasca: insieme alle sigarette, ne trasse un piccolo modulo, evidentemente compilato da un computer; portava il suo nome e un indirizzo (via E.A. Poe 125, Twain city) mai sentito; in fondo su una strana marca da bollo, un timbro indecifrabile e una firma scarabocchiata. Lo esaminò a lungo, davanti e dietro: non somigliava a nessun modulo del Servizio, però non si poteva mai dire: che fossero quelle le istruzioni? Ci almanaccò sopra: strano che le avessero messe per iscritto; e poi, erano un po' poco: ma sempre meglio di niente. Così, pianificò, avrebbe dovuto cercare un centro abitato e lì indagare per chiarire dove fosse egli al presente e se esistesse, e dove, una Twain. city. Questo per cominciare; ulteriori chiarimenti avrebbe cercato di averli in seguito.

Più tranquillo, rimise in tasca il foglietto e accese una sigaretta appoggiandosi al tronco che aveva alle spalle.

Un sibilo, e qualcosa colpì il tronco a quattro dita dal suo orecchio. La reazione fu automatica: cadde su un ginocchio e portò la mano al fianco, ma la pistola non uscì dalla fondina con l'abituale fulmineità.

- Porca galassia! - imprecò sottovoce - ai riflessi rallentati ci volevano!

Brandeggio l’arma attorno, senza vedere alcun nemico, e intanto un filo d’incertezza si faceva strada in lui: era tutt'altra cosa dall'eccitazione della lotta, dal piacere quasi masochistico del pericolo, dal gusto belluino per l’agguato, che tante volte aveva provato.

Gli parve di sentire un debole scricchiolio sulla sinistra e lasciò andare una raffica nel folto, senza tuttavia notare alcun effetto.

Un attimo dopo, da destra, si levò un ruggito potente, rimbombando sotto gli alberi. La paura lo colse in pieno; a caso scaricò un'altra raffica, anche questa senza effetto. Il rumore s'era appena spento, che un sibilo leggero gli segnalava l’arrivo di un'altra freccia; sparò ancora. Poi sentì qualcosa che gli cadeva sul capo, pur senza fargli male, e con le budella torte, il dito contratto dalla paura, sparò all'impazzata.

Si ritrovò ansante, con la pistola scarica nella destra e qualche cosa d'altro nella sinistra: attorno, sempre silenzio. Fu per gettare ciò che nella foga aveva raccolto e vi buttò un'occhiata (adesso si distraeva anche, il combattimento), ma fermò il braccio prima che il movimento fosse compiuto. Era allibito. Scosse la testa, si deterse il sudore, guardò ancora: aveva in mano una freccia e nella tensione l'aveva spezzata: era norma al posto di questa c'era una ventosa di gomma, come nelle frecce giocattolo.

"Qui mi stanno facendo fesso fu l'ovvio pensiero; ma la naturale cautela, l'abitudine al pericolo, lo portarono a rifiutare una risposta così semplice. "Chissà che cosa c’è sotto …" aggiunse.

E intanto era rimasto lì per tutto quel tempo, disarmato e in bella vista: stava proprio infrollendo. Allungò una mano verso il tascapane per prendere un altro caricatore da cinquecento colpi, ma una voce e una risata lo fermarono.

"Lascia stare, vecchio mio; lo scherzo è durato abbastanza!"

La parlata era larga, certo americana, come i modi di dire:

"Ora vengo fuori. Ma non sparare, eh! Perché sono disarmato!"

Dopo un brevissimo attimo d'esitazione, ostentatamente Rico rimise la pistola nella fondina: del resto, per caricarla ci voleva tempo e se costui s’avvicinava, il coltello era persino meglio.

Lentamente si rizzò, appoggiando bene i piedi e tenendosi un po' piegato in avanti, pronto a balzare.

Tra grande agitazione di frasche il nemico finalmente comparve: vestito di un'incredibile calzamaglia azzurra con una specie di scudo stampato sul petto, scuotendo in aria un arco da ragazzino e tre o quattro frecce con la punta di gomma, avanzava un vecchietto mingherlino, grinzoso fino all'inverosimile.

Solo quando fu vicino, Rico si rese conto interamente della meschinità di quella figura: gli arrivava si e no alla spalla, sarà stato un metro e cinquantacinque. In Rico, ogni pensiero di pericolo comparve come d’incanto.

Con un sorriso sdentato il vecchietto salutò:

"Benvenuto su Apuleius! Come ti chiami?"

Con la bocca impastata e la voce titubante, Rico rispose, mentre le domande dell’altro incalzavano: "Sei pilota, eh? O investigatore spaziale? Sì sì, investigatore, a giudicare dall'equipaggiamento e dai riflessi! Tienteli da conto, questi riflessi: ti serviranno. Non fare come altri che trascurano l'allenamento e al momento buono si ritrovano fregati. Fa come me! Tutti i giorni io mi alleno e, a parte alcune coserelle, sono sempre quello. Ho qualche reumatismo, è vero, ma sai com'è … l’età ha il suo peso.

Sommerso da quella valanga di cordialità, Rico se ne stava lì a riprendere fiato: 'sto vecchietto malefico gli aveva fatto prendere un bello spaghetto... Ci voleva una sigaretta; l'altra, ridotta a una cicca, fumava ancora lì per terra. Trasse il pacchetto e, automaticamente ne offrì al vecchietto:

"Non giova alla forma, questa roba, ma una volta tanto … beh, grazie" considerò quello, prendendone una.

Nella breve pausa di silenzio Rico poté finalmente introdurre la sua voce: "E tu, come ti chiami?" chiese.

"Ah, chiamami Rompi! Qui, tutti mi chiamano Rompi, perché mi piace scherzare; ma loro non sempre apprezzano i miei scherzi."

"Li capisco, porca galassia! - sbottò Rico - Tu sei matto nella testa! Si può sapere perché lo fai?"

"Mah, così, per divertirmi. Ah, accidenti! - E balzò in piedi, guardandosi attorno. – Mi sono dimenticato di Archie." _

Si rivolse a Rico: "Tu non sparare, che non c'è nessun pericolo."

Si voltò ancora verso il folto e chiamò; un attimo dopo Rico dovette fare uno sforzo per frenare il proprio istinto di conservazione alla vista di un bellissimo leone dalla gran criniera, che senza rumore usciva dal verde avanzando verso di loro.

-Ecco, Rico, questo è Archie - presentò il vecchietto - E tu, Archie, dà la zampa a Rico, su. -

Rico, seduto per terra, sovrastato da quella massa fulva, si vide offrire una piota enorme, se la ritrovò rasposa sulla mano sudaticcia.

Non pensava certo a fuggire: era irrigidito.

Intanto il vecchietto aveva attaccato un panegirico: - Archie è un bravissimo animale. Su Archie, fa la cuccia, così, bravo … Sì, un bravissimo animale, innocuo, gentile, anche servizievole: tutte le mattine va prendermi il giornale. E poi mi accompagna sempre, quando esco per gli allenamenti. Qualche volta, facciamo anche la lotta: adesso ti faccio vedere. -

Si rizzò, mettendosi in posizione: - Su, Archie, vieni che facciamo la lotta! Su, Archie, DAI!

Archie lo guardò con miti occhi dorati, poi si volse dall'altra parte e sbadigliò; restando con lo sguardo fisso all'orizzonte oltre la prateria.

- Si vede che non ne ha voglia. - Concluse filosoficamente il vecchietto, rimettendosi a sedere.

Ma subito riprese: - Non hai qualcosa da dargli da mangiare? Te lo faresti amico. Lui è amico di tutti, è vero, ma così, sai, faresti più in fretta. Archie è come un cane o un gatto, ma molto più intelligente. Una volta l'ho messo a confronto con Lassie e Rin-tin-tin: non c’è paragone. -

Intelligenti come lui ci sono solo Baloo e Hati.

Anche Rikki-tikki-tawi e la volpe sono furbe, ma è un'altra cosa. –

Rico intanto aveva tolto dal tascapane una mezza razione: - Dagliela, dagliela, offrigliela sulla mano, - imperversava il vecchietto. - Vedrai, non ti farà niente.

In effetti Archie fu molto delicato: con labbra vellutate raccolse la piccola porzione, solleticando coi baffi il palmo della mano che la reggeva, poi si leccò e, un momento dopo, un sonoro rutto mostrò che l’offerta era stata gradita.

- Beh, adesso sarà meglio che andiamo, se vogliamo essere a casa per l'ora di cena - osservò Rompi, a proposito,-tu dove abiti?

- Mah, rispose Rico, intanto qui dove siamo, esattamente?

- Questo pianeta si chiama Apuleius, e qui ci troviamo a circa ottanta chilometri a nord-est di Twain city.

-E dov'è Apuleius? Io dovevo andare su AL 27 e mi ritrovo qui.

-Capito, sorrise il vecchietto; sei ancora sotto lo shock della prima volta; niente di strano. Cercati in tasca o nella borsa: hai certo un modulo 35/C con l'indirizzo.

Rico gli mostrò il foglietto che un'ora prima lo aveva lasciato perplesso: - Sì, è questo, annuì il vecchietto e, tratto un paio di occhiali montati in oro, scorse rapidamente ii documento:

-Bellissimo, - esultò - abiti a tre isolati. da me.! Andiamo che ti ci porto. Poi rivolto al leone:

-Tu, Archie, dovrai tornare a piedi: questa sera non posso portarti; da bravo, eh, Archie! Ci vediamo domani - e lo carezzò sulla criniera.

Poi, ancora rivolto a Rico: - C'è poco da fare; nonostante l'allenamento, l'età vuol sempre dire, e, scrollando il capo, uscì nella radura.

Rico aveva raccolto il tascapane e l’aveva seguito, rimestando pensieri neri intorno agli ottanta chilometri da percorrere su un veicolo pilotato da questo vecchietto garrulo, tra le colline per di più. A trenta passi dagli alberi il vecchietto si fermò e gli porse una mano: - Attaccati qui con tutt'e due le mani, gli ordinò, e tienti stretto. Stupito, Rico eseguì.

- Non mi fido, grugnì Rompi scuotendo il capo.

Lascia andare; incrocia i polsi e resta rilassato. Continuando a non capire, Rico incrociò i polsi. Con insospettabile energia il vecchietto gli abbrancò i polsi con una mano e balzò su. Ma non era un salto. Rico si sentì sollevare le braccia, un dolore lancinante gli corse le spalle, il capo gli si rovesciò all'indietro, si sentì tutto trascinato, gli mancò il fiato per l’accelerazione e un attimo dopo guardava la terra da una quota di un paio di centinaia di metri, portato come la borsa della spesa da quel vecchietto incredibile che, vestito come un ballerino, sfrecciava disinvolto attraverso l'aria.

Non erano passati cinque minuti che la città era in vista; pochi secondi dopo atterravano piuttosto duramente in una larga strada affiancata da villette.

- Via E.A. Poe, annunciò il vecchietto, lasciandogli i polsi; il numero 125 è lì: prendi possesso di casa tua, io vado a farmi, una doccia, mi cambio e torno a prenderti; così ceniamo insieme e ti presento qualche amico, tanto per facilitarti l'adattamento. E partì di nuovo come un razzo, sotto gli occhi stupefatti di Rico, che intanto si massaggiava le spalle maltrattate.

La casa era nuova, non lussuosa ma comoda e accogliente, evidentemente studiata per una persona sola. Negli armadi c'erano vestiti e biancheria, nuovi, della sua misura; frigorifero e bar erano discretamente fomiti; a vederla così, sembrava una pacchia, si disse Rico mentre sorseggiava un whisky. Il vecchietto aveva detto che era sua; pacchia, ma incredibile: a che titolo era sua? Regali di questa portata sono sospetti: non sarà mica collegata in qualche modo con la sua missione?

Anzi, e il vecchietto capace di volare così, come si fuma una sigaretta? Tutto troppo strano: doveva indagare, proprio cominciando dal vecchietto: certo non era il tipo scherzoso e mezzo matto che voleva far credere; costui sapeva che cosa c'era sotto. Per esempio, non aveva voluto dire il proprio nome, mentre lui, Rico, si era interamente scoperto, dicendogli persino qual'era la sua destinazione. Tuttavia, ormai era fatta e non si poteva tornare indietro: avrebbe preso i provvedimenti che di volta in volta si fossero mostrati opportuni e per ora la cosa migliore era dedicarsi alla toilette: ne aveva proprio bisogno.

Una mezz'oretta dopo, s'era appena infilati i pantaloni, quando sentì bussare: come prevedibile, era Rompi.

- Scusa se prima ti ho piantato lì senza neanche salutarti, ma sai, la prostata fa certi scherzi … Bisogna che mi decida a farmi operare."

Non portava più l’impossibile calzamaglia da acrobata; un composto vestito grigio lo faceva sembrare piuttosto un anziano ragioniere in pensione.

- Se sei dell'opinione, allora, andiamo a bere un sorso, poi ceniamo. Io avrei pensato al "Sandokan": ti va la cucina orientale? Lì è ottima e genuina: hanno piantagioni e allevamenti propri. Se permetti, offro io, per farmi perdonare lo scherzo. Dì la verità: hai avuto una bella fifa, eh? –

A malincuore Rico dovette ammetterlo, mentre il vecchietto si chiudeva la porta alle spalle.

A piedi, questa volta, s'avviarono verso quel che a Rico pareva il centro della città, mentre il vecchietto ciarlava allegramente e, indicando le case, ne nominava gli abitanti: nomi ignoti a Rico. Entrarono in un bar quasi vuoto:

- Io prendo un Clark Gable; e tu? chiese Rompi.

Rico volle sapere cosa fosse: - Gin con un'ombra di vermuth - spiegò il vecchietto.

- Un Martini secco, - riconobbe Rico. - Sì, lo prendo anch'io. - Osservò il barista che lo preparava: lo vide agitare la bottiglia del vermuth, estrarne il tappo di sughero e passarlo sull'orlo del bicchierone che già conteneva il gin.

- Perché lo chiamate così? - s'incuriosì; ma Rompi non lo sapeva.

-Se i signori permettono, - intervenne il barista, - posso spiegarlo io. Noi qui seguiamo un'antica ricetta, simile a quella del Martini, ma non identica, come certo i signori avranno notato. È la famosa ricetta che Clark Gable codificò verso la metà del secolo XX e gl'intenditori affermano che è la migliore combinazione di gin e vermuth, nelle proporzioni ottimali.

- Guarda un po' quante cose impari, -osservò il vecchietto, sollevando il suo bicchiere gelato.

- E chi era sto' Clark Gable?

- Un famoso attore, signore, - rispose il barman con una punta di riprovazione nella voce . - La più chiara esposizione della formula si trova nel suo famoso film "Dieci in amore".

- Era un uomo, allora, - chiese il vecchietto.

- Sì, signore, un uomo, - confermò il barista.

- Ah … - commentò Rompi con una smorfia, rivolgendo tutta la sua attenzione al bicchiere. - Però è buono lo stesso.

Rico aveva seguito il dialogo con attenzione e le ultime battute lo avevano lasciato interdetto.

Un nuovo dubbio si era insinuato in lui: che Rompi fosse un alieno camuffato? L'avevano fatto più volte. Doveva ricordare tutto ciò che sapeva sull’argomento, cercare i segni della diversità, tener conto degli errori anche minimi. Il vecchietto, per esempio, dapprima aveva quasi rifiutato la sigaretta, anche se poi l'aveva accettata: poteva darsi che avesse bisogno di qualche momento per adattarsi; tuttavia c'erano tanti uomini che non fumavano; questa dunque non era una prova. Ora, poi, stava bevendo (e pareva anche con gusto) lo stesso Martini che beveva lui, segno che, o era umano, o aveva imitato egregiamente anche quella caratteristica: non tutti gli alieni ci riuscivano. In ogni caso il suo metabolismo pareva basato sull'ossidazione del carbonio: viveva in un’atmosfera di tipo terrestre, il gin non gli dava fastidio e un’ora prima puzzava inequivocabilmente di sudore. Ecco: il respiro! Doveva osservare i movimenti del torace e controllarne la frequenza.

Al riparo del suo bicchiere Rico aveva contato tre respiri, quando un sonoro starnuto del vecchietto lo distolse dal continuare quell’indagine.

Immerso nel fazzolettone, mentre si puliva laboriosamente il naso, Rompi commentava: "Ho sudato, oggi, poi sono stato fermo all'ombra, e questo è il risultato: un bel raffreddore! Dovrò prendere un paio di aspirine."

D'un tratto Rico si scosse; non aveva bisogno di prove, aveva già la dimostrazione capitale: nessun uomo aveva la facoltà di volare senza mezzi meccanici. Neanche poteva essere un androide; anche questo avrebbe dovuto avere un motore a razzo, ed egli, portato a quel modo, avrebbe notato i gas di scarico. Però, che perfezione! Non solo la forma esterna e gli organi di comunicazione erano perfettamente imitati, ma c'erano anche quei tocchi da maestro come il sudore, lo starnuto …

Gente che non ricercava solo la funzionalità, ma anche l'estetica. Ammirevole!

Il vecchietto, intanto, aveva ordinato un secondo Clark Gable per ciascuno e s'era bevuto il suo; ora, la creanza spingeva Rico ad offrire a sua volta qualcosa, ma non aveva soldi. Rompi insisteva per offrire lui in ogni caso, ma infine cedette; gli prestò cento dollari in attesa che il giorno dopo, all’apertura delle banche, Rico potesse cambiare i suoi crediti. Così Rico, che cominciava a sentirsi la testa un po' leggera, poté proporre un più mite Bloody Mary. E, osservando il barman che lo preparava, ancora una volta rimase allibito: anche costui appariva un umano normale, eppure le scatolette di tomato le aprì ritagliandole lungo l'orlo con l'unghia del pollice.

Sorseggiando la bevanda, Rico pensava, sordo al cicalare di Rompi. Questi erano dunque alieni camuffati magistralmente, ma perché poi si scoprivano con delle grossolanità come questa, anzi con un simile esibizionismo? Se avessero inteso approfittare di lui dopo averlo tratto in inganno circa la loro natura, non si sarebbero lasciati andare a tali errori. C'era da pensare che non ci fosse pericolo, dunque, e tanto valeva stare al gioco, fin che costoro si mostravano così benevoli, cercando intanto di scoprire la loro precisa natura e i loro intenti.

Il locale non presentava nulla d'interessante, né c'erano altre persone vicine; al fondo due persone giocavano a biliardo, ma erano troppo lontano, per essere esaminati: se ne potevano distinguere a mala pena i tratti principali: uno era biondo, di corporatura snella glabro; l’altro enorme, alto e massiccio, con un gran barbone scuro. Ad ogni colpo, regolarmente, il biondo accompagnava una battuta pungente, che manifestamente irritava il grosso. Questo doveva ormai essere prossimo al limite della sopportazione e il barman li teneva d’occhio, ma non pareva preoccupato.

Ad un ennesimo commento il grosso, imbufalito, si avventò attraverso il tavolo per afferrare l’altro, che buttandosi indietro, gli sfuggì di poco. E quando il grosso prese ad aggirare il biliardo, il biondo, sempre beffardo, per un po' mantenne le distanze, poi s'infilò sotto il tavolo: lì, dove l'altro non poteva infilare il suo corpaccione, lo smilzo si muoveva a suo agio rotolando e a tutte le occasioni, con la stecca che non aveva abbandonato, allungava un colpo all'irato compagno.

- Se lo prende, quello lo ammazza, - commentò Rico.

- No, non lo ammazza, lo tranquillizzò Rompi; però sarà meglio che andiamo. Tutte le sere è così; finiscono con il distruggere il locale. -

I baristi se li contendono perché, con quel che gli fanno pagare, se lo ricostruiscono.

S’avviarono; volgendosi, Rico lesse l'insegna che occhieggia sopra la porta del bar: Dall’uomo d’acciaio. Scacciò ancora l'idea di robot perfettissimi: l’aveva già esaminata e per ora non pareva un’interpretazione appropriata.

Al "Sandokan" un compito chef, un malese, li accolse sulla porta salutando cerimoniosamente.

Attraverso il locale abbastanza affollato di pubblico elegante, lo chef li guidò a un tavolo apparecchiato con la fine eleganza un po' demodée che i terrestri avevano importato in tutta la galassia, al tempo della colonizzazione. Per contrasto, tutto il resto del lussuoso ambiente spirava un'aria anche più esotica, e non posticcia ma autenticamente sentita. Legni pregiati e sete preziose si alternavano sulle pareti, dove vasti pannelli sostenevano panoplie d'armi strane.

- Allora, che prendiamo? -s'intromise la vocetta di Rompi. Doveva essere ben ricca, la lista che Rico si trovò tra le mani, ma un rapido esame bastò perché egli si arrendesse: da un lato la minuta era redatta in una grafia ignota dagli eleganti caratteri curvilinei; di fronte, quella che avrebbe dovuto essere la traduzione ne era in realtà solo la translitterazione in caratteri noti, così che l’oscurità restava totale. Intanto il cameriere, anch’egli malese, aspettava paziente.

- Io non sono un intenditore, - disse Rico, - ordina tu anche per me.

Rompi confabulò alquanto con il cameriere, che infine se ne andò, indi si rivolse a Rico.

- Ho ordinato alcuni piatti tipici: dovrebbero piacerti. Hai notato l'orchestra? Antica musica malese: ormai si trova solo qui. - E prese a spiegare, indicando i vari strumenti suonati da un gruppetto di malesi in costume, accosciati su una pedana - E questo è solo l'inizio, - continuò, - la serata si presenta molto interessante. –

Stavano attaccando la prima portata, quando lo spettacolo ebbe inizio. Laconicamente presentata, entrò una coppia di ballerini che si esibì in una lenta danza, che Rompi parve apprezzare moltissimo, punteggiandone alcuni passaggi con lievi grugniti di approvazione. Rico non la trovava così eccitante, ma essa valse a fargli dimenticare il disgusto provato alla vista del piatto di molluschi viscidi e vivi che s’era trovato davanti, e alla fine si unì con un certo piacere a Rompi, che sonoramente sorbiva dal guscio gli schifosi animaletti dall'aspetto terroso.

Applaudì per cortesia anche il secondo numero, ancora di danza, ma il successivo carpì tutta la sua attenzione: due uomini si affrontavano a mani nude in un combattimento del quale solo i movimenti eleganti, quasi di danza, velavano la mortale potenza. Seguirono altre danze, scene mimate, un breve dramma di burattini, ancora scontri con le armi più diverse e pericolose, che Rico e Rompi applaudirono con entusiasmo. Nel frattempo, le portate si susseguivano, ignote nella natura ma gradevoli al palato.

Un'esclamazione di Rompi accompagnò l'entrata in scena di un uomo, l’unico europeo comparso fin allora, in frack e cilindro. Con un compito inchino questi diede inizio al suo numero, e Rico si trovò in breve a valutare con metro ben diverso tutti gli illusionisti visti fino a quel momento: costui era di gran lunga il maestro. Un'ovazione generale accompagnò il termine dell’esibizione: scomparso l’uomo nel nulla. erano rimasti il frack e il cilindro che, prima di afflosciarsi sul pavimento, avevano salutato il pubblico inchinandosi più volte.


Rico e Rompi erano usciti dal "Sandokan" allegri e un po' brilli, e ambedue avevano insistito per offrire un bicchierino. Si accordarono in breve, decidendo di prenderne magari due, e Rompi riprese la sua veste di tutore e cicerone, spiegando con lingua ancora più sciolta. Rico ascoltava, tornando a tratti al suo problema: chi mai fossero costoro che così bene imitavano l'uomo terrestre anche nei costumi più esotici, antichi, ricercati. Lo spettacolo della serata gli aveva fornito altri motivi di perplessità. Sul locale, il personale, i danzatori, nulla v'era da dire, tutto umano, anche se antico ed esotico al punto da parere un altro mondo. Anche i lottatori non sollevavano dubbi: supremamente bravi, ma egli conosceva l’esistenza di simili tecniche di combattimento, elaborate e formalizzate, e qualcosa persino ne aveva imparato, data la sua professione. L'illusionista, invece, era un’altra cosa.

A Rico avevano insegnato come e dove guardare; egli sapeva bene che un prestigiatore ha vari mezzi per distrarre il pubblico mentre compie rapidamente i suoi trucchi: c'è chi si serve di simili mezzi anche in combattimento, per poter inaspettatamente colpire o estrarre un'arma. Ma costui sembrava rifuggire da tali tecniche, sembrava quasi considerarle volgari. Appariva anzi persino un po' didattico: ecco, pareva dire, questo elefante prima non c’era e adesso c'è; io l'ho condensato dall'aria ed è tanto vero che se gli date una banana, la mangia. Né si trattava di giochi di specchi o di proiezioni: a ben guardare, si sarebbero riconosciuti. Dunque, o costui era un maestro, addirittura un capo scuola, che aveva evoluto la sua tecnica in maniera completamente diversa e nuova, o era un alieno dotato di impensabili poteri, oppure … ipnosi collettiva?

Ma se anche fosse stato così, sarebbe stato enorme ugualmente: riuscire a mantenere soggiogate duecento persone per mezz'ora, non era nelle facoltà umane comunemente accettate. Un mutante, dunque? Al pari degli altri, allora? Era una possibilità a cui non aveva ancora pensato; bisognava cercare eventuali prove anche in questa direzione. Ma che specie di mutazione avrebbe mai potuto portare a caratteri così diversi? Uno capace di dominare la levitazione, l'altro dotato di unghie (e magari anche di altre parti del corpo) dure come l'acciaio, un terzo manovrante a piacere l'ipnosi collettiva ... Possibile, possibile: l'universo è così strano … Ma questo doveva essere uno degli angoli di maggiore stranezza.

Alieni o mutanti, a questo punto era quasi la stessa cosa; ed era poi identica se ti proponevano di far bisboccia in compagnia, concluse filosoficamente Rico. Rompi stava indicando un locale: - Ti piace giocare a scacchi? - chiese. - D'accordo: stasera siamo avviati diversamente, ma entriamo un momento qui: ci prendiamo un Napolèon eccezionale e intanto ti faccio conoscere il sindaco.

È anche fondatore e presidente del circolo scacchistico. Una degna persona; modesto, onestissimo, alla mano con tutti; è stato il primo sindaco e l’abbiamo poi sempre rieletto.

Mentre si faceva strada tra i tavolini che reggevano le scacchiere, attirava da giocatori e spettatori sguardi di arcigna riprovazione che tuttavia subito, man mano che egli veniva riconosciuto, si aprivano in cordiali sorrisi. Egli rispondeva con ampi cenni, salutando sottovoce e chiamando spesso per nome le varie persone. Messo in soggezione dal silenzio che regnava nel pur affollato locale, Rico lo seguiva passo passo, salutando anch’egli con timidi cenni.

Si fermarono a qualche distanza da un tavolino isolato e centrale, alle spalle di una piccola folla silenziosa che seguiva la partita. Per vedere, Rompi dovette allungare il collo; indi spiegò in un soffio: - È in corso un'amichevole tra il sindaco e l’attuale "numero due" degli scacchi mondiali; per questa sera non ci sarà modo di presentartelo. È un peccato: persone come Philip Marlowe ce ne sono poche. Ma sarà per una delle prossime sere; vieni, andiamo da un’altra parte.

Quel nome aveva destato qualche reminiscenza nella mente di Rico: - Philip Marlowe, hai detto? È un uomo politico americano? - chiese.

- Americano, è americano; ma non è un uomo politico; qui di politici ce n’è pochi. Non mancano i soliti maneggioni, ma in generale hanno poco seguito. Perché?

- Mah, così; mi pareva di averlo già sentito nominare … E l’altro chi è?

- Un russo, Igor Sviatoslavic, principe di Novgorod. C'è poco da fare: per gli scacchi non ci sono altro che loro. E lo stesso per la danza: lo stesso principe Igor è un ballerino superbo, ti garantisco. –

- Ma esistono ancora dei principi russi ai nostri tempi? - Si stupì Rico.

- Oh, ce n'è una quantità! Un'intera regione, più a nord, è abitata da russi, cosacchi e così via; col loro zar, i principi e tutto il resto.

Intanto avevano raggiunto il lungofiume, dove, spiegava Rompi, erano numerosi i locali aperti fino a tarda ora. Camminarono un po' sotto gli alberi e le l'instancabile vecchietto si univano al frusciare dell'acqua nel fare da sottofondo al continuo almanaccare di Rico. Si preparavano ad attraversare la strada per raggiungere un night-club ancora illuminato quando, ad un rumore di zoccoli al galoppo rapidamente crescente, Rompi afferrò Rico per un braccio, traendo dietro un albero:

- Porco qui! - sbottò il vecchietto, - Sono tornati. Non farti vedere. -

- Chi? Chiese Rico, sporgendo cautamente il capo da dietro il riparo.

- I Cattivi, chi altri? Erano già venuti la settimana scorsa ... Piantano sempre su un cinematografo ...

Lungo il viale intanto, un gruppo di uomini a cavallo s'avvicinava compatto, a briglia sciolta; nella luce dei lampioni i visi erano ombreggiati dagli ampi cappelli e il metallo delle pistole e degli speroni brillava sinistro. Dovevano aver di mira lo stesso locale al quale erano diretti Rompi e Rico: lì davanti ingaggiarono un selvaggio carosello e alle urla si mescolarono gli spari, non solo in aria, ma anche contro le finestre illuminate.

Con decisione, Rompi uscì dall’ombra: - Qui ci vuole una bella lezione! - disse; poi, rivolto a Rico: - Tu stai qui e non ti muovere! -

Rico aveva già in mano la pistola (non gli era parso prudente lasciarla a casa), ma nei successivi secondi fu come rimbambito. Rompi aveva spiccato un balzo e, a due metri d'altezza, planava a esta bassa e braccia allargate verso i cavalieri, lontani almeno quindici metri. A volo radente passò in mezzo al gruppo falciandone una striscia e, giunto all'altro estremo, senza toccar terra virò, ripetendo la manovra. Tanti dei pistoleri erano rimasti sul terreno ma numerosi altri, saltati in tempo da cavallo, s'erano buttati sull’argine del fiume, sparando chi contro Rompi, chi contro il night. Di là qualcuno rispondeva al fuoco; gente che tirava bene, poté constatare Rico che, finalmente riscosso, si unì anch'egli alla sarabanda. Ma la sparatoria durò poco: una figura massiccia eppure agile s'era buttata fuori dal locale, mentre una tremenda voce di basso esplodeva:

- Dove sono? Datemeli che li uccido! -

Quell’ercole senza clava s'era buttato nello scompiglio e, menando mani come pale, completava sui cavalieri disarcionati l'opera che Rompi aveva cominciato col suo volteggiare.

Più nessuno sparava. Anche Rico rinfoderò la pistola e s'uni a quella baraonda, badando di tenersi lontano dagli altri due, a scanso di malintesi.

Tante ne prese, ma ancor più ne diede, di gran gusto, e non passò molto che sul campo si ritrovarono in quattro; un biondo, agile e veloce di piede, s’era unito ai difensori. Un'occhiata sul terreno deserto (non c'erano morti e, stranamente, neanche feriti), poi il vocione di gran basso invitò ad entrare nel locale, a bere alla vittoria.

Alla luce della toilette si censirono le labbra spaccate e gli zigomi tumefatti: solo il vecchietto non mostrava alcun segno del rude combattimento, anzi, s'era tranquillamente diretto ad un tavolo, dove lo ritrovarono, con il bicchiere già in mano, al centro dei complimenti di una folla di clienti. L'entrata di Rico e degli altri due scatenò nuove ovazioni: tutti volevano stringer loro la mano, bottiglie circolavano, bicchieri si levavano ad onorare il loro eroico comportamento. Per loro l'orchestra diretta da un violinista eccellente quanto male in arnese, suonò una marcia trionfale. Poi furono invitati ad aprire le danze.

Nella memoria di Rico la serata, anzi la notte, appare come un insieme turbinoso di manate sulle spalle, balli con bionde morbidissime e invitanti e bicchieri, gran bicchieri d’ogni specie di liquido alcolico.

Verso mattina, finalmente saturi, si accinsero ad andarsene, il locale chiudeva, anche i camerieri si preparavano ad uscire. Agli ultimi saluti il direttore dell'orchestra si offerse di accompagnare a casa in automobile Rico e Rompi.

S’avviarono al posteggio sul viale.

Quand' ecco Rico, improvvisamente immobile, puntare il dito; nel primo chiarore dell'alba, una figura allucinante veniva lentamente al centro della strada; un ronzino biancastro, sfiancato e carico di guidareschi, le froge ansimanti più basse dei ginocchi, le orecchie cascanti, avanzava portando un uomo accasciato sulla sella, il viso nascosto dalla tesa dell'ampio cappello; sulla sua spalla sinistra, una specie di cornacchia teneva nel becco un rametto spinoso.

Nessuno degli altri pareva aver fatto caso a quel tristo, e con breve noncuranza spiegarono che era il Bandolero Stanco.

- Ma chi è? - insistette Rico.

- E chi lo sa? rispose il vecchietto. - È conosciuto così. C'è chi dice che e nato stanco, e sembra probabile. Fa parte anche lui della banda dei cattivi ma, siccome è stanco, arriva sempre in ritardo. –

L'uomo intanto con sforzo aveva levato il capo e doveva essersi accorto d’esser solo. Lentissimamente trasse la pistola, faticosamente premette il grilletto; il colpo, uno solo, si perse chissà dove, e nel rinculo l’arma quasi gli sfuggì di mano. Riposta la pistola, si accasciò nuovamente sulla sella mentre il cavallo, volte le terga, passo passo si avviava per la strada da cui era venuto.

Rico aveva seguito tutta la scena e ancora non se ne capacitava; cercava di avere maggiori chiarimenti, ma evidentemente per gli amici la cosa era consueta e i chiarimenti non necessari.

- Sulle montagne dell’ovest ci sono alcune bande – Spiegavano - fanno continue scorrerie e portano danno agli allevatori e coltivatori. Adesso però sono arrivati alcuni nuovi sceriffi: l'Uomo di Alamo, il Grinta, Tex Willer e diversi altri; si vede che questi fanno bene il loro lavoro, cosicché ora le bande puntano alle città.

Se continua così, il nostro buon commissario Santamaria avrà il suo daffare. –

Intanto avevano raggiunto il posteggio e il musicista invitò ad accomodarsi sulla sua decapottabile, scusandosi per il fatto che era un po' superata: era una Ford modello T. Rico non aveva ancora preso fiato e la vista di quel veicolo vetusto non gli fu di giovamento.

- Tienti bene, - lo ammonì Rompi. - Charlot ha una guida un po' sportiva.

L'avviamento a manovella fu faticoso e non privo di pericoli ma, con la collaborazione di tutti, il veicolo si mosse, rumoreggiando e fumigando.

Ad ogni curva Rico si convinceva maggiormente che la raccomandazione di Rompi era stata eccessivamente contenuta: il veicolo saliva e scendeva dai marciapiedi zigzagando per tutta la lunghezza della strada, evitava alberi e pali per un soffio, imboccava sensi vietati a velocità folle. Ad un tratto il guidatore, sporto il bastone da passeggio, col manico agganciò un lampione posto al centro di un incrocio e Rico si sentì le budella in gola, mentre l’automobile sterzava a novanta gradi. Ma ormai erano arrivati e, coi piedi ben per terra sul marciapiedi davanti a casa, Rico poté vedere il veicolo allontanarsi in una direzione quanto mai incerta, mentre il guidatore, interamente girato all'indietro, salutava con la mano.

Il sospiro che tirò fu genuino, come l’occhiataccia che lanciò a Rompi, che rideva apertamente.

- Piaciuto? - chiese questi. - Era proprio un po' sportivo, però non è mai capitato che si facesse male o che danneggiasse altri. Ha solo distrutto una quantità di automobili; e mai che si sia convinto a comperare un modello più recente. –

- Bella soddisfazione! - mugghiò Rico. Ho il cardiopalma. Mi ci vuole un bicchiere.

Rompi approvò entusiasta e, senza dar tempo all’altro di invitarlo o di opporsi, s'avviò alla porta di Rico.


Il risveglio fu doloroso. Malamente disteso sul divano, Rico cercava di ricostruire l’origine del suo mal di testa. Non subito, ma in un tempo ragionevolmente breve; scopri che gli sarebbe stato di giovamento sistemare altrove la bottiglia vuota di whisky che aveva sotto la nuca e mettere i piedi più in basso della testa. Poi, faticosamente decise di farsi un caffè, per cercare di schiarirsi la vista e le idee.

Cautamente pose i piedi per terra e si levò, ma al secondo passo quasi inciampava nel vecchietto. Compostamente addormentato, questi occupava il centro del tappeto ma non vi posava sopra, bensì sembrava fluttuare ad una decina di centimetri di altezza.

I ricordi di Rico si schiarirono d’un lampo e solo per un istante egli considerò la cosa; poi, con un'alzata di spalle, riprese la marcia verso la cucina: uno che può volare da sveglio, pensava, potrà ben volare dormendo, come le foche che galleggiano nel sonno; e, aliena o mutante che fosse, quella bionda di ieri era una copia migliore dell’originale.

Con gli occhi fissi sulla tazza del caffè, Rico riandava agli interrogativi del giorno prima, quando il vecchietto comparve. Arzillo e pimpante, con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro, irruppe in cucina con un:

- Dà aria, dà aria! Non vedi che bel sole?

Un poco ancora intorpidito, un poco ormai vaccinato contro lo stupore, Rico lo guardò aprire la finestra e mettersi a far ginnastica, contando ad alta voce flessioni e piegamenti. Con orecchio distratto lo intese enumerare i meriti di una bella doccia fredda, né si curò di lui che rovistava nel frigorifero alla ricerca di uova e bacon, tutto commentando con rinnovata parlantina.

Rico stava considerando da ogni punto di vista l’opportunità di farsi la barba, quando fu riscosso da un basso brontolio e da un rumore graffiante contro l'esterno della porta. Con un'esclamazione gioiosa Rompi saltò in piedi, abbandonando il suo padellino di uova:

- Archie, mi hai trovato! Che bravo! Vieni, vieni! E hai anche il giornale! Che tesoro! Tu si che sei un amico! - E, sempre parlandogli, grattava sotto il mento il leone che faceva le fusa come un gatto.

- Sì, sì, - lo vezzeggiava, - ti meriti un bel premio, specialmente oggi. Un bel mangiarino per il mio leoncino!

Dal frigorifero tolse una mezza dozzina di lattine di carne e una bottiglia di latte, approntandole sul pavimento del terrazzo.

- E mentre tu mangi, spiegava all'animale, io mi guardo il giornale. O guarda, guarda; finalmente! - E lesse titoli e sottotitoli. - Mike Hammer esiliato. Condannato per numerosi reati fra cui detenzione di armi da guerra ed esplosivi, spari in luoghi abitati, rissa, ferimenti, minacce, violenza privata, violenza carnale ripetuta, tentato omicidio plurimo e pluriaggravato, violazione di domicilio e appropriazione indebita.

Il pericoloso individuo è stato esiliato a vita nella deserta isola del dottor Moreau. La corte ha riconosciuto l'attenuante della fondamentale onestà di Hammer, tuttavia la mania di persecuzione da cui è affetto lo spinge ad una vera crociata per moralizzare il mondo intiero, e i suoi mezzi non sono accettabili da una società civile.

Lo credo bene, - continuò il vecchietto, commentando: - Aveva sempre il mitra in mano e se poi vedeva una donna, ti saluto! Figurati che ha violentato persino manichini e manifesti pubblicitari! –

Una volta se l’è presa persino con l'Angelo Azzurro, all’età che ha; e quasi ci riusciva, se non c’ero io! -

- Chi è l’Angelo Azzurro? - chiese torpidamente Rico, mentre si dirigeva verso il bagno.

- Una volta, tanto tempo fa, era una stella del varietà. Ma l’hai vista: ti ricordi quella vecchietta che ieri sera vendeva le violette al Sandokan? –

- Non l'ho notata, - dichiarò Rico. - Di violette ne ho viste solo un mazzetto sul bavero di una finta bionda di mezz'età, non brutta ma un po' abbondante e troppo imbellettata. -

- So chi vuoi dire, è Emmanuelle, - disse il vecchietto.

Sulla porta del bagno Rico ristette, voltato a mezzo:

- Quella Emmanuelle? -chiese. - Ma non è morta da un mucchio di anni?

- Come hai visto, non è affatto morta - confermò il vecchietto. - S'è fatta una barca di soldi con una casa d'appuntamenti, ma continua ad essere sulla breccia. Adesso, poi, c'è guerra aperta con Flash Gordon, che ultimamente è entrato nel giro anche lui, con tutte le ragazze che s’è portato dall’ultimo viaggio. Peccato! Prima era mio collega e lo conoscevo bene: sembrava un così bravo ragazzo …

Sbarbandosi, Rico rimuginava e, all’uscita dal bagno, interpellò il vecchietto:

- Ti debbo quei cento dollari. Mi accompagni in banca, che cambio un po' di crediti?

- Sì, sì può andare, ma non c’è nessuna fretta.

Piuttosto, come stai a soldi? E hai deciso cosa farai?

- Come che cosa farò? - chiese Rico, allarmato.

- Hai fatto i tuoi conti? - chiese il vecchietto - Non credo tu possa vivere di rendita: pochi hanno una simile fortuna. D'altra parte, per la pensione sei troppo giovane, non hai versato niente e sei in buona salute. Perciò ti ci vuole un lavoro: ci hai pensato?

- Io sono un investigatore, - rispose. - Il mio stipendio corre anche adesso. Dovevo andare su Al 27 e mi sono perso per la strada, è vero …

- Macché parso per la strada! Nessuno ti ha detto niente? Non ti hanno detto che dovevi venire proprio qui?

- Ah, tu sei il 'contatto' … - s'illumino Rico.

- Macché contatto d’Egitto! Qui non c'è proprio niente da contattare, e neanche da investigare. Dunque, nessuno ti ha detto niente?

- Ma, non so ... - Rico era ben più che perplesso.

- Dunque i casi sono due, - proseguì il vecchietto – o pensi di poter vivere indefinitamente con quello che hai in tasca e con quello che ti darà la Società, oppure ti rimbocchi le maniche e ti cerchi un lavoro.

- Non capisco un tubo! - sbottò Rico. - il mio mestiere è quello dell'investigatore e, modestamente, so farlo abbastanza bene. Sono impiegato al Servizio Investigativo Interplanetario e quindi non ho bisogno di nessun'altro lavoro!

- Beh, cercherò di spiegarti. Fa conto di essere in licenza senza stipendio: in qualche modo davi mangiare e devi pagarti la casa, quindi devi lavorare.

- Ma te l'ho già detto: io faccio l'investigatore! - insistette Rico.

- Piantala con quel chiodo fisso. Qui di investigatori ne abbiamo un mucchio e fanno tutto meno che l'investigatore. Che cosa credi che fosse Marlowe? E adesso è sindaco e libero docente di filosofia scettica. Sherlock Holmes, invece, ha la cattedra di logica matematica. Ma non tutti sono così ben sistemati: Poirot, per esempio, faceva il giardiniere (molto bravo, a dir la verità), ma è> morto di recente. assassinato da quella criminale di Agatha Christi. E 007 ripara automobili: è un asso nel truccarle. Potrei citartene altri a centinaia. Anche quell'Hammer che hanno esiliato, che cosa credi che fosse? S'è intestardito a continuare a fare il poliziotto privato e vedi com’è finito. Quasi tutti prendono qualche soldo dalla società, ma in generale sono delle miserie; a qualcun’altro, come l’Uomo Mascherato, che è cieco, la Società passa la pensione d'invalidità; ma quasi tutti si lavora.

Rico, colpito, rimase di stucco un bel pezzo.

Poi, con voce incerta, chiese:

- Ma sono tutti poliziotti, qui?

- Neanche per idea, - spiegò il vecchietto. - Qui c'è gente d’ogni specie. Di Emmanuelle ti ho già parlato: il locale di Sandokan l'hai visto; si fornisce di tutti i prodotti nelle aziende agricole che erano dirette da Yanez, ma ora, poveretto, quello è in sanatorio: l’ho sempre detto; troppo fumo. Hai visto anche Mandrake, l’illusionista, e hai conosciuto Trinità e il suo amico che fa il buttafuori in quel night. Ma c'è di tutto, come ho detto: il Corsaro Nero è maestro di scherma, il capitano Nemo insegna organo al Conservatorio, Arsenio Lupin è specialista di sistemi d'allarme antifurto. –

Incredulo Rico ascoltava.

- Ma questi – disse lentamente, - sono tutti personaggi inventati …

- Certo, confermò Rompi, - siamo tutti personaggi inventati. -

E che cosa ci fate qui?

- Qui siamo, come dire, in parcheggio. dobbiamo pur andare in qualche posto tra un'uscita e l'altra, no? -

-E tu, chi sei realmente? -

- Sono Nembo Kid - sorrise il vecchietto.

- Con quella corporatura? E quella faccia? Non ci credo! Da ragazzo le ho lette anch'io le avventure di Nembo Kid: era un vero fusto, mica come te.

- Eh, purtroppo è vero sono invecchiato. Ma il truccatore è un artista e, quando "esco ", faccio ancora la mia figura. Ma ormai esco di rado, non interesso più, e così per mangiare debbo fare il lattoniere. Brutta cosa diventare vecchi! … -

- Non ci credo! Siete tutti di carne ed ossa, parete proprio veri … -

- E perché no, almeno qui? -

- E Archie? Cosa c'entra con te? -

-Niente c'entra, ma è mio amico. Lui è il leone della Metro Goldwin Mayer. Simpatico, no? -

- Ma ci siete tutti … Chi vi ha mandato qui?

- La SIPA, Società Interplanetaria Personaggi d'Autore; è quella che cura anche i nostri interessi, amministra i diritti di personaggio e quando siamo vecchi e malandati ci dà la pensione, anche la pensione d'invalidità, come a quel disgraziato di Orlando, che è sempre in manicomio. –

- Ma … e me, chi mi ci ha mandato? -

- Sempre la SIPA, a giudicare da quel modulo che mi hai mostrato. -

- E perché? E dove mi ha preso? -

- Beh, con certezza non lo so. Da un film, lo escluderei; e per i fumetti ti manca la mandibola quadrata, i capelli non sono giusti, i pugni sono buoni, ma non eccezionali … Direi dunque che tu, dato che non hai ancora avuto il tempo di cambiare (che poi cambierai, invecchierai, come me e tutti), sei tipo da romanzo. –

-Vuoi dire che ho vissuto in un romanzo? - La voce di Rico s’era fatta acuta.

- Sì. Direi di sì. –

- Sono stato inventato anch'io? -

- Certo, sei un personaggio anche tu. -

- Allora non sono un uomo! - uscì in un urlo la voce di Rico.

-No, non sei un uomo. Però nel tuo piccolo sei immortale. -


da "The Time Machine" n. 4/‘77






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