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Diagramma


di Laura Serra


Maestro Manno si rotolò molte volte lungo la collina sabbiosa, salendo e scendendo sempre più velocemente.

Ra splendeva di oro e di viola inviando grossi serpenti di particelle che si univano ai punti di sabbia.

Maestro Manno era in fase depressiva, per questo era venuto alla Sede del Silenzio: cercava da tempo sé stesso, non trovava risposte, sentiva avvicinarsi il termine senza che fosse lui a stabilirlo o almeno riconoscerlo; e soffocava.

Lucido, il Guardiano della Sede, apparve sulla cima mentre lui era giù in fondo; spiccava contro il reticolato di verde e arancione del cielo: il suo liquore biancastro, dal caratteristico odore di radici esotiche; mandò lampi gocciolanti di rimprovero.

Maestro Manno si fermò e pianse. Le perle rosse semiaperte si separarono dalle ventose disperate e scivolarono per breve tratto, inserendosi presto tra i semi della sabbia.

- Non mi commuovo! - soffiò il Guardiano coi suoi versi ottusi e friggenti di liquido. - Non puoi anticipare il tempo!

Maestro Manno si corrugò, tese allo stremo ogni ventosa e si rotolò in su, fino alla vetta.

Sentì il fluire inquieto di Lucido sopra di sé e per un attimo non ebbe il coraggio di reggerlo.

Poi però si impose il controllo e offrì sé stesso senza diaframmi.

- Eccomi, osò. Eccomi nella piena solitudine della mia vecchiaia. Non condannarmi; aiutami invece.

- È difficile capirsi tra diversi, rispose il Guardiano, con sincerità che Manno apprezzò. È ancora più difficile poi quando uno dei due chiede qualcosa che l'altro non può dare.

Maestro Manno pianse ora di rabbia, acute lingue di fuoco azzurro che esplosero contro la scacchiera celeste gridando perché.

- Perché tu non sei l'arbitro.

- Eppure sappiamo, qualcuno ha saputo, qualcuno racconta che la chiave esiste.

L'umido bianco del Guardiano sussultò un attimo; e Manno vi colse sentimenti ribelli subito placati in uno scorre più tiepido del precedente, e soprattutto meno formale.

- Se vuoi affrontare l’ignoto, lo devi fare senza chiedere il permesso a me, anzi contro il mio permesso. Devi renderti responsabile pienamente della tua presunzione. E, io ti suggerisco, forse proprio questa è la chiave.

Maestro Manno si senti invadere da un crepitio dimenticato e ascoltò con prudenza la tensione delle ventose verso l'esterno; riconosceva il diagramma della gratitudine e mentre lo riconosceva, lo faceva sgorgare fuori e unirsi, quasi liquido, al liquore dell'altro. Le grandi gocce del Guardiano si gonfiarono, assunsero toni di giallo, ruppero in mille pezzi la catena, e poi giù a frotte, rincorrendosi per riunirsi.

Manno capì di essere stato capito e ciò nello stesso momento in cui Lucido capì di capire: difficile sarebbe stato per entrambi dimenticare quella segreta esplosione, l'improvviso dilatarsi contro il reticolato, il grido eterno e incommensurabile non a Ra, ma oltre Ra.

Le ventose, tornate alla normalità, si contrassero ed egli ridiscese giù. Sulla collina, contro lo sfondo insolitamente opaco, Lucido salutava; il suo saluto era debole e non più liquido, sudato.

- Sudato! Come mai sudato? Un messaggio terribile si compose in lui, e avvertì ormai chiara la realtà.

Il Guardiano continuava a salutare, invaso sempre più da un’ombra viola. Le gocce si dibattevano, strappate al loro umido naturale, e invocavano il ritorno, in lotta contro la consapevolezza e la comprensione che invece accettavano, con toni di umiltà e perfino di gioia, l'avvicinarsi divorante.

Manno proiettò tutta la sua disperazione. Il coacervo di perle rosse, cristalli, fuochi, bestemmiò a Ra per la salvezza del Guardiano, ma mentre gridava le ragioni dell'altro, egli si rese conto della propria stupidità.

Sulla collina, la scacchiera verde e arancione si abbassò fino alla sabbia; l’emanazione viola succhiò gli ultimi resti, qualche goccia scivolò via con la forza sciocca delle resistenze impossibili e morì contro la terra. Vi fu un breve sussulto, un angoscioso respiro, ma non era più quello di Lucido, bensì dei suoi assassini.

Il reticolato si sollevò tornando alla normalità. Ra splendette come prima, criminale e ipocrita, come se nulla fosse stato.

Maestro Manno si avviò verso i confini proibiti, oltre la Sede del Silenzio, con tristezza ma senza disperazione.

- La sua morte, meditava, la sua morte ha un significato, il significato del messaggio che mi ha voluto dare e che è stato la sua condanna.

La sabbia cessò improvvisa e un triangolo di terra nera collosa si protese senza che se ne intuissero i vertici.

Manno saggiò in ogni direzione; ma non captò altro. Sarebbe stato pericoloso rotolarsi senza conoscere i confini, sicché avanzò con prudenza, una ventosa alla volta.

Odore di bruciato venne incontro accompagnato da getti di spuma appiccicosa che si incrostarono sulla superficie esterna delle ventose, mettendone in difficoltà la capacità sensitiva. Un sibilo seguì, inserito in dure sfere che si incollarono alle bocche, tentando di sottrarre altri umori sensibili; esso crebbe arrivando a limiti insopportabili, oltre i quali le fibre provate dalla vecchiaia presero a scuotere cedendo all’esterno gradatamente la vitalità.

- No!, - gridò Manno. - Non voglio, prima d'aver saputo. E quando avrò saputo, non voglio, prima d’aver vendicato!

Il triangolo nero fu ingoiato dalla scacchiera celeste. Maestro Manno si trovò, dolorante, essiccato, terrorizzato ma vivo, sull'orlo.

Sotto, l'Altezza e la Profondità incommensurabili.

Aggrappato freneticamente a un esiguo pezzo di terra cedevole, sentiva il silenzio del baratro e ne coglieva l’ululato agghiacciante.

- Se cadi, se cadi avrai tutto il tempo di misurare la tua morte. La vedrai in faccia, ma ugualmente non capirai. È un inganno: devi aggrapparti ancora alla vita.

Le ventose, sfinite, succhiavano i grammi di terra per continuate ad essere e per non vedere l'abisso. Poi una cedette, ed anche un’altra e un’altra ancora.

- No!, - urlò Manno. - No! Io VIVO! Accese ogni risorsa interna e ordinò spasmodicamente la contrazione, ma i riflessi erano ormai opachi e l'impulso di movimento rarefatto. Sentì il sangue sprizzare e lo vide spargersi in chiazze nere dappertutto, ma non si arrese e volle guidarlo: vi si bagnò dentro, umettò le bocche, le nutrì così di sé stesse e riuscì a imporre la contrazione e il salto indietro.

L’abisso non aggrediva più. Maestro Manno pianse perle rosse, le raccolse e contemplò la fessura che ne segnava l'asse. Una porta era, una piccola porta socchiusa da cui filtrava luce azzurrognola.

- Devo entrarci, - si agitò. - Devo entrarci assolutamente.

Ansimando si raggrinzì, con progresso lento e penoso; sentì il furore centripeto massacrargli, al limite della sopportazione, le direttive sensoriali e mentali, ma infine riuscì, e il filo di luce azzurrognola tra le pareti rosse spugnose gli si aprì davanti in dimensione.

Tastò e avvertì un odore noto, di iodio, riconobbe l'alga di mare e la divorò, riportandone il rosso alla sua vera realtà grigio-nera.

L'azzurro gli si apriva davanti enigmatico. - La vera essenza del pianto, meditò, che cosa mi nasconde?

Fu incerto se andare o indietreggiare; poteva ancora rinunciare, tornare alla Sede del Silenzio, e di là restituirsi alla realtà, accettarla supinamente, prendere la fine senza domande e senza risposte.

L’immagine di Lucido gli pulsò dentro con prepotenza. - Il Guardiano è morto! -gridava. - Il Silenzio non ha più padroni e i veri padroni dovranno mostrarsi. Ma se tu rinunci, il gioco sarà comunque il loro.

- È vero, sospirò Manno, ed entrò.

Un gigantesco prisma ruotante su sé stesso gli scaraventò contro pioggia forsennata di colori.

Egli contrasse le ventose, tentò di chiuderle, pur conscio dell'impossibilità, mentre i colori gli aggredivano in via diretta i centri vitali.

Impazziti, questi emanavano ordini caotici in contrasto col fine autoconservativo: le ventose anziché raggrinzirsi si dilatavano alla massima tensione, le perle, i fuochi, i cristalli esplodevano fuori mischiandosi furiosamente coi colori, le particelle più esterne si scrostavano via unendosi alla danza pazza, mentre le fibre più interne, logore e bastonate, gemevano.

- Di là dal prisma. Di là dal prisma, - ordinò sfinito Maestro Manno e, impostosi comandante della spaventosa guerra, costrinse sé stesso ad andare avanti, ad andare contro.

Un attimo dopo, fu la luce. Rimase sospeso e svuotato, in preda a un torbido riposo; il silenzio era completo, la chiara nebbia uniforme simile a quella delle tenebre.

Poi ci fu un diradarsi dei punti e sorse un vento gelato. Maestro Manno si irrigidì e tese al limite le sue ultime resistenze, mentre frammenti di ghiaccio piombavano a forte velocità ficcandosi sulle ventose e facendole sanguinare. Adesso c'era intorno un colore rosso scuro e ululati strani, fischi e tonfi.

- Basta!, - gridò estenuato. - Tutto questo è assurdo e inutile. È continua sofferenza senza scopo: qualcuno mi ride dietro, ed io muoio.

- Non l'avevi capito? - Il Guardiano gli stava di fronte, le gocce bianche in gorgoglio placido, l'altezza imponente e spumosa.

- Dove siamo? - chiese stupidamente. - È dunque questa la morte?

- Cerchiamo sempre dove non dobbiamo cercare, - rispose Lucido, e non riusciamo a scorgere la risposta davanti a noi.

- Spiegami allora.

- Hai provato le tenebre, l'abisso; sei penetrato nel tuo pianto e hai scoperto tutti i colori del possibile, hai arrischiato oltre, hai trovato la luce, ma neanch'essa naturalmente ti è bastata.

Sei giunto al ghiaccio feroce che ti taglia e insanguina, e ancora non sai renderti conto. Che cosa sei, ora?

Maestro Manno si appiattì di tristezza. Si mosse un poco verso il Guardiano e scoprì la sabbia sotto, avvertì oro e viola splendere di là dalla scacchiera celeste e si senti a casa.

- Ho fallito, - mormorò. - È ora ch'io torni.

- Perché, non volevi trovare te stesso? Non volevi reggere tu le fila della fine, per non subirla, governare la vecchiaia in saggezza, per non soccomberle?

Le perle rosse scivolarono giù, inabissandosi nella sabbia. - Si, ma non sono riuscito a capire. Soltanto terribili prove, atroci sofferenze, terrore. Ora ritrovo te, che credevo morto, e anche questo non comprendo. Forse sono morto anch'io.

Che importanza ha? Sono di nuovo alla Sede del Silenzio, e non vedo l’ora di tornare a casa.

- Hai avuto paura?

- Non è vero - si oppose Manno. - Ho lottato e resistito, sempre.

- Non dell'esterno intendo, ma di te.

- DI ME?

Il Guardiano si avvicinò, Maestro Manno sentì le gocce bianche distendersi, ampliarsi, la massa intera gonfiarsi, ma non ne intuì le intenzioni e si sentì sovrastare; istintivamente si scostò.

- Che fai? Mi temi?

- Come puoi crederlo?

Lucido avanzò ancora, e Manno avvertì il fiato umido, le mille bave cristalline, lo spezzarsi e il rincorrersi delle gocce quasi a contatto delle ventose.

- Produci gratitudine, come l'altra volta.

- Non posso! gridò Manno, esasperato.

- Dammi qualcos’altro allora, qualcos’altro di liquido, ch' io possa sentire, avere.

- Getta, dunque!

Le ventose tremarono ancora di più.

Il guardiano era sopra ormai, fagocitante.

- Forza!

Maestro Manno non ne poté più. Il suo autocontrollo saltò ed egli espulse cristalli, ma soprattutto fuochi, contro l'umidore incombente. Le gocce frissero e fumi di vapore sprizzarono; i cristalli esplosi all’impazzata, formarono barriere sulle quali il liquido scivolò con ferocia.

- Perché mi odi? gridò Manno allo stremo delle forze. - Perché mi hai inscenato una morte fittizia, mi hai precipitato nei vortici delle regioni esterne, mi ha ripreso poi come un naufrago sfinito per farmi la guerra?

- Perché io ti avevo dato la chiave e tu non l’hai capita.

- Non è vero. Mi hai soltanto ingannato.

Lucido infuriò spumeggiando. Maestro Manno ormai riusciva appena ad espellere qualche raro cristallo. Ebbe una scossa di rabbia, poi sciolse dalle ventose cateratte di perle.

- Combatti!

Manno ansimò. Ormai non gliene importava più nulla. - Hai vinto, sospiro. - Hai vinto contro un vecchio.

- Ti sei reso responsabile della tua presunzione, nelle regioni esterne, mormorò il Guardiano, placato. - Non però nelle, regioni interne.

- Ho perso, borbottò Manno, espellendo le ultime perle, - Ho perso e basta.

Il Guardiano mise in sospensione le proprie gocce, si ridusse straordinariamente, si aprì.

- Osservami. Lo scorgi il diagramma?

Maestro Manno guardò e ascoltò. Lo riconobbe e si sentì invadere da piacere. Si avvicinò, tastò, e comunicò il proprio …

- Come potevo, lamentò, come potevo mai pensare che fosse lo stesso?

- Lo stesso, si, rispose Lucido. Anche se io sono liquido e tu no. Dappertutto è lo stesso, e tutto il resto è finzione. Questa è la chiave.

- Ma c'è, o non c'è, la morte?

- Tu l'hai detto: che importa?

Maestro Manno sentì la propria vecchiaia, ricca e piena. Aveva accettato la responsabilità degli spazi oggettivi, ma misconosciuto quella degli spazi soggettivi. Ora, nella nudità della formula di un liquido, aveva ritrovato la sua. Non era fantastico, ciò? Non era superiore a qualsiasi aspettativa, e più ampio di qualsiasi termine?

Il Guardiano era buono. Era placido il suo scorrere, e morbido: non avrebbe mai creduto un tempo, nella cecità della sua ignoranza, che un diverso potesse essere così rasserenate e sferico, così leggero e tiepido presso le ventose dilatate.

Un’ombra viola partì da Ra. Manno la osservò con apprensione. - Non badarci, lo rassicurò il Guardiano - È già stato, forse sarà ancora, potrebbe però non essere mai stato e dover ancora venire. È una sequenza che qualsiasi vento può mutare, in avanti o indietro, e poi ancora in avanti e ancora indietro. Ma sono i giorni che contano, non la loro serie.

L'ombra si ingrandì e avvicinò, il reticolato verde e arancione cominciò ad abbassarsi, mentre l’oro di Ra pareva più lontano.

- Invidia! gridò Lucido. - Invidia contro la nostra presunzione, contro la nostra ribellione! Invidia, perché abbiamo compreso!

La scacchiera celeste baciò la sabbia. L’ombra invase Maestro Manno e lo inghiottì.

La Sede del Silenzio si scosse dal suo tempo e mormorò:

- Ogni Guardiano, ogni Guardiano è sempre morto d’amore!


da "The Time Machine" n. 4/‘77






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