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Guerra e non più guerra


di Franca Gallerini


La pioggia gocciolava in trine bluastre, spandendo sui rotoli di nebbia, luci spente di cenere, sprazzi fulminati di girandole remote.

I vapori affondavano nel cielo cumuli d'onde immobili, risacca polverosa di storie inabissate, di navi perdutasi in volo.

Nei boschi, tremavano le foglie sotto il cadere di un atomo bagnato di pensiero, destinato a perdersi nel terreno fradicio, fangoso, fertile di voci che ignorando la storia, solcavano torrenti sotterranei turbinosi di leggende.

La casa sorgeva sul pendio della collina, tra boschi frammentari, circondata da un gruppo di alberi silenziosi, invecchiati cantando novelle ai bambini, con il solo ricordo dei tempi quando era diverso il cielo, diversa la casa e coloro che in essa vivevano, non ancora nati, parlavano dal ventre delle madri, un linguaggio di paura.

Jacob stava spaccando legna sul cortile, a fianco dell'antica casa. Non si curava della pioggia leggera, dell'umido respiro nebbioso che gli alitava in faccia profumo di vagina, oltre il fondo dei mari.

Li scorse, attraverso i fumi sospesi, uscire dai boschi, più a valle, dispersi qua e là, da vari punti della macchia.

Brancolavano come dei ciechi, ma vide che impugnavano strane armi, e sui loro carpi, divise ormai logore e scolorite li indicavano come una sorta di guerrieri, uomini costruiti per combattere.

L'uomo sul cortile, non ebbe timore, né si preoccupò in qualsiasi modo. In quel luogo, dei soldati erano un miraggio assurdo, che non serviva a nessuno, e che, di conseguenza, a nessuno poteva interessare.

Continuò a spaccare legna con l’ascia. Quel suono che filtrava nella valle in brontolii soffusi d’echi, era l'unico che rompesse la densità ascetica della preghiera che le nuvole andavano recitando da giorni ormai, grano, per grano sul rosario d’acqua.

Gli uomini, usciti da boschi, non erano più di una ventina, e ben presto si riunirono per imboccare il sentiero che, attraverso i campi e il vigneto, saliva alla casa di Jacob.

Majowk si decise a parlare: - Hai un'idea di dove siamo sbucati? - disse rivolgendosi al capitano che gli camminava al fianco.

- Per niente; quel bosco è vasto quanto l'oceano Pacifico. Non ricordo quanti giorni sono passati da quando abbiamo iniziato la marcia.

- Pensi che loro siano vicini?

- Chi può dirlo? Non ci capisco più niente in questa maledetta guerra … Sono ormai almeno cinquant'anni che è stata dichiarata, e ancora non ho visto un solo nemico.

- Non dimenticarti che la nostra divisione era una sezione separata, e può darsi che il nostro raggio d'azione non…

- Balle! - fece il capitano. - Nessun motivo può giustificare il fatto che il comando supremo ci abbia tenuto all'oscuro di tutte, ripeto tutte, le eventuali operazioni di guerra. Anche in caso di una improvvisa, subitanea sconfitta, i nostri o i nemici non avrebbero difficoltà a ritrovarci, dotati come sono di mezzi aerei e rilevatori ad amplissima portata!

- Comunque, chi abita quell'edificio potrà sicuramente dirci almeno dove ci troviamo.

- Non esserne così sicuro; neppure quella foresta era segnata su alcuna carta geografica.

Si avvicinarono alla casa. Jacob si decise a mettere da parte l'ascia e li guardò stupito. I soldati giunsero sul cortile, e il capitano, fatto segno di fermarsi, si accosto all'uomo.


Susannah gioca con la sua bambola. Fuori le auto corrono dicendo brutte parole; è una bella sera di primavera.

Susannah corre fuori, papà e mamma stanno per arrivare.

L’orso di pezza la segue balzando e rotolando sul pavimento, la bambola si mette a piangere. Susannah vede i genitori sul viale. Tutto intorno palazzi giganteschi, popolati di uomini che sembrano formiche. Susannah pensa che le rondini faranno il nido sui grattacieli e sorride. Le sue amiche del vicinato l'attendono; tra poco andrà da loro, a parlare dell'educazione dei figli, dell'importanza dei genitori nella vita, dell'ultima moda in fatto di novelle illustrate, vietate ai minori di cinque anni.

Papà ora la prende in braccio, le fa buffe moine; lei è contenta di rivederlo e ora sopporta tutte quelle sciocchezze prive d'importanza, che i grandi sono soliti fare ai bambini. La mamma sorride, mentre si avviano verso la porta di casa. Susannah non ricorda molto del passato; i grandi sono grandi da sempre, coi loro pensieri difficili o incomprensibili; da sempre parlano di cose remote, e lei li sta ad ascoltare, fingendo di ascoltarli, per non ferirli nell'orgoglio.

Susannah pensa che bisogna essere pazienti con loro, che anche loro possono insegnare qualcosa ai bambini; anche se alcuni suoi coetanei propongono di rinchiuderli in case chiuse, separate da tutti, a riposare.

A lei non dispiacciono, in fondo; anzi, talvolta ha immaginato di essere grande, per vedere l'effetto che fa. Spesso ha sognato di chiamarsi Susannah, ma di avere quaranta anni, un marito, due bambini, e di passare il giorno assillata da un mucchio di problemi: i due bambini insopportabili, il marito lontano in un suo mondo situato tra lo stadio e la televisione, e le varie faccende di casa diluite a forza con le droghe addomesticate.

Nel sogno, Susannah, da grande rimpiange la sua fanciullezza, I tempi felici, senza problemi e con qualcuno che pensava a lei.

E sempre quel sogno si interrompe bruscamente, si spezza, fondendo la sua realtà coi sogni da sveglia.

Ora Susannah corre dalle compagne e l’orso di pezza la segue, facendole offerte d'amore.


Il capitano guardò Jacob negli occhi. - Salve, - disse.

Jacob si limitò ad assentire con un cenno della testa.

- Puoi dirci dove ci troviamo, dove si trova la tua casa … e qual'è la città più vicina? – L’altro fece un gesto di stupore. - Non vi sono città, in questo luogo, né in altri luoghi che io sappia. Non so dove mi trovo … e non me lo sono mai chiesto in verità; non è una buona cosa chiedersi come è fatto il mondo, se esiste un Dio che tutto colma e tutto esaudisce con la sua onnipotenza.

Majowk e il capitano si fissarono. - Vuoi dire che non sai in quale parte della Terra ci troviamo?

- Terra? Quale Terra? … e poi, voi da dove venite? Se quei boschi terminano sotto il mare? Non esistono guerrieri in nessuno dei sei paesi in cui si divide il Popolo!

-Sei paesi! - fece Majowk - Ma non sai niente della guerra che da mezzo secolo infuria sulla Terra e in tutte le sue colonie? Non sai niente sul fatto che noi potremmo essere un gruppo inviato da un comando settoriale, a riprendere i contatti con l'unità centrale … che infine quella foresta non termina nel mare, ma in un altro continente in cui si trovano i nostri compagni? - Jacob scosse la testa. - Tutto quello che dite è assurdo; io vivo con mia moglie ed i miei figli, da quanto non ricordo, in questa casa, vivendo in pace coi vicini. In questo mondo non c’è guerra da tempi immemorabili, non so niente della vostra guerra!

- Incredibile! - fece il capitano - il conflitto coinvolse tutto l'universo conosciuto, e le sue armi erano tali da non avere praticamente limiti! Non è possibile pensare che in alcune parti, regioni isolate, non ne sia giunta alcuna notizia!

- Forse la guerra è finita da tempo e … - azzardo Majowk.

- Non c’è stata guerra da eoni interi - intervenne Jacob.

- Non sono convinto. - Il capitano sedette su di un tronco tagliato, poggiando il fucile accanto a sé – pazzesco!

Ci troviamo in un vicolo cieco! Non conosciamo dove o quando a guerra si svolge, ignoriamo la nostra posizione, se possiamo avere contatti con gente più evoluta … e se davvero non esistono città …

- Ma come diavolo puoi capire il termine città, se non ne hai mai vista una? - esplose Majowk volgendosi a Jacob.

- Non so … - rispose quello - è una parola che conosco, e so anche come funzionano alcune delle vostre armi, anche se non ne ho mai impugnata una!

Tacquero tutti, mentre la pioggia balbettava ritornelli monotoni sui tamburi sordi del tetto vicino. I soldati si erano sparsi sull'aia; le divise fradicie portavano insegne dai colori ormai sbiaditi.

Poi Jacob ebbe un'esclamazione. - Tander! … ecco … Tander!

Forse lui può dirvi qualcosa! Non esiste dotto più sapiente di lui, ed anche come mago e divinatore ha ben pochi confronti! Andate a parlargli … non è lontano da qui. Lo troverete sicuramente seguendo il sentiero che porta dietro la collina; non sono neppure quattro miglia.

Se ne andarono, il capitano e i suoi, mentre Jacob, presa la legna, entra nella sua casa, dove la moglie e i figli si riscaldavano al fuoco.

Cominciò a raccontare di come vagassero ancora sotto spirali di nebbie, le ombre perdute dei guerrieri, ancora in cerca di una guerra da combattere e dimenticare.


Solo. In una stanza vuota. Una stanza che al suo interno tavoli e sedie, palazzi lanciati sulla Luna, strade diritte che frantumano l'orizzonte negli ingorghi di incroci a forma di croce stellata.

Solo, come nei suoi sogni; non ricorda il nome, né come, né quando sia iniziato il suo supplizio. Non ricorda se è una nuova forma di tortura psicologica, se la polizia lo ha preso di nuovo e condannato a quell'incubo che lo perseguita dall'infanzia, trascorsa da un orfanotrofio al carcere dei minorenni. Ma questo non importa adesso.

È solo in una stanza vuota. Se apre le finestre vede altre stanze vuote, altri sé stesso, ai piedi di case e grattacieli, distesi sull'asfalto a guardare il cielo, appesi ai tralicci contando formiche a benzina. Tutto è morto e tutto si muove. Auto senza guidatori, automi di gente, aerei come scie di silenziosi bruchi a pascolare larve di farfalle angeliche.

È solo come nei suoi sogni. Vuole credere di stare vivendo un sogno, per non impazzire.

Fino al risveglio, spera di non essere reale … e di destarsi morto.


L'abitazione dello stregone crepitava di lamine elettriche, scintillava d'albori artificiali, colti come grappoli d'acini ardenti nella stagione lontane, popolata di centrali a illuminare le terre d'avidi soli.

I soldati vennero al grande cancello; trovarono qualcuno che li attendeva.

- So chi siete e dove non andate. Io so chi credete di essere e dove vi illudete di andare.

Essi guardarono lo stregone, il suo camice macchiato; la sua abitazione dove brillavano eternamente luci in voltaggi aureolanti ogni angolo della dimora.

- Un tecnico - mormorò Majowk - uno dei primi tecnici costruttori delle armi per la nuova guerra!


Il professor Skenah sta fuggendo. L'orco geometrico lo insegue. Il professore svolta ad angolo retto. L'orco traccia una diagonale e sta per raggiungerlo.

Il professore esegue una disperata ellisse e riesce ad allontanarsi su una piramide tronca.

L'orco geometrico costruisce quadrati su quadrati; è affamato di segmenti. Il professore è un punto su di un piano infinito. Traccia una retta e corre su di essa.

L'orco non rinuncia, lo raggiunge. Il professore si trasforma in un piccolo cerchio e rotola via. Skenah insegna agli studenti. No; Skenah viene insegnato agli studenti da un cubo matematico, e fugge sulla lavagna fino al termine della lezione. Poi, spossato, dorme.

Una volta insegnava a Cambridge.


La sala era deserta e silenziosa. Lo stregone introdusse i suoi ospiti. Si accomodarono su sedie imbottite di plastica. Si accesero simultaneamente luci ovattate.

- Non mi sembrate proprio uno stregone - azzardò il capitano.

- Non lo sono, in effetti - rispose quello - o meglio, lo sono relativamente al grado intellettivo e allo sviluppo tecnologico della gente che mi circonda - fece una breve pausa. Poi riprese - Voi tutti sapete benissimo che io sono un tecnico; in poche parole, uno di coloro che ebbero il compito di preparare le armi, gli strumenti e il materiale scientifico necessario a quella guerra, di cui voi dovevate essere gli esecutori sui campi di battaglia.

- Finalmente qualcosa di chiaro! - fece il capitano - avevamo incominciato a temere che fossero tutti pazzi in questo dannato paese … o di essere finiti in un altro mondo, - finì poi sorridendo.

Il tecnico sogghignò a sua volta.

- Ma è così in effetti. Questa non è la Terra in cui dovevate combattere. Qui non esistono nemici; questo luogo non è il mondo in cui voi siete nati, in cui e per cui dovevate lottare!

Il capitano era rimasto allibito. Majowk esplose. - E dunque?

Il tecnico rimase calmo.

- Quella guerra non è mai stata combattuta, è iniziata, certo, un giorno, e si svolge tuttora in ogni piega dell'universo. Tuttavia è una guerra senz'armi e senza avversari; e si svolgerà ancora per un tempo indeterminabile … ma senza che vi siano morti, o guerre, che non esistessero già prima, all'interno di ogni singolo uomo.


Seduto, si alza. Seduto, si alza. Seduto, si alza.

Seduto, si alza. Un principe gli tende la mano. Lui è seduto e si alza. Lei è seduta e si alza. Si alzano insieme.

Il principe è bello, come nelle fiabe; la reggia è magnifica.

Il drago è un inceneritore dei rifiuti. La principessa, la figlia dell'industriale. Il drago assale la principessa.

Lui è seduto e si alza, accorre. Punta un dito e spara; il drago muore sputando rifiuti.

Il re presidente lo benedice. Domani si sposeranno. Lui diverrà socio del presidente. Sarà ricco. Potrà comprarsi quell'auto nuova che sognava da tanto.

Una volta era povero in canna, abitava in periferia; voleva ad ogni costo salire nella posizione sociale. Quando l'arma entrò in azione, era notte; lui, come molti, stava dormendo.

Seduto, tentava di alzarsi.


Fuori della sala, la pioggia sfumava in riverberi dorati, in liquide radiazioni, attraverso le luci delle torce elettriche.

I soldati si guardavano intorno, temendo quasi di veder svanire tutto da un attimo all'altro.

Il capitano si strofinò l'elmo lucido. - Non ci capisco più niente - borbottò - proprio niente!

- Eppure la faccenda non è poi così ingarbugliata, come può sembrare in un primo momento - disse il tecnico.

- Si può riassumerla in parole semplici. Sappiamo tutti che, circa cinquanta anni fa, la guerra parve e fu inevitabile. Da entrambe le parti si cercò di prepararsi nel miglior modo possibile. Furono perfezionate le armi in uso, ne furono create delle nuove; furono costruiti nuovi sistemi difensivi. Tutti sapevano i rischi di un eventuale conflitto; ma la situazione era ad un punto insostenibile.

Tuttavia, la maggior parte della popolazione era abbastanza tranquilla; le difese erano collaudatissime, e tutto poteva benissimo esaurirsi in una continua guerriglia alle frontiere e sui pianeti periferici dell'impero.

Ma qualcosa di imprevisto e imprevedibile avvenne. Le nuove armi, seppure frutto di studi teorici protrattisi per anni, non furono sufficientemente collaudate. Le cose si svolsero troppo rapidamente; le attrezzature e gli strumenti non ebbero il tempo materiale di poter essere usate in prove di addestramento … - Tagli corto, per favore, - intervenne Majowk - che cosa avvenne effettivamente?

Bene, semplicemente che le nuove armi, dell'una o dell'altra parte, ma con tutta probabilità di entrambe le parti, avevano il difetto di non limitare la loro azione distruttiva nell'ambito di quello che noi chiamiamo spazio fisico, ma la esercitavano ben più profondamente: coinvolgendo la struttura interna della mente umana, deformandone i singoli livelli di percezione, disgregandone il pensiero fino alle sue fonti inconsce, ma … in un certo qual senso, ricreandolo e riutilizzandolo al tempo stesso.

- Ossia? - fece Mojowk.

- Nella notte in cui le armi entrarono in funzione, molta gente dormiva. Fu colta nel sonno dal loro effetto.

Immaginate una bomba dirompente che nell'esplosione squarci ogni cosa le si trovi vicino, e la scagli a grandi distanze in brandelli roteanti e macchie di materia, sformate sì … ma non distrutta nei suoi costituenti base.

Allo stesso modo agirono le armi, quella notte, sugli addormentati, disgregandone l'attività mentale. Esse frantumarono i centri, diciamo, di collegamento tra le singole parti del cervello ... e dispersero cumuli di immagini, di sogni, di emozioni, in ogni angolo dell’universo.

Non so che fine abbiano fatto gli involucri fisici di tali immagini ed emozioni. Forse morirono tutti, forse giacciono ancora in catalessi, ma in ogni caso, ciò che fu disperso non scomparve. Singoli frammenti continuarono ad esistere per sé stessi, un’esistenza ristretta ai propri limiti logici, e ... crearono mondi, un'infinità di mondi. Mondi di paura e di morte, mondi di dolcezza e di giovinezza perduta e così via, a seconda dell'emozione prevalente nei singoli individui nel momento in cui le nuove armi agirono. I sogni divennero l'unica realtà per coloro che erano morti sognando, e questi sogni, realistici, fantastici, coerenti o frutto di nevrosi, furono le matrici indispensabili per la creazione di molteplici entità e forme di esistenza.

Intendiamoci: non che quei sogni siano divenuti più reali dopo il fatto, ma semplicemente sono divenuti l'unico fattore per un qualsiasi modo di essere vivi.

Il capitano rise. - Cosa vorresti dirci? che noi "siamo" uno di questi sogni? Che in realtà i nostri corpi fisici non esistono più da cinquant'anni? Che non abbiamo altri modi di esistere che stare qui per sempre … od ogni volta in un mondo nuovo, a chiederci chi siamo e dove andiamo a fare la guerra?


La battaglia infuria. Sibili assordanti si infrangono sul muro del suono in litanie continue. Incessante percuotere di bastoni sulla pelle vuota di nuvole dirigibili. Granate incendiano libellule mortali.

Precipitano in fosse d'amianto i razzi innocenti.

Il generale York salta come un pazzo sulla terrazza in postazione. Questa è la grande occasione, la battaglia che ha sempre sognato. Ora grida ordini agli ufficiali del comando.

Si sente come Napoleone e vuole imitarlo. Scorge d’un tratto un Cristo in mezzo alle esplosioni e gli lancia contro una bomba a mano; non ha mai sopportato i sovversivi imbelli e inconcludenti. Il sangue e la vampa delle bombe ora lo illumina di splendore, metafisico angelo per un messaggio che attraversa i cieli, ma non porta pietà né perdono.

Il generale York esulta, poi improvvisamente si avvede che gli sono caduti i pantaloni e cerca di tirarseli su. Passa una donna e ride. Intorno infuria la battaglia.

York dormiva, non si avvide dell'inizio delle ostilità.

L'allarme non aveva suonato, e lui poteva vincere ogni storia.


Il tecnico sorrise paziente.

- Non fraintendetemi. Vi ha detto: ogni singolo frammento di attività mentale, ha, entro i suoi limiti, un’esistenza perfettamente reale, che obbedisce a precise leggi ed a quelle che erano precise esigenze al momento del "distacco" dal suo involucro fisico. Non sta a me fare discorsi sull’energia e sulle possibilità di manifestarsi …

Il capitano fece una smorfia.

- Non credo affatto a quello che dite; ma in ogni caso … vi sembra logica la nostra presenza qui, senza che noi abbiamo niente da dividere con … gli indigeni? e poi … chi è che ci ha sognato? io, voi o qualcuno di cui neppure sospettiamo l'esistenza?

- Prima di tutto, non tutti voi, e non tutto me stesso, ci esauriamo in questo modo; ma bensì siamo dispersi in mille altri. Nella disgregazione c'è un collegamento continuo, una rete fittissima di correlazioni. Inoltre, voi avete una precisa funzione in questo luogo … che non è quella, troppo facile, di combattere miei eventuali avversari o quelli di qualcun altro; ma proprio quella di creare un evento esterno, perturbatore e promuovere un cambiamento, un cambiamento nelle regole del gioco.

- Perché questo è il punto … le miriadi di mondi non si esauriscono in una continua ripetizione fino all’annichilimento; o almeno, questo accade a quelle immagini che furono di individui già in sé condannati, Voi tutti, questa parte … di voi, ha avuto la considerevole fortuna di captare nella creazione di un individuo certo intelligente, che nei suoi moti interiori manteneva una costante dinamica, una possibilità di sviluppo e non ripiegantesi su sé stesso fino alla fine.


La città si innalza su guglie trasparenti, sospese a centinaia di metri sulle strade sopraelevate, sui viali cosparsi di fiori iridescenti. Uomini e donne la percorrono ridendo. I bambini giocano in grandi giardini. I ricchi tendono la mano ai poveri. I poveri ereditano dagli zii d’America. Non avvengono omicidi, la polizia non esiste.

Ognuno è abbastanza maturo per governarsi da sé. Gli studenti studiano come devono. I magnati saggi siedono su troni di cristallo. Gli inventori hanno costruito macchine migliori, cibi migliori, uomini migliori. Il pensatore cammina col suo gatto nero in braccio, un amuleto ai polsi.

Quasi cieco, ma è felice; sul lastrico e inebria di vento i suoi polmoni tisici. Lo picchiarono a Baltimora, lo misero dentro a San Francisco. Ma lui cammina nella città dalle guglie trasparenti; non ha scorto il tombino aperto e il mucchio di infermieri, fino a quando una bella fanciulla gli ha portato come pasto una pillola anticoncezionale e una droga contro gli esaurimenti nervosi.


Il tecnico si alzò.

- Capite? in questo mondo c'è movimento, c'è tempo, una possibilità rara di ricostruire le nostre vite! Che importa chi è che ci ha sognato? Potrei essere stato io, o uno di voi, certo … ma ora importa costruirci un avvenire; io con le mie conoscenze teoriche e scientifiche, voi con le armi e gli strumenti che possedete.

Gli uomini lo guardarono. - … e la guerra?

- La guerra si svolge da sempre, ma senza nemici e con le armi originarie rimaste praticamente inutilizzabili.

La guerra si svolge in ogni mondo da essa creato nel suo istante iniziale. Finché uno solo degli universi da essa generati esisterà, sia pure nel suo modo assurdo e inspiegabile … questa sarà la guerra, e non sconfitti e vincitori, perché non terminerà mai questa lotta di chi vive e vuole vivere, e di chi invece, frutto anomalo di pensieri alienati, si dibatte per sempre cercando una via che non esiste, se non al di fuori del suo momento, del suo nucleo essenziale!


Guerra, e non più guerra.

Scinde gli spazi che non sono spazi.

I tempi che non sono in questo tempo.

Divisa in uno e moltiplicata all'infinito.

Sgorga da sorgenti intergalattiche, attraversa nebulose

e frangenti mentali, sfocia in mari metafisici dove

ripete sé stessa nel buio di prigioni arcaiche

o dilaga su terre fertili e promontori selvaggi.

Trascinando chi dorme un sonno senza risveglio

ad animarlo di sogni

a farne una reale identità.


da "The Time Machine" n. 5/‘77






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