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Sterminerò dalla faccia della terra


di Paolo Ria


Su, in cima alla collina, vicino ai grandi sassi, c'era una caverna; dentro la caverna viveva lui. Lui aveva seicento anni, secondo il nuovo tempo, ma sapeva che equivalevano a circa sessanta anni "antichi", e lo ricordava sempre, così come tutte le altre cose che conosceva di prima della catastrofe; la sua mente era il più ricco archivio di informazioni sull'era antica che esistesse. Lo stesso era stato per suo padre e per il padre di suo padre, e ad ogni generazione le informazioni aumentavano, il quadro si perfezionava nei particolari, perché ognuno passava la sua vita in quella caverna in cima alla collina. Dietro la grotta ce n'era un'altra; e un'altra ancora, ed erano tutte piene di libri. Carta vecchissima, friabile ed annerita, copertine che si sbriciolavano solo a toccarle, fogli sui quali i caratteri erano appena più scuri del resto. Per lui quei libri erano il senso della vita. Ogni padre aveva letto, imparato, raccontato, ogni figlio aveva ascoltato, ricordato, letto cose nuove. Il vecchio mondo, in tutti i particolari che ere prima erano stati descritti in mille lingue e tramandati su carta, giacevano ora nella sua mente come una foto, un regalo d'infanzia attorno a cui lui si raggomitolava nell'unico atto che riempiva la sua esistenza.

E nel mondo antico non c'erano stati mutanti.


In un altro luogo, fra gli alberi, sotto un grande cedro che sembra avere l'età stessa del mondo, una donna urla e piange per il dolore. È sdraiata per terra e con una mano stringe spasmodicamente una delle grosse radici che si diramano dalla base dell'albero. La donna è senza gambe e i suoi capelli neri lunghi e lucenti le si incollano sulla fronte per il sudore e sulla guancia per le lacrime. Vicino c'è una creatura alata, alta, eretta su due gambe muscolose, dal volto d'uomo teso e irrigidito nell'attesa e nella paura, le sue ali pendono inutili dietro le spalle, lui non le ha mai potute muovere. L'angelo deforme si inginocchia e trema perché vorrebbe usare le braccia e le mani che non ha per aiutare la vita che sta nascendo e invece può solo guardare impotente.

La madre, dopo un ultimo grido, raccoglie le sue forze e strappa con le mani e con i denti il legame che ancora la unisce al figlio e lo percuote perché impari a respirare, poi appoggia la testa per terra e chiude gli occhi. E l'angelo è felice e piange, e con le ginocchia accosta quella piccola forma urlante al corpo della madre, e si china, e bacia mille volte la sua compagna e suo figlio.

Lei non ha gambe, lui non ha braccia, ma la creaturina nuova è completa e ha dietro le spalle due piccole cose che agita freneticamente mentre piange, come se cercasse già il cielo.

La gioia riempie il padre e bagna i suoi occhi, perché finalmente lui intravede qualcosa di nuovo, una luce, perché ora sa che valeva la pena di tentare, perché qualcuno sopravviverà.

Un giorno, tanti anni prima, lui, come suo padre gli aveva detto di fare, era sceso giù, era andato tra gli altri esseri a cercare una donna; aveva camminato come una torre fra le creature della pianura, senza fermarsi a mangiare con loro, senza lasciarsi trascinare nelle loro folli usanze; aveva cercato a lungo, aveva visto tante donne, le aveva guardate bene per trovare una che fosse fatta come le donne antiche, che fosse pura discendente di puri, e quando l'aveva trovata se l'era portata nella caverna per generare. Lui aveva tre figli, già adulti ormai, e guardava con orgoglio quei loro corpi completamente umani, considerava con orgoglio le loro menti che erano state coltivate nella conoscenza di ciò che veramente è giusto, lontano dal caos senza nome ne scopo che come una melma avvolgeva e abbrutiva gli esseri senza forma della pianura.


In un altro luogo un centauro ed un unicorno corrono uno accanto all'altro in gara. Il centauro è grosso e poderoso, i suoi zoccoli fanno tremare il terreno come la pelle di un tamburo, la sua coda frusta l'aria, la sua schiena di uomo è un labirinto di muscoli guizzanti e i suoi capelli ricciuti gli volano attorno al viso. L'unicorno è delicato e silenzioso, i suoi grandi occhi sono fatti di cielo e acqua limpida, le sue narici si allargano e si stringono mentre le zampe sottili accarezzano il prato senza quasi toccarlo. Poi il centauro ridendo, prende con una mano il corno striato e lo abbassa, così la creatura dai grandi occhi rallenta, e anche lui rallenta; si danno spinte, rotolano per terra. L'unicorno finge di trafiggere, il centauro finge di spezzare, e si avvinghiano e si lasciano, giocando come cuccioli sotto il cielo di nubi chiare.

Da una capanna di creta esce un vecchio con la barba lunga che sorridendo si avvicina ai due e fa il gesto di dividerli con il suo bastone; le creature si alzano e parlano, e tutti e tre si capiscono perché il centauro ha insegnato al vecchio la lingua degli animali e poi, mentre viene il crepuscolo, il centauro si china per far montare l'uomo e tornano tutti insieme adagio verso la capanna, camminando senza fretta nella luminosità incerta e diffusa.


Lui sapeva di avere una missione. Sapeva ormai che sul suo capo pendeva la responsabilità di attuare il fine per lui e i suoi progenitori erano vissuti; per questo motivo aveva generato tre figli e non uno solo. La sapienza e i dati si erano accumulati; ora erano arrivati alla fine.

Tutti i libri erano stati letti, tutti erano scolpiti nella sua mente. Lui sapeva.

Ere prima c'era stata una guerra, erano esplose bombe immense; per questo ora esistevano gli esseri deformi. Quelle grandi bombe oltre ad uccidere quasi tutti gli uomini avevano spostato la Terra nello spazio; per questo ora il tempo correva più svelto e nei mari e nei laghi l'acqua era più bassa. Per questo nel cielo c'erano sempre immense nuvole e faceva molto più caldo.

Lui sapeva anche che qualcuno, prima che l'antica sapienza andasse persa, aveva pensato al futuro ed aveva fatto dei calcoli. Molte grandi bombe erano state accumulate in un punto del mondo e il circuito che, da una parte all'altra della Terra poteva far avvenire l'esplosione, era stato costruito in modo da restare efficiente attraverso i secoli perché chi l'aveva fatto sapeva di dover morire prima di poterlo usare. Una volta dato il via, l'impianto automatico avrebbe fatto avvenire l'esplosione al momento esatto, ed essa avrebbe spostato di nuovo la Terra, l'avrebbe allontanata dal Sole e tutto sarebbe tornato come prima.

Prima, quando c'era ordine, quando gli uomini erano uomini e gli animali animali, quando esisteva una vita regolata, una scienza, una tecnica, quando valeva la pena di vivere; non come ora, quando gli uomini fecondano le bestie e i mutanti mostruosi popolano il mondo, ci si dedica alla magia e si parla con gli animali. Questo è caos, lui pensava, questa è corruzione del genere umano, questa è pazzia. Bisognava rifare il mondo antico.


In un altro luogo, esseri diversi sono seduti attorno ad un fuoco e formano una catena, tenendosi l'un l'altro le mani, le gambe o gli artigli; tutti insieme essi emettono una nenia strana, con suoni rituali che sembra debbano risvegliare oscuri esseri della notte, e poi si alzano e danzano grottescamente, chi librato in volo, chi rotolandosi per terra, nell'estasi che il rito e l'odore di quel fuoco hanno creato. E gli esseri ballano e mangiano insieme, e si fecondano, e tentano di generare invocando dei e demoni a cui hanno inventato nomi. Ciò va avanti da tanto tempo, e per fare queste cose insieme loro hanno smesso di darsi la caccia e di uccidersi per divorarsi, ed ora stanno scoprendo che sono diventati capaci di comunicare attraverso le menti.


E lui, che ormai era un archivio vivente, che ormai era pronto, aveva trovato il pulsante e lo aveva premuto. Sapeva ora che l’esplosione sarebbe avvenuta a meno di un anno del nuovo tempo. Per questo si era preparato come gli era stato detto di fare: era sceso giù dalla collina; aveva cercato gli animali e li aveva portati su. Con gioia feroce, con la sicurezza del giusto, aveva scartato gli esseri deformi e strani, aveva preso a calci un unicorno, aveva rotto le ali ad un piccolo grifone, aveva sputato per terra davanti alla tana del drago, aveva ucciso nella sua mente tutte le creature che, fuori dalla norma, erano uscite da miti e leggende per insultare con la loro assurda realtà il buon senso e la sacra immagine dell'antica civiltà. E così, aiutato dai figli, lui aveva portato sulla collina solo gli animali giusti, quelli puri, quelli con cui l'uomo poteva avere familiarità o di cui poteva cibarsi. E li aveva condotti là, fuori dalla caverna, dove stava la cosa che lui aveva fatto. E adesso, con sua moglie e i suoi figli e le donne che i suoi figli si erano scelti secondo i suoi dettami, lui aspettava, unico giusto e puro fra i suoi contemporanei.


Venne il grande tuono e tutto tremò. Grandi montagne caddero ed altre furono innalzate, ma la caverna sulla collina e la cosa che c'era davanti non crollarono.

Poi le nubi divennero nere, e il sole era più freddo, e il cielo si apri sulla terra e riversò tutta l'acqua che ere prima era stata tolta ai mari e ai laghi.

L'acqua avrebbe ripulito.

L'acqua avrebbe cancellato.

Avrebbe riempito la tana del drago e quella dell'unicorno, avrebbe distrutto capanne e rifugi, avrebbe ucciso senza esitare perché essa non conosceva sentimenti. Come un cavaliere cieco e vendicatore, avrebbe colpito e stroncato.

Avrebbe annullato nei suoi vortici inarrestabili ogni conquista nata da secoli di tentativi disperati e tenaci, da mille e mille sfide alle radiazioni, al caldo, alla fame.

Avrebbe giustiziato ogni essere che, invece di lasciarsi morire, aveva voluto resistere, aveva voluto combattere. Perché la vita aveva tentato di cambiare, di modificarsi. Per non scomparire essa si era spezzettata in una miriade di lotte.

Su questo campo di battaglia c'erano state innumerevoli sconfitte e fallimenti, ma era nato anche qualche fiore: esseri più adatti a sopravvivere, che forse avrebbero potuto costruire qualcosa di nuovo e differente, di strano e pur meraviglioso e forte. Per lo meno era una possibilità, una sfida alla vecchia civiltà che, al suo culmine, aveva saputo solo partorire il mostro dell'autodistruzione.

Ma lui non voleva questo. Lui non era cambiato; si era aggrappato al vecchio mondo, si era nascosto nei ricordi perché la sua mente si era rifiutata di modificarsi. Lui voleva che l'acqua ripulisse. Lui sapeva che tutti gli esseri viventi cha esistevano si trovavano lì, in quella pianura, tra quelli che prima erano stati il fiume Tigri e il fiume Eufrate, e che essa sarebbe stata coperta dalla pioggia che il cielo donava. Non un fiato di vita sarebbe restato sulla terra, tutti gli esseri che lui aveva bollato come depravati e corrotti, che lui giudicava di forma sbagliata e senza futuro, che lui aveva catalogato come creature da incubo, ANORMALI, sarebbero stati cancellati. E così, contento dell'eccidio che stava provocando, con in mente tutti i particolari del mondo che con i suoi figli avrebbe edificato di nuovo; in tutto ottusamente identico a quello che ere prima si era suicidato, lui prese in mano la coppia di criceti, l'ultima, e si avviò verso la cosa che aveva fatto. L'arca era costruita in legno resinoso, era lunga trecento cubiti, larga cinquanta e alta trenta; dopo che Noè vi fu salito e la porta fu chiusa, un essere alato accecato dall' acqua vi andò a sbattere contro.

Fuori era il diluvio.


da "The Time Machine" n. 5/‘77






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