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di Paolo Emiliani


I

Il sole d'estate, giovane, forte, sbiancava la terra segnata dall'intrico di crepe, punteggiata da ciuffi d'erba, mentre un uomo stanco, solo, vagava come un'ombra quasi senza meta.

Le sue scarpe, bianche di polvere, calpestavano la terra bruciata che scricchiolava sotto i suoi passi, che inesorabilmente lo stavano conducendo verso le figure d'ombra proiettate dalla casa in rovina.

Un muto dolore l'avvolgeva come un abbraccio di gelo: a questa stagione avrebbe dovuto esserci il grano; a questa stagione, da ogni parte, avrebbero dovuto esserci passeri chiassosi dondolanti dalle spighe mature, mentre ora, per trecentosessanta gradi tutto d'attorno, soltanto la terra bianca sotto il sole, soltanto il fischio di un usignolo lontano, fiaccato, chissà dove, nella penombra della macchia.

E, sfumati dall'arsura, alberi lontani fruscianti nel vento, torrido, bisbiglianti al confine tra la distesa rovente e la fresca ferita del fiume.

L’uomo ristette nella grande calura, e tra le fessure degli occhi sbirciò quel sole d'estate, e grosse lacrime gli solcarono il viso. Dentro qualcosa tumultuava per uscire, per gridare al mondo la grande ingiustizia: ma per chilometri d'attorno non c’era orecchio umano che potesse sentire.

Non c'era più nessuno: non era rimasto che fango rappreso e rovina; tutto spazzato via dall'alluvione, travolto dalla furia mugghiante del fiume.

Rimase solo, lì, a piangere sé stesso, vivo, unico superstite per un miracolo crudele, ad invocare un cielo ormai deserto, ormai lontano, che non avrebbe dato risposta per chissà quanto tempo.

Rimase lì, semplicemente, ad aspettare. E cinquant'anni non sembrarono tanti.


II

- Ci siamo … - mi dissi, come per farmi coraggio, come per scacciare per l'ennesima volta quella sgradevole sensazione d'imbarazzo che accompagnava ogni mia visita. -

Ventisette anni, assistente sociale, persona importante e sicura di sé: eppure anche questa sera provavo paura, per il timore di non essere all'altezza, per la sciocca apprensione di non saper fare il mio lavoro.

Ma c'era qualcosa che non andava particolarmente, quella sera, mentre pensavo dove mi stavo recando, mentre consideravo cosa mi avesse spinto ad accettare un'assistenza così lontana, al di fuori del mio giro.

Forse era stato perché avevo già conosciuto quel vecchio all'ospedale, perché avevo parlato con lui, e - Dio, che sciocchezza! - l'avevo paragonato a mio padre, e m'ero messa in testa che papà sarebbe diventato un vecchietto così, se avesse potuto invecchiare.

Ma, forse, più squallidamente, tutta la mia apprensione derivava dal fatto che il mio assistito di stasera era un uomo, un rappresentante del sesso maschile, anche se innocuo esemplare ultrasettantenne.

Arrivata al cancello franai e voltai facendo molta attenzione, mentre i fari dell'automobile bucavano la nebbiosa oscurità, e le ruote scricchiolavano sul sentiero coperto di ghiaccio.

In lontananza si definiva la sagoma scura della casa.

Doveva fare un gran freddo, fuori, e come spensi il motore, davanti ad una finestra illuminata, m'accorsi di quanto mi sentissi protetta dentro alla macchina. Ma non volli indugiare più a lungo, coccolando la mia paura, e uscii risoluta nel freddo sporco di nebbia dell'inverno padano.

Il tepore si dissolse in fretta dai miei abiti, e come mi fermai davanti alla porta di casa, bussai con una certa impazienza.

Il vecchio venne ad aprire quasi subito: mi stava aspettando.

Dopo esserci scambiati i convenevoli di rito, lì sulla soglia, m'introdusse in quella che pretenziosamente definiva casa. Altro che casa! Un vero e proprio tugurio!

Il freddo carico d’umidità che gravava nell’unico ambiente fumoso, all'interno, era rischiarato appena da un fuoco stentato, anemico, e da un lume a petrolio che pendeva da una trave sottile, che dava l'impressione di reggere tutto il peso del tetto da sola.

- Si metta a sedere, per carità; non se ne stia lì in piedi.

Abbassai il mio sguardo stupito sul vecchietto curvo, vestito di cenci.

- Lei vive qui, da solo? - Mi guardò in modo strano e non rispose.

- Si sieda qui, vicino al fuoco. Fa freddo, stasera, eh? e non c'è mica abituata lei, non è mica come noi …

E m'infilò una seggiola dietro alle gambe, tirandomi giù a sedere per un braccio, forse temendo che facessi dei complimenti. E come si mise a sedere anche lui, davanti al fuoco, un gatto soriano enorme sbucò come dal nulla saltandogli sulle ginocchia. - Non sono solo … c'è sempre Etamin a farmi compagnia …

- Chi? … - E mi sentii un po' stupida per la domanda quando m'accorsi che si riferiva all'animale, che stava lisciando in modo significativo. La bestia ronfava forte strofinando il muso contro la mano del vecchio, compostamente seduto sulle sue ginocchia, mentre ogni tanto fissava i suoi occhi gialli direttamente dentro ai miei. Anche il vecchio mi stava osservando. Forse era il modo loro per protestare della mia intrusione; imbarazzata, forse, ma non certo scoraggiata, ripresi a fare domande:

-E così, lei ed Epa … quella bestiola, insomma, - e sottolineai la frase allungando una mano verso la testa della bestiola, che si scansò elegantemente. - Vivete completamente soli, qui, in mezzo a questo deserto? Il vecchio non rispose subito, ma si alzò per andare a ficcarsi in un angolo d'ombra della stanza, armeggiando attorno ad un mobile.

Parlò senza neanche voltarsi.

- Sono cinquant'anni che io sono solo al mondo. - E riemerse alla luce fioca rigirando un sigaro toscano nella bocca. - E da cinquant'anni, vivo qua, in questa casa, facendo da me.

Lo guardai e ripresi, un po' infervorata:

- Vuole dire che in tutti questi anni ha sempre provveduto lei a farsi da mangiare, ad accudire a sé stesso? - Mi guardò con un sorriso di grande soddisfazione, e con le molle del caminetto raccolse un tizzone per accendersi il sigaro. Anch'io mi accesi una sigaretta per tenergli compagnia. - E ha coltivato i campi, arato la terra? …

- Quand’ero più giovane, che avevo più forza … adesso m'arrangio con poco.

- Ma avrà avuto qualcuno, chessò, qualche parente che la veniva ad aiutare ...

- No, non ho più parenti, sono tutti morti nell'alluvione. Ma qualcuno del paese sì. Una volta. Adesso sono andati via tutti, a stare in città. Eh, adesso la gente la vuole comoda, non sta più a lavorare la terra. Vanno in fabbrica, in officina …

- Ma non aveva proprio nessuno, ultimamente, per quando era malato, per quando aveva bisogno …

- Facevo da me. - il suo tono era brusco, imperioso.

Mi sentivo inorridita al pensiero che una persona della sua età non avesse un Cristo che potesse aiutarla. Non avevo incontrato nessuno, infatti, attraversando il paese, ma non avrei mai immaginato che fosse completamente disabitato. Considerai la combinazione fortunatissima, per lui, che aveva portato i Carabinieri a trovarlo qui, malato morto, forse per l'indicazione di qualche conoscente, e che l'aveva condotto in ospedale, a farsi curare, e che, indirettamente, mi aveva portato qui, ad intromettermi nella sua esistenza solitaria. Mi venne allora alla mente la domanda più ovvia, che non avevo ancora formulato.

- Ma perché allora lei vive qui? Non aveva nessun altro posto dove andare, presso qualcuno? - Il suo sguardo era, torvo.

Poteva fare domanda par un ospizio pubblico, richiedere qualche forma di assistenza … - Dalla sua espressione capii che era meglio cambiare argomento. Non volevo indisporlo nei miei riguardi, altrimenti non ci avrei ricavato più niente. Continuai ad interrogarlo:

- Non abita proprio più nessuno, da queste parti? È strano, perché è zona di bonifica e non so, io non me ne intendo, ma dovrebbe essere terra buona da coltivare.

- Oh, si, la terra è buona. Ma è la gente, capisce, che non vuole più starci. Hanno cominciato a scappare i giovani, poi anche i vecchi, quando non sono stati più buoni di tirare avanti da soli, se ne sono andati. Qui, il fiume, è una vecchia maledizione. Avevano tutti paura.

- Paura dell’alluvione?

- No, non soltanto di questo. Sono tante vecchie leggende.

C'era un senso arcano in quelle parole, che forse derivava dall'atmosfere spettrale che regnava in quella casa, su quella landa deserta. Mi lasciai assorbire un poco da quel senso di mistero, e continuai a farlo parlare.

- Leggende?

- Oh, si … - Sorrideva. - Storie molto vecchie … -

Senza neanche che glielo chiedessi, cominciò a raccontare:

- Si racconta la storia di un uomo che fu rapito dal diavolo. Dicono che avesse fatto un patto col demonio. Aspirò una lunga boccata del suo sigaro nodoso, guardandomi in un modo strano, che mi metteva paura.

- Continui … Bisbigliai. Lui fissò il fuoco.

- Si dice che il giorno stesso che quell'uomo sparì, il diavolo mandò una grande alluvione che allagò tutta la campagna, facendo morire tanti animali, tanta gente. Anche tutta la famiglia di quell’uomo. E si dice … - Sogghignò tristemente. - Che col ritorno dell'estate ritorna anche l'uomo, rimasto senza la sua gente, che ancora aspetta in quella casa che il diavolo torni a riprenderselo.

Il silenzio che si ricompose dopo quelle parole portò un senso di gelo nella stanza rischiarata dal fuoco che moriva e, alla debole luce mi parve che gli occhi del vecchio brillassero in modo strano. Mi sentii rimescolare dentro, e diedi un brivido. Forse di freddo.

La sua voce era decisamente incrinata dal pianto:

- Ma perché sto a raccontare certe storie? ... Sospirò - Signorina, non se ne stia qui ad ascoltarmi, se ne torni a casa, a scaldarsi, a ... - Lo interruppi con la mano.

- Coraggio … - Gli strinsi un braccio affettuosamente. - Non si preoccupi di me, ma continui piuttosto a parlarmi di lei, della sua vita, della sua casa. Del perché se ne resta a vivere qui. Non me l’ha ancora detto, sa?

- Va bene. - Sospirò. Chinò il capo sul petto in silenzio, poi sollevò lo sguardo e c'era una luce nuova nei suoi occhi, come di una grande determinazione. Rimasi rannicchiata sulla mia seggiola aspettando che il vecchio, gettato un fascio di stecchi sulla fiamma languida, si rimettesse a sedere e riprendesse a parlare.

- Ero giovane, allora, come lei forse. - Disse puntandomi contro l'estremità succhiata del sigaro. Poi mi chiese, all’improvviso:

- Quanti anni ha?

- Ventisette. - Risposi. E sorrisi quando m'accorsi che ero arrossita violentemente.

- Avevo pressappoco la sua età, allora. - Mi guardò ancora, alzando le spalle. - Ma non ero mica un giovane bravo come lei, sa! Non ero certo uno che faceva compagnia ai vecchi. - Il suo sguardo era astuto. - Ero una vera dannazione, per la mia famiglia. In casa non c'era nessuno, ed eravamo in tredici, bravo quanto me a scansare le fatiche, a nascondersi quando c’era bisogno. Però nessuno in famiglia conosceva questa terra come la concocevo io. Sapevo raggiungere tutte le spiagge, giù al fiume, anche le più nascoste, e conoscevo a uno ad uno tutti i sentieri del bosco e le tane di lepre.

Ci fu una lunga pausa. - Fu una mattina, una mattina d'inverno. - Lo sguardo era fisso e la voce sognante. - Oh, non certo un inverno come questo, ma uno di quegli inverni come ne venivano soltanto cinquant'anni fa, con la neve alta un metro e il ghiaccio negli stagni, in tutti, fino giù al fiume. Come mi svegliai m'accorsi subito che c'era qualcosa che non andava: silenzio, un silenzio di morte su tutta la campagna. Neanche un picchio, un passero, una lepre. Niente.

Il mozzicone del sigaro finì nel fuoco, e io m'accesi un'altra sigaretta, offrendone una anche al vecchio, che m'ignorò e proseguì.

- Non veniva una voce, dai campi, dai boschi che si stendevano da qui fino alla foce, là a nord, fino al mare. C’era qualcosa tra gli alberi che faceva paura alle bestie.

Così mi vestii ed andai a vedere. – S’interruppe ancora, come se stesse seguendo pensieri, o visioni, e prese la sigaretta come se prima non si fosse accorto di me. Gliel'accesi. Riprese a parlare:

- C’era tutta una nebbia, nel bosco, un fumo bianco, e la neve si scioglieva, da in terra, dagli alberi, come per un incendio. Ma era molto freddo lo stesso e non si sentiva un rumore. C'era un gran movimento tra gli alberi: per questo gli animali se ne stavano così buoni. Degli estranei lavoravano curvi rovistando tra le piante. Non potevo vederli bene, da dove mi era nascosto, ma sembravano proprio uomini, se giusto non fosse stato per quella testa.

Avevano una testa che, come dire, era troppo grossa, tutta liscia, senza orecchie e capelli. Capisce?

- Certo ... - constatando che lo seguivo con grande attenzione proseguì:

- Non capivo cosa stessero facendo: raccoglievano da in terra grosse latte contorte, molto pesanti, sembrava. Le sollevavano con un bastone per appoggiarle su una carretta senza ruote. Sembrava che non facessero fatica. Avevano spalle grosse e braccia robuste.

- Chi erano? Ignorò la domanda.

- Tutt'intorno, c'erano alberi spaccati e rami rotti, come se quelle cose ci fossero cadute sopra, da molto in alto, con molta forza. Alcune s'erano piantate per terra dentro a fosse profonde. – s’interruppe ancora e io l'incalzai:

- E poi?

- Poi mi trovarono …

- E cosa le fecero? - Chiesi preoccupata.

- Vuole proprio sapere? - Non attese risposta. - Mi portarono via, insieme a loro.

- La portarono via?

- Si, certo. In cielo, con la loro macchina. - Vedendo che non capivo, continuò a spiegare:

- C'era una grande macchina appoggiata sul ghiaccio dello stagno. Ah, doveva essere molto pesante, perché era veramente grande, e sì teneva su da sola, perché altrimenti il ghiaccio non avrebbe retto tutto quel peso. Poi era proprio enorme, lunga più di una chiatta del fiume e alta come gli alberi, più di una casa. E sembrava vagamente un sigaro. - Guardò la sigaretta tra le sue dita, sbuffando fumo dalle narici, poi continuò:

- Non mi fece una grande meraviglia quando salì in alto, e da dentro vidi da una finestra le cime degli alberi diventare piccole piccole, vidi tutti gli stagni, i boschi, il fiume. La casa di mio padre. Poi non capii più quello che vedevo.

- E dove la portarono? - La mia interruzione sembrò irritare il vecchio.

- Su Etamin. Diciotto ore e più cinquanta gradi.

- Ma cosa vuol dire? - Vedendo che continuavo a non capire, il vecchio si spazientì:

- Non lo so! È un nome! Loro la chiamavano anche "Gamma Draconis", mi pare. Ma non so cosa voglia dire. - E sottolineò alzando le spalle.

Gamma Draconis … - Non riuscivo veramente a rendermene canto, poi urlai quasi: - Ma è una stella!

- Ma si, certo, una stella. Centodieci a-elle. Mi portarono là. - Mi guardò tristemente e aggiunse: Che lei ci creda o meno …


III

- … Che tu ci creda o meno, - Concludo dicendo, mentre mi allungo per prendere il posacenere.

Mentre schiaccio con cura il mozzicone, senza sollevare lo sguardo, il gelo, la nebbia, la stanza fumosa si dissolvono piano, ritorna il presente, il locale affollato, elegante, i rumori ovattati delle voci e delle stoviglie.

E mi ritrovo qui, ad un tavolo di ristorante, la tazzina di caffè vuota ancora davanti, con un tepore nello stomaco a ricordo del pranzo raffinato consumato da poco, tra parole scelte con cura, le avventure di vita selezionate con scrupolo, per raccontare le più strane, le più interessanti. Ma mi accorgo di essermi infervorata un po' troppo, mi accorgo di aver annoiato il mio interlocutore, strafacendo, volendo a tutti i costi meravigliare colui che ha lo strabiliante potere di meravigliare me stessa.

- Eh, vecchia mia, mi dico, ci siamo proprio cascati in pieno … bella roba! - Poi penso a quanto tempo è che non vengo invitata a cena, come questa sera, a quanto tempo è che un uomo non mi rivolge le sue attenzioni. Mi viene quasi voglia di piangere.

Adesso sto pensando che anche questo, come gli altri, se andrà non appena mi avrà conosciuto un po' meglio. È come un triste destino, il mio. Mi accorgo che il silenzio tra noi si sta facendo pesante, anche perché lui è assorto, come se stesse pensando. Dico:

- Una storia strana, vero? - Lui si scuote, - Interessante, direi. Ma non hai finito di raccontare.

- Si è fatto tardi ormai. Un'altra volta, eventualmente … Ma non sono più tanto convinta che ci saranno altre volte, tra noi. La rassegnazione, in certi casi, è la peggiore delle malattie. Ma il fatto è che ho paura che questa serata possa sconvolgere l’equilibrio di tutta una vita, possa in un certo modo distruggere la serenità che mi sono così faticosamente costruita. Cerco quindi d'assumere l'espressione di chi abbia molta fretta, mentre in realtà non ho la minima voglia d'alzarmi, di andare via. Ma capisco che "devo" farlo; lui mi guarda e comprende, e mentre ci alziamo, con la coda dell'occhio sbircio il grosso fascio di carte da mille, accuratamente piegate a metà, che giace sul piattino col quale il cameriere ha portato il salatissimo conto. Annoto la stravaganza del gesto, pagare in carte di piccolo taglio una cifra rilevante, ritengo, mentre stiamo uscendo dal locale.

Fuori il freddo è feroce e una nebbia appiccicosa grava, stagnante, sulla città. Le luci delle strade sono fioche, e quando lui mi fa accomodare nella sua automobile, per accompagnarmi a casa, mi accorgo che non ho la minima voglia di andarmene, che vorrei restare ancora con lui, semmai lì seduti in macchina.

- Andiamo a bere qualcosa? - Accolgo il suo invito con immensa gratitudine, accetto calorosamente e lo ringrazio, dentro di me, per avermi fatto questo dono preziosissimo.

Poco dopo una Milano scura e nebbiosa sfila al di là dei finestrini appannati, con le sue strade deserte, i suoi tram tinti di un giallo vivo, vuoti, lontani.

Sento un grande calore, dentro di me. Mi sento immensamente grata alla città, al mio nuovo lavoro, alle mie nuove conoscenze, che mi permettono di essere qui, ora, al suo fianco, mentre conduce sicuro l'automobile. Mi sfiora un pensiero bislacco.

- Perché, mi chiedo, gli ho raccontato proprio quella storia di quel vecchio, proprio a lui, proprio stasera?

Il silenzio, all'interno dell'automobile, non è né imbarazzato né fastidioso: è, al contrario, molto sereno, molto rilassante, Mi balocco un poco con i miei pensieri. Credo ormai di aver capito perché ho scelto quella storia. Non certo perché avesse attinenza con l'argomento trattato da lui, no di certo. Figuriamoci che si è parlato di casi strani e avventurosi che si possono casualmente vivere. No, non posso certamente ritenere tutta quella storia un'avventura che si possa raccontar per sbalordire. Il motivo deve essere un altro. A parte il fatto che la mia vita è sempre stata piatta e priva di esperienze interessanti, ora mi chiedo perché quella storia mi è sembrata adatta per l'occasione, in tono con il genere di serata. Forse perché quell'uomo, nelle fattezze, nel modo di fare, mi ricorda vagamente quel vecchio stesso? Ed egli a sua volta mi aveva ricordato mio padre. Papà … ad ogni occasione il suo fantasma torna a funestare la mia vita. Quando riuscirò a liberarmene? La risposta è "mai", me ne rendo pienamente conto, ora, ma se adesso sto piangendo, è soltanto per me stessa, perché sento dentro qualcosa di dolce, che vuole uscire, vuole essere libero, e la mia grande tristezza ora è tiepida e piacevole, come questa serata, che scorre velocemente, serenamente. Vorrei poterla fermare.

Lui si accorge che sto piangendo. Non mi vergogno. Forse per la prima volta, nella mia vita, sto pensando a quella che sono realmente, fregandomene di come possa apparire dal di fuori.

- Ti accompagno a casa ...

- No, ti prego! - Lo supplico. Non voglio tornare a casa. Il mio appartamento è troppo vuoto, triste. Sento che stasera, se ci ritornassi ora, vi morirei di solitudine.

Lo prego di portarmi da lui, invece, per parlare, per sfogarmi ma non ho la pazienza di aspettare, e comincio a farlo subito, lì in macchina, e le parole mi vengono fuori come le lacrime calde, senza pensare, senza doverle scegliere. No, sono veramente spontanea, adesso, e sento la mia voce che gli racconta di come ho fatto ad innamorarmi di lui. Gli parlo di me stessa, e lui ascolta, attento, cortese, interviene al momento appropriato. Mi da un gran senso di sicurezza, Tutta la mia vita si srotola come una matassa. È come se avessi aperto un rubinetto.

E quando ha finito, mi accorgo che siamo fermi da un pezzo, davanti al portone di casa sua.

Non gli chiedo neanche scusa per aver parlato così a lungo di me, per aver ritagliato dal suo tempo una fetta così larga, che ora me ne sento turbata.

Ma ora che ha tolto il tappo alla tristezza, mi sento come svuotata, come spossata da una grande dolcezza.

Mi rendo conto che i miei occhi debbono apparire pesti per il pianto, ma non me ne importa, perché lui mi abbraccia ugualmente, mi consola, mi da un gran senso di protezione. Anche quando siamo usciti dalla macchina e saliamo le scale eleganti, io mi appoggio a lui, che mi stringe forte. Su in casa la conversazione fluisce disinvolta, come se ci conoscessimo da sempre, come se fossimo due vecchi amici. Non mi angosciano più le pause nei discorsi, non mi urta il silenzio: sono spontanea. E felice.

Lo aiuto mentre prepara il coktail. Forse me lo chiede lui, o me lo fa capire, non me ne accorgo, ma io riprendo a parlare di quel vecchio e delle sue manie. Lui ascolta con rinnovato interesse:

- Ho controllato, poi, quel nome che diceva sempre. Ho preso un appunto e l'ho fatto vedere ad un amico che se ne intende.

- E cosa ti disse? - Chiede lui.

- Beh, sai, disse che una stella con quel nome esiste veramente, ed erano anche esatti gli altri dati, le coordinate, mi pare che si dica. - Sorseggio il liquore ambrato, pensosa. - Comunque volle sapere dove avessi sentito quelle cose, e così fui costretta, in parte, a raccontargli la storia del vecchio. Mi stupì molto la sua risposta: capisci? Il mio conoscente negava che il vecchio, se viveva veramente nelle condizioni, che gli avevo descritto, avesse potuto sentire cose simili casualmente. Erano dati che richiedevano una certa preparazione specifica. Ovviamente non gli parlai degli uomini dalla testa tonda, del sigaro volante e di tutta la faccenda dei Cittadini!

- Cittadini?

- Si, certo, una storia strana … - Lo guardo incuriosita. - Ma t’interessa veramente tanto tutto questo?' - lo trovo un po' imbarazzato nella sua risposta:

- Certo! Ma non la storia in sé, figurati … piuttosto il vecchio. Mi pare d'aver capito che ti fossi affezionata abbastanza a lui, perlomeno da come ne parli.

- Oh, certo, se è per questo, - Sorrido a me stessa mentre lui prende il suo bicchiere e mi sospinge familiarmente verso le grandi poltrone davanti al bar.

- Era un tipo talmente strano. E intelligente, per giunta. Molto più intelligente di quanto non volesse far sembrare. Già … - Mi faccio pensosa. - Capisci cosa intendo? Mi spaventava, in certi momenti. Come poteva inventare storie così sofisticate, ricche di particolari che esulavano dal suo mondo, dalla sua cultura?

Ma forse le aveva sentite raccontare da un altro, le aveva lette, sentite alla radio...

- Oh era completamente analfabeta. Poi, al suo tempo, feci le mie piccole indagini: viveva realmente come un eremita. E dubito che avesse mai ascoltato la radio, in vita sua. - Comunque comincio ad essere abbastanza scocciata di raccontare questa storia: vorrei tagliar corto, cambiare discorso, portare la conversazione su argomenti che sento meno estranei. Ma lui è interessato veramente!

Colgo al volo un'occasione propizia: un miagolio lamentoso accompagna un improvviso grattare ad un uscio.

- Tieni un gatto? – Gli chiedo.

-- Si, ma non voglio che venga in questa stanza, perché mi rovina i mobili. - Risponde pronto, come se dovesse giustificarsi. - Ma se mi sente ritornare vuole che gli vada subito ad aprire. Buono, gatto! - E il miagolio smette.

La provvidenziale interruzione non è servita ad un bel niente. Sta ancora aspettando che io continui a parlare.

Proseguo: - Non mi ci volle molto ad affezionarmi al vecchio, che mi era stato affidato dopo il suo ricovero.

- Niente di grave, spero.

- Oh, no, rimase dentro un paio di giorni. Più che altro malnutrito. Comunque gli fu cercato un pasto in un ospizio, ma non ci volle assolutamente andare, così me l’affidarono, perché lo convincessi, e, in mancanza di migliore sistemazione, ne avessi cura.

- E non lo portasti all'ospizio?

- No. Non dopo che mi aveva raccontato la storia dei Cittadini … in fondo, a modo mio, io gli credevo. Feci di tutto perché potesse restarsene a casa sua. Lo andavo a trovare nel mio tempo libero, passavo da lui le mie vacanze. Ci rimisi anche di tasca mia. Se lo avessi saputo! - Sorrido ad un ricordo lontano, il presente svanisce un poco.

- Povero vecchio … poi, quando sparì …

- Cosa? - M'interruppe.

- Tanto vale che ti racconti tutto per filo e per segno. - Rassegnata mi sistemo un po' meglio sulla poltrona, il bicchiere tra le meni, scegliendo le parole.

- Poco a poco, per convincermi che doveva restare in quel posto, il vecchio fu costretto a raccontarmi cosa lo trattenesse veramente. Mi disse che quando lo portarono via, sul sigaro volante, la trattarono con estrema cortesia, e gli spiegarono perché l'avessero preso con loro.

- Perché li aveva visti? - Chiede lui.

- Esattamente. Mi spiegò che "loro" non avevano piacere che si sapesse della loro esistenza, e così, quando lo trovarono che li spiava, non avendo tempo per fargli non so bene che cosa, forse un trattamento per dimenticare, una cosa del genere, il vecchio disse che furono costretti a prenderlo con loro.

- Per portarlo dove, poi?

- Su quella stella …

- Ah, già …

- … così almeno mi disse. Ma la più strana di tutte era la storia della cittadinanza. Non faceva altro che ripetermi che l’unica cosa che potesse ricordare di quei lunghi mesi che passò là, era la promessa fattagli solo un momento prima di lasciarlo libero di nuovo. Gli dissero che sarebbero tornati a riprenderselo e l'avrebbero fatto Cittadino.

Cosa vuol dire?

- Mi spiegava sempre che tante persone abitavano sulle stelle, come se si trattasse di una grande comunità, capisci. Tutte persone immensamente gentili, che non facevano altro che farsi piaceri a vicenda, mi diceva, e quelli erano i Cittadini - Lui annuisce con grande interesse.

- Ma aggiungeva sempre che gli uomini, l’umanità intera, non potevano essere Cittadini, perché non erano ancora pronti. -– Lo guardo nel timore di annoiarlo, ma mi sta guardando aspettando che io riprenda a parlare. - Però gli dissero che lui, se semplicemente avesse voluto, avrebbe potuto ugualmente essere Cittadino. Era un favore speciale che gli facevano.

- Perché allora lo riportarono indietro? Si rifiutò forse? - Mi chiede.

- Macché, tutt'altro. Soltanto che non potevano, subito.

E questo non se lo riusciva a spiegare neppure lui. Ripeteva soltanto che lassù, ed indicava il cielo, stava accadendo qualcosa di molto brutto, e finché non fosse finito, i Cittadini non avrebbero avuto tempo da dedicare a lui.

- E questo accadeva cinquant'anni fa, vero? - Mi chiede.

- Secondo il racconto del vecchio. Comunque ho potuto controllare le date, nella mia indagine personale, dal momento che sapevo che in quell'inverno in cui il vecchio era sparito, o meglio, la primavera successiva, ci fu quell'alluvione che uccise i suoi genitori. Ed era molto strano che soltanto lui avesse potuto salvarsi, Ma in ogni caso, il fatto costituiva un'ulteriore prova d'attendibilità della sua storia.

- Complimenti! - Mi dice lui, sorridendo. - Hai fatto un lavoro degno di un detective!

- Era una questione di coscienza. Sai, il posto di quel vecchio era in un ospizio, e io, a lasciarlo là a casa da solo, stavo facendo una cosa contraria al buon senso. Quindi, per convincere più che altro me stessa che non stavo sbagliando, anche se credevo alla storia, indagavo giorno per giorno per consolidare la sua attendibilità. Ma restavano sempre cose indimostrabili.

- Ad esempio? - Un po' irritata con me stessa, che lo sto incuriosendo sempre di più, cerco di raccontare tutto il più presto possibile.

- Quella pioggia di sassi, ad esempio, A quanta pare l'aveva vista solo lui. Io in un primo momento pensai a meteoriti, o qualcosa del genere, poi mi persuasi che doveva trattarsi di qualcosa di ben diverso. Un sigaro volante esploso in volo, ad esempio. Una battaglia tra dischi volanti. Qualcosa di non dissimile. Alzo le spalle - Tutta la storia del vecchio faceva pensare a roba del genere. Solo che oggi sono cose che si leggono sui giornali, gente che asserisce di avere visto sfere luminose, altri che dicono di essere in contatto con loro, altri ancora che giurano di averne conosciuti e di frequentarli regolarmente. Ma sono solo proiezioni dell'inconscio collettivo. Ma cinquant'anni fa!

E poi la storia; dischi volanti a parte, stava proprio in piedi, - M' interrompo ancora per l'esasperante raspare contro un uscio. - Povero micio, ma si romperà le unghie!

- Non ti preoccupare. Taglia corto. - Non mi hai ancora detto dove è andato a finire il vecchio. - Intimidita riprendo:

- Ma veramente non capisco perché questa storia t'interessi tanto. Mi sembra strano. - Ma lui si rabbuia, e gli chiedo:

- C'è qualcosa che non va? - Sembra scuotersi:

- Non so nemmeno io, - Sospira. - Ma forse ... - Mi fissa con uno sguardo lontano. - Trovo che ci sia qualcosa di stranamente somigliante in noi due. - Poi afferra un pensiero lontano, forse malizioso, perché sorride a sé stesso. - E credo anche di sapere cos'è. - Abbassa lo sguardo. - È l'irresistibile impulso a fare il bene … - Trasalisco, ad una simile idea, ma continuo ad ascoltarlo. Il mio interesse si acuisce.

- Pensaci. il nome stesso del tuo lavoro dovrebbe dirtelo: assistente sociale. Cos'è, quel nome, se non una mascheratura un po' ingenua del suo vero significato? Qual'è il tuo lavoro, in fondo? - Non rispondo, ma voglio sentire dove vuole arrivare.

- Solidarietà umana, - carità, bene ... chiamalo come vuoi. - Si guarda le mani pensoso - Io stesso, il mio passato, il mio presente. Ci assomigliamo più di quanto tu non possa pensare. E tu, con quel vecchio. - Ora mi guarda con calore. - L'hai fatto per pietà, per buon cuore - Non credo nella bontà, e vorrei poterglielo dire, ma mi manca il coraggio. Accetto la sua idea, per rispetto ma mi rendo conto anche che forse non ho mai pensato a me stessa in questi termini. Ogni pensiero mi è doloroso: comprendo che continuare il racconto rappresenta per me una scappatoia piena di sollievo.

- Forse hai ragione .,. ma allora non mi chiesi perché lo stessi facendo. Perlomeno non consciamente. Ero convinta, invece, di non poter fare altro che accontentare il vecchio aiutandolo. Capisci? Che diritto avevo, io, d'intromettermi così nella sua esistenza? Come potevo trascinarlo in un ospizio? Dopo che era rimasto tanti anni ad aspettare, Ti rendi conto? Mi ossessionava addirittura l'idea che un uomo avesse potuto rimanere ad aspettare per ben cinquant'anni. Pensa che fede, che forza. Cinquant’anni! Lo guardo e mi sento cogliere dal panico – Che cosa succede – Mi sembra profondamente addolorato.

- Cinquant’anni … certo che capisco! - Gli sta accadendo qualcosa di molto strano, poi un miagolio straziante mi costringe a voltarmi in direzione dell'uscio. Ma sono io, questa volta, ad ignorarlo.

- Continua … - Mi esorta, fremente.

- Bè … Sono imbarazzata – poi il vecchio è sparito, te l’ho detto, lui e il suo gatto. Ho trovato la casa vuota, con la porta aperta. I carabinieri pensavano …

- No, no, prima di sparire, prima. Cerca di ricordare! Cosa ti diceva … - Sono molto spaventata, ora, tanto spaventata che non mi vergogno nemmeno di quanto sto dicendo:

- Diceva sempre, mi prometteva che, quando sarebbe stato Cittadino, sarebbe tornato e mi avrebbe cercata – Faccio una lunga pausa dolorosa - Ma diceva che dovevo aspettare, come lui aveva aspettato, con pazienza, fiducia. E poi … - Sono esitante. - Mi avrebbe sposata! Ma non sarebbe più stato un brutto vecchio, no, l’avrebbero fatto ritornare giovane, e sarebbe stato bello, saggio, infinitamente colto. Questo, diceva, era essere Cittadini. E non sarebbe morto mai.

- E tu, gli credevi?

- Io non so ... a modo mio, te l’ho detto - La mia voce è lacrimosa. - Diceva che i cittadini sono immortali …

- No, - Sorride - Non è questo a cui ti ho chiesto se credevi. - Si alza in piedi. Mi fa tanta paura, adesso, è come se fosse diventato un altro. Apre una porta e un grosso gatto soriano entra saltellando nella stanza, andando a mettersi su una poltrona. Lo guardo con gli occhi spalancati dallo stupore. Lui continua:

- Credo che quel vecchio non avrebbe mai potuto essere un buon Cittadino … per questo è ritornato tra gli uomini.

Già un sospetto atroce mi trafigge la mente, ma tutto accade troppo in fretta. I miei sentimenti non tengono il passo. Lui accarezza il gatto e mi dice:

- Questo è Etamin, lo ricordi? Anche lui ha subito il trattamento, è ritornato giovane e ancora mi terrà compagnia. Etamin, "Testa del drago". Dista dal nostro sole centodieci anni luce. - Mi guarda. - Sai cosa vuol dire? Significa che la luce impiega più di un secolo per coprire la distanza, mentre io l'ho percorsa in pochi mesi …

Poi mi fissa dritto negli occhi: - Mi mancherai tanto …

E il tempo si richiude sopra noi due. Io non più giovane, lui immortale.


da "The Time Machine" n. 5/‘77






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