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Il mercante dell'asteroide


di Ignazio Arena e Gianangelo Gramaglia


Lavorare su un asteroide non è facile. Basta un gesto incontrollato, e vi ritrovate a vagare nello spazio ruotando su voi stessi. A volte, poi, non si può neppure atterrare con una navicella di salvataggio, ma si può soltanto e semplicemente prendere letteralmente al volo l'obbiettivo.

Basta un salto ben calibrato dalla tolda della navicella e vi ritrovate in piedi su un ciottolo cosmico. Se poi il vostro prospettore vi ha passato l'informazione che il tale asteroide è composto in gran parte di materiale ferroso, non potrete avvicinarvi in astronave per non guastare nessuno di quei delicati meccanismi, meraviglie dell'elettronica e della meccanica spaziale, che la compongono. Vi munirete dunque di un paio di semplici elettrocalamite, le applicherete alla tuta nei punti più bassi, o, meglio ancora, sotto gli scarponi, spiccherete il solito balzo, innesterete la corrente a distanza di sicurezza dall'astronave, e il gioco sarà bell’e fatto. Ma attenzione a non metterne troppa, perché potreste spiaccicarvi, sull'asteroide! Ovviamente, c’è anche il rischio che l'elettromagnete vi respinga invece di attrarvi: perciò immettete la corrente gradualmente, non tutta d'un colpo …

Comunque, una volta arrivati, le difficoltà non sono affatto superate. Anzi, si può dire che comincino proprio ora.

Ogni passo dovrà essere accuratamente studiato prima di essere compiuto. Ogni gesto dovrà essere lento, calmo, mai violento. Un incontro di lotta che si svolgesse su di un asteroide sarebbe letale per ambedue i contendenti, ma non per un pugno troppo forte o per una stretta proibita. La morte avverrebbe per soffocamento, e la vostra bara non sarebbe nient'altro che una tuta disadorna. Potreste sempre consolarvi pensando che il corpo vi si manterrà integro per millenni. Ma a voi forse interessa più l'oggi che il domani.

Non vi posso biasimare. Con queste premesse, è inutile dire che non potrete usare il piccone o la vanga. L'uso degli esplosivi, poi, è rigorosamente proibito. Perturbereste le orbite di centinaia di corpuscoli celesti viciniori, e, secondariamente, danneggereste l'asteroide su cui vi siete installati. E, quasi sicuramente, anche voi stessi. Per sempre.

Dicevamo, non è facile lavorare su un asteroide. D'accordo, c'è il silenzio che si desidera più di ogni altra cosa quando si vive tra i rumori assordanti delle miniere, sulla Terra polverosa. Non si muore qui per le malattie da gravità che affliggono gli abitanti di Giove e Saturno: la leggerezza degli asteroidi è proverbiale. Eppure molti scappano dagli asteroidi per tornare sulla vecchia Terra.

Ma a voi, che desiderate fare il percorso inverso, vogliamo dare un consiglio: non mettete in piedi un negozio della Lega. Fare il mercante su un asteroide è un mestiere peggiore di ogni altro, nello spazio fra Marte e Giove.

E questa storia vi spiegherà perché.


- Xeno, la camera stagna, per favore, - Quando si rimane per troppo tempo da soli, si tende a considerare un robot come un essere umano. Erano tre giorni terrestri che non vedevo anima viva atterrare su Hidalgo, il grazioso asteroide che ho noleggiato a tempo indeterminato per aprire un negozio della Lega. Perciò usavo nei confronti di Xeno, robot dell’ultimissima generazione (e la lettera iniziale del nome lo diceva), tutte quelle frasi e modi di dire che, in posti più accoglienti e normali, in genere sono riservati agli scambi di cortesie fra esseri umani. Avevo l'impressione che, se così non avessi fatto, Xeno avrebbe potuto ribellarsi e rifiutarsi di eseguire il suo compito.

- Xenooo! - Esclamai.

- Tra poco è il periodo critico, capo - mi, rispose, con una logica che non era completamente robotica.

- Okay - borbottai, - grazie per avermi avvertito, ma adesso va ad aprire la camera stagna, se non ti dispiace. Su, da bravo, eh?

- Oggi è nervoso, capo - fece Xeno, più rivolto a sé stesso che a me. Ogni tanto mi stupisco di come riescano a fare i robot sempre più simili agli esseri umani nei loro difetti. Decisamente l'ultima generazione è più progredita delle precedenti, da questo punto di vista.

Xeno dovette interpretare il mio mugugno come una conferma a quanto da lui asserito, poiché aggiunse, voltandosi: - E questo è un fatto -, con un’aria che mi sembrava maledettamente e ironicamente umana.

Se in quel momento se ne fosse andato verso la camera stagna saltellando e canticchiando, non me ne sarei affatto meravigliato.

Dovete sapere che Xeno non è un robot come gli altri.

Appartiene all'ultima generazione, e questo lo sapete già.

Ciò che non sapete ancora, invece, è che "lui" non è un grosso scatolone di lamiera stampata con dei cingoli ai piedi o delle ventose elettromagnetiche. Xeno, innanzitutto è piccolo, il suo corpo è fatto di materiale plastico, e l'hanno verniciato con una tonalità semi lucida che sembra studiata apposta per provocare l'irritazione in me.

Poi è furbo, cosa che non è degli altri automi. Chi mai direbbe che un robot è furbo? Ebbene, Xeno lo è. Certo, il suo brutto muso in poliestere rinforzato non può sorridere o atteggiarsi a un ghigno, ma tutto ciò che non può fare col corpo artificiale lo fa con la voce. Questo è il primo robot che non rompe col suo ronzio il silenzio del negozio quando non ci sono clienti. In compenso ha una vocina stridula … Ma forse sono io a sentire certe sfumature là dove non ci sono. In fondo, sembra dimostrato che stare troppo a lungo da soli non giova alla salute. Fortuna che i negozi della Lega sono muniti di dispositivo di gravità.

I miei nervi non reggerebbero alla vista di Xeno volteggiare tra gli scaffali.

Comunque, la mandai mentalmente a fondere sul Sole e tornai alla mia occupazione preferita quando un cliente entra in negozio: le microsaldature sulla tensostruttura transistoriale.

Ma la concentrazione necessaria andò in pezzi, quando sentii la voce che mi salutava. Frantisek Bore! La furia dell'universo si stava abbattendo su di me. Proprio Frantisek Bore, il peggior rompiscatole degli asteroidi, era venuto a trovarmi!

Giacche era sicuro che fosse venuto solo per farmi perdere tempo, e non per comprare qualcosa, come avrebbe fatto qualsiasi altro astronauta in difficoltà che si rispetti. Dovevo fare buon viso a cattivo gioco. In fondo, voglio restare in affari. Perciò, con il mio miglior sorriso, e la miglior falsa cordialità dissi: - Salve, Fran. Come mai da queste parti? Qual buon vento ti porta?

- Un vento cosmico, John. - Accennai un educata risolino per la battuta, che risaliva ai tempi in cui le prime astronavi a vela solare avevano fatto la loro prima apparizione. Ma, al mio interno, lo stomaco si contorceva ed era tutto una smorfia.

- Come vanno gli affari, John? Vedo che hai un nuovo uomo meccanico … - fece lui.

- Non c'è male, Fran - Almeno fino a quando non ti vedo, pensai. - Cosa posso fare per te?

- Ti ricordi l'altra volta, che cercavo un moto-vogatore per la scialuppa di salvataggio della mia astronave?

- Sì. Sì, lo ricordo, - Altro, se lo ricordavo. Quell’accidenti di Bore mi aveva buttato all'aria tutto il negozio per trovarne uno. Io a giurare che non ne avevo, che è un articolo poco richiesto, ma lui niente, continuava a frugare come se non avessi detto nulla.

Abbozzai un tentativo di microsaldatura, ma non mi sentivo molto calmo.

- Sono andato giù a Cattaraugus, e indovina un po' da chi l'ho trovato? Non lo indovineresti mai, ci scommetto.

Accidenti a tutti i Frantisek Bore dell’universo e a chi li ha inventati! Vuoi vedere che è andato dal Capo della Lega in persona, questo disgraziato? Risposi in modo evasivo: un "non saprei" più bofonchiato che detto, facendo finta di essere completamente assorbito dal lavoro di studio sulla tensostruttura, come se la cosa non mi interessasse minimamente. Fu un errore. Bore continuò, la mia risposta lo aveva reso felice. Troppo tardi mi accorsi di aver commesso una grave imprudenza: lasciarlo parlare. Abbandonai il microsaldatore sul bancone e chiusi gli occhi, aspettando. Fran non si fece attendere.

- Dal vecchio William, - fece, con aria soave. Era proprio da lui andare dal Capo della Lega in persona, per avere un pezzo di ricambio che varrà si e no quindici crediti.

Che persona meschina sei, Frantisek Bore!

- È un po' invecchiato, ma è sempre lui – continuava Bore - Sempre vigoroso, attivo. Dà l'impressione che non abbia bisogno di dormire la notte, tanto è visceralmente ottimista. Non ha mai smesso di stupirmi. D’altronde, solo una persona eccezionale poteva creare dal nulla un'organizzazione come quella dei negozi della Lega...

Mentre Fran continuava a parlare non potei fare a meno di pensare che niente poteva stupirlo, perché, semplicemente, se ne infischiava degli altri. Che ipocrita.

- Naturalmente - e arrivò al vero motivo della sua visita - adesso che il moto-vogatore l'ho trovato da lui, puoi disdire l'ordinazione cha ti avevo fatto.

Naturalmente! Faceva finta di non sapere che avevo già ordinato il pezzo. William Rubbish, Capo Fondatore dei Negozi della Lega, perché hai coniato il motto: "Il cliente ha sempre ragione"? Perché? Che diritto ha Frantisek Bore di essere mio cliente?

- Sono veramente soddisfatto. Ho fatto un buon affare, sai': ho anche risparmiato un paio di crediti sul prezzo che mi avevi chiesto tu. - Bella forza! Il Vecchio non ha le spese di trasporto che ho io. E poi, che cipolla! Ha bruciato cinquecento crediti di carburante solo per avere la soddisfazione di raccontarmi il suo piccolo risparmio. Ovviamente, fatto a mio danno. Quasi quasi, ero tentato di dirgli che eravamo prossimi al periodo critico, ma, al pensiero di cosa mi avrebbe detto, e di cosa sarebbe diventato nel Tempo del Mutamento, cambiai idea:

- Fran, si sta avvicinando il Tempo. È meglio che torni alla miniera al più presto.

- Meno male che me l’hai ricordato! Ho lasciato il rivelatore di anomalie sulla navicella. Non so come farei, se non ci fosse gente come te nell’universo. Non avresti più nessuno da perseguitare, ecco che cosa non potresti più fare …

- Allora scappo. Salutami quel simpaticone del tuo robot. Ah, come si chiama?

- Xeno – risposi stentatamente.

- Ciao, Xeno - fece, e uscì di corsa verso la camera stagna. E così aveva saputo anche la generazione del mio nuovo uomo meccanico, e adesso sarebbe andato a riferirlo a chissà quanta gente … Che bella giornata! Prima Bore, tra poco il Tempo dei Mutamenti ...

- Capo, se n’è andato di corsa - Xeno si premurò di informarmi. Cinquecento credit per atterrare sull'asteroide, altri mille per una partenza a bruciapelo … Non hai poi fatto un grosso affare questa volta, Frantisek Bore, vecchio fifone …


Da Hidalgo, quando i clienti lo permettono, si può godere una fantastica vista di Giove e dei suoi satelliti. Il mio è un grosso asteroide, comodo e non troppo periferico.

Ma la sua rotta non è abbastanza lontana da quella delle astronavi ultra-luce. Perciò, a volte, la sua posizione fa brutti scherzi. Quando incontra la scia di materiale fotonico che lasciano dietro di sé le invisibili ultra-light-ships, apparizioni instabili, continuamente mutanti, fanno la loro comparsa sulla superficie del planetoide e in negozio. Come tutte le invenzioni che occorre subito sfruttare, senza correre il rischio di agevolare la concorrenza con un lungo periodo di prove, le astronavi da carico che infrangono muro della luce e tabù della relatività, presentano i loro inconvenienti. Ogni cosa ha il suo prezzo, si sa, ma chi ne fa le spese è il sistema nervoso del malcapitato che si viene a trovare nella loro scia. Per lui allora è Tempo. Tempo del Mutamento.


Lo schermo delle chiamate si illuminò mentre, con l'aiuto di Xeno, stavo schermando il magazzino. Puntellai provvisoriamente il tendone anti-mutamenti e andai a rispondere.

- John Dealer? Sei tu? - Era una voce nota, ma in quel momento non avrei saputo dire chi fosse.

- Si. Chi parla? - Il Tempo aveva già influenzato il video, che trasmetteva le tipiche immagini gotiche di prima del Mutamento.

- Sono Russ Burow, John. Senti, puoi aspettare, prima di chiudere, che venga a prendere un pezzo? Non ne posso fare a meno. Cinque astrominuti e sono da te. Va bene?

Cosa potevo dire? Non mi aveva lasciato infilare neanche una parola in tutta la concitata tirata. Stavo ancora balbettando un "va bene", che il segnale di trasmissione indicava già linea libera. Russ Burow, hai più fretta di un razzo col sedere in fiamme!

Tornai in magazzino.

- Xeno, finiremo dopo. Dobbiamo aspettare un cliente.

- Ma capo …

- Lo so, lo so, c'è il Tempo … Ma che posso farci se il Giuramento del Negoziante mi impone di aspettare il cliente, qualunque siano le condizioni della baracca?

Xeno non replicò. Aspettammo. Ma il Tempo arrivò prima di Russ Burow.

Uno pterodattilo di poliestere semilucido nacque dalla testa di Xeno, e volò gracchiando dritto su di me. Sul balcone, gli strumenti elettrolitici si stavano trasformando in eburnee guglie, e salivano veloci verso il soffitto.

La loro crescita era così impetuosa e aggrovigliata che lo pterodattilo cadde a terra, dopo aver completamente perso il senso dell'orientamento. Le luci d'emergenza del soffitto transcolorarono: dal rosso passarono al violetto e poi all'acquamarina. I loro gusci protettivi in termoplastica ondeggiarono, si fusero, e colarono verso il basso.

Raffreddandosi a contatto con l'aria si immobilizzarono a formare poliedriche stalattiti.

Guardai fuori, attraverso l’oblò. Marte stava ballando un tango appassionato con Venere, che aveva già perso qualche velo fatto di nuvole. Non avevo più dubbi: questo era il Tempo che si infiltrava dai punti lasciati aperti dal tendone antimutamenti … e ancora Burow non arrivava! Dove poteva essersi cacciato, quell’irresponsabile? Atterrare su un asteroide quando c'è il Tempo è come far l'amore con un mutante nano di Rigel.

Xeno brandì un’ascia sulla testa e ci gettò su di me con una espressione feroce negli occhi. Mi tramutai in un muro di mattoni, venni travolto dal robot, che nel frattempo era diventato un astrocargo da cinquecento tonnellate, raccolsi le briciole e mi leccai le zanne: buono! Che la via Lattea inacidisca se, quando arriva Burow, non me lo magio tutto.

Il pavimento aprì la bocca, e venni risucchiato dal seminterrato. Le strutture iperstatiche erano tutta una goccia. Sudavo sotto il peso delle guglie del negozio. Mi avevano bidonato anche nelle strutture portanti!

Xeno scese le scale con le ruote da corsa, facendo il verso dell'astroambulanza. In mano aveva qualcosa che non riuscivo a distinguere bene. Ma, quando fu fatta volare contro di me, individuai la cosa per quello cha, in realtà appariva: un secchio pieno di alluminio liquido. Non mi prese in pieno solo perché mi tuffai nel pavimento.

Sbucai sulla baia, in riva al mare. Mi accolse un guardiamarina. Sapevo che quell'uomo tarchiato, antipatico, dalla pelle di una tonalità semilucida, aspettava solo la mia fine, e poi avrebbe danzato sulle mie gambe nude, divorate dai pescecani e lucidate dai formichieri. Ma null'altro al mondo avrebbe potuto fermarmi, tranne, forse, un Angelo Azzurro con la Morte sulle spalle, Marlène Dietrich, da vecchia.

Infilai la vanga nella spiaggia, stanco di scavare. Mi buttai nella cassa da morto e mi attaccai alla bottiglia di rhum. Ma qualcuno mi chiamava. Vidi venire verso di me, lungo il bagnasciuga, un ometto magro, emaciato e scavato, dai capelli bianchi e dai grossi basettoni. Mi strinse la mano, cordiale, ed ebbi la spiacevole impressione che la tonalità semilucida del suo arto rinsecchito si fosse trasferita alla mia mano. Disse di essere italiano, un certo Minzoni, o Manzoni, non so, e che viveva andando in giro per le contrade a raccontar storie di rami, e di laghi. Mi domandai se potesse trattarsi di Buss Burow, ma, in realtà, quel Manzoni, o Minzoni, aveva una irritante e preoccupante rassomiglianza col mio robot. E poi, non poteva assolutamente essere un astronauta minerario: non ne aveva l'altezza. In tutti i sensi. Scoprii di avere ragione quando quel Minzoni, o Manzoni, o come diavolo si chiamava, si trasformò in diafano angelo metallico, si innalzò con un rumore di ingranaggi e scomparve alla mia vista destreggiandosi abilmente fra le stalattiti e le guglie gotiche del bancone.

Sentii il bisogno imperioso di guardarmi allo specchio: chissà come apparivo a Xeno. Meglio non dire cosa vidi: vomitai., La mia mano destra si allungò a forma di aspira-rifiuti e pulì per terra. La bocca fece da pattumiera. Lo stomaco disse: - Ben tornati!

L’astronavigatore pensò bene di avvertirmi che il soffitto si stava arrabbiando perché nessuno lo guardava mai in faccia. Stavano cominciando a cadere grosse gocce di cristallo dal lampadario barocco. Il soffitto, stanco di essere tale, si era messo a piangere come un cielo.

Mi appoggiai al muro per un attimo, non senza timore.

Non udivo il benché minimo rumore. Che il Tempo fosse terminato? Non mi sembrava vero. Mi avviai per la scaletta di servizio. Traditori! I gradini della scala si divertivano a giocare a ping-pong coi miei piedi! Mi aggrappai al mancorrente, ma quello fu più veloce di me e si avviluppò attorno alle spalle.

Burooow! Disgraziato, quando ti decidi a scendere? Tanto nello spazio, nella tua astronave schermata, il Tempo non lo senti passare, eh?

Xeno, travestito da cameriere francese, tornò per consolarmi e mi portò un menù. - Scelga pure con comodo, signore: non c’è nessuna fretta. C'è tutto il Tempo che vuole. - e alla parola Tempo vi fu nei suoi occhi un bagliore di irreverente intelligenza. Aprii il foglio che mi porgeva: era il primo capitolo di quell’orrenda opera intitolata "L'apprendista spaziale", la parodia spaziale di pessimo gusto che solo il folle Manuel De Coto poteva aver composto!

Alzai lo sguardo dal foglio per osservare il robot. Sotto i miei occhi, Xeno si sdoppiò, si triplicò, si quadruplicò … si centuplicò, e il negozio fu pieno di Xeno.

Tutti con lo scritto di Manuel De Coto in mano. Uno per volta, si avvicinavano a me, si inchinavano, e mi consegnavano il volume. Mi sentii soffocare sotto il peso dei grossi tomi; mi girava la testa dalla nausea.

Quando mi riebbi, ero impegnato a dar da mangiare a Xenoson, gatto dal pelo semilucido. Tranciavo sul bancone una grossa fetta di gorilla aldebarano, e poi gettavo sul pavimento i pezzi di carne blu, che il gatto ingoiava con una velocità incredibile. Il lavoro procedeva regolarmente: alzo il braccio, do la spinta, il coltello taglia, ma sbaglio la mira e mi trancio un dito. Mentre guardo staccarsi dalla mano i nervi, i tendini, la pelle, sento che un'espressione idiota si dipinge sul mio volto. Il dito schizza nell'aria, cade lentamente, tracce di sangue denunciano la sua traiettoria … ma non raggiunge il pavimento. Xenoson ha i riflessi pronti, e si mangia il mio indice con molto gusto. Burow, ti farò pagare anche questa, quando arrivi.

Il suono del campanello della camera stagna mi desta da un incubo per trasportarmi in un altro.

- Che fosse Russ Burow, finalmente? - pensavo. Il suono si ripeté, imperioso. Andai nella sala dei comandi … e mi ritrovai in una fiera paesana di Deneb. Siccome lì si respira ammoniaca, il mio naso si tramutò con una eccezionale prontezza di riflessi in maschera antigas. Notai anche, di sfuggita, che i denebiani vendevano stelle morte. Avrei desiderato comprarne una ma la camera stagna col suo suono insistente me lo impediva. Forse il Tempo stava per finire. Come dice il proverbio così diffuso fra i perdigiorno, quando senti suonare tre volte, il Tempo è scaduto! Ma perché non ho fatto il macchinista di astronavi da carico?

Xeno comparve davanti a me, in silenzio. Non era più il cameriere francese, ne aveva mai procreato un gatto. Ero tentato di abbracciare quello scatolone di poliestere rinforzato. Rivedevo quasi con piacere la sua tonalità semilucida. Avevo voglia di piangere. Il Tempo dei Mutamenti era finito.


- Xeno, - riuscii a stento a dire- non c'è più bisogno del tendone anti-raggi. Puoi smantellare tutto … - Vado, capo - mi disse, con una certa aria di comprensione. E se ne andò, lasciandomi solo nel negozio. Che sfacelo! Non c'era traccia di stalattiti, di guglie, o comunque di disordine attorno a me. Lo sfacelo era dentro di me, ero io stesso. Fortuna che gli effetti fisici del Tempo dei Mutamenti non sono mai durati a lungo. Ma talvolta i segni del Tempo restano: il dito mancava e nulla faceva diminuire il dolore della mano. Allora mi iniettai una dose di anti-dolorifico ad effetto immediato. Subito dopo, arrivò Russ Burow.

- Salve, John! Come va? Scusa sai se sono così in ritardo, ma il mio stomaco brontolava in un modo allarmante e allora mi sono fermato su Wichita per un panino. Senti, mi serviva … ma cos'hai? Non ti senti bene? - È stato il Tempo - dissi laconicamente. - Ah, - fece lui, - il Tempo.

E non commentò.

Ogni spaziale che si rispetti non parla di certe cose, e anche canaglie morali del calibro di Russ Burow sottostanno a questa regola mai scritta.

- Senti, mi serviva un diodo per il cruscotto della mia bagnarola. Sai, quello che fa da spia per l’accensione dei motorini di avviamento del robo-forno.

Io non l'ho mai taccato, e adesso che mi serve, si è rotto. Tra poco viene a trovarmi un prospettore asteroidale che vuole comprare il mio piccolo appezzamento. Non posso certo portarlo a mangiare a Whichita o, peggio, fino a Cattaraugus! - Non tentai neppure di dimostrargli un po' di comprensione. Presi il diodo da sotto il bancone, e glielo diedi. Dissi soltanto: - È mezzo credito; - dopo di che il rivelatore di clienti si fece sentire.

- Xeno! - Uffa, capo! - fece il robot, ma andò.

Russ Burow era sempre lì, davanti a me, con un'aria fintamente indifferente. Per un momento avevo pensato che anche lui fosse un effetto del Tempo, visto il suo modo di non ragionare.

- Bene, ti serve altro? - gli domandai. - No, mi sembra. Per stavolta basta. Segna pure sulla mia scheda di credito.

Ero troppo fuori sistema per obiettare alcunché. Non per niente hanno inventato il tendone anti-raggi. Solo un folle come Manuel de Coto poteva essersi sottoposto di sua volontà agli effetti del Tempo. E tutto per l’arte, per vincere la frustrazione che nasce davanti a un foglio bianco! Scrittori senza ispirazione … nient’altro che disperati. Burow se ne andò.

Uscendo dal negozio incrociò il mio nuovo cliente. Era un tipo che non conoscevo. Fresco fresco di viaggio interplanetario, e si vedeva.

- Salve - mi disse, con una cert'aria di insicurezza.

- Salve, spaziale - risposi. In cosa posso esserti utile?

- Vorrei ... ed esitò un attimo - vorrei una di quelle apparecchiature che simulano l’attività onirica dell'individuo - concluse tutto d'un fiato. Poi abbassò gli occhi guardando da un'altra parte. Ancora oggi molti si vergognano a chiedere quella macchina. Eppure è una cosa completamente innocua … Moh. Non capirò mai.

- Quale tipo le serve? Vuole quella per emozioni delicate, medie, forti, o quella speciale per emozioni erotiche?

- Non saprei … Mica potrebbe farmele vedere tutte? - domandò ansiosamente.

Riconoscevo il tipo. Lo sconosciuto voleva la macchina speciale per emozioni erotiche. Feci come voleva lui: avrebbe comprato sicuramente. Lo lasciai solo a provare gli apparecchi. Ne approfittai per andare a prendere dalla cassetta del pronto-soccorso una scatola di Ricresci-Subito per il dito che mi ero tranciato.

Xeno mi raggiunse e, con tono da cospiratore, mi disse:

- Capo, quell'individuo non mi piace.

Oh bella, adesso anche i robot si mettono a dare giudizi! Chissà cosa pensava di me, quell'infingardo.

- E perché? - domandai, voltandomi istintivamente verso il bancone. Lo sguardo del mio cliente faceva trapelare un conflitto interiore tra paura ed estasi.

- Ha provato una o due macchine; adesso è collegato alla macchina special e sembra completamente ipnotizzato.

Tutto qui? Nonostante tutto, i robot non potranno essere mai come noi. Non capiscono il significato del sesso.

E speriamo che non lo afferrino mai.

- Xeno, è assolutamente normale che sia così. Cioè, normale … ma non preoccuparti, perché comprerà di sicuro visto che è così soddisfatto.

La mia spiegazione non lo convinceva.

- Eppure, Capo … io non sbaglio mai. Sono stato progettato per non sbagliare; i miei circuiti sono infallibili.

Avevo posseduto diversi robot, ed ognuno aveva la pretesa di essere infallibile. "Mi hanno progettato apposta così!", "I miei circuiti sono l'ultimo ritrovato in materia di infallibilità" … eccetera eccetera eccetera. Sempre le stesse parole. Poi, alla prova dei fatti, uno aveva fatto un madornale errore nell'immagazzinamento e una cassa di bidoni gli si era rovesciata addosso, danneggiandolo irreparabilmente; un altro era impazzito improvvisamente senza alcuna ragione; e un altro ancora per poco non mi ammazzava in un periodo di eccessiva alimentazione. Questo era il motivo per cui avevo acquistato un nuovo automa: non volevo più sentire la solita tiritera. E invece, eccola affacciarsi di nuovo.

- Xeno … - gemetti, nauseato - cosa ne sai tu degli uomini?

Disgraziatamente prese alla lettera la mia domanda.

- Uomo: essere annoverato tra i primati della natura, dotato di libero arbitrio …

Tornai dal cliente: doveva aver già scelto.


- Buongiorno. - Ero chinato sotto il bancone e stavo riponendo al loro posto le macchine per emozioni non erotiche, quelle che nessuno compra mai, quando una voce sconosciuta mi arrivò alle orecchie.

- Buongiorno a lei, signore! - La voce si ripeté. Dunque non stavo sognando! La voce era di qualcuno, nel negozio … Quanti anni erano passati da quando avevo udito qualcuno chiamarmi per l'ultima volta in quel modo! Avevo paura di alzarmi per vedere chi era, e non sapevo spiegarmene il motivo. Chi dice "buongiorno" su un asteroide, dove il giorno non è che un'astrazione, non può essere un cliente della Lega.

- … Signore ... - Aveva aspettato educatamente che terminassi le mie riflessioni e mi affacciassi al bancone, incredibile! Ma da dove era sbucato quel ridicolo individuo con casco e scafandro? E poi, come era entrato nel mio negozio? Xeno era sempre rimasto accanto a me, ed ero sicuro di non essere andato ad aprire la camera stagna. Era un compito da robot, quello! Comunque, per il momento, decisi di stare al gioco. Non capita tutti i giorni di incontrare un eccentrico che se ne va in giro a far compere abbigliato come un astronauta dei tempi dello sbarco sulla Luna. Del resto il Giuramento me lo imponeva: come commerciante dovevo saper accontentare ogni cliente, perciò mi scossi e col mio miglior sorriso abbozzai un:

- Si accomodi, signore, desidera? – Il viso preoccupato del mio ignoto visitatore si illuminò. Capii di aver imboccato la strada giusta.

Alzò i pesanti guantoni e con gesto lento e metodico si levò il grosso casco da astronauta antidiluviano (quelli col vetro solo davanti, per intenderci). Poi si avvicinò a me e, come se si trattasse della cosa più normale del mondo, mi fece con voce ferma: - Vorrei, se non le dispiace, del becchime per canarini, miscela bilanciata Hartz-Steiner per favore. Una ventina di scatole dovrebbero bastarmi … - Deglutii lentamente. Non era possibile, dovevo aver sentito male. Se mi avesse chiesto dei barattoli sotto aria di agar, oppure delle bustine di spore di piante carnivore, avrei potuto accontentarlo. Ma del becchime per canarini!

Cercai di rimanere calmo e di conservare il sorriso, ma sentivo che mi moriva in bocca. In ogni caso, decisi di temporeggiare e di cambiar discorso. Come tattica contro gli scherzi aveva sempre funzionato. Prima o poi il buontempone desiste per stanchezza.

- Come hai detto? - (accidenti, non mi ricordavo più come si dice in casi come questo). Ah, ecco: - Vuole essere così gentile da ripetere signor, signor? – Seguì un lungo attimo di pausa durante il quale spiai la faccia del mio avversario per scoprirvi qualche esitazione che lo tradisse. Invece quello si irrigidì. Scattò in piedi e cominciò le formali presentazioni: - Capitano Vasili Ostrovskij, dell’Armata Rossa Cosmica, di ritorno dal viaggio solitario sull'undicesimo pianeta del sistema solare ... seguì una sequela di informazioni e titoli di cui capii ben poco, alla fine dei quali, smesso il tono marziale, concluse, con un: … e dato che mi mancano ancora tre anni per arrivare a casa, vorrei del becchime per Arturo, e la prego di scusare il mio inglese.

Mi ritrovai seduto sprofondato dietro il bancone a fare i conti col mio cervello in subbuglio. Mmm … mi aveva detto di essere un russo, va bene … ma l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche non esisteva più; Armata Rossa Cosmica … viaggio solitario sull’undicesimo pianeta … ma io conoscevo almeno una dozzina di persone che abitavano là …

Decisi di mostrarmi interessato mentre cominciavo a chiedermi che cosa avrei potuto vendergli. Non potevo perdere il mio tempo con lui.

- … Di ritorno ha detto?

- A casa.

- Sulla Terra, credo. Appunto.

- Lo credo bene; dove; se no?

- Si, certo... ehm, e quanto ha detto che le manca per arrivare. a … casa?

- Tre anni e undici giorni, sempre che quelli del cosmodromo di Bajkonur mi facciano atterrare subito e non mi lascino delle settimane in orbita di parcheggio … - Lo diceva così calmo e sicuro, che ero quasi tentato di credergli, ma di tutti i trabiccoli spaziali che avevo passato mentalmente in rassegna, nessuno avrebbe impiegato più di una settimana per fare il viaggio di andata e ritorno da Hidalgo alla Terra! E io non conoscevo nessun posto che si chiamasse Cosmodromo o Bajkonur!

- Mi scusi se insisto, - fece lui, scuotendomi dal mio arzigogolare, - ma le ho chiesto del becchime per canarini e avrei una certa fretta. Sa, quando bisogna passare ancora tre anni in viaggio, non si può perdere ancora altro tempo in ogni posto in cui ci si ferma.

Lo guardai di stucco. Ma da dove veniva, quel ridicolo cocciuto travestito da astronauta del museo delle cere? Comunque, avevo trovato che cosa dargli, che lo volesse o no.

Un po' di spore di piante cannibale sarebbero andate benissimo per il suo maledetto canarino! E se poi le piante avessero anche divorato la bestiaccia, ci avrei riso, eccome!

- Certo, certo: lei sarà accontentato ed anche il suo caro pennuto … - lo rassicurai con affettazione - Xeno! Vieni qui … vedi se puoi portarci quello che il signore desidera ... sbrigati Xeno, non hai sentito che il signore ha fretta?

Xeno si avvicinò, ma mi guardava con aria interrogativa.

Per fortuna non disse nulla. Doveva passare vicino a me.

Finsi di spiegargli a quale scaffale andare e, furtivo, gli sussurrai all'orecchio: - Fitostomax, una scatola da venti bustine.

Fui certo che avesse capito quando si volse verso di me per scendere la scaletta del magazzino. Scoprii nei suoi occhi un lampo di malizia. Aveva capito, il mio Xeno.

Ero più contento, adesso: avrei rifilato al russo una intera scatola di bustine Fitostomax, quelle spore di una specie di pianta decorativa che nessuno ha mai pensato di comprare, da quando le ho ordinate. Anche se ci avrei guadagnato ben pochi crediti, disfarsene era pur sempre un affare.

Ora avevo in pugno la situazione. Mi alzai in piedi, e appoggiai le mani sul bancone, in una posa molto più trionfante di quanto fosse mio solito. Ma volevo dimostrare a quello sconosciuto eccentrico la solidità della mia ditta.

Avrebbe dovuto vedermi il Capo della Lega: sarebbe stato fiero del suo concessionario!

Ma il mio visitatore non mi guardava affatto. Non stava fermo un momento. Ora stava armeggiando con la sua bardatura. Cercava di estrarre qualcosa dai gonfi pantaloni dai riflessi metallici. Sorrisi. A quanto pare, voleva pagare in anticipo. Tanto meglio.

Ma quando quell'impacciato grosso bestione mi appoggiò sul tavolo un rotolo di cartaccia, tutta la mia allegria se ne andò. Lasciò il posto al dispetto, poi all'ira.

Voleva pagare con quei foglietti rossi e grigi, con quella cartaccia! Denaro! Ma mi aveva preso per un collezionista?

Maledizione, questa me la paghi, chiunque tu sia, gridai dentro di me.

- Ecco: cento rubli, mi sembrano più che sufficienti. Sì, sono dei rubli, ma perché mi guarda così? Non vedo cosa ci sia di tanto strano...

- Basta! -Gridai, - lo scherzo è finito! Fatti riconoscere caro il mio spaziale sconosciuto ... e mostrami la tua carta di credito! Togliti subito quel ridicolo scafandro da museo …

- Avrei dovuto immaginarlo, voi americani siete tutti uguali: volete sempre essere pagati in dollari … - e così dicendo avanzava con aria minacciosa.

Lo guardai meglio. Era un’impressione, o si stava ingrossando? E quelle catene, ai piedi, prima non gliele avevo viste. E il volto, era la luce, o si stava sbiancando, mentre assumeva un'espressione feroce? Presi in mano il disintegratore, istintivamente. Lo regolai alla distanza giusta, poi sparai.

Macché. Il russo era ancora lì. Ma era ancora un russo?

Mi sfregai gli occhi, ma il mostro non scomparve. Guardai in basso; credevo di avere in mano il disintegratore, ma impugnavo una pistola ad acqua … Il russo rideva. L’acqua schizzava sulla sua figura, che sembrava alimentarsene, ingigantendosi sempre di più. Ora mi sovrastava di una buona decina di piedi. La sua bocca si muoveva, ma, in un primo momento, non collegai a quel movimento il rumore cupo e tonante che sentivo inondare il negozio. Poi capii.

- Tu volevi uccidermi! Volevi attentare alla vita di Vasili, Nobile Compagno di quarta generazione! Come hai osato? Non sopravviverai a questa infamia!

Un sudore freddo mi scivolò per la schiena; questo non era il ritorno del Tempo, Era, la mor ...


John Dealer si sbagliava: non era la morte, era il Tempo che tornava, inaspettato. Quando John si risvegliò dalla "morte" la prima cosa che vide fu la preoccupata faccia di Xeno, china su di lui, semilucida. - Niente paura, è finito tutto, capo. – gli disse, mettendogli una mano dietro la nuca e facendogli ingoiare con l'altra un intruglio di sua preparazione. Il robot stava curando il mercante con l'apprensione tipica di un parente stretto. Ma in fondo, la cosa non dispiaceva troppo a John. Quello che lo preoccupava era ben altro.

Il russo era un prodromo del Tempo. Le tracce della spiacevole apparizione non erano ancona scomparse del tutto, e questo era un altro segno ammonitore. Sulle pareti sembrava fosse passato un ciclone cosmico. Solo in un secondo tempo, quando John si decise a fare un po' d'ordine, si accorse di un particolare che aumentò la sua costernazione.

Gli scaffali erano stati sollevati come fuscelli, e assemblati in un preciso ordine. Da una certa distanza formavano, in caratteri cirillici, la parola FINE, a ricordargli che il terrificante astronauta sovietico di ritorno dal passato era passato anche dal suo negozio. Quello che aveva tutte le caratteristiche di un sogno, di un incubo, non era completamente tale, se aveva lasciato delle tracce nella realtà ... Il Tempo, già negli ultimi episodi aveva lasciato i suoi segni … - Eh, sì, Xeno, - mormorò John Dealer da dietro il bancone scuotendo la testa, - Il Tempo, neanche il Tempo è più quello di una volta.

- Già, capo. - fece il robot. Era in fondo al negozio, di fronte alla vetrata accanto all'uscita. Stava guardando il panorama.

Tutto era tranquillo, ora, ogni cosa, compresi Marte e Venere, era tornata al suo posto.

- Il Tempo arriva fuori tempo, ed anche i suoi effetti permangono e sopravvivono a lui, - continuò John Dealer, inquieto, - come faremo, ora che il Tempo può arrivare da un momento all'altro? Non possiamo tenere sempre in funzione il tendone anti-raggi. Eppure una soluzione ci deve essere …

- Credo di averla trovata, capo. - gli rispose Xeno.

John Dealer non gli chiese neppure quale fosse, quella soluzione. Si lasciò cadere, rassicurato, nella poltrona, e non ci penso più. Si tolse il Ricresci-subito che aveva applicato al dito. La pelle si era già formata. Solo l'unghia era ancora molle e biancastra, ma, col passare di un paio d'ore, sarebbe tornata normale. Gli era già capitato altre volte.

Finalmente un po' di silenzio era tornato nel negozio.

Lo assaporò lentamente, con gusto: senza clienti, in fondo si stava meglio. John si guardò intorno: Xeno era ancora assorbito dalla vista di Giove e delle sue lune. Chiuse gli occhi. Che pace! Però … qualcosa nel comportamento di Xeno intento a guardare il panorama lo faceva pensare.

Il rivelatore di clienti ruppe il filo dei suoi pensieri.

- Capo! La camera stagna! Gli fece Xeno, continuando ad osservare il firmamento.

- Si, Xeno, vado subito. Il cliente non può aspettare! e, mentre citava il paragrafo finale del Giuramento del Negoziante, John Dealer stava già correndo per andare ad accogliere il primo cliente di Xeno. John pensò che era stata una vera fortuna acquistare Xeno. Un robot che gli ricordasse i suoi doveri non l’aveva mai avuto. E che importa se Xeno ha una tonalità semilucida? È bello obbedire agli ordini.


da "The Time Machine" n. 6/’77






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