Dell'appuntamento, dell'incontro, della morte e di altre cose
di Francesco Paolo Bellisà
Oggi ho sentito parlare del "Treno" per la prima volta dopo tanto tempo. In realtà Bud, che sarebbe colui che me ne ha parlato, ha detto "trano", ma io mi ricordo ancora l'esatta pronuncia. Spesso, quando era piccolo, mio padre mi parlava dei tempi antichi, e in tutte le sue storie, invariabilmente compariva un treno. Sembra che l'unica che fosse rimasta impressa a quelli della sua generazione (anche se ormai non ve ne sono più) del tempo che fu sia stato il treno. Questo lo so perché una delle poche volte che ho avuto modo di parlare con i miei vicini (si fa per dire, il più vicino, cioè Bud sta ad una giornata dalla mia fattoria) ricordo, appunto, che parlammo di storie antiche raccontateci dai nostri padri, e l'elemento comune di queste storie era proprio il treno. Probabilmente esso rappresentava per loro qualcosa di diverso da un semplice mezzo di trasporto, forse un qualcosa di mistico, risalente a molto tempo fa. Fatto sta che Bud mi ha detto che molta gente si è messa in viaggio per andare ad aspettare l'arrivo del treno, dirigendosi verso un vecchio capannone, distante più di quindici giorni di cammino dalla sua fattoria, dove ancora è possibile vedere, tra grossi ciuffi d'erba che li ricoprono, due lunghi e arrugginiti pezzi di ferro, posti ad una certa distanza l'uno dall'altro. Se ricordo bene il mio vecchio li chiamava "binari", o qualcosa di simile, e servivano a far scorrere le ruote del treno (almeno penso). Certo doveva essere bello a vedersi. Qualche volta ha cercato di immaginarmelo, ma non ci sono mai riuscito. Per questo ho chiesto a Bud come avrebbe fatto tutta quella gente a capire quando il treno sarebbe arrivato (senza tener conto del fatto che è impossibile che arrivi), e lui mi ha risposto che non lo sapeva ma che ci andava lo stesso. Ho cercato di dissuaderlo spiegandogli che era una cosa senza motivo, che la sua fattoria sarebbe andata in malora senza nessuno, ma non mi ha dato retta. Non mi ha chiesto nemmeno se volevo andare con lui. Mi ha detto che è una cosa che si deve sentire, altrimenti è inutile. Gli ha offerto un po' di grano tritato dalla mia provvista invernale, qualora l'attesa fosse stata lunga. Mi ha ringraziato dicendo che ne aveva abbastanza. Sapeva che, il mio era stato un gesto simbolico e per quello l'ha preso. La cortesia tra vicini è una cosa, approfittare delle provviste è un’altra. Mi ha salutato e si è rimesso in cammino con la sua bisaccia a tracolla, scomparendo ben presto alla vista. Sono rimasto per un po' a guardare tra i campi per cercare di scorgere la sua figura, ma non l'ho più rivisto.
È passata già una settimana ed altre due persone sono passate per i miei campi. Anche loro andavano ad aspettare il "treno". Ho chiacchierato per un po' con ambedue, e mi hanno fatto la stessa impressione di Bud. Mentre parlavo mi chiedevo come fosse nata questa voce e come avesse fatto a propagarsi tanto in fretta per il territorio. E mi chiedevo, pure, perché tanta gente fosse disposta a lasciare tutto quello che aveva per qualcosa che in fondo sanno bene impossibile. Però dopo la chiacchierata con i due stranieri, mi sorprendo sempre più spesso inquieto, e la vista dei miei campi, che una volta mi riempiva la giornata, ora non mi basta più. È strano ma credo che dentro di me io desideri che passi altra gente per le mie terre, io che fino ad ora pensavo che spaziare con la sguardo tra le spighe dorate ed orgogliose fosse la sola cosa cui tenessi veramente. Potrei andare anch'io con gli altri, ma sento che qualcosa ancora mi trattiene qui alla mia fattoria, alle mie cose di tutti i giorni. E quando questo desiderio si fa più forte in me, cerco di razionalizzarlo spietatamente, e lo smantello col dirmi che il treno, tanto, non arriverà mai.
Urto con il piede il pezzo di spago che mi è servito fino a oggi per stendere i pochi panni che ho. È ormai sciolto e abbassato fino a terra, e mi sembra quasi il mio morale di questi ultimi giorni. Ma ormai la decisione è presa.
Parto anch’io e vado a raggiungere gli altri. Le mie razionalizzazioni non mi bastano più. Mille dubbi mi affollano la mente. E se veramente qualcuno avesse scovato una vecchia locomotiva e l'avesse rimessa in sesto? Ho sentito parlare di certe persone che con un martello e pochi chiodi sono capaci di fare di tutto, e per farla andare basterebbe aver trovato una riserva di carbone, un minerale o un fossile (non so bene) che nei tempi andati serviva a far camminare il treno. 0 almeno, così mi raccontava mio padre che a sua volta l'aveva sentito dal padre. E poi cosa sappiamo del resto dei territori che si estendono al Nord? Può essere che da quelle parti la gente sia più evoluta di noi, e che viva più a contatto di quanto non facciamo noi, che ci vediamo ogni due anni per figliare con le donne che si riuniscono con noi (e in verità sono poche). Alcune fattorie sono tenute da donne, specialmente giù a fondo valle dove c'è più acqua, le quali spesso vivono in due o tre. È raro che un uomo abbia una donna tutta per sé, anche se ho udito qualcuno raccontarlo. Ve ne sono certe poi che stanno sempre in giro ed offrono il loro corpo nelle varie fattorie per brevi periodi. Quando figliano, portano il neonato alla fattoria più vicina e il proprietario diventa il padre del piccolo. Quando una donna è gravida è un grave misfatto, da noi, non ospitarla. In genere sfamare una donna durante questo periodo viene considerato un onore, e molti sono contenti anche perché possono chiedere di affidare il bambino a loro. La decisione spetta, comunque, sempre alla donna. Io finora non sono stato mai tanto fortunato da avere un figlio, ma so che presto mi capiterà. E sono emozionato al pensiero. È anche per questo che parto con la morte nel cuore. E se venisse qualcuna ad affidarmi un figlio mentre sono via? È solo una sorta di fatalismo, che mi convince. Se dovrà accadere accadrà. Che io parta o no.
Quindi tanto vale togliersi il dubbio del treno.
Sono già passati due giorni da quando mi sono messo in viaggio e ancora non ho incontrato nessuno. Ho attraversato i campi di Ezechia ed ho visto la sua fattoria. Era vuota. I pochi animali abbandonati a sé stessi non vivranno a lungo; già una staccionata è crollata, lasciando libero un varco nel recinto. Per un attimo il pensiero della mia fattoria nelle stesse condizioni mi ha stretto il cuore, e sono stato quasi tentato di tornare indietro e lasciare perdere questa pazzia. Ma oramai sono in ballo. La notte del primo giorno mi sono accampato proprio alla fattoria di Ezechia. Sebbene in disordine a causa del vento che entrava da una finestra aperta, era sempre meglio che dormire all'aperto. La branda non era comodissima e la coperta piena di escrementi di piccoli animali. Forse a qualcuno serviranno quelle quattro tavole, in fondo! Ho stentato a prendere sonno, tanto che alla fine ho cercato di ricordarmi tutte le leggende che mi narrava mio padre sui tempi antichi, come era solito fare la sera quando io ero ancora piccolo. Era un grande parlatore, mio padre. Le cose che mi diceva assumevano il magico colore della realtà, anche se sembravano fantastiche e tanto, tanto remote. E mi raccontava di quando la Terra era piena di gente, e i vocini si scambiavano visite quasi ogni giorno, e la sera si riunivano insieme a parlare di tante cose. Mi diceva, ma di questo non ne era sicuro perché nemmeno il padre lo sapeva con certezza, che un tempo era una cosa normale che ogni uomo avesse la sua donna, e che questa gli desse dei bambini, tanti quanti ne voleva! E poi i ricordi gli sfuggivano, e a volte s'interrompeva sul più bello. Come quella sera che mi stava raccontando del Giorno della Punizione, quando tutta la Terra venne squassata da tuoni spaventosi e da lampi di morte. Era la natura che si era voluta vendicare, mi diceva, delle colpe degli uomini. E si diceva che altri uomini, saggi, l'avessero aiutata e che ... oppure ... e qui perdeva, invariabilmente, il filo dal ricordo, così come, probabilmente, lo perdeva il padre di mio padre, e come lo perderò io quando racconterò queste cose a mio figlio. Ma, in fondo, queste sono solo storie, di cui non sapremo mai l'esatta verità, e come servivano a farmi addormentare quando ero piccolo, così servirono l’altra notte. Stanotte invece non faticherò a chiudere gli occhi, dato che ho percorso parecchio cammino senza quasi mai fermarmi. Sento già la stanchezza che m’invade. La notte mi offre sollievo.
Sono ormai undici giorni che cammino. Non sono più solo!
Ho un compagno di viaggio, o meglio una compagna. L'ho incontrata il decimo giorno. Mi ero fermato presso un piccolo ruscello per riempire le due borracce che ho portato con me, e lei era lì, come se mi aspettasse. Si stava lavando quando i miei passi l'hanno sorpresa. Senza sussulti ha voltato la testa nella mia direzione, mi ha squadrato per un attimo, quindi si è voltata per finire quello che aveva intrapreso. Confesso che mi sono sentito imbarazzato e volevo quasi tornare indietro e prendere un altro sentiero. Ma sarebbe stato sciocco, ero quasi senz’acqua e non sapevo a quale distanza l'avrei ritrovata. Quindi mi sono fermato aspettando che finisse. D'un tratto lei mi ha detto: - Il mio nome è Lilith. Vado ad aspettare il treno.
Mi è sembrato che il cuore mi scoppiasse, mentre rispondevo: - Sono felice di conoscerti, Lilith. Io mi chiamo Vladim, e sto andando ad aspettare il treno.
Lei non si è mostrata affatto sorpresa, ed ha preso la cosa come la più naturale del mondo. Mentre si rivestiva ho notato che metteva intorno ai capelli la sottile striscia di cuoio che indica le donne che hanno già messo al mondo più di due bambini. Devo averla guardata con deferenza, perché se n’è accorta e mi ha detto: - Non c'è bisogno che mi chiami "signora", penso che, d'ora in poi non avrà più molta importanza.
Volevo chiederle cosa intendesse dire con le sue parole, che per la verità mi erano sembrate misteriose, ma lei mi ha preso le borracce e le ha riempite. Poi: - Se vuoi possiamo fare insieme la strada.
Devo aver balbettato che ero felice e che sarebbe stato un onore, ed aver assunto un'espressione un po' idiota, dato che ho notato un cenno di rimprovero nei suoi occhi. In silenzio abbiamo preso le nostre cose e ci siamo rimessi in cammino. Dopo un po' lei, voltando il viso dalla mia parte, mi ha detto: - Ho figliato tre volte, due maschietti e una bambina. Ho lasciato i piccoli nelle fattorie dove ho sgravato, cercando di rendere felici quegli uomini. Anche la bambina. Non l'ho portata, come di costume, alla più vicina fattoria di donne, ma l’ho lasciata ad un uomo. Forse è stato l'essere più felice che abbia mai incontrato. Quando sgravai e lui si accorse che il neonato era una bambina, un velo sottile di malinconia ricoprì il suo volto. Era già la seconda volta, mi disse, che nella sua fattoria nasceva una femmina. Ma, pure così colpito, conservava una grande dignità. Per questo gli ho lasciato la bambina. Ho sentito dire che nei tempi antichi uomini e donne vivevano insieme, divisi in coppie, e mettevano al mondo tanti figli.
E che spesso capitava che fossero solo femmine, con gran disappunto dell'uomo. Non so se è vero, ma so che quell'uomo, quando gli affidai la piccola, era veramente felice.
E tanto mi è bastato.
- Ma - ho protestato - non va contro i vostri principi, fare una cosa del genere? Se ben ricordo ciò che diceva mio padre, siete state vai ad aver voluto una vostra indipendenza, subito dopo il Giorno della Punizione e avete cercato di ridurre al minimo i contatti con noi uomini.
- A dire la verità - mi ha risposto - c'è molta confusione riguardo a ciò, ed ormai chi vuoi che ricordi più qui tempi e quelle usanze. Io so solo che c’è molta solitudine tra queste terre, e che è ora che qualcosa cambi. Del resto anche il treno … Hai pensato cosa può significare?
Non ti sembra strano che, quasi dal nulla, abbia cominciato a circolare questa voce?
In verità io continuavo a non capirla, per cui ho lasciato cadere il discorso. Abbiamo proseguito in silenzio per tutto il giorno. A sera, dopo aver consumato la cena ciascuno di noi si è stretto nella sua coperta ed ha voltato le spalle all'altro. Sono rimasto a pensare a quello che mi aveva detto, ma ho continuato a non capirla. L'unica cosa che forse potrei comprendere è la solitudine, ma solo ora da quando lei sta con me. Prima non sapevo cosa fosse. Perciò si sbaglia.
Siamo arrivati! Finalmente il viaggio è finito. È durato tredici giorni, ma gli ultimi tre non li ho nemmeno avvertiti in compagnia di Lilith. E se fosse durato ancora qualche giorno non mi sarebbe dispiaciuto. La sua presenza mi è servita per capire molte cose. Quando da lontano abbiamo visto il vecchio capannone e intorno tanta di quella gente come non se n’era mai vista neppure ai raduni, ci siamo abbracciati. Poi l'ho baciata e, mentre la sua lingua cercava la mia, ho pensato che forse sarebbe cominciata una nuova vita, non solo per noi ma per tutta quella gente che si era radunata lì, in cerca di antichi rapporti. Ecco, questo mi ha insegnato Lilith: che l'uomo non è fatto per vivere solo. E che, prima o poi, tende sempre ad aggregarsi. E chissà che il treno non serva proprio a questo.
Siamo stati accolti con gioia dagli altri. Ci hanno detto che ogni giorno una decina di persone giungono dalle parti più lontane ed infoltiscono il gruppo. Sono arrivati addirittura da terre a più di trenta giorni di cammino, ed altri hanno portato anche dei bambini.
Ognuno cerca di arrangiarsi come può, si prende un pezzetto di terra, vi posa le sue cose e, se ne ha voglia, si costruisce un riparo rudimentale contro il vento, che non è mai però, freddo. Molti hanno conficcato dei bastoni nel terreno e vi hanno steso intorno delle coperte, evidentemente ne avevano portate di riserva. Io e Lilith, invece ci siamo scelti un posto sotto un salice e vi abbiamo posato le poche cose che avevamo con noi. Abbiamo versato una parte delle nostre provviste nel "fondo comune" che è stato istituito, non senza mia sorpresa, qualora l'attesa fosse molto lunga. Ma c’è già chi dice che il treno è ormai a pochi giorni da qui, e qualcuno sostiene, addirittura, di averlo visto. Ma le descrizioni non sono chiare. E nessuno ha saputo dirmi chi lo guida. È convinzione generale che stia per arrivare e tutti sono euforici all’idea. Anch'io e Lilith ci lasciamo prendere dal clima di fiducia, e cerchiamo d'immaginare come sarà questo "treno". E ognuno di noi in fondo alla sua mente, sicuramente ha una sua immagine che culla dentro di sé la notte prima di addormentarsi.
Dopo aver sistemato le nostre cose, siamo andati a vedere i "binari". Sono proprio davanti al capannone e corrono paralleli ad esso. Li abbiamo seguiti per un po', e, in alcuni punti, abbiamo fatto fatica a scorgerli tanto erano ricoperti dall'erba. È strano, ma nessuno si è accampato al di là di essi. Siamo tutti rimasti al di qua del capannone, quasi ad aver paura che, qualora il treno arrivi, tagli fuori dal mondo coloro che si sono spinti dall' altra parte. 0 forse è solo perché ci fa piacere stare tutti insieme, e lo stesso vale per alcune donne, ma uomini e donne insieme non ne ha visti. Forse a poco a poco anche quest'ultima diffidenza cadrà. E forse io e Lilith saremo d'esempio. Stanotte faremo all'amore.
È il settimo giorno di permanenza al "campo". Da due giorni non si sono registrati arrivi. In totale siamo settecentoquarantadue persone: solo duecentotrentaquattro sono donne. Quarantanove i bambini, per lo più maschi.
Qualche parola di malumore comincia ad udirsi. C'è gente che è parecchio che sta qui nel campo, ed alcuni stanno perdendo la fiducia. Nessuno, però, accenna ad andarsene. Probabilmente ognuno aspetta che sia il vicino a prendere per primo la decisione. Per quanto mi riguarda non ho alcuna intenzione d'andarmene. Ora che ho trovato Lilith non saprei più farne a meno; e lei è una di quelli che hanno più fiducia nell'arrivo del treno. È sicura che prima o poi arriverà. Forse un po' della sua fiducia l'ha trasmessa anche a me. Quando? di sicuro la notte quando facciamo all'amore, e la sua dolcezza penetra in me ancor prima che il mio seme arrivi a lei. È come se insieme alla dolcezza dall'amore lei mi donasse anche una parte di sé stessa. Che altrimenti non riuscirei mai ad afferrare. E questa fiducia io l'accetto come una cosa sua e ne sono felice e mi sembrerebbe di tradire Lilith se non la provassi. Per questo anch'io spesso mi scopro a fissare un punto lontano là dove i binari sembrano finire, aspettando che qualcosa (pure senza conoscerne l'aspetto) si lasci intravedere.
Ho pensato a lungo al treno oggi. Ed ha pensato pure a me ed a Lilith. Non so se davvero aspetto di vedere qualcosa.
Più precisamente, forse, temo quel momento. Naturalmente, tutto ciò in rapporto a Lilith. Perché finora, noi abbiamo pensato solo all’attimo in cui l’orizzonte si riempirà di ciò che ciascuno di noi si aspetta, in cuor suo: ma dopo?
È strano che nessuno si sia posto questa domanda. Ammesso che il treno arrivi cosa succederà nell'istante immediatamente seguente? E in tutti i milioni di miliardi susseguenti a quello? Io non riesco ad immaginarmelo. Già ora, qui ad aspettare, la mia vita di un tempo m'appare lontana come non mai, i campi vuoti, la solitudine dei giorni, e il vacuo trascinare d'una esistenza che, dopo questi giorni non m'appagherebbe più. E Lilith? cosa farà la tenera Lilith dai piccoli seni, la dolce compagna d'un breve attimo della mia vita? Ed ho paura a chiederglielo, quasi temessi una risposta che, francamente, non riesco ad immaginare. Piccola Lilith seguace del vento, sparirai anche tu nel luccichio metallico insieme alla solida certezza della mia vita passata? 0 spariremo tutti noi, simili a sogni prigionieri dei sogni, misere illusioni trattenute da un nome?
Ho perso il conto dei giorni. Anzi è stata Lilith a dirmi di non contarli. Le sembra assurdo preoccuparsi del trascorrere del tempo, mentre s'aspetta qualcosa che non ha un'ora. Del resto ci sono cose più importanti di cui occuparsi attualmente. Ieri è scoppiata una rissa. Una parola detta con sgarbo è bastata a scatenare il malcontento represso. Il parapiglia è stato generale, ma in tutto non è durato più di qualche minuto. Alla fine un senso di vergogna dominava in tutti noi, e ciascuno si è allontanato per i fatti suoi, evitando per il resto della giornata contatti con gli altri. È bastata però questa scintilla per far convincere i più indecisi. Stamani trenta uomini hanno fatto fagotto e son ritornati alle loro case. Erano, e questo a significativo, una parte di quelli che non avevano una donna. Ce ne sono ancora molti circa un centinaio; e, non credo sia un caso, sono i più irrequieti e i più litigiosi. Sono convinto che a poco a poco se ne andranno tutti e qui rimarranno solo le coppie. Evidentemente tutto ciò ha un significato. Come pure deve esserci una ragione al fatto che costoro si sono sempre tenuti alla larga delle donne. Forse è un qualcosa che in questo nostro mondo tutti noi uomini ci portiamo appresso fin dalla nascita, e di cui a stento riusciamo a liberarci. Però è un fatto che duecentoottantaquattro di noi ci sono riusciti.
Quel che pensavo è accaduto. Ora il nostro gruppo si è ulteriormente ridotto: siamo in cinquecentosessantotto adulti e tredici bambini. Il baratro che si era creato tra coloro che avevano una donna e i 'solitari' evidentemente s'era vieppiù allargato. E, ormai questa frattura resterà per sempre, qualunque cosa accada. Anche se un giorno tutti noi vorremo ritornare alle occupazioni di prima, non credo sarà più possibile o almeno non sarà semplice. Chi sopporterà più la solitudine dei lunghi inverni, ora che ha provato la compagnia di una donna? Inoltre, c'è pure il problema dei bambini: i tredici che sono rimasti si sono abituati a stare tra loro, e riempire le loro giornate con le invenzioni dei giochi, a provare un senso del gruppo che noi non abbiamo mai avuto. E, per la verità, questo era valido anche per gli altri trentasei. Gli unici a far resistenza all'idea d'andarsene erano proprio loro, anche se, naturalmente, hanno dovuto cedere. Ma li ho visti, mentre i loro padri preparavano le poche cose, andare furtivamente a salutare i loro piccoli amici, scambiandosi tacite promesse. E questo è già un grande passo avanti, anzi è la cosa migliore che potesse capitarci. Forse il treno è già arrivato e nessuno di noi se n'è accorto, e, stupidamente, l'abbiamo lasciato passare. La solitudine di tutti questi anni ha velato i nostri occhi. Ma non ha potuto niente contro i bambini che l’hanno visto e l'hanno capito. E del treno hanno preso solo la parte migliore, lasciando a noi, saggi adulti, il vuoto di un'attesa inutile. E mentre noi scrutiamo l'orizzonte, aspettando qualcosa che è dentro di noi, loro fanno piani pel futuro cimentandosi, provandosi al difficile gioco dell'unione. E forse, in cuor loro ridono un po' di noi, patetiche figure di un mondo che si va sciogliendo, anche dentro di noi. 0 forse non è così, e sono solo io che immagino tutto questo; con i sensi affinati dall'attesa, e le unghie conficcate nel palmo della mano. E vorrei gridarlo, a me, a Lilith, al mio vicino, a tutti gli altri: cosa aspettiamo? un brandello di coscienza, un senso di torpore, un filo d'angoscia, o un aggeggio infernale che venga da lontano a portarsi via con sé tutti i giorni passati inutilmente a guardare e riguardare nel vuoto di noi stessi?
Stiamo morendo. Qui al campo è scoppiata improvvisa una febbre maligna. I pochi di noi che hanno qualche esperienza di queste cose, dicono che non hanno mai sentito parlare di una cosa simile. Comincia con un male allo stomaco che dopo due giorni passa, lasciando il corpo in uno stato di spossatezza incredibile. Poi subentra la febbre e il delirio. Dopo cinque giorni è tutto finito: si può seppellire il corpo. Ha preso per prima una donna, poi un bambino e a poco a poco si sta pigliando ciascuno di noi. Sono venti giorni che è cominciata e già sono morte sedici persone.
Altre trentotto stanno male, impegnate nei vari stadi della malattia. Io e Lilith per ora stiamo bene, e ci prodighiamo per aiutare gli altri, ma inutilmente. Nessuno ha pensato d'andarsene, nemmeno per un momento; Ci siamo stretti ancor più uno all'altro, cercando conforto alla febbre.
C’è stato anche un momento di grande commozione. Jocelyn, una madre non più giovane, ha cominciato ad intonare, mentre stavano seppellendo il suo compagno, una strana nenia, che ci ha detto si chiamava, nei tempi antichi, preghiera.
È rivolta a un Dio del passato di cui ormai si è perduta traccia. È un qualcosa di molto semplice che ti fa sentire bene, una volta che l'hai detta. Jocelyn dice che era un segno di rispetto verso il morto, e che, anticamente, nessuno veniva seppellito senza preghiera. Così, di comune accordo, abbiamo deciso di ripeterla per ogni persona che morirà d’ora in avanti. È un piccolo segno di ciò che abbiamo creato tutti noi da quando stiamo qui. In questi giorni nessuno ha mai nominato il treno, quasi che sembri scontato che non apparirà proprio ora che molti di noi non lo possono vedere. Ciascuno di noi dentro di sé ha. Inconsapevolmente rimandato l'arrivo del treno e si dedica anima e corpo a curare, o meglio ad alleviare le sofferenze dei malati. È tanto poco quello che possiamo fare, che almeno, cerchiamo di farlo con tutti noi stessi.
Trentesimo giorno dall'inizio della febbre. Ormai ha dilagato nel nostro piccolo campo. Centoventotto di noi 'riposano in pace', come dice la preghiera. Altri duecentodieci lo faranno tra poco. Io e Lilith siamo tra i pochi ancora sani e anche quelli che si danno da fare con più convinzione. In realtà io lo faccio anche per sfuggire un certo senso di colpa che mi ha preso in questi ultimi giorni. Il fatto è che avevo proposto a Lilith d'andarsene da qui, e ritornare alla mia fattoria. (Non è che temessi per me, in realtà la morte non m'incute alcuna paura. È che non sopporto l'idea che da un momento all'altro possa capitare a Lilith di essere presa dai dolori allo stomaco; non sopporterei di vedere i suoi lineamenti disfarsi; il suo viso sofferente, non sopporterei di dover recitare la preghiera anche sul suo corpo sepolto. È buffo, ma quelle parole che mi commuovono dette sul corpo di un altro son sicuro che sul suo mi sembrerebbero false. Che ben strana usanza avevano nel tempo antico! Credere che il corpo ormai morto possa risorgere, come fa ogni giorno il sole! Forse che fosse proprio il sole il loro dio? O che altro? E non è molto più logico ritenere che gli umori del corpo decomposto vadano ad arricchire la terra, permettendole di germogliare più in fretta? E che se il corpo deve risorgere, è più facile che risorga come fiore, o spiga, o frutto e non di nuovo come corpo umano o che altro? Ma forse qualcosa mi sfugge, e non riesco a penetrare bene il loro pensiero.
Comunque so che non sopporterei la preghiera per Lilith).
La mia proposta, però, è caduta nel vuoto. Anzi Lilith mi ha guardato con occhi accusatori, come mi guardava quando dubitavo che il treno arrivasse. Ma poi, senza che le dicessi niente, ha capito. Mi ha preso la testa fra le mani e mi ha baciato a lungo, e i suoi occhi socchiusi e le labbra tremanti, e il suo piccolo respiro affannato, mi hanno detto le cose che lei non diceva. Dopo quel bacio non ne ho più riparlato.
L'unica nota positiva di questa malattia è che, per ora, ha colpito solo tre bambini. Dei dieci rimasti nessuno sembra soffrire alcun dolore. Forse quel che pensavo non era tanto sbagliato! Forse effettivamente loro costruiranno un mondo migliore. A me ormai interessa poco. L’unica cosa che vorrei è poter trascorrere il tempo che mi rimane insieme alla mia Lilith; io e lei tra i campi dorati, io e lei nei boschi, io e lei quaggiù nel campo, ad aspettare il treno.
Anch'io ho la febbre. È cominciata sei giorni fa coi soliti violenti dolori e si è andata via via trasformando in un fuoco che mi brucia lentamente. Lilith non si stacca un minuto dal mio giaciglio, è sempre qui pronta con una benda bagnata da posare sulla mia fronte, o con una ciotola d'acqua da versare entro le mie labbra screpolate. Ogni tanto, quando il delirio è più intenso e lei crede che io non possa sentirla, un singhiozzo scuote le sue spalle. Ma è un attimo. Appena sussurro il suo nome, lei è lì pronta, col sorriso, a darmi quel po' di conforto che serve. In realtà mi sono accorto che basta poco per alleviate questo tormento: ed il suo viso fa parte di quel poco. Comunque, al di là della sofferenza fisica, la sua vicinanza mi è necessaria per non abbandonarmi del tutto alla morte che mi serra dappresso. Talvolta parliamo, anzi, è lei che parla, di quello che accade nel campo. Il suo racconto è così caloroso che la sento partecipe della sofferenza altrui. Le chiedo spesso dei bambini, del loro stato di salute. E lei premurosa me li porta dinanzi uno ad uno affinché mi rassicurino con la loro presenza. Non è brutto morire sapendo di aver lasciato qualcuno in grado di lottare meglio di quanto non si è fatto da soli. Ogni volta che mi riprendo dal torpore che ogni tanto m’assale, chiedo a Lilith del treno.
Come sembra lontano, ormai, il giorno in cui cominciò questa strana avventura, e com'è sbiadito il ricordo dell'incertezza che mi spinse a venire qua, ad aspettare un sogno, che, ora me ne rendo conto, è estraneo a tutti noi. Ma non rimpiango niente di questi sogni, né impreco alla sorte.
Se il prezzo per Lilith, per gli amici, per i bambini, per il sogno, è la morte, allora ben venga questa, com’è giusto che sia. E mi faccio vanto di aver pagato il debito contratto.
Sento un rumore assordante poco più in là, la terra sussulta sotto il giaciglio. Oh, come vorrei scacciare questo velo che mi circonda gli occhi, impedendone la vista. Sento Lilith che mi stringe la mano, e le sue dita che s'intrecciano alle mie, e il suo alito che mi sussurra il "treno", Vladim, il treno è arrivato. Un sorriso mi spegne le pupille.
Lilith con la mano chiude gli occhi di Vladim. In questo momento avverte tutta la stanchezza delle ultime giornate.
Si guarda intorno, frugando con lo sguardo fra i giacigli improvvisati, sui quali decine di corpi aspettano, con la stessa trepidazione di Vladim, che il treno arrivi per poter ottenere quel riposo di cui parla la preghiera. Poco più in là il suo sguardo indugia a lungo sulla figurina distesa su una piccola coperta. È Liz, la bambina che negli ultimi giorni è stata sua complice. Ogni volta che la portava davanti a Vladim la faceva sfilare dieci volte in modo che lui si potesse illudere che il suo sogno era giusto. E Vladim, schiavo della febbre e del delirio, sorrideva e immaginava un mondo più unito. Ora anche Liz è ammalata, e anche lei seguirà la sorte degli altri e di, Vladim.
E lo sguardo di Lilith passa oltre e va più in là fino ai binari vuoti e ancora avanti perdendosi laggiù, all'orizzonte: si prepara a un'attesa senza fine.
da "The Time Machine" n. 6/’77
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