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Dire addio al vento


di Flavio Casella


L'alba è il momento più crudele del giorno: la luce irrompe da est violenta, inarrestabile, e si porta via in un soffio i sogni ed i pensieri che mi hanno accompagnato per tutta la notte. Le stelle sbiadiscono e scompaiono, inghiottite dal grigio perlaceo che avanza inesorabile. E poi il sole, come una sveglia inflessibile e fastidiosa, mi riporta alla realtà.

E cessa il vanto.

Sono anni, ormai, che l'alba mi coglie desto, a scrutare con ansia il primo segno di luce che si fa strada fra il luccichio delle stelle. E a pensare che tra poco, quasi simultaneamente, sorgerà il sole e cesserà il vento.

Il vento è una caratteristica di questo pianeta, fa parte del suo essere: assieme al deserto e alle strane piante grasse chiamate alyotes, unico segno di vita, assieme a me, sulla sua superficie, ne traccia un paradigma scarno ma esauriente. E soffia ogni notte, dal tramonto all'alba, in tutte le stagioni, nella stessa direzione.

Ho letto che è una caratteristica dei pianeti molto vecchi, e che dipende dalla rotazione, e da quella cintura di laghi che ancora esiste nella zona tropicale, pallido ricordo degli oceani che furono, secoli e secoli fa.

Non mi sono curato di approfondire l'argomento, anche se il tempo l'avrei avuto: duecento anni sono lunghi da passare.

Mi sono accontentato di sapere che il vento esiste, e che il suo sorgere preannuncia l'arrivo della notte, e con essa la libertà per la mia fantasia.

Non so fino a che punto sia normale, per un diverso, avere una fantasia. L'iconografia tradizionale ci dipinge come esseri umani dall'ego congelato, privi di emozioni, condizionati a vivere in perfetta solitudine per un tempo lunghissimo senza impazzire, senza dar segni di cedimento, in paziente attesa di venire riportati al mondo civile per godere finalmente, negli ultimi anni della nostra esistenza, di una vita normale. Eppure io mi rendo conto lucidamente di avere una fantasia che ogni notte si lancia attraverso sogni incredibili a mostrarmi immagini ormai scomparse dalla nostra sfera cosciente. Così come mi rendo conto dei sentimenti che provo e che, forse, non dovrei provare.

Anche adesso, mentre con lo sguardo rivolto ad est osservo il cielo trasecolare ed il soffio del vento spegnersi languidamente, per l'ultima volta, sul mio viso sudato, mi rendo canto di aver paura; paura di non riuscire a vivere in un mondo popolato di altri esseri umani. Un mondo di cui conosco l'esistenza solo attraverso i videonastri e i libri; un mondo in cui, ogni notte, io non possa avvertire il sorgere del vento.


Quando giunsi sul pianeta ero poco più di un ragazzo.

L'economia del sistema non può permettersi di non sfruttare fino all'ultimo istante il tempo disponibile, e studi accurati hanno dimostrato che la cura per il prolungamento artificiale dell'esistenza ottiene i massimi effetti se applicata ad un'età la più precoce possibile.

Mi risvegliai dall'ibernazione senza rendermi ben coto di cosa stesse succedendo. Fissai il soffitto bianco che stava sopra di me e l'intrico di tubi che correva su di esso; poi, ruotando leggermente il capo, scorsi, in un contenitore semi trasparente identico al mio, la sagoma del mio predecessore che, ibernandosi a sua volta, aveva fatto scattare il meccanismo del mio risveglio.

Subito i ricordi si affollarono alla mia mente: rividi il volto dell’infermiere chino su di me che mi praticava un'iniezione per addormentarmi. Un sonno che era durato – lo sapevo, ma stentavo a crederlo - qualche decina d'anni. E 'rividi il volto severo del maggiore Hoskins che mi diceva in tono solenne: - Devo darti una notizia, Jordy. Una notizia che forse ti aspetti: tu sei un diverso.

Avevo sempre pensato che mi sarei ribellato, ad un annuncio del genere; che avrei compiuto il passo che nessuno, a quanto ne sapevo, aveva osato compiere prima di me; che mi sarei rifiutato di sottostare alla mia sorte, che consideravo ingiusta ed inumana. Ed invece mi limitai a stringere le labbra e a fissarmi la punta dei piedi, in attesa che il maggiore Hoskins mi rivolgesse la domanda di rito: - Sei disposto ad accettare il compito che è stato riservato per te fin da prima che tu nascessi? A servire l'umanità per una missione di importanza fondamentale?

- Sissignore. - risposi.

Del periodo che segue ha un ricordo confuso e affrettato: compii come un automa i gesti che precedevano la partenza; non ricordo il volto di mio padre e mia madre che mi salutavano per sempre, ma ricordo che la mia sorellina Jenny pianse mentre mi abbracciava.

Adesso sono tutti morti e sepolti; i miei familiari, i miei amici di gioventù che mi prendevano in giro perché ero un contestatore della selezione dei diversi. Loro erano tutti favorevoli, lo trovavano un metodo giusto per risolvere un problema di importanza fondamentale.

Loro, i normali.

Ricordo ancora le parole di Alan: - Jordy, - mi diceva ridendo, con quella sua risata franca che non offendeva, ma alleggeriva la tensione - a te sembra ingiusto selezionare geneticamente delle persone per renderle adatte a sopportare il prolungamento artificiale della vita, e dopo sbatterle su un pianeta deserto per duecento anni. Detto così sembra che tu abbia ragione, ma rifletti un momento. In primo luogo un diverso può rifiutarsi di essere sottoposto alla cura, e vivere un'esistenza normale. E poi, dopa quei duecento anni in solitudine - e tu sai che i diversi sono mentalmente condizionati a sopportarli senza danni - uno può vivere una vita normale, con tutta l'esperienza che si è formata in quel tempo. Io, per me, sarei contentissimo di essere un diverso.

E invece il diverso ero io. E ancora adesso non so risolvermi a dare ragione ad Alan, malgrado abbia accettato la mia destinazione; o forse soprattutto per questo: perché capii, nell'attimo in cui risposi: - Sissignore. – al maggiore Hoskins, perché nessun diverso si sia mai rifiutato di eseguire la sua missione.


L'astronave passa alta nel cielo: la seguo collo sguardo tuffarsi nel blu della notte che ancora resiste in una piccola area, ad occidente, mentre il sole inonda tutto di luce ed accompagna il morire del vento. Non la vedrò più fino a stasera, quando scenderà a poca distanza da me per prelevarmi ed accompagnarmi lontano, lasciando qui un altro diverso, il mio successore, a far funzionare. la stazione per altri duecento anni.

Ho la coscienza a posto. So di lasciare la stazione in perfetta efficienza, al contrario di quanto fece il mio predecessore, che abbandonò un sacco di macchinari in condizioni disastrose. Mi occorsero quasi dieci anni per rimette tutto in ordine: dieci anni di riparazioni, di verifiche. di messe a punto. L'istruzione inconscia che mi è stata impartita ipnoticamente ha funzionato in modo egregio. Non avrei mai creduto di essere in grado di compiere tali e tanto complesse operazioni.

Il funzionamento di una stazione Tasumi-Roswall non finisce di stupirmi neanche adesso, dopo duecento anni che ne faccio funzionare una. Il trasmettitore-ricettore Roswall, basato sulle equazioni psicofisiche di Tasumi, è in grado di trasferire istantaneamente attraverso lo spazio-tempo qualsiasi onda elettromagnetica e qualsiasi massa, con un’unica limitazione: una mente senziente. Qualunque cervello perderebbe tutte le sue facoltà, se sottoposto all'accelerazione Tau-Tasumi, come è stato dimostrato dagli esperimenti eseguiti sugli animali e purtroppo, nei primi tempi, anche su esseri umani. Inoltre il raggio d'azione di un trasmettitore è rigidamente limitato a pochi anni luce. Per superare maggiori distanze, occorrono dei ripetitori, e la stazione che io occupo è per l'appunto un ripetitore.

Ma quel che è più curioso è che il trasmettitore Roswall è un congegno psionico: può cioè funzionare solo in simbiosi con un cervello raziocinante, pur potendo trasportare qualsiasi cosa tranne un cervello. Ed è questo il motivo per cui occorrono i diversi, destinati a raggiungere, dopo viaggi lunghissimi in animazione sospesa, i ripetitori sparsi per tutta la galassia, per permettere le comunicazioni e gli scambi tra i pianeti colonizzati dall'umanità.

Io posso considerarmi un diverso fortunato: nessuno dei pianeti su cui sono installati i ripetitori è particolarmente ospitale, ma il mio è un paradiso in confronto a certi mondi a gravità altissima o coperti da un'atmosfera velenosa, dove le stazioni sono protette da cupole di glassite, e gli uomini che le dirigono sono costretti a restare al chiuso per tutto il tempo della loro permanenza.


Adesso il vento è svanito del tutto, ed il sole splende alto nel cielo; è tempo di iniziare la mia ultima giornata di lavoro sul pianeta. Indosso il casco di comunicazione e mi accingo a trasmettere i messaggi pervenuti durante la notte, e registrati automaticamente. È un compito che richiede relativamente poco tempo; è sufficiente infilare il casco, sgomberare la mente da qualsiasi pensiero ed accendere la macchina. Dopo si entra in uno stato di trance, dal quale si riemerge più o meno intontiti, in dipendenza dell'energia mentale assorbita dal trasmettitore.

Oggi non ci sono merci da trasportare. Tutti i pianeti sono informati degli scambi di consegne che avvengono alle stazioni, e si astengono del trasmettere masse per qualche giorno, in modo da permettere a chi lascia la stazione di andarsene riposato ed a chi arriva di ambientarsi.

Non appena finita la trasmissione invio un messaggio personale, segnalando l'avvistamento dell'astronave e confermando la mia partenza.

Adesso ho tutto il tempo di eseguire gli ultimi controlli, e rivedere gli appunti che lascerò al mio successore per spiegargli le piccole modifiche che ho apportato ad alcuni impianti. Non so risolvermi a mettere insieme le poche cose che porterò con me nel viaggio. L'idea di farlo mi fa rinascere dentro la paura di non essere capace a vivere di nuovo assieme ad altri esseri umani, ed è una paura che non devo, che non voglio provare.

È possibile che, dopo duecento anni, io desideri veramente rimanere qui? È da tempo che me lo chiedo, da quando mi resi conto dell'esistenza dei miei sogni notturni, della mia fantasia, delle mie paure. Fu allora che l'idea di ritrovarmi un giorno in mezzo ai miei simili cominciò a sembrarmi non più il giusto premio alle mie fatiche, ma una strana, oscura condanna.

O forse questa sensazione io l'ho sempre avuta, ma solo quando il viaggio ha cominciato ad apparirmi non più come una lontana ipotesi, ma come un'imminente realtà, me ne sono reso coscientemente conto.


Il mezzo mobile avanza lentamente tra la sabbia e pietre, con un lieve crepitio intervallato da uno schiocco secco ogni volta che una ruota schiaccia un raro cespuglio di alyote. Non so perché ho deciso di trascorrere le ultime ore sul pianeta andandomene a zonzo senza meta, lasciandomi trasportare dai sobbalzi del mezzo mobile. È forse un tentativo di tornare ai tempi passati, quando occupavo i rari momenti liberi esplorando il pianeta, incurante del fatto che il panorama si presentasse ovunque uniforme, monotono, di un giallo grigiastro intervallato qua e là dalle macchie verde scuro di alyotes.

I primi anni di permanenza li ricordo come spensierati, impegnati nel lavoro continuo ed in brevi periodi di riposo. Non rammento di aver mai sognato o fantasticato, allora. Trovavo che il condizionamento funzionava egregiamente, e mi impediva di provare sensazioni come sconforto, rimpianto o nostalgia.

Semplicemente, vivevo un giorno dopo l'altro, senza il minimo dubbio che così sarebbe sempre stato, fino al momento di lasciare il pianeta e godermi la mia meritata "esistenza normale".

Fu circa dopo vent'anni che cominciai ad accorgermi di certe sensazioni, soprattutto al risveglio, come di pensieri imprigionati nella mente che tentassero inutilmente di uscirne.

E fu allora che mi accorsi del vento.

Per molto tempo fu solo una presenza che accompagnava i miei sonni col suo sibilo lieve e costante. Poi cominciai a rendermi conto che la notte sognavo.

Avvenimenti della mia infanzia e della mia giovinezza trascorrevano veloci nella mia mente, assieme ad episodi strani di vite mai vissute, ed al risveglio il vento me li ripeteva incessantemente fino al sorgere del sole, quando la luce interrompeva il dipanarsi dei ricordi.

Ho cercato di esaminare tutte le ipotesi possibili, escludendole tutte, e sempre creandone di nuove; ho pensato di essere impazzito, malgrado sappia che il condizionamento impedisce ai diversi di impazzire. Ma mi sono convinto del contrario esaminando le mie capacità diurne, la mia perfetta rispondenza al compito affidatomi.

Ho concluso che non sono pazzo.

Ho immaginato che il vento sia dotato di volontà e raziocinio, che sia in grado di parlarmi e comunicarmi le esperienze dei miei predecessori, immagazzinando nel contempo le me. Ma ciò va contro ogni legge fisica, ad io credo ancora alle leggi fisiche, anche se astruse come le equazioni psioniche di Tasumi.

Ho concluso che il vento non può essere un'entità vivente.

Mi sono infine rassegnato a non saper dare una spiegazione logica a quanto mi accadeva, ed ho accettato questa strana esistenza bivalente, dominata dalla ragione di giorno e dalla fantasia di notte.

Ma sono giunto a dubitare di tutto, quando il vento mi ha regalato Swaney.


Gli alyotes sono piante stranissime: sembrano incroci tra cactus e fichi d’india e secernono un succo velenosissimo, al momento della fioritura. Gli appunti lasciati dal mio predecessore mi hanno messo in guardia dalle punture dei lunghi aculei, che provocano ferite dolorosissime che possono arrivare ad essere mortali, se superano un certo numero. Ma lo stesso succo, se accuratamente distillato, diventa una bevanda leggermente alcoolica ed abbastanza piacevole.

Più per divertimento che per bisogno, cominciai a dedicarmi alla distillazione del succo fin dai primi anni. Trascorrevo parte del mio tempo libero, soprattutto all'imbrunire, ad incidere le piante con un coltello affilato, per raccogliere l'umore che ne colava.

Ed un giorno, mentre il sorgere del vento, più che il calar della luce, mi avvertiva che era l’ora del rientro, alzai lo sguardo dal cespuglio che stavo incidendo e mi trovai davanti Swaney.

Era alta, snella, con lunghissimi capelli castani che le scendevano fino in fondo alla schiena in una cascata lucente, e completamente nuda.

Il suo corpo abbronzato splendeva di bagliori dorati agli ultimi raggi del sole. Sentii il vento soffiare più forte, mentre mi si avvicinava sorridendo, facendo scorrere lo sguardo mobilissimo sulla mia figura china.

Non fui capace di provare sorpresa al vederla; allungai una mano a sfiorarle il braccio, quasi convinto di toccare solo aria, ma la sua carne era tiepida e viva al mio tocco.

- Chi sei? – chiesi.

Sorrise ancore, allungando una mano per toccarmi a sua volta; le sue dita si mossero lievi sul mio viso e tra i miei capelli, mentre il suo volto dolcissimo si atteggiava ad un'espressione di compiaciuta curiosità.

E quando ritrassi la mano, vidi per la prima volta il tatuaggio inciso sul palmo: una sola parola tracciata in chiaro corsivo, un nome: Swaney.

Nei due anni che seguirono non ricevetti da lei una sola parola; nessun segno di comprendere ciò che mi ostinavo a dirle; solo baci e carezze a non finire, ed il calore del suo corpo, e la sua presenza dolce e costante. Ricambiò l’amore in modo totale, assoluto, seguendomi ovunque andassi, assistendomi nei miei imbambolati risvegli dalla trance ipnotica al trasmettitore.

La notte non sognavo più. Ma ancora avvertivo la presenza del vento, ed ero certo che anch'ella l'avvertiva. Appariva chiaro da quel suo soffermarsi sulla soglia della stazione, ogni sera, guardando ad oriente con aria trasognata, e socchiudendo gli occhi alla prima lieve carezza del vento sulle guance.

La mia vita era Swaney, il mio mondo era Swaney, tutto era Swaney. Non contavo più i giorni, i mesi, gli anni. Sapevo di poter vivere in eterno con lei, io e lei soli sul pianeta. Non mi rendevo canto che un giorno, un giorno lontano eppure spaventosamente vicino, avrei dovuto andarmene.

Lei se ne accorse. Impiegò quasi due anni di osservazione continua, di me e della stazione fin nei suoi riposti angoli, con quell'espressione sempre curiosa e mai sorpresa dipinta sul volto, ma se ne accorse.

Non riuscirò mai a comprendere quali schemi mentali seguisse nelle sue deduzioni, ma quel che è certo è che immagazzinava nozioni con una velocità ed una precisione sorprendenti. Imparò tutto delle mie usanze e delle operazioni da compiere nella stazione, dalle più semplici come aprire le porta o accendere le luci, alle più complesse manutenzioni da eseguire sui circuiti. Sono certo che sarebbe stata in grado di far funzionare da sola tutto il ripetitore, ed in effetti mi fu di molto aiuto in più occasioni. Ma non manifestò mai il desiderio di mettersi al mio posto sotto il casco di trasmissione, né io ero certo di volere che lo facesse.

E quando fu certa che io un giorno o l'altro, me ne sarei andato, cominciarono le crisi di depressione, periodi terribili in cui se ne stava per ore a fissare il vuoto, immobile, respingendo quasi con violenza ogni mio tentativo di toccarla, o anche solo di avvicinarmi. Fissava il cielo e poi guardava me, con uno sguardo che sembrava trapassarmi il cervello, e nel quale potevo leggere un muto, ma inequivocabile messaggio: un messaggio di morte.


Sento le lacrime bagnarmi copiosamente le guance, mentre fisso davanti a me una gobba appena accennata nella sabbia uniformemente piatta: "Mi ci vuole un istante per realizzare dove mi hanno portato i miei pensieri, controllando inconsciamente la marcia del mezzo mobile, un istante per riconoscere in quel tumulo basso ed informe la tomba di Swaney. Alzo gli occhi al cielo in tempo per scorgere ancora l'astronave che si appresta alla discesa. Non posso soffermarmi qui, anche se il mio essere si ribella con tutta la sua forza all’idea di allontanarmi.

Voglio e devo portare a termine la mia missione, voglio vivere ancora per far vivere in me, il più a lungo possibile, il ricordo, di Swaney.

Mi è impossibile ripetere, anche a me stesso, quanto l'amavo, quanta pena mi causavano le sue crisi, contro le quali mi sentivo del tutto impotente. Crisi che diventavano sempre più frequenti, col passare del tempo, causando in me uno stato di disperazione totale.

Tentai con tutti i mezzi, dalle carezze alle urla, dalle suppliche alle minacce, ma inutilmente. Swaney pareva insensibile ad ogni stimolo esterno, come fosse in catalessi.

Quando giunsi a picchiarla, ero ormai allo stremo delle mie risorse, e nella mia mente andava facendosi strada, con sempre maggiore lucidità, il pensiero di quella che sarebbe stata l'inevitabile conclusione.

Swaney non reagiva più da giorni, e non v’era segno che quella situazione stesse per finire. Tentai ancora di destare in lei qualche reazione, accarezzandola e parlandole dolcemente, ma non riuscii nemmeno a deviare la fissità del suo sguardo. L'afferrai per le braccia, scuotendola con tutta la mia forza.

- Parla! - urlai - Parla! Di qualcosa!

Quando la lasciai, due tracce rosse sulle sue braccia testimoniavano la violenza della mia stretta, ma lei parve non accorgersene; restò immobile, a capo chino. La schiaffeggiai ancora, poi mi accasciai a terra singhiozzando disperatamente.

Attraverso un velo di lacrime la vidi muoversi e varcare la porta della stazione, uscire nel profumo degli alyotes in fiore.

Non mi mossi per seguirla. In seguito me ne feci una colpa, ma compresi ben presto che non avrei potuto che ritardare ciò che ormai era inevitabile.

La trovai il mattino dopo, riversa su un cespuglio di alyote. Il suo corpo era trafitto da decine di micidiali punture, ma giaceva in una posizione naturale, con la dolce espressione che un tempo le era consueta, di nuovo dipinta sul volto.

La seppellii lì dove stava, in una fossa senza segni, senza riconoscimento alcuno. In tutti gli anni trascorsi è la prima volta che mi avvicino di nuovo a questo luogo.


Le lunghe fiamme dei retrorazzi dell'astronave tingono di un vivido amaranto l'azzurro del cielo, che già comincia ad incupire. Il mio bagaglio scarso è già caricato sul mezzo mobile, le luci della stazione sono spente.

Non riesco a fare a meno di pensare ancora a Swaney, e mi rendo conto che in tutti questi anni non ho pensato ad altro, in ogni memento del giorno, e non ho sognato altro, in tutti i sogni della notte. Il mio ciclo è concluso: ho duecentoventi anni di esperienza umana racchiusi in un corpo che ha un’età biologica attorno alla trentina.

Potrò vivere altri quaranta o cinquant'anni della mia esistenza "normale". Ma non è normale, per un essere umano, malgrado qualsiasi condizionamento artificiale, racchiudere un tale periodo nella propria mente. Almeno questo l'ho imparato. Sono e sarò sempre un diverso: e anche l'esperienza può uccidere. Uccidere la voglia di vivere.

Adesso l'astronave è scomparsa oltre la curva dell'orizzonte. Nel tempo che impiegherò a raggiungere il punto dell'atterraggio, il terreno si sarà raffreddata a sufficienza.

Ha appena il tempo di chiudere le porte della stazione.

Avviare il motore del mezzo mobile.

E dire addio al vento.


da "The Time Machine" n. 6/’77






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