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Rumore e silenzio


di Giorgio Placereani


Anche il silenzio può uccidere.

Questa frase senza senso era tutto quanto mi era rimasto, e mi girava nella testa mentre camminavo per le vie di Topaze.

Il silenzio si stendeva intorno a me come una nebbia densa.

Senza rumore uomini e donne, vesti ti di lunghi mantelli senza colore, posavano le suole felpate sull’asfalto della strada, e procedevano a testa bassa senza guardare gli immobili cartelloni sulle case.

Immobili? Mi fermai, e spremetti la memoria, inutilmente, cercando di capire perché mi era nata nel cervello questa osservazione. Cartelloni immobili come uomini umani. Chi ha mai sentito parlare di cartelloni mobili? Eppure continuavano a colpirmi: immobili, congelati, pietrificati. Ecco quello che pensavo, prima di chiedermi nuovamente se ero pazzo, e rispondermi ancora di no, e proseguire, confuso, per le vie del settore.

Un elmetto scintillante spuntava dal mantello grigio, fisso e silenzioso: un poliziotto. Cercai con scarsa abilità di assumere un'aria disinvolta e dignitosa, e passi oltre; lui non si curò di me, girò solo la testa pigramente, senza rumore, il collo oliato come una macchina. Notai di sottecchi i baffi rossi e gli occhietti penetranti, e sospirai forte quando fui lontano. Mi feci ancora più piccolo sotto l'occhiataccia che mi aveva gettato un passante che aveva sentito il mio sospiro, poi ripresi a camminare veloce, ma il cuore mi batteva tanto forte che mi immaginavo la gente che si fermava, che sentiva e muoveva furibonda contra di me. Piantale, dannato rumore. Ma non ne avevo il controllo.

Mi sedetti su una panca e - badando che non passasse gente nelle vicinanze - respirai forte cercando di calmarmi.

Ero a Topaze, sì, invece che a Retha. Ma questo non era un reato, disobbedivo a un consiglio, non a un ordine. Ancora una volta tolsi di tasca la busta che mi avevano dato, e la carta frusciò, con un rumore spiacevole. Conoscevo il contenuto senza guardare. Cento unita in biglietti di piccolo taglio. Una carta d'identità in bianco. Un'abilitazione a lavori di categoria D. Un biglietto scritto a macchina: "Località consigliata: Retha F 3-3". Un manualetto di informazioni minime con una cartina del paese: succede a volte che il vuoto nella mente dell'ob risulti maggiore del previsto, intacchi le basi stesse della personalità. Un certificato di plastica indistruttibile: "Il possessore dell'impronta dig in calce è stato sottoposto a psicochoc coatto per ordine di una Corte e si trova pertanto nella qualità di obnubilato. È fatto obbligo alle forze di polizia come ai privati cittadini di facilitare il reinserimento dell'obnubilato nella società, astenendosi da qualsiasi atto di ostilità verso di esso, ovvero da qualsivoglia rivelazione diretta o indiretta sulla sua configurazione psico-sociale precedente.

I contravventori verranno sottoposti a psicochoc coatto (08435 art.  7 riass.), AN9F - HGRF - 11TU". Ma la busta non conteneva il cifrario della polizia, e così la nota in fondo al foglio nascondeva per sempre il mio name e la mia condanna.

E perché, allora, Topaze? Non poteva essere una suggestione, un nome udito a caso uscendo dalla clinica, un'illusione di ob - o era veramente un ricordo superstite, Topaze 8 5-20, un indirizzo che emergeva dalla mia vita precedente tuffata nel buio? Si stava facendo sera e i passanti che si affrettavano mi ricordavano sempre più passeri silenziosi, con quei mantelli scuri che avevano imparato anch'essi a non frusciare. Tuttavia nella sera si sente sempre qualche rumore. Una finestra che si chiude male, un tonfo lontano, un fruscio; ci fu perfino una voce acute di donna o di bambino che ferì, materialmente, il silenzio facendomi sussultare. Tutti i passanti scuotevano vigorosamente la testa avanti e indietro in segno di muta disapprovazione.


Vidi un piccolo avviso che indicava un albergo, ma la zona B di Topaze era vicina, e io non volevo pernottare nella A, come se questo avesse contribuito ad allontanarmi ancora dalla mia vita di prima. Così mi alzai di scatto dalla panca e mi avviai, e quando mi resi conto di sapere la strada per la B una piccola speranza mi traversò il cervello.

Passai davanti al cartello di zona, con la grande B rossa, e mi fermai davanti allo stradario. Ero nella strada 19 e la 5 era lontana, per uno smemorato, prima del buio.

Così cominciai a cercare un avviso di albergo (non pensai a mangiare) e dovetti camminare per un pezzo. Intanto, col buio che cresceva, i cartelloni avevano preso a brillare di una tenue luminosità, e di nuovo mi colpì, sconcertandomi, l’osservazione assurda della loro immobilita. Col buio erano cessati i rumori indiscreti della sera, e i cittadini occupavano tranquillamente le strade senza essere offesi, il silenzio che pesava sulle strade sembrava nascere dalla luce smorta dei cartelloni, piccoli nel nero delle case, che ammonivano senza parole "IL RUMORE OFFENDE", "SILENZIO", "PACE". Le case alte, uguali, di, pietra grigia nel buio sembravano una muraglia. Immensa e silenziosa, la città copriva la terra, divisa geometricamente in settori come Topaze, e questo era il mio mondo. Avevo mai visitato, mi chiesi, le coltivazioni? Era mai entrato nei Parchi Naturali?

Un cartellone rosso, più grande, più luminoso - chiassoso come una sirena - sembrava gridare "CHI PARLA È TUO NEMICO". Il paradosso mi colpì, ma tutti i cittadini dimostravano un certo disgusto, come se avessero sentito del rumore. Questo nella 17. La lampadina gialla, tenue, degli alberghi ancora non si vedeva, e cominciavo a sentirmi dolorosamente preoccupato. Chi è ob si porta sulle spalle una paura e silenziosa, costante, maligna, paura di tutto e di niente. E in quel momento l'idea di dover cercare un albergo per tutta la notte mi terrorizzava (eppure non mi venne in mente di ritornare a quello visto nella zona A); nel buio i passanti sembravano pezzi di roccia in movimento. Mi fermai un momento. Erano ombre che passavano rapidamente accanto a me, senza sfiorarmi, senza un rumore che non fosse il suono lievissimo delle suole imbottite, senza muovere le pieghe del mantello, senza guardarmi. La paura cieca dell'ob strinse un po' più gli artigli.

Dicono che a Zentrum, dentro il ghetto, ci sono prostitute e venditori ambulanti che ti guardano fisso nelle strade. Dicono anche che esistono dei parlatori. Ti rivolgono la parola mentre passi, con voce alta, sguaiata.

Un po' imbarazzato ripresi a camminare. Mi chiedevo di che tipo fosse la mia sessualità (amerei che la Clinica non fosse così reticente sulle vite precedenti). Imboccai una strada senza meta - e qui lo vidi. L'albergo! Era solo una luce gialla appena visibile nel buio fitto, in un vicolo laterale, l’avevo notata per puro caso. Mi si allargò il cuore e la paura scomparve di colpo. E non mi importò niente che la targhetta dicesse "6° livello". Meglio un albergo del tipo più malfamato che le strade scure piene di fantasmi, e poliziotti. Fu anche per la gioia di avere trovato rifugio che entrando, sbadatamente, feci un bel po' di rumore.

Da dietro il banco il padrone, un viso da delinquente pelato con una barba sudicia, mi fulminò con un'occhiata feroce. Mi avvicinai al banco con aria di scusa. Con la voce più bassa che riuscii a tirar fuori sussurrai

- Una notte.

Aveva poco da offendersi per i miei rumori: la sua voce era un borbottio raschiante che pareva una sassata.

- Nome?

- Non ce l'ho adesso - risposi arrossendo - cioè, ancora. Vede, io …

- Rumore! Dica il suo maledetto nome o vada a cantare fuori di qui!

Si sporse in avanti e mi guardò bene in faccia, con gli occhietti rossi che cominciavano a riempirsi di rabbia.

Annaspai nel mantello. Il padrone stava facendo il giro del banco per afferrarmi e buttarmi fuori. Tolsi il certificato dalla tasca e glielo misi sotto il naso. Si fermò di colpo e lesse in silenzio, e intanto la rabbia negli occhi aumentava impotente, e mi guardò:

- Maledetto figlio del rumore, dovevi proprio infognarti in questo albergo? Fracasso! Legno che si rompe! Non avrai intenzione di ficcarti qui a lungo!

- Solo stanotte - ringhiai. Lo avrei ammazzato a pugni, ma era il doppio di me.

- Quindici unità - sbotto posandomi vicino una chiave.

Non so dove trovai il coraggio, ma la presi e misi sul banco solo dieci unità. Sembrava che volesse saltarmi addosso, ma prese la banconota in silenzio. Probabilmente la tariffa per una notte non superava le quattro unità.

- Se fai un rumore ti ammazzo - mi mormorò dietro.

Salii le scale senza rispondergli e mi chiusi a chiave in camera. Prima, di dormire guardai a lungo la strada buia: la finestra cigolò leggermente mentre la aprivo, e questo bastava a dirla lunga sul livello dell'albergo. Solo le ultime, residue topaie, riunite sotto l'etichetta del 6° grado, hanno camere dalle pareti non insonorizzate. Se tu fai del rumore in camera tua, questi attraversa le pareti e colpisce gli occupanti delle stanze vicine. Dalla strada deserta saliva aria fredda. Chiusi la finestra e mi stesi sul letto, e mi addormentai E come c'era da aspettarsi ebbi un incubo tremendo.


Adesso so cosa posso aver sognato in quell'albergo di infima categoria a Topaze. Allora, però, l'incubo fu cancellato dalla mia mente col risveglio, come se mi avessero fatto lo psichoc di nuovo. Il vago ricordo che ne mantenni riguardava una mano scura, un peso enorme, che mi schiacciava …

In realtà era falso, e io avevo sognato ben altro che una mano gigantesca. Oggi lo so.

Del resto, fu un brutto risveglio. Suppongo di aver gridato nel sonno. Fui svegliato da un dolore accecante sul fianco sinistro. Gemetti e sentii la punta di un manganello che mi affondava nello stomaco togliendomi il respiro.

Misi a fuoco faticosamente il padrone.

Era logico che avesse un passe-partout.

- Bastardo! - sibilò con odio feroce - Schifosa scimmia urlante! Hai finito di far fracasso nel mio albergo! Vestiti e scendi giù mentre chiamo la polizia.

Annientato non pensai a protestare. Mi vestii in silenzio mentre il padrone mi guardava appoggiato allo stipite, dondolando il suo arnese. Scesi le scale con lui. Sono convinto che se avessi fatto un rumore mi avrebbe spaccato la testa a colpi di manganello, a costo di farsi sentire da tutti.

- Me ne vado. Me ne vado subito -, mormorai. Lui ebbe un attimo di indecisione. Mi avviai verso la porta. Mi spinse da parte, aprì la serratura, con uno spintone mi buttò fuori; mi sussurrò un insulto mentre mi allontanava, ma non ci badai.


Era già mattina presto e se ricordo bene era già chiaro.

Come la sera, il mattino è un momento rumoroso. Ogni specie di piccolo suono si aggira nell'aria fredda e salta alle tue orecchie come una puntura di spillo. La città, come l'uomo, si risveglia e si muove: e in quel momento un po' di rumore non si può evitare.

Dovetti girare, mentre le strade cominciavano a popolarsi, per trovare un posto dove mettere qualcosa sotto i denti. La sera prima avevo digiunato, e la fame mi riempiva lo stomaco, vivace come un rumore. Alla fine trovai un bar per mattinieri e mi accomodai in un separè libero. Il cameriere entrò senza far sentire i suoi passi sul pavimento di plastica morbida. Indicai le uova fritte sulla tabella, e subito mi pentii di aver scelto un piatto così costoso. Mi chiesi se questo significava che ero stato un uomo ricco, o un goloso? Forse un ladro. Dovetti anche aspettare a lungo; poi il barista tornò con due uova fritte, me le mise davanti in silenzio, prese quattro unità e sparì. Attaccai le uova nel chiarore triste del mattino. Un rumore passò attraverso le pareti di plastica dei separè dei clienti. Doveva essere caduto qualcosa. Le uova mi piacquero. Faceva freddo.

Poi ricordo di aver girato a lungo per le strade perché non mi orientavo più. E neanche uno stradario in vista! Intorno a me i cittadini muti si muovevano velocemente. Qualche bella ragazza passava con dignità vestita in colori appena più vivaci degli altri, colori che spiccavano· tra i grigi e i bruni. Tutto ad un tratto mi venne in mente a che cosa assomigliava quel movimento silenzioso, quello scivolare in un'aria che il silenzio rendeva denso. Assomigliava al movimento calibrato, silenzioso dei pesci in un acquario.

Erano, eravamo, pesci.

E dove avevo visto, io, un acquario?

Passai davanti a un ingresso della metropolitana, che collegava i settori della città immensa. Davanti a un’edicola. Comprai un giornale. Nel foglio di plastica i caratteri rotondi, le righe distanziate, la patina grigiastra erano fatti apposta per dare un'impressione di sommesso, di sussurrato. Le notizie sapevano di segatura. Lo scorsi e poi lo infilai senza rumore in una cassetta di rifiuti.

L'incubo e la disavventura col padrone dovevano aver scosso la mia memoria. Quel tracciato delle strade di Topaze che il giorno prima era acquattato nella mia mente, coperto solo da un leggero strato di nebbia, pronto a saltar fuori, si era perso di nuovo. Tornai a chiedermi se non stavo inseguendo falsi ricordi. Avevo sentito parlare di un tale, un ob, che aveva gettato via tutta la sua nuova vita inseguendo i falsi ricordi che uno dopo l'altro gli nascevano in testa. 0 era un falso ricordo anche questo aneddoto?

Passai tutta la mattina per le strade, sconfinai anche in C e poi tornai indietro. A mezzogiorno. ero così stanco e depresso che non seppi resistere alla tentazione di un buon pranzo, che fece calare ancora le mie scarse unità.

Continuavo a frugare nei ricordi, ma con calma, con indifferenza. Ho parlato della paura dell'ob. C'è anche la sua noia.

È quando ti accorgi che inseguire i ricordi a caccia del vero non serve. Quando ti accorgi che è praticamente impossibile distinguere un ricordo reale da una suggestione. Ho abitato a Topaze, o sogno di avere abitato a Topaze e una parte maligna della mia mente afferma di ricordare? La maggior parte della gente, dopo una sommaria ricognizione, abbandona. Sei indifferente a quello che accade, stanco di tormentarti la mente. Allora prendi il foglietto della busta e accetti la destinazione che la polizia ha consigliato.

Compili la carta d’identità scegliendoti il nuovo nome (questo diritto è gentile), cominci una nuova vita.

Io, invece, ripresi a camminare.


B 5-20 era di fronte a me. Avevo pensato che l'avrei riconosciuta, che quella casa alla sola vista avrebbe spaccato in due il peso che mi curvava, e invece era una casa del tutto sconosciuta. Diversa dalle altre, sì, antiquata, lussuosa. La gente intorno vi scivolava senza curiosità. Come il giorno prima il cuore mi batteva tanto forte da farmi pensare che lo avrebbero sentito, che mi avrebbero arrestato subito, rimandato allo psicoshoc, a cancellare il già cancellato, a lavare il già lavato, a … - respinsi il flusso di emozioni che mi saliva come vomito dalla gola. Toccai piano il pulsante avvertitore, poi premetti con forza, la luce verde lampeggiò in tutte le stanze, e nessuno rispose. Aspettai, poi toccai di nuovo con rabbia: silenzio.

Ammetto di essermi accanito troppo, dopo. Anche se la curiosità è una specie di rumore, la gente mi stava guardando, mentre toccavo freneticamente, e certi arrivavano a fermarsi in strada esitanti, infagottati nei loro mantelli incolori.

Fu il peso di quegli occhi incuriositi sulle mie spalle che mi convinse a lasciare il pulsante. È infantile, lo so, ma avevo le lacrime agli occhi mentre mi allontanavo velocemente, incurante del rumore dei miei passi che faceva voltare la gente con aria offesa, mentre qualcuno mi seguiva senza che me ne accorgessi: e mi tallonava nella 5ª e poi nella 7ª, fino a quando entrai in un vicolo miserabile dove occhieggiava la piccola insegna azzurra di un bar, e prima che entrassi mi fermò.

Il cuore mi saltò in gola. Mi vidi imprigionato, maledetto, rispedito alla Clinica. Vidi un poliziotto in borghese nell'uomo che mi aveva fermato. Ma lui mi sorrise con amicizia preoccupata.

- Sono contento di rivederti, Neal - disse a voce incredibilmente bassa - anche se non so se hai fatto bene a venire. Non credo. Avevo pensato ...

- Neal? Neal?

- … avevo pensato che fosse finito tutto. Capisci? Invece nella tua memoria questo indirizzo si è salvato, vero?

Annuii. - È casa mia? –

L’uomo, della mia età, era avvolto in un mantello grigio chiaro piuttosto elegante, e il suo viso mi colpiva, mi ispirava una dolorosa nostalgia. Ripetei la domanda e vidi sul suo viso un'espressione di pietà che mi irritò, mi offese.

- Non pensavo che si potesse distruggere così una mente. Non ricordi niente, vero, Neal? Solo un brandello, un indirizzo? - Non era una domanda. Lo sapevamo già.

- No, - riprese - è casa mia. Io mi chiamo Stuart, ma questo non ti dice niente, vero? Cosa cercavi, Neal?

- Non lo so più - dissi, ed era vero. - Credevo ... credevo di abitare là. Ma adesso ho il mio nome! Chi ero? – Lo presi per il mantello. - Non puoi tirarti indietro. Chi ero?

Si guardò intorno con aria spaventata. Ma non c'era nessuno e tutto era silenzio.

- Ricordi qualcosa - disse - della stella?

Avrei potuto mentire. Ma sarebbe bastata la mia espressione a fargli capire che quelle parole per me erano incomprensibili. Allora i suoi occhi grigi persero espressione, e lui mi posò la mano sulla spalla, un gesto che mi fece arrossire, perché il contatto fisico è un forte rumore.

- Non ci sarà più la stella, Neal, è finita. Hanno massacrato la tua mente in modo atroce ... lasciami perdere Neal, vattene e dimentica Topaze. Non potrà mai più tornare come prima.

Si allontanò. Gli corsi dietro, e lui si voltò terrorizzato; allora lo odiai, perché aveva paura di finire come me, e perciò mi respingeva, e perché io avrei fatto lo stesso al suo posto.

Il mio nome! - gli sibilai all'orecchio in mezzo alla strada - Il nome e l'indirizzo! Il suo viso era grigio.

- Neal Hevitt, - riuscì ad articolare - Zentrum T 31-1, vicino a dove comincia il ghetto. E mentre assaporavo questo frutto si allontanò quasi di corsa, incuriosendo i passanti, e in qualche modo sparì. Ma io non volevo inseguirlo perché quel nome e quell’indirizzo mi paralizzavano. Li ripetei mentalmente cento volte mentre mi avviavo in cerca di un albergo, mentre mi sedevo su una panca e compilavo la mia carta d’identità con un nome a caso, ormai non m'importava più, mentre entravo in albergo, pagavo, salivo e mi gettavo sul letto: senza osare scriverli, quei nomi, ma fissandoli nella memoria come un marchio; e mi distesi sul letto felice, pensando;

- Domani andrò a Zentrum.

Ma questo poi non lo feci; perché quella notte ebbi un altro incubo, che mi sconvolse.

Fu la stanza insonorizzata a salvarmi, perché mi svegliai urlando. E di nuovo non ricordavo, ma sapevo che non avrei più potuto dormire. Così non andai a cercare il mio passato a Zentrum, dove abitavo; non osai, e mi abbrancai disperatamente all'unico frammento sicuro della mia vita di prima, a Stuart.


Cominciai a perseguitarlo. Toccai di continuo a casa sua, senza che osasse rispondere (o lo evitava?), e restavo lì finché non comprendevo quanto mi facevo notare. Seguii le sue tracce come una volta gli animali. Senza osare avvicinarmi, perché in strada avevo paura, lo pedinai di lontano.

Pensai a scrivergli. Arrivai quasi a chiedere il suo nome completo da qualche parte, e questo mi avrebbe portato alla clinica. Dormivo sempre in alberghi a stanze insonorizzate, perché non mi sentissero urlare, e i miei soldi si scioglievano fra le mie mani.

Ma lui aveva paura, lo capivo dal modo in cui camminava, curvo, infagottato nel mantello grigio. Non entrava nei bar per non farsi fermare da me in uno spazio chiuso: dove non avrebbe potuto fuggire se io lo avessi preso per il mantello e mi fossi messo a urlare, finché la gente non ci avesse separati, e fossero arrivate le guardie coi loro elmetti lucenti, e ci avessero portati alla Clinica. Questo temeva che gli facessi: poi me lo disse. Ma non crediate che fosse molto lontano dal vero.

Intanto la primavera era degenerata in un tempo grigio freddo, che rendeva più fitto e più pesante il silenzio delle strade. Una notte gelida riempì le case di ghiaccioli.

La mattina dopo, sotto. un sole invernale, mi aggiravo nel freddo, tormentando in tasca la busta spiegazzata. Conteneva le mie ultime unità. Rubare? Assurdo pensarlo, a Topaze; solo nel ghetto di Zentrum gli ultimi degenerati sociali si estinguevano, in una riserva dove era interdetto l'ingresso ai cittadini. E intanto i miei brandelli di ricordi si allontanavano sempre più, e non puoi dubitare di un ricordo e credere a un altro: lo stesso indirizzo di Zentrum diventò nel mio cervello un punto di dubbio. Passavo ore, sulla panca a catalogare con pazienza di collezionista i ricordi, a distinguere i buoni dai falsi, ma senza riuscirci, e alla fine tutti si confondevano e dubitavo di tutte le verità. Seguivo Stuart, e la paura che filtrava dalla sua figura ingobbita lasciava una traccia come di nebbia. Giocammo al gatto e al topo per diversi giorni, esponendoci a un rischio madornale. Infine lui si arrese, ma penso che furono gli altri a fargli cambiare idea. Credeva di essersi lasciato alle spalle il passato ma questo lo legava ancora con fili appiccicaticci: e gli altri tre influirono su di lui, convincendolo che il rischio di rivederci era inferiore a quello di sopportare la mia persecuzione. Fu così che, io era su una panca, impegnato, nel mio malinconico gioco dei ricordi, un vecchio ben vestito mi avvicinò cautamente e mi parlò. Il suo viso non mi diceva nulla. Era grasso, calvo, con una barbetta grigia sulla faccia soddisfatta e gli occhiali, il suo mantello nero era il più elegante che avessi visto. Avevo freddo, e lo invidiai. Gli bastò nominare la stella e saltai su, tremando. Mi mise in mano una busta e mi chiese di non seguirlo. Tutto durò meno di un minuto.

Guardai dentro la busta mentre si allontanava; conteneva del denaro e un incartamento, un indirizzo di Tone.


La casa di Baker era lussuosa, ricca come l’aspetto del suo proprietario. Un conformista l’avrebbe definita rumorosa: la sua anormalità saltava agli occhi appena, nella stanza grande, vedevi le antiche lance negre e la cupa maschera tribale appese alla parete. Ma tutta la casa era piena di oggetti antichi. Una statuina, rotta, del settecento.

Un pugnale di epoca che non riconobbi. Un portacenere del novecento. Piatti. Libri. Quadri. C'era qualcosa che mi colpiva in quei rimasugli: arrivai a pensare che la raccolta spirava una vaga aria di minaccia. Era come … sembrava che anche un oggetto osceno, come un fischietto, avrebbe avuto pieno diritto di cittadinanza in quel museo.

Mangiammo, la sera, in separè lussuosi, perfettamente insonorizzati. Il pasto fu molto sobrio, in contrasto con la ricchezza dell’ambiente, e lo servì lo stesso Baker. Poi ci ritrovammo, noi cinque, e ripresi a tempestali di domande, e fu Baker, che era evidentemente il capo del gruppetto, a parlare.

- Sei molto cambiato, Neal - mi disse guardandomi con una certa diffidenza lontana - ma non hai voluto rinunciare a quel poco che si è salvato, e questo, scusami Stuart, mi sembra giusto. Ora guardaci bene: non ti ricordiamo proprio niente?

La stanza, coi suoi oggetti antichi, Baker, rubizzo e pacioso con la sua barbetta, il più vecchio del gruppo.

Stuart, ansioso come sempre. Smith, con i capelli biondi e le labbra serrate. Teneva sempre quella smorfia? Emery, che mi assomigliava, ma che era sempre placido e calmo.

Ombre nere di memoria mi strisciavano nel cervello, la verità galleggiava vicinissima alla mia mano, ma non l’afferravo. La stella … che cos’era la stella?

- Siamo noi La stella - disse Emery tranquillamente.

- Noi - corresse Baker con aria professionale - possiamo formarla. Ho sentito che esisterebbe un’altra stella in Europa, cinque donne. Ma se non è vero …

- ... se non è vero - interruppe Smith - perdendo te avremmo distrutto l'unica stella esistente. Non possiamo rischiarlo.

- Rumore! Ho mai detto di non farlo? Ma lui non può, è inutile, non vedete come lo hanno ridotto?

- Sta zitto Stuart. Hai avuto paura che … - ma Baker li zittì con un gesto prima che cominciassero a litigare.

Io cercavo di spremere la mia memoria acciecata.

- Non chiedermi come funziona, Neal, non lo sappiamo.

Una volta esistevano studi assai più approfonditi sulle nostre facoltà ... che sono sempre state molto rare, e nascoste. Ma se ancora non ricordi guarda questa fotografia.

Presi la foto. Un interno di appartamento, pareti bianche e poltroncine dello stesso colore. Pareti bianche …

- Qui facevamo la maggior parte delle nostre riunioni. È casa tua, Neal, a Zentrum T, vicino al ghetto. Ti ricordi che ci parlavi sempre del ghetto?

Ti ricordi quando esploravamo il passato?

E allora ricordai.


Oh, non ricordai tutto, avevano lavorato bene alla clinica. Ma ricordai abbastanza, e insistetti per rifarlo lì ed ora. Baker protestò con poca convinzione ma gli altri, perfino Stuart, adesso, furono con me. Adesso che la possibilità era a portata di mano.

Masticammo il frutto del peyote e quando cominciò a fare effetto ci stendemmo a faccia in giù sul pavimento coperto da un prezioso tappeto. Cinque uomini nudi, testa contro testa, formarono una stella a cinque punte. E io sentii subita che la stella cominciava a vivere,

Il peyote era solo un mezzo. Le nostre menti si liberarono in una nebbia ondeggiante, si unirono, si lasciarono, poi si strinsero di nuovo. Avrei potuto leggere lo strato superficiale delle menti dei miei compagni, ma non mi interessava. Ricordai in un lampo l'effetto orribile del primo contatto, tanto tempo prima. Era come se due cervelli messi a nudo si fossero toccati fra di loro … La forza della stella fluiva dentro il mio corpo, mi guidava e mi portava, come il vento di una nave. Io ero lo scandaglio. Era la mia mente quella che si protendeva nel passato; prima timidamente, e poi sembrò di precipitare giù per una cascata, suono e colori indistinti mi ferirono e poi si fusero in un'oscurità continua, come una galleria percorsa tanto velocemente da farla apparire indistinta. E poi la caduta si fermò di botto, e vidi la luce. Non so, non l'ho mai saputo, se avevo sintonizzato la mia mente su quella di qualche abitante del passato, o se la mente vagava nell'aria di quell'anno morto come un fantasma (o se quel passato non era altro che un sogno sempre uguale), ma non importava. La stella pulsava. Attraverso me la voce del passato raggiungeva gli altri, senza i quali non avrei potuto partire o tornare. La stella era viva, e in essa si riversava la realtà del passato.


Le ossa del cranio vibrano all’unisono col rumore che entra nella testa come un trapano accecante. Torrenti di musica e di parole si riversano nel tuo corpo dai muri, dagli alberi, dai tuoi stessi vestiti. Il rumore è dolore, e c’è un momento in cui quel dolore arriva a ondate dall'esterno e trapassa il tuo corpo senza trovare resistenze.

Sigarette biscotti surgelati cravatte scarpe automobili droga viaggi film liquori preservativi chiese armi profumi ballano dentro i tuoi occhi, dentro il cervello.

I calcolatori elettronici hanno coordinato i miliardi di altoparlanti che gridano insieme. Se il rumore fosse una babele di voci, queste si annullerebbero fra di loro: ma è un computer a dare il ritmo, che fonde le miriadi di voci diverse in un solo canto oscillante, e i tuoi nervi cantano sullo stesso motivo.

Cammini e il marciapiede manda un singhiozzo musicale ogni volta che il tuo piede preme, e una scritta luminosa lo attraversa tremolando. In alto, i microfoni volanti urlano con voci stridenti gli slogan pubblicitari. Sigarette viaggi armi profumi i mostricciattoli meccanici alti mezzo metro allungano con insolenza una zampetta di gomma: toccano con delicatezza rude sulla gamba, vorresti ma non riesci a trattenerti dall'abbassare lo sguardo, e il mostricciattolo recita la sua litania.

In alto fra il ronzare dei microfoni la vita delle case è un'orgia di movimento, di luce vivace. I cartelloni pubblicitari urlano, saltano, gettano sprazzi feroci di luce. Serpentine multicolori strisciano sulle case componendo slogan semplicissimi. La pioggia di coriandoli, volantini, gettoni è incessante. I piccoli robot pulitori sfrecciano fra le gambe della gente, scansandole con abilità di pipistrello, e recitano i loro messaggi pubblicitari mentre ramazzano la plastica e la carta.

Viaggi liquori profumi. Capita di passare davanti alle costose mattonelle di plastica grigia o verde incassate nei muri all'altezza degli occhi. Ogni tanto, quando le microcellule registrano il passaggio di una persona, la plastica memorizzata si estroflette, scatta in avanti fulminea con una specie di pseudopodo che prende subito forma.

Di colpo, davanti ai tuoi occhi, sporge dalla casa un occhio o una rosa o un seno, una testa di drago. Ti incanti Con uno scatto la plastica torna al suo posto, e uno slogan pubblicitario lampeggia nella mattonella liscia.

Camminando nella strada tra sigarette e profumi, passai vicino ad un branco di ipnotizzati. Con occhi fissi seguivano uno splendido cartone animato dell'epoca classica sull'immenso teleschermo pubblico. Affrettai il passo facendo squittire il marciapiede. Sapevo che ogni minuto di piacere era passato con i microsecondi in cui un messaggio subliminale lampeggiava inavvertito, e s'imprimeva nella mente degli spettatori. Il marciapiede urlò soddisfatto quando fu calpestato, finito lo spettacolo, dagli spettatori impazziti che correvano a comprare.

C’è anche gente che spende i suoi soldi senza tener da parte qualcosa per il prezzo esorbitante dei sonniferi o delle droghe astraenti; bombardati dai messaggi, finiscono sempre per gettarsi davanti a un teleschermo per dimenticarli, e così comprano lo loro rovina. Li vedi rotolarsi gridando sul marciapiede che ordina loro di spendere i soldi che non hanno. C'è gente ipnotizzata che vende i vestiti, il sangue, i denti, per tornare a comprare.

Uno zombie in divisa del Sapone Washington mi saltò addosso e mi afferrò per una spalla. Puzzava.

- Puzzi! - mi gridò in faccia.

Mi ritrovai schiacciato contro il muro mentre quel bruto mi urlava i suoi messaggi mal imparati e mi tempestava i vestiti di etichette autoadesive. Quado si impappinava su una frase difficile sembrava che vedesse in me il colpevole. Arrivò alla fine, mi mise un buono sconti in mano e mi spinse via. Per poco non caddi in terra, ma era inutile protestare. Li reclutano fra i "criminali": un anno sotto ipnosi vale due di galera.

Quanto mancava a casa? Sigarette surgelati droghe viaggi, stavo male. Il rumore può uccidere.

Mentre camminavo, staccandomi di dosso le etichette con difficoltà, un ragno meccanico saltò fuori dal suo buco, impresse un nome in vernice luminosa sulla mia scarpa destra, scivolò via velocissimo prima che riuscissi a schiacciarlo. Eppure conoscevo quel tratto di strada! Quella tana doveva essere nuova.

Il rumore ti martella il cervello con vibrazioni infernali. Ed ecco che in un tratto di strada si spengono le luci e gli altoparlanti cessano di colpo di urlare. Ti precipiti nell’ombra silenziosa, fresca come acqua. La gente accorre, ti spinge, lotti per rimanere e colpisci.

I più deboli rotolano fuori, nella zona rumorosa, e tutti lottano in silenzio, con respiri ansanti e grugniti, per non perdere quella frescura che dura così poco. Appena il tempo che la situazione si stabilizzi, che un grappolo di persone si sia radunato, e un fischio acutissimo esce dagli altoparlanti.

- Questo momento di silenzio vi è stato offerto dalle sigarette Hawaii!

Musica assordante. La litania ricomincia. Rumore.

Una ragazza nuda dall'alcova mi sorrise. Bella, i capelli neri ricci, gli occhi scuri … mi sembrava vagamente di conoscerla. Mi bastò un attimo perché mi tornasse in mente l'attrice più nota di due anni prima. Quelli della Zenith non si sprecano in spese per i copyright! Mi attraeva ed esitai un attimo quando mi fece cenno di avvicinarmi.

Qualche minuto d’amore nell'alcova silenziosa, calda, che le cortine di plastica isolano dal mondo …

Ma vale la pena di portare, in cambio di quell'amore, l'insetto meccanico sulla spalla per un’intera giornata?

Mi era già capitato di maledire l’amore mentre la bestiaccia, aggrappata alla pelle con feroci ventose, cantava, con la sua detestabile voce di cicala, le glorie delle armi Zenith o delle bistecche Box-O o delle droghe Xanadu!

A casa; a letto; nel bagno, facendoti impazzire, e rivelando a tutti se sei stato con la bionda della Lincoln o la negra della Kronos!

Quanta gente perde il controllo e cerca di strapparsi l'insetto prima che siano passate ventiquattrore, e la bestiaccia esplode, mozzando le dita?

Biscotti surgelati liquori scarpe profumi, rumore feroce, assoluto, crudele.

Io-lui, ora-una volta, camminavo per la strada parlante, premendomi inutilmente le mani sugli orecchi, affrettandomi verso casa come verso un rifugio.

E sapevo benissimo che in casa le pareti avrebbero urlato e le poltrone parlato e la cucina automatica scandito slogan e il letto cantato una dolce nenia ipnotica durante il sonno per costringermi a comprare la Marijuana Mozart il giorno dopo. Mi sembrava ormai che i messaggi e la musica provenissero dal mio corpo, dalla gabbia delle costole, da una radio al posto del cuore.

Il rumore era me ed io ero il rumore.


Perché sono così stupido, perché, ho rovinato volutamente e d'un colpo tutto quello che avevo, perché non ho saputo sopportare come i miei amici il peso del silenzio? C'era qualcuno nel mio cervello che si nascondeva per rovinarmi.

Cominciai a odiare il silenzio, quel silenzio onnipresente in cui camminavo come nuota un pesce. Intorno a me sembrava muoversi con lentezza esasperante. Odiavo il silenzio. E quando formavamo la stella e la mia mente si proiettava, ero atterrito dal rumore inesorabile di quel mondo impazzito, ma quando mi muovevo per le strade mute riandavo a quel rumore con una dolorosa nostalgia.

Restare in casa. Ma non potevo, e le stanze vuote si stringevano su di me come una morsa. Abitavo all'indirizzo consigliato dalla polizia, in un palazzo immenso - dalle stanze male insonorizzate – che sembrava un formicaio, dove in silenzio mi spiavano, quando salivo le scale, decine di occhi ostili. Sentivo una bassa spinta a cantare, fischiare, altre cose oscene; lasciavo cadere oggetti in casa mia per sentire il duro suono secco quando colpivano il pavimento, ma era così breve quel suono, così veloce, che trapassava le mie orecchie facendomi tremare e se n'era già andato. Facevo lungamente frusciare le pagine dei giornali e delle riviste, mentre leggevo, e poi alzavo gli occhi rosso di vergogna. Cercavo di farlo il meno spesso passibile.

Ma come vivevano Baker e gli altri? Si accontentavano delle segrete immersioni nel rumore delle nostre rare riunioni? O si procuravano rumore senza la mia la mia vergogna?

Mi immaginavo Baker che picchiettava instancabilmente sul tavolo quel suo pugnale, che godeva di quel suono … È strano, ma la stella mi aveva cambiato. Prima non desideravo il rumore, ma me ne vergognavo assai meno. Ora che la sete di rumore mi correva per le vene come febbre, quel desiderio mi turbava e i miei miserabili modi per attuarlo mi stravolgevano di vergogna.

Così uscivo per lee strade e le percorrevo, non più per cercare la mia memoria, ma a caccia di rumori, la colpevole felicità quando un suono qualunque rompeva il silenzio!

Una volta ... il vecchio cammina faticosamente, appoggiandosi con la mano al muro, vestito di un mantello malridotto. Potevano arrestarlo, era evidentemente ubriaco, ma non vidi poliziotti. Il vecchio tassì. Poi camminò ancora un poco e riprese a tossire; un accesso di tosse rantolante, una cascata di suoni affannosi, e la gente si allontanava con disgusto da quella figura curva appoggiata al muro.

Io restai impietrito ad ascoltare quel rumore ripugnante, bellissimo, un'altra parte di me urlava dentro per la vergogna; una donna mi guardò con occhi sgranati, ma un uomo comprese, perché mi lanciò uno sguardo di autentico odio, mentre andava via.

Chissà che fine fece il vecchio. Io riuscii a staccarmi di lì e andarmene. La consapevolezza di quello che avevo fatto davanti a tutti mi bruciava. Avevo le gambe rigide, e credevo che ogni persona potesse leggere, scolpito nella mia faccia gelata:

- Io mi sono estasiato di un osceno rumore. Io sono il rumore.


Le rare riunioni della stella erano una liberazione. I miei amici mi guardavano preoccupati, diffidenti, perché dovevano comprendere quanto mi accadeva. La mia memoria residua non mi ha mai parlato troppo, e neppure loro, sulla mia personalità di prima. Loro mi conoscevano meglio di quanto non li conoscessi io. Farse se mi avessero aiutato … Ma di un argomento simile sarei stato il primo a non voler parlare. Sarà assurdo ma non giustificavamo i "viaggi", quei tuffi nel rumore. Io penso che nuotasse nel profondo di tutti noi una vergogna simile alla mia. Assetati che si uniscono per bere in un pozzo, ma vergognandosi dell'acqua che bevono! Per un tacito accordo non parlavamo se non lo stretto necessario ... A volte ci trovammo, formammo la stella, ci lasciammo, senza una parola.

Mi nascondevo come potevo nelle strade di sera, con sassi, con piccoli oggetti anonimi nelle tasche del mio mantello. Con mani guantate li afferravo e vivevo un momento delizioso di dubbio, felice della vergogna che provavo; e poi li lanciavo con più forza possibile. Tremando, sentivo l'oggetto rotolare, rimbalzare sempre più lontano, con una successione di suoni secchi, il cuore che mi batteva; e poi, silenziosamente fuggivo via, e qualche volta il rumare attirò un poliziotto.

E poi la mia pazzia esplose, ed è un bene che mi sia rovinato in quel modo, perché così non andarono a cercare i miei compagni. Non importa cosa scatenò la crisi, non me ne ricordo. Forse un grido di bambino durato troppo poco, forse il fischio di un idrante guasto persistente e intollerabile. Quello che ricordo è che mi allontanai di corsa (il rumore dei passi sul cemento come fucilate) e poi rovesciai la testa all’indietro, e cominciai a urlare.

Gridavo, e marciai al centro della strada battendo i piedi, gridavo ed agitavo le braccia, i miei passi stampati con forza sull’asfalto, il suono della mia voce mi risuonava nelle orecchie debole e nasale, il mantello sventolava nelle mie mani, urlai con quanto fiato avevo e la gola mi faceva già male, e continuai tossendo a marciare.

Prima una, poi poche, poi velocemente tutte le finestre si popolarono, e le teste che spuntavano, scure nella sera, restarono immobili sotto il mio grido. E solo i primi passanti erano fuggiti, ma ora che l'urlo riempiva l'aria si irrigidivano e rimanevano fermi mentre passavo davanti a loro, egli occhi degli uomini e delle donne, fissi nel vuoto, guardavano il silenzio assassinato.

Gemetti, tratti di voce, un tonfo, una cosa lontana, tutti i rumori della città erano ripresi dal mio urlo che li collegava e li riuniva. E la corsa dei poliziotti che accorrevano riempì la strada di rumore, e il rumore restò come un'eco dopo che mi ebbero stordito e portato via; e il silenzio che ritorna in quella strada rimase sempre, lo so, ferito e macchiato; perché ogni volta che un piccolo rumore lontano colpirà, gli orecchi di quelle persone loro non sapranno escluderlo dalla mente come facevano, lo so!, il rumore le colpirà come una mazzata.

C'è un bene, l’ho detto, nella mia pazzia. Mi hanno condannato per il rumore, e così ho saputo di aver fatto qualcosa di simile la prima volta (ma meno scandaloso!). Non si sognarono di cercare fra le mie amicizie: io ero soltanto un ob ricaduto. Perciò mi condannarono alla lobotomia.


Le celle della Clinica sono bianche e fredde, e sono gelidamente silenziose. La mia voce che urla rimbalza contro le pareti di plastica e non riesce a fuggire nel corridoio, non entrano rumori, e ignoro se le altre celle sono vuote o occupate. Se tutti gli uomini sono morti negli ultimi cinque minuti, io non posso saperlo.

Ma non sono morti, e verranno con una siringa per farmi dormire in silenzio. Vogliono distendermi su un lettino dalle ruote gommate. Vogliono farlo scorrere quietamente sulla plastica spessa dei corridoi, che assorbe il rumore.

Entrare nella sala operatoria, senza una parola. Vogliono sopportare con freddezza di medico il rumore inevitabile degli strumenti chirurgici sul mio cranio.

Quando non grido di paura, rido della loro stupidità.

La cella è imbottita di plastica morbida che non sono riuscito a strappare. La mia uniforme bianca non ha lacci e non si può lacerare. Come hanno rifiutato di mandarmi nel ghetto, così non ammettono che io possa sottrarmi, morendo, alla mia silenziosa vita futura. Ma sono stupidi, incredibilmente!

Mi hanno dato un vestito senza lacci perché non mi possa strangolare. Un vestito senza lacci, e in questo vestito c’è una cerniera lampo di plastica dura, grigia. Con cautela, perché non so se mi osservano, ho provato il suo taglio e l'ho trovato buono. Sfregando a lungo i due bordi li potrò rendere più taglienti, quando la 1uce si spegnerà.

Stanotte mi segherò le vene, silenzioso come un topo.


da "The Time Machine" n. 1/‘78






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