Loro
di Paolo Lanzotti
- Dunque, mr. Asimov, i nostri lettori ci chiedono insistentemente se …
Isaac Asimov distolse lo sguardo dal piccolo giornalista italiano e lanciò un’occhiata verso la porta a vetri del Central Plaza Hotel, che stava richiudendo silenziosamente alle spalle di un uomo quasi calvo, dal volto pieno di buon padre severo.
- Hallo, Bob …
L’onnipresente Robert Heinlein rispose al saluto con un rapido cenno della testa, accelerò vistosamente il passo come a sottolineare il fermo desiderio di non essere importunato e scomparve, sgattaiolando verso la Sala delle Conferenze sotto lo sguardo abbattuto, del giornalista.
Al ricciuto giornalista italiano non rimase che riportare l’attenzione sul grande Asimov, vivamente deluso.
- Dunque dicevamo, mr. Asimov …
Ma ancora una volta fu interrotto.
Cicalecciando in un fitto dialogo, Theodore Sturgeon e John Brunner, le barbe caprine al vento, fecero il loro rumoroso ingresso nella hall dell'albergo.
Il sommo Isaac li accolse con un cenno della testa e un ampio sorriso che gli stirò per un attimo le rughe della fronte. Poi si aggiustò gli orribili occhiali sul naso, cercò di pettinarsi con una mano disperatamente la chioma eternamente scomposta e disse:
- Mi dispiace signor … ma devo proprio andare.
E anche lui svanì come-rapido-folletto.
Il piccolo giornalista tragicamente conscio di essere prossimo al primo infarto della sua vita, cercò di contenere il tremito delle mani portandosi alle labbra l'ennesima sigaretta. Ma cosa stava succedendo?
Era già molto strano che i più grandi scrittori di fantascienza del mondo si fossero dati quell'appuntamento segreto – lui 'stesso ne era a conoscenza per puro caso ... senza avvertire, come di consueto, le agenzie di stampa, i corrispondenti esteri, le maggiori reti televisive e la Metro Goldwin Mayer, ma che oltre a tutto ciò rifiutassero un'intervista era semplicemente inconcepibile, la fine del mondo! Eppure in tre ore non era riuscito a strappare loro una parola. Li aveva abbordati quasi tutti: Farmer, Pohl, Dick, Simak … insomma tutti (e Dio sa se non c'erano proprio tutti!), senza ottenere il benché minimo risultato.
Era al limite della disperazione.
Il povero giornalista strisciò silenziosamente verso la porta della Sala, ancora semiaperta, lasciandosi alle spalle un'esile traccia di fumo biancastro e gettò dentro uno sguardo furtivo.
Buon Dio, eccoli là!
Il mosaico dorato di eminenze grigie. Il calderone turbolento di fantasia sfavillante. L'Olimpo, il Gota, il Valhalla della fantascienza riunito in quella sala! C'era di che stroncare il cuore più robusto.
Molti appassionati avrebbero dato un anno di vita per assistere a quella straordinaria riunione degli Dei e magari toccare le loro vesti luccicanti. Lui stesso aveva compreso in tutta la sua sfolgorante pienezza, che cosa dovesse aver provato Mosè mentre riportava al popolo assorto la voce di Dio, quando aveva capito d'essere l'unico giornalista (0 profeta) a conoscenza di quel convegno segretissimo.
Aveva sognato un trionfo imperiale che si deve agli eroi, laggiù nella lontana Italia assetata del Verbo. E invece …
Il piccolo giornalista si aggrappò allo stipite della porta, quasi singhiozzando. Era esausto. Gli ruggiva tra le mani la possibilità d'un articolo straordinario, in esclusiva mondiale, e pareva che nessuno avesse qualcosa da dire.
In quel momento la porta a vetri del Central Plaza Hotel si spalancò di nuovo, lasciando passare nell'ordine, una raffica di vento freddo, une manciata di polvere, una foglia secca e Robert Sheckley.
L'inarrivabile Robert si accorse subito della sua presenza e prese a fissarlo con uno sguardo vagamente sadico, come per decidere se gli convenisse fare di lui un'undicesima vittima inchiodandolo direttamente allo stipite della porta, o scaricarlo tra gli orrori di Omega in formato tascabile del traffico cittadino che ruggiva fuori dall’ampio salone.
Il giornalista, preso alla sprovvista, gettò via il mozzicone di sigaretta e drizzò la schiena curva, cercando di darsi un minimo di contegno. Il taccuino gli sfuggì vigliaccamente dalle mani e andò a schiaffeggiare con un "taf" secco il pavimento. Lui si curvò a raccoglierlo e gli cadde la penna, si curvò di nuovo e quando finalmente riuscì a fissare gli occhi disperati davanti a sé, Robert Sheckley era svanito ed al suo posto, spuntato dal nulla, un colossale portiere lo stava misurando con sguardo truce.
- Mi scusi signore, ma non sono ammessi estranei.
Il giornalista fu per un momento tentato di ricordargli che la stampa italiana non è mai estranea; poi, penetrando più a fondo in quello sguardo fosco decise che forse, dopo tutto, qualche volta lo era.
Borbottò nel suo perfetto inglese: - Già, già … - e malinconicamente si avviò all'uscita, soppesando nella mano il blocchetto degli appunti desolatamente bianco.
Nella Sala delle Conferenze, il denso brusio s'interruppe quasi di colpo quando il decano Van Vogt si arrampicò sul palco attirando l'attenzione con la mano alzata.
- Bene amici, è davvero una riunione straordinaria questa.
Credo che molti dei nostri lettori vorrebbero essere qui, oggi, tra noi. E sapete cosa ci chiederebbero? - Van Vogt sorrise - Ci chiederebbero: ma come fate ad immaginare tante cose strane e meravigliose?
Una risatina carica di sottintesi serpeggiò tra le fantasmagoriche teste d'uovo della fantascienza mondiale.
- Forse, - prosegui l'iperbolico Van Vogt - dovremmo invitare il nostro Isaac a scrivere un volumetto divulgativo sull'argomento, che spieghi il mistero al grosso pubblico.
Una seconda risatina, più consistente, seguì la tradizionale battuta del decano mentre molti sguardi si rivolgevano ad Asimov che, come previsto dal copione, si scherniva con ampi gesti delle mani, ribadendo con ciò la sua proverbiale modestia.
- Ora basta. Siamo tra noi. Le porte sono sprangate e non ci sono estranei. Possiamo cominciare a lavorare seriamente. - Concluse Van Vogt.
Il decano afferrò con ambedue le mani il bauletto metallico che attendeva pazientemente ai suoi piedi e lo poggiò bene in vista, sul trespolo davanti a sé. Fece scattare i quattro lucchetti e le otto serrature, tirò su il pesante coperchio bucherellato e chiamò:
- Virly …?
Virly, il piccolo centauriano, sbucò cautamente dal bauletto, esponendo oltre il bordo prima le antennine flessibili che vibrarono, saggiando l'aria, quindi i grandi occhioni dorati e sfavillanti. Si guardò attorno e borbottò:
- Ci siamo tutti, eh! ci siamo tutti.
Poi incrociò le piccole braccia sul petto, come aveva visto fare tante volte dai terrestri e dichiarò fermamente:
- Ma tanto è inutile: io non vi racconto più niente. -
L’irraggiungibile van Vogt soffocò il brusio di sorpresa alzando una mano.
- Andiamo Virly: che ti prende adesso?
- Che mi prende? - ripeté seccato il piccolo centauriano, diventando un po' più verde per la rabbia. - Mi prende che sono stufo! Per anni voi avete raccolto fama, gloria e denaro grazie ai miei racconti di viaggio. E io niente! Mi avete spremuto come un limone, facendo poi credere alla gente che quello che scrivevate era frutto della vostra fantasia. Bella la vostra fantasia! E io sempre qui dentro, in questo maledetto baule, perché naturalmente bisogna che nessuno mi veda. Tutto per un etto di zuccherino filato al giorno: maledetta droga!
- No! - Ripeté - io non vi racconto più niente.
Ma Virly - biascicò l'esterrefatto Van Vogt mentre la sala tratteneva il respiro - Non hai cuore? pensa ai nostri lettori! Tu getti nella disperazione milioni di nostri lettori. Se noi non scriviamo più, l'intero mondo finirà nel caos. Si moltiplicheranno i casi di pazzia. Scoppieranno nuove guerre. Aumenteranno i suicidi ...
- Non m'incantate - lo interruppe sbuffando Virly il centauriano - l’ho sentita la storiella. Io non vi racconto più niente. A meno che ...
- A meno che? - ripeté in coro la sala.
Virly si guardò attorno con gli occhi d'oro che fiammeggiavano, poggiò le manine sul bordo del bauletto, strinse risolutamente le labbra e sbottò:
- Cominciamo a parlare dei diritti d'autore!
da "The Time Machine" n. 1/‘78
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