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Solo un barbaro


di Daniela Piegai


L'uomo, dopo essersi calcato sulla testa il berretto di pelo, sollevò gli stretti occhi da tartaro verso l'astronave.

Aveva in mano un corto fucile col calco lavorato.

Un pugnale col manico d'osso era infilato nella cintura alta ricamata, e i suoi bassi morbidi stivali, parevano essere stati appena presi a Gengis Kan.

Ebbe un breve sorriso da lupo che gli arricciò il labbro superiore, poi partì’ deciso verso quel sogno di metallo lucido che due settimane prima gli aveva silenziosamente invaso la terra.

Aveva avuto molta pazienza, oh sì, molta. Ma adesso sentiva che in qualche oscuro modo la sagoma sottile che giaceva inclinata su un fianco in mezzo ai bassi cespugli della sua terra, stava invadendogli anche il cervello, proiettando la sua ombra nei suoi pensieri, e inducendolo a sogni alieni.

Non poteva arrendersi senza lottare: si deve bene avere qualche certezza, e se un uomo non è più sicuro nemmeno dei suoi sogni, come può sopportare la vita?

E poi la terra era importante: lì dove si era posata l'astronave, non avrebbe più potuto passare senza pericolo, né i suoi cani avrebbero potuto correre in primavera annusando le tane dei conigli selvatici, e raspando sotto i cespugli spinosi per stanare gli uccelli.

Se lo avessero fatto, avrebbero cominciato a perdere il pelo a chiazze, e infine sarebbero morti, nel giro di pochi giorni.

Alcuni dicevano che era sufficiente aspettare, girando molto alla larga dalle zone in cui giacevano gli uccelli d'argento: sarebbero venuti gli gnomi, di notte, a risollevare le loro ali spezzate, ed essi avrebbero ripreso il volo, sottili come sogni che riescano a filare sulle ali della logica.

Altri invece dicevano che si doveva subito scendere in campo, e con grandi clamori spaventare gli invasori, per fare loro capire che lì, per loro, c'erano solo guai.

Lui non aveva fatto né in un modo né nell'altro: tutte le notti, alla luce della luna, aveva sorvegliato, discreto e silenzioso, l'uccello abbattuto. Accanto aveva il suo cane, con i denti scoperti in un ringhio senza suono. Che anche lui sognasse di partire, come stava capitando al suo padrone, da quando la sagoma d'argento si era posata sulla sua terra?

Interferenze di sogni stranieri, tra casalinghi sogni di cacciate nella nebbiolina gelida dell'alba, con buoni cani accanto, e un fucile che colpisca diritto.

Quando era stato chiaro che gli gnomi servizievoli non avrebbero raddrizzato le ali distorte della cosa, lui aveva deciso di fare a modo suo: un uomo deve essere il giudice delle sue azioni, e non lasciare che sciocche dicerie decidano per lui.

Fiero e asciutto avanzò verso la tenue luminosità che circondava la zona dove la macchina d'argento era posata. Aveva legato il suo cane perché non si esponesse a pericoli (non voleva la sua morte), e adesso il suo lontano uggiolare era l'unica cosa che lo ancorasse alla realtà.

Con un breve grido picchiò col calcio del fucile contro la curva di metallo

Un leggero rumore all'interno. Come un frullare tenero di ali. Qualcosa che gli ricordò lo sfregare dei cuccioli contro la madre. Poi cominciò un'ticchettio ritmico; alcuni colpi brevi, altri lunghi, come un segnale, anche se lui non sapeva decifrarlo.

C'era una linea di giunzione nel metallo; non era un pezzo unico. Fece forza col coltello, tentando di aprire la sagoma di porta che era nella fiancata. Bestemmiò sottovoce. la lama del coltello si era spezzata.

Dentro non si udiva più nessun rumore.

Tornò verso la fattoria, e disseppellì dal fieno il laser che aveva rubato ai laboratori, tanto tempo prima, quando era ancora un ragazzo dalle gambe storte. Con quello tornò verso l’astronave.

Il metallo, dove era colpito del raggio accecante, diventava rosso e liquido e, dopo un paio d’ore riuscì ad aprire il portello.

Una sottile ragazza con la faccia viola e il corpo verde ramarro era di traverso sulla soglia. Lui restò per un attimo sbalordito, prima di realizzare che il colore della faccia era dovuto probabilmente al calore insopportabile che si era sviluppato all'interno durante le due ore in cui aveva manovrato il laser, mentre il verde del corpo era una tuta.

La aiutò ad uscire nell’aria fresca della notte. Era semisvenuta e aveva gli occhi chiusi. Una lunga ustione le correva su un braccio e parte di un fianco, dove era stata a contatto col metallo rovente della soglia, quando era caduta giù.

Era leggerissima, come se le sue ossa non avessero peso.

- Decontaminazione … - sussurrò in fretta con un tono concitato e febbrile.

Lui, reggendola per un braccio, guardava nell'interno dell’astronave.

- Decontaminazione … - sussurrò ancora lei, tentando di comunicargli l'urgenza della sua richiesta. Tra le dita stringeva una specie di chiave a forma di otto.

Lui appoggiò a terra il fucile e, tenendola come se fosse stata una bambola di pezza, si inoltrò cauto dentro l'astronave. Il suo peso faceva ondeggiare pericolosamente la fragile struttura.

Era il pensiero che muoveva nell’aria quelle cose, e non sopportavano pesi materiali.

Nel piccolo vano si vedevano tre porte e una di esse aveva una placca con una incisione a forma di otto. Lui sovrappose la chiave che si incastro perfettamente al suo posto, e la porta si aprì, inondandoli istantaneamente di una schiuma chiara. Poi la ragazza svenne.

Mentre l'astronave continuava ad ondeggiare come una farfalla impazzita, lui uscì all'aperto col suo carico. Arrivato alla fattoria, depose la ragazza sui cuscini dell'ingresso, e le curò le ustioni con l'unguento che usava per le ferite dei cani. Un grasso unguento che avrebbe tenuto la pelle offesa lantana dal contatto dell'aria.

Il resto della casa dormiva, ed era bene così, altrimenti la ragazza non avrebbe avuto una buona accoglienza: tutti diffidavano di quelle streghe pallide che leggevano nella mente degli uomini. E adesso lui lo sapeva; erano stati i pensieri di lei che si erano insinuati nei suoi sogni, inserendo paesaggi stranieri e la vaglia di vederli.

Si passò una mano sugli occhi, come a cacciare ragnatele.

La ragazza gemeva sommessa, tormentando i cuscini con le mani.

Le tolse una masserella di schiuma bianca dai capelli, e lei aprì gli occhi: chiari, brillanti come laghi nel ghiaccio.

Ci si affacciavano balbettanti sogni di terre lontane che catturarono di nuovo la mente del tartaro.

Poi lei si tirò su di scatto: - Dobbiamo tornare all'astronave, presto, altrimenti si desensibilizza e non potrà mai più tornare a volare … devo bloccare la reazione che si è innescata quando si è aperta la porta …

La prese tra le braccia: lei non era in grado di camminare, e tornarono verso la macchina d'argento.

Il cane ululava triste, legato alla catena. Il cielo verso nord si stava schiarendo per un presagio di alba. Lui sapeva che ormai era stregato: non si sarebbe più potuto sentire appagato calpestando le foglie cadute, in autunno, o incitando i cani verso la preda.

- Portami via … - pregò deponendola oltre la soglia del guscio d'argento.

Lei non lo ascoltava, era intenta a toccare con la punta delle dita, come sensibili terminali di un calcolatore, incomprensibili strutture di metallo.

- Portami via - disse ancora. - Il mio popolo è sempre stato nomade e si è risvegliato in me l'antico sogno. Voglio vedere …

La ragazza lo interruppe con un piccolo sorriso definitivo:

- L’astronave non può portarti. Sei un barbaro.

- Non capisco cosa vuoi dire … portami via …

- Sei troppo pesante - spiegò lei già pronta per balzare via. - L'astronave non può reggerti. - Le comparve negli occhi una fuggevole espressione di pietà, ma non era più lì; col pensiero anticipava la partenza.

- Vattene, barbaro, o morirai.

Lui si sedette per terra, accanto ai bassi cespugli di rovi.

La ragazza alzò le spalle e con un leggero moto di rincrescimento mise in moto il suo aquilone d'argento.

L'aria tremò un poco, intorno; l'erba si accartocciò insieme al tartaro.

Lontano il cane ululava.


da "The Time Machine" n. 2/'78






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